PARTE PRIMA Capitolo 1) Italia. Dove siamo

 

1 La democrazia tra paure, indignazione, disastri, disgusto, desiderio  di uscire dalla finta politica

Un Paese che crolla sotto il peso del proprio debito, sotto la quotidiana chiusura  di migliaia di attività, sotto i disastri idrogeologici conseguenti ad un’assenza di progetto e cura del suo territorio, sotto il fango marcio di una politica inguardabile e malata che lo scredita e non se ne vuole andare.

Ma che Italia è quella che abbiamo davanti?  E’ un Paese che si sta impoverendo ogni giorno di più, e che si è sottoposto a molti decenni di politica malata di schieramento e affamata di gestione; una politica generatrice di divisione e distruttrice di risorse. E’ forse un Paese ancora recuperabile se gli italiani volessero salvarlo dalla grave malattia nella quale sono più o meno volontariamente incorsi. Molte persone cominciano a dire che per salvarlo gli italiani dovrebbero evitare di dividersi.

Già, ma come fare ad unirsi?

Ecco parto da qui, e provo a vedere dove e come si potrebbe arrivare.

Come molte altre persone vedo un’Italia da troppo tempo divisa e logorata, piena di problemi e di impossibilità di risolverli da parte di chi pretende di rappresentarla attraverso i vari schieramenti.

E’ per effetto di queste difficoltà che, negli ultimi anni, è cresciuto a dismisura il numero degli sfiduciati dalla politica. Questo stato di sordo malessere, diventato sempre più forte e pesante, si è trascinato anno dopo anno, decennio dopo decennio, come se l’assuefazione al caos paralizzante non potesse portare a nient’altro di più grave. Invece, quasi improvvisamente, come se nessuno sapesse o potesse prevedere, nel rapido susseguirsi dei mesi, è arrivata la grande paura che il nostro Paese non riesca a superare la gravissima crisi in cui si trova. Inizialmente è stata una mezza paura, interpretata con scaramantica leggerezza, con finta noncuranza, fino all’estate del 2011; in seguito è diventata vera paura per le penose e vergognose condizioni nelle quali la politica ha ridotto il Paese. Un Paese attanagliato dal suo grande debito e dal drammatico attacco di una “speculazione” che sa come fare per ottenere profitto dalla debolezza che esso segnala. Un attacco che costringe i cittadini a pagare per le conseguenze di una gestione da lungo tempo costruita e nascosta dalla politica.

E’ stata la politica di decenni di schieramenti affamati di gestione a portarci al disastro finanziario.  Prima che ciò accadesse l’Italia è vissuta a lungo come in un letargo, o nella condizione di un ammalato lacerato e semiconsenziente sotto l’effetto di psicofarmaci. Tuttavia in un battibaleno il Paese è piombato in una bufera che l’ha riportato indietro ai drammatici momenti di panico finanziario del 1992: sono trascorsi molti anni per vedere gettare al vento i sacrifici fatti dagli italiani di quell’epoca.

Come allora i politici, simulando di mettersi d’accordo, hanno tentato di travestirsi da pompieri, dopo che le loro interessate divisioni hanno provocato il fuoco nella casa degli italiani. Come allora, finiti i denari pubblici, le denunce di alcuni imprenditori e le inchieste giudiziarie hanno reso ancor più evidente la dilagante dimensione della corruzione. Nello strepito degli allarmi per il debito sottoposto agli attacchi, nel caos delle cifre, nel disgusto per gli abusi di tanta pessima politica, molti dicono di sentirsi sudditi. E forse sono stanchi di esserlo.

Come tante altre persone anch’io ho votato e perfino sostenuto partiti diversi, e come tanti ho pensato che la scelta di un partito o di uno schieramento fosse utile ad ottenere qualche risultato, qualche cambiamento. Poi, vedendo che gli schieramenti, anche alternandosi, perpetuavano i problemi attraverso una conflittualità pretestuosa ma incapace di concretezza e lontana dalla realtà, a malincuore non ho più sostenuto nessuno, né ho votato, e sono rimasto ad osservare. Così come hanno fatto molti altri cittadini.

Negli ultimi anni ho scelto di non essere favorevole alla destra, né alla sinistra, né al centro; soprattutto ho sentito di essere sempre meno disponibile ad accettare le divisioni e la finta politica. Come tanti italiani ho guardato con preoccupazione all’incapacità dei partiti di affrontare la condizione di grande debolezza economica e finanziaria del Paese, e con disgusto alla situazione di grande scontro, alla corruzione diffusa e trasversale agli schieramenti, agli illeciti commessi da politici o da soggetti collegati ai partiti, all’interessata leggerezza con la quale sono state gestite le risorse pubbliche, in modi che hanno determinato l’altissimo debito dello Stato.

Indifferenti a questa complessa e pericolosa mescola che essi stessi alimentano, anche se fingono di non saperlo, i partiti continuano ad allontanarsi dal sentire della silenziosa maggioranza degli italiani, perché negli anni, a destra come a sinistra come al centro, hanno cambiato parole e si sono rifatti più volte il trucco. Tuttavia il loro modo di fare politica sa di falso o di muffa, e le conseguenze del loro agire sono a dir poco insoddisfacenti o talora gravemente colpevoli, in tutti gli schieramenti.

Ma cos’è la finta politica? Ormai lo abbiamo capito tutti. Questi partiti sono abituati a promettere moltissimo, a catturare il consenso con l’abilità retorica, ad imporsi con argomenti che richiamano a  principi e valori e contemporaneamente a farsi corrompere e a corrompere nelle molte stanze nelle quali si esercita il potere economico pubblico. Sanno usare un linguaggio in codice, nascondere illeciti interessi propri a danno dei cittadini, litigare per trascinarci nel litigio, fingere di essere portatori di esigenze, diventare stupidi difensori di parziali interessi, non ascoltare le proposte, le idee e le molte competenze che ci sono nella società.

Già, ma che gli interessa delle idee e delle competenze? Presumono di sapere già tutto, e fanno credere di sapere come fare a risolvere le difficoltà. In realtà non lo sanno per nulla. Per decenni hanno avuto in mente un loro vero, nascosto e preciso obiettivo, diverso dal finto programma che hanno gridato per attirare e illudere gli elettori. Sono andati dritti verso l’unico vero motivo del loro agire: la gestione del denaro pubblico, in tutti gli ambiti nei quali si realizzi e in tutti gli spazi consentiti, anche attraverso accordi nascosti. Ovviamente, essendo quest’ultimo il reale obiettivo, una volta acquisito, tutto il resto diventa secondario. Così riescono a perdere un tempo lunghissimo per arrivare a decisioni di facciata che non modificano nulla, o modificano “piccole” cose, talora perfino nascostamente, o a beneficio di ristrette porzioni della società. In generale non arrivano nemmeno lontanamente alla radice vera dei problemi, e nel frattempo escludono i cittadini dalle scelte delle proprie oligarchie.

Da tempo molte persone pensano che siano i partiti a determinare il degrado, e quest’idea ha assunto i connotati di un fastidio o di un disgusto nei confronti di schieramenti che continuano imperterriti nel perseguire i propri interessi, potendo contare sul fatto che i cittadini sono occupati a lavorare in silenzio sui propri affanni. In questa condizione psicologica molti cittadini hanno messo in discussione la loro civica e silenziosa disponibilità ad ascoltarli ancora.

Altri invece sono scivolati in una forma più o meno forte di apatia che li ha portati all’indifferenza, quindi a ridurre le possibilità di reazione di fronte a qualcosa che li stordisce. Non avendo capito quale sia la posta in gioco, ma sentendo un caos ed un frastuono di fondo che accomuna tutto, si fanno guidare dall’inerzia. Gli sta passando sopra un bulldozer ma sembra non se ne accorgano.

Altri ancora sono inguaribilmente abituati alla faziosità creata dai partiti, cosicché, addestrati da potenti e distorti insegnamenti mediatici, risultano elettrici e pronti allo scontro: quasi come il cane rabbioso che ringhia quando sente un rumore. A lungo molte persone si sono fatte così ben convincere a sostenere una parte che, essendo in preda all’invasamento, se avessero avuto in mano un’arma si sarebbero fatte indurre ad usarla. Come in una guerra civile.

Un Paese in questa condizione si è sottoposto per un tempo troppo lungo ad un gravissimo livello di fragilità. Se queste considerazioni sono corrette evidenziano un aspetto fondamentale: la politica di decennio in decennio è degenerata perché i cittadini in vari modi glielo hanno consentito. A qualcuno di loro ha fatto comodo, ad altri era indifferente o erano troppo indaffarati per occuparsene, altri non ne volevano sapere, altri ancora facevano tifo. Una situazione parzialmente simile si è realizzata nei confronti delle mafie: i cittadini costretti a dividersi in schieramenti o a restare isolati si sono trovati deboli di fronte alle minacce, dunque non hanno potuto reagire; in molti casi non hanno voluto sapere o si sono adattati, per paura o per convenienza;  in troppi casi hanno delegato alla politica una reazione che non solo non c’è stata, ma, al contrario, al di là delle affermazioni di principio, attraverso i partiti si è trasformata nell’accettazione di uno stato delle cose sempre più degenerato, così da consentire l’intromissione degli affari mafiosi nella gestione dei denari pubblici. E così il cancro è proliferato. Questo i cittadini italiani ormai lo sanno bene. Ciò di cui forse non siamo consapevoli è il fatto che gli antidoti ai mali sono dentro noi stessi.

Dunque bisogna tirarli fuori e trovare il modo perché si traducano nel risultato più positivo possibile.

Torno ai partiti. Essi si sono approfittati di una realtà composta di cittadini divisi in tifosi, o delusi, o indaffarati, o indifferenti, o disinformati, e nel loro conflittuale e dissipativo agire è emerso tutto lo squilibrio di forze esistenti tra i singoli cittadini e i partiti. Questi ultimi sono strutture organizzative capaci di perpetuare i mali che si siano sviluppati al proprio interno. Dunque il cittadino non può vederli eliminati, se affida le proprie speranze di cambiamento agli stessi partiti. Il cittadino ha una sola possibilità: cambiare il suo modo di guardare alla politica, interessandosi di ciò che succede intorno a sé, senza mettere il proprio interesse in un partito, e unendosi ad altri cittadini che vogliano cambiare senza passare per ciò che i partiti sono diventati. Questa è un’anticipazione di ciò che dirò, tuttavia la valutazione dei modi attraverso i quali giungere a tale risultato richiede l’approfondimento di quanto succede nella realtà.

Intanto si può dire che l’insieme dei profili appena evidenziati restituisce un quadro che non ha nulla a che fare con la serenità, l’attivazione del libero pensiero, la trasparenza e l’efficienza di cui una democrazia ha bisogno per continuare a dirsi tale. Attraverso un lavoro di tarlo durato decenni, peggioratosi negli ultimi anni, la nostra democrazia è precipitata prima in un lungo asfissiante vicolo cieco, e poi, velocemente, in un tunnel di cui non si vede l’uscita: una democrazia dei sudditi apatici o dei tifosi ottusi, dei disperati indignati e disorientati, dei silenziosi frustrati, degli arrabbiati impotenti, degli sfiduciati desiderosi d’un cambiamento senza inganni che non sanno dove trovare. E tutto ciò mentre incombe, non a caso, una crisi economica e finanziaria di enorme portata.

Parlo di tifosi ottusi, perché per decenni siamo stati obbligati a scegliere tra destra contro sinistra, sinistra contro destra, centro contro sinistra o contro destra, come fossimo in un campionato di calcio, facendoci indurre ad un accanimento idiota e distruttivo, così da dimenticare che la squadra per cui fare il tifo e rimanere uniti non era questo o quel partito, ma l’Italia intera; e avendo poi un’altra squadra ancor più grande da costruire, come l’Europa.

Per di più, una volta caduta la storica contrapposizione tra i blocchi politici mondiali, i partiti (e qualche astuto truccatosi da innovatore) si sono inventati un’altra strategia per farci rimanere tifosi: obbligarci a scegliere tra un leader e l’altro, mettendo una parte contro l’altra del Paese, italiani del Nord contro italiani del Sud, lavoratori contro imprenditori, persone prive di lavoro o di sicurezze contro persone che lavorano o hanno lavorato, produzione e ricchezza economica contro qualità della vita e dell’ambiente, istituzioni contro istituzioni, e così via, segmentando e dividendo, uno slogan contro l’altro, inasprendo i toni per obbligarci a non pensare e per costringerci a dire che non ci sono alternative alla contrapposizione ed allo schierarci.[ii] Tutti troppo invasati dai partiti, dai loro proclami, dai loro leaders, al punto da non capire che, così facendo, rinunciavamo ad innamorarci di qualcosa di superiore: l’unione del Paese per trovare il modo di gestirlo bene insieme.

D’altro canto parlo anche di sudditi apatici e di cittadini frustrati, perché da quando esiste la Costituzione italiana la politica cerca di non dover rendere conto di scelte, spese e comportamenti; dunque i cittadini hanno ingerito troppe tossine e non trovano gli antidoti. Ne risulta una democrazia di facciata, che rimane imprigionata nelle vuote parole di molti politici dall’eloquio facile e giustificativo di ogni agire, anche quando sia inconcludente o degenerato, cosicché ai cittadini rimane il ruolo di spettatori passivi che dovrebbero lasciar fare a chi sia stato eletto.

E’ accaduto pure che qualcuno tra i politici abbia dichiarato con sussiego che, poiché si tengono le elezioni secondo le scadenze previste dalla legge, e poiché i rappresentanti sono individuati in base alle leggi elettorali votate dal Parlamento, bisogna dedurne che sarebbe rispettata la sovranità del popolo prevista dall’articolo 1 della Costituzione, e quindi la democrazia si sarebbe realizzata.

Tale logica pretende di dipingere i partiti come fedeli rappresentanti di un’Italia composta di persone le quali o rimangono a seguire le proprie occupazioni, o non si espongono in un’evidente protesta, o non sarebbero capaci di costruire una forte proposta che modifichi il panorama politico. Tutto sembrerebbe giustificare molti politici nella loro paternalistica richiesta di essere lasciati indisturbati a “lavorare per il bene del Paese”. All’opposto, chi tenterebbe di manifestare un senso di disapprovazione, e magari una disperata voglia di voltare pagina, sarebbe una minoranza che vuole solo screditare l’azione dell’uno o dell’altro schieramento.

Di vero in tutto ciò c’è sicuramente il fatto che molti cittadini silenziosi, delusi, arrabbiati, disperati, sfiduciati, soprattutto se hanno un lavoro e una famiglia, sono costretti a seguirne i ritmi o le faticose incertezze, e spesso non possono permettersi di trascurarli per informarsi meglio, per manifestare il loro disagio come vorrebbero, o per tentare di unirsi ad altri nella creazione di qualcosa di nuovo. Tuttavia i loro sentimenti esprimono una volontà di non schierarsi secondo gli schemi obbligati; ma il loro è anche un sentirsi costretti a stare lontano dai partiti per la consapevolezza di essere impotenti e non rappresentati, quindi deboli.

In realtà ciò che da tempo si muove dietro a tali sentimenti è ciò che i partiti non vogliono vedere: il disgusto per quel modo di fare politica.

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2 Esiste la politica? O esiste la partitica?

La “politica” italiana è un mondo vasto, complicato e malato, che sarebbe meglio chiamare “partitica”, ossia un’intricata, confusa e dissipativa attività che si è svolta più a beneficio dei partiti che del Paese.

Dentro alla partitica si muovono figure dagli intenti più vari: vecchie maschere viste e riviste nel corso di venti o trent’anni e più; “leaders” o presunti tali che hanno messo sé stessi al centro di tutto e al vertice di un’oligarchia che occupa tutto; vice leaders; aiutanti dei vice; ballerini e ballerine da salotti televisivi; mediocri figure necessarie alla finta politica che passa il proprio tempo a litigare; alcuni onesti, spesso dotati di qualità e competenze, e proprio per tal motivo esclusi dalla cerchia di coloro i quali non hanno competenze ma contano molto. Vi sono poi molte diligenti pedine d’apparato bisognose di una seggiolona; molti cinici, pronti a cambiare idea quando passa il treno giusto, e qualora ci sia un miglior offerente; scaltri e scaltrissimi combattenti per la poltrona, con dietro e a fianco una bella quantità di interessati elettori e talora di furbi o loschi faccendieri; astuti tessitori di relazioni, i quali trascorrono il loro tempo in sotterranee “attività” di partito che servono a tenere in piedi maggioranze improbabili o anche apparentemente forti; molti che svolgono altri lavori mentre sono pagati a spese dei contribuenti; uomini di partito allenati da decenni alla dialettica convincente e alle  parole misurate, per calarsi nella parte di chi porta onerosa responsabilità; tanti che da molto tempo hanno capito che quel luogo è “giusto” per loro e per le proprie tasche; narcisi a tonnellate; qualche profondo conoscitore della propria materia, raramente di ambito economico e finanziario; pochi disposti ad ammettere di doversi rivolgere a chi ne sa di più, e a valutare insieme ad esperti indipendenti quali siano le scelte più opportune per affrontare   le drammatiche condizioni nelle quali si trovano i conti pubblici o la giustizia, tante piccole attività o imprese, i rifiuti, la sanità, i trasporti, i risparmiatori ed i lavoratori, la ricerca, la cultura. Poi ci sono i tromboni che non finiscono mai di riempirci di parole, convinti d’essere i detentori della democrazia; le trombe e le trombette, abilissime a costruire la lite per evitare imbarazzanti obiezioni; i “giovani” che il partito ha messo lì perché bisogna mostrarli, ma è chiaro che servono solo a far vetrina o a catturare consenso. Non mancano le figure molto oscure, che nessun cittadino mai vedrà, ma che decidono come sperperare i denari del Paese, abusano, nominano o promettono nomine nei consigli d’amministrazione, si accordano per gestire nascostamente ed illecitamente denari pubblici, influenzano o controllano poteri, ricattano o concordano favori, sono presenti nelle commissioni nelle quali si possono costruire o affossare provvedimenti fondamentali nel contrasto alle mafie o al riciclaggio di denaro, o nelle quali si decide sulla base di quali criteri e in quali direzioni vadano le risorse pubbliche o le concessioni. Un esercito di avvocati appare nominato per battagliare e armeggiare con articoli e commi più che per rendere efficienti le norme, cosicché la vera politica, quella che dovrebbe guidare concretamente un Paese, è costretta a morire prima di nascere, e la possibilità di andare al cuore dei problemi si perde in mille rivoli, attorcigliandosi in un politichese fatto di attacchi, interdizione e cavilli. Sono pochissimi i politici che riescano ad alzarsi dal seggio in cui si sono incollati, per andare a verificare cosa succede in giro per il Paese, e, vergognandosi per le condizioni in cui si trova, comincino concretamente ad unirlo per affrontarne i mille intricati nodi. Grovigli fermati lì per decenni dai condizionamenti creati e mantenuti dal viziato rapporto esistente tra la partitica, le burocrazie e gli elettorati conformatisi sui mali della politica.

Il quadro appena descritto non riguarda solamente la politica realizzata a livello centrale. Infatti, sebbene spesso vi siano figure di amministratori pubblici di qualità, caratteristiche non molto differenti si possono ritrovare anche nella politica di livello locale.

Tra i politici vi sono troppe figure di improvvisati esperti di tutto, in realtà arroganti e spesso ignoranti, che danno l’impressione d’essere conoscitori dell’argomento a forza di sentir parlare di giustizia, di sanità, di fotovoltaico, di conti pubblici e di “mercati”, che, probabilmente, nella loro mente, se sono finanziari o della frutta poco cambia; troppi i politici condannati per gravi reati o coinvolti in processi o in indagini molto serie per collusione con le criminalità organizzate: figure che i loro colleghi non hanno il coraggio né l’interesse di denunciare e rimuovere, e perciò continuano a godere dei benefici derivanti dallo stare dentro ad un partito.

Chi tra gli onesti volesse cambiare qualcosa non potrebbe farlo perché le linee decise dai capi partito lo impedirebbero.

Dunque nell’impossibilità d’agire degli onesti, magari anche frustrati, restano padroni della nave i distruttori di risorse travestiti da responsabili, gli incapaci, i divisori, e tante altre comode figure di indegni rappresentanti di uno Stato ridotto a decrepita, inguardabile controfigura di sé. Troppi indegni sommatisi a tanti altri indegni, famosi o sconosciuti, generati da decenni di pessima gestione dei partiti. Questo tipo di finta politica sarà il punto dal quale partiranno le riflessioni delle prossime pagine, per giungere ad alcune proposte che auspicano una concreta liberazione dalle sue disastrose capacità.

In troppi casi i parlamentari sottoposti ad indagini della magistratura, sotto l’ipotesi d’aver commesso gravi reati, soprattutto contro la pubblica amministrazione, e talora addirittura in collegamento con le organizzazioni criminali, si sono nascosti dietro la protezione loro offerta dalla Costituzione. Quel rifugiarsi col sorriso furbo e le strizzate d’occhio è apparso abuso delle leggi, cosicché ha caricato una molla silenziosa nella mente dei cittadini. Prima o poi questa molla deve scattare, e sarebbe una gran bella e civile cosa che scattasse con la coesione di cittadini di libero pensiero e con le armi previste dalla Costituzione.

Certo “la Costituzione stabilisce, garantisce …tutela, …com’è giusto che sia …bla bla …dobbiamo essere garantisti …bla bla …”. Si sente l’eco di parole pronte a difendere a spada tratta ciò che molti cittadini non vogliono più sentire. E’ qualcosa che non si può più sopportare, perché troppi politici approfittano di una protezione che è prevista dalla Costituzione per tutelare l’espressione del pensiero, non per coprire gravi reati che con l’opinione politica non centrano nulla. Così molti politici, sostenendosi l’un con l’altro, e ognuno facendosi sostenere dalla propria clientela, finiscono per essere la principale categoria protetta e privilegiata, una cerchia di astuti o furbi senza credibilità, che distruggono la fiducia nelle istituzioni, togliendo rispettabilità e futuro a tutto il Paese.

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3 Un muro di gomma e cemento

 Ciò che fa da scudo alla possibilità che l’attività di un parlamentare sia sottoposta a persecuzione o ad impedimenti nell’espressione del pensiero, come accadde durante la dittatura, sono soprattutto due articoli della Costituzione.

L’articolo 67 ci dice che ”Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.” Ciò significa che chi viene eletto, non avendo obblighi precisi nei confronti degli elettori, non può essere revocato da nessuno. Ne consegue che se un politico spreca o si appropria delle risorse di tutti, a parte l’intervento della magistratura, non si può far altro che aspettare le prossime elezioni per sanzionarlo attraverso la non rielezione. Ma per non rieleggerlo bisognerebbe sapere che abbia sprecato. Purtroppo di solito non lo si sa, o lo si viene a sapere quando è troppo tardi, o quando le acque della politica si sono confuse a tal punto che è facile sostenere che la responsabilità degli sprechi è anche di altri. L’articolo 68 invece stabilisce che “i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”. E inoltre che “senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza”.

Dunque i membri di una Camera potrebbero negare l’autorizzazione alla richiesta di procedere penalmente verso un parlamentare, qualora ritenessero che tale richiesta esprimesse un intento di persecuzione da parte della magistratura nei suoi confronti. Questo è il “fumus persecutionis”, una espressione latina troppo spesso intenzionalmente usata per gonfiare di giustificazione qualcosa che non ne ha, così da non far capire cosa si nasconda dietro ad essa. Infatti, in nessuno dei casi nei quali è stata usata era in questione una benché minima libertà del pensiero politico che rischiasse di essere impedita o perseguita. Anche perché da troppo tempo la politica italiana non ha nessun pensiero importante da sostenere.

Aver utilizzato a sproposito tale concetto di persecuzione rende evidente il fatto che non ci fosse alcun reale intento persecutorio, mentre un fumo esisteva, ed era quello che la politica è riuscita a mettere negli occhi dei cittadini per impedire loro di capire. In tal modo, nel caso in cui si indaghi per gravi reati e non per opinioni politiche, il “fumus persecutionis” diventa l’incomprensibile formula di una sottospecie di politica che non sopporta nessuna verifica su di sé, e per impedirla ricorre pure al mercanteggiamento. Ne risulta uno strumento svilito, percepito dal comune cittadino come un astuto stratagemma per non rispettare la legge alla quale egli è invece sottoposto. Uno strumento piegato dalle oligarchie per proteggersi nella difesa dei loro interessi, che così appaiono stringersi, aggrovigliarsi e nascondersi dietro ad istituzioni utilizzate come fossero propri fortini nei quali rintanarsi, per sostenere che le richieste di indagini avanzate dalla magistratura non sono dettate dall’applicazione della legge o dalla ricerca della verità, ma dall’intenzione di nuocere ad un rappresentante politico.

Può essere utile ripeterlo: richieste non dettate dall’applicazione della legge o dalla ricerca della verità. Questo è l’argomento che la politica utilizza, svincolandosi da una responsabilità di applicare  correttamente le leggi che è prima di tutto propria. In realtà proprio le decennali distorte applicazioni delle leggi, e la non volontà di riformarsi, sono state la causa della gravissima crisi della politica e delle condizioni finanziarie ed economiche dello Stato italiano. E si può dire di più. Oggi le necessità della società sono tanto grandi e urgenti, e tanto risultano cambiate le condizioni del vivere civile rispetto all’epoca in cui nacque la Costituzione, che forse gli strumenti di tutela della politica andrebbero rivisti per offrire protezione ai profili che veramente ne necessitano: ossia l’efficienza e la trasparenza della democrazia.

Da dove si può partire per valutare quanto importanti siano l’efficienza e la trasparenza in democrazia? Probabilmente dalle cifre, e soprattutto dai risultati ottenuti attraverso i costi della democrazia e dell’amministrazione pubblica italiana.

Ognuno degli eletti, o meglio, dei nominati al Parlamento gode di importanti e talora abusate tutele alla propria persona ed al proprio pensiero, ma anche di privilegi non previsti dalla Costituzione. Poi vi sono tutti gli altri politici eletti nei vari enti locali, i quali non godono di quelle tutele, ma entrano a far parte della grande massa di persone che gravita nell’ambito dello scudo protettivo dei partiti.

A luglio 2011, con il precipitare della crisi finanziaria, i cittadini italiani, improvvisamente scossi dal letargo, cominciano a capire quanto costi loro il mantenere tale massa. Fino al 2011 i posti della politica italiana ammontavano a 945 parlamentari nazionali, a 1.366 tra presidenti, assessori e consiglieri regionali, 138.600 tra sindaci, consiglieri ed assessori comunali, 4.258 tra presidenti, assessori e consiglieri provinciali, oltre 12.000 consiglieri di circoscrizione. Inoltre ci sono moltissimi politici nell’infinito sottobosco istituzionale, o pseudo istituzionale fatto di 24.000 membri nei consigli di amministrazione di 7.000 enti, società, consorzi ed amministrazioni varie. Ad essi vanno sommati 318.000 persone con un incarico o una consulenza presso una pubblica amministrazione, e poi il personale politico di supporto agli uffici di ministri, sottosegretari, presidenti di regione, di provincia, sindaci, ed ancora le direzioni di moltissimi enti ed aziende pubbliche o a partecipazione pubblica.[iii]

Molte delle persone che sono state elette o nominate o incaricate sono serie e probabilmente oneste; purtroppo molte altre, a tutti i livelli, utilizzano il loro ruolo per finalità diverse dall’efficiente impiego dei denari dei cittadini. La silenziosa maggioranza dei cittadini è ormai stanca di sentire quotidiane notizie di politici ed amministratori che sono inquisiti per l’uso che hanno fatto del loro potere. E quindi trova incomprensibili i giri di parole che tentano di nascondere la realtà, e di sostenere  che il “patto con gli elettori ” sarebbe stato rispettato.

Ma di quale patto stanno parlando? Il patto se lo sono fatto i politici peggiori. La silenziosa maggioranza dei cittadini ha capito che, dietro alle tutele ed alla costosa ed impenetrabile struttura dei partiti, oltre agli insopportabili privilegi, si esercita un uso nascosto, continuo ed arrogante del potere di influenzare e mal condurre tutti gli ambiti della vita dello Stato, soprattutto laddove ci sia un rilievo economico, così da nutrire un vero cancro nella gestione di tutte le amministrazioni pubbliche. Così, nella percezione di molti cittadini si è depositata la convinzione che, sulla forza di quelle tutele, si sia costruito per decenni un muro di gomma o perfino di cemento, che protegge una politica dopo l’altra, rendendole capaci di fare qualsiasi cosa, sicure di essere in una sorta di fortino inespugnabile. Un muro di mattoni stretti l’uno accanto all’altro; tenuti assieme da un collante troppo spesso illecito, ma dipinto di lecito.

Le parole di qualche noto politico non servono a mitigare il fastidio degli italiani. Parlare di moralità, di comportamenti etici, di selezione di classe dirigente serve forse ad incantare qualche parte minoritaria, la quale, essendo caduta nella trappola della faziosità e della tifoseria, ancora non sente il “basta” che gli viene nell’eco di un pensiero atrofizzato. La silenziosa maggioranza dei cittadini invece quella voce la sente bene e non crede più alle parole di chi sta dentro ai partiti, perché in cuor suo pensa che si dovrebbe fare qualcosa che cambi alla radice il comportamento di tutti i partiti. Ma non sa cosa si potrebbe fare, oppure pensa sia impossibile indurli a cambiare. E allora annaspa.

Molti scaltri profittatori della nostra credulità si proteggono dentro ai partiti. Alcuni di essi diventano indecenti e insopportabili quando, con aria sicura ed arrogante, spiegano che la situazione politica va rispettata perché è conseguenza dell’esito elettorale voluto dal popolo votante. In realtà c’è una grande porzione di cittadini che non ha votato, che non si sente rappresentata da nessuno schieramento, e che, in base a questa logica, sarebbe costretta ad accettare tutte le non scelte, i comportamenti, gli sperperi, le clientele, gli abusi, gli inutili litigi, la divisione in blocchi conflittuali, la spartizione sotterranea e collusiva delle oligarchie di partito, come conseguenze “democratiche” di un metodo in sé formalmente e legittimamente indiscutibile.

Oltre al danno viene la beffa. Infatti, in seguito alla difficilissima fase di attacco al debito pubblico, nell’estate e nell’autunno del 2011 tra i politici italiani c’è stato anche chi, senza pudore e senza vergogna per i decenni trascorsi ricoprendo alti ruoli istituzionali, ha indecentemente invitato i cittadini alla rivolta sociale per i costi che avrebbero dovuto sopportare. Qualche altro, sentendosi sotto assedio per le critiche ai costi della politica, ma non volendosi mettere in discussione, ha trovato anche la faccia tosta di giustificarli sostenendo che quelli sarebbero i “costi” della democrazia.

In questo modo alcuni indegni rappresentanti di un popolo acquiescente hanno tentato di blandire o zittire i cittadini e di sostenere che il metodo democratico sarebbe legittimato a perpetuarsi così com’è. Dunque bisognerebbe accettarne in silenzio e con rassegnata religiosità la forza, senza provare a capire se il modo attraverso il quale tale metodo si esplica sia correttamente ed autenticamente impiegato nell’interesse  dei cittadini. Ossia se rispetti veramente la Costituzione.

Però ci sono i numeri a parlare: la sola struttura del Parlamento che ruota intorno ai 945 parlamentari italiani costerebbe una cifra intorno a 1,6 miliardi di euro l’anno, ossia 5,5 volte quello che costa il parlamento americano.[iv]

Alcuni politici hanno affermato che i problemi sono molti e che non si risolvono in breve tempo. Infatti è proprio così: i problemi sono molti e non si risolvono proprio perché ci sono loro di mezzo, che, mentre continuano a dividere il Paese, li mantengono e li complicano. Così continuano a chiedere il voto con promesse di riforme mirabolanti, per poi fornirci la loro versione della realtà, ossia quella più comoda per spiegare di aver fatto tanto ma senza cambiare nulla, a sinistra, a destra, al centro; e che, per il senso di responsabilità che dimostrano, a sinistra, a destra, al centro, dovremmo lasciarli lì dove sono con i nostri soldi in mano.

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4       1+1 fa quel che vogliono

Quei politici sostengono che il meccanismo democratico li legittima come conseguenza della forza neutra ed imparziale della Costituzione e delle leggi che da essa derivano. Ma il meccanismo democratico non è neutro nell’utilizzo deviato che ne fanno i partiti, perché usano i cittadini come sudditi, alla stregua di un proprio strumento dalla forza stupida e passiva, obbligandoli ed abituandoli ad attendere l’impulso che li prepara a pensare secondo le convenienze dei partiti.

Il meccanismo neutro diventa abuso soprattutto attraverso il disastroso utilizzo che i partiti fanno del profilo economico del potere politico. Tale profilo è presente in tutti gli ambiti nei quali si esplica il loro potere. Quel potere si traduce in una macchina che di democratico ha solo il nome, poiché inevitabilmente riporta i sudditi a cuccia, dopo che per qualche tempo sono stati tirati fuori dal loro letargo, sollecitandoli alla bisogna con ripetute scosse di elettroshock mediatico, su questioni che servono a trascinarli nella tifoseria partigiana anche molto prima delle elezioni, e sulle quali i partiti hanno precedentemente costruito una strategia ed una tattica di posizione. Quella posizione viene definita in chiuse stanze dai leaders e dai loro accoliti, secondo ciò che ritengono più utile ai fini di cattura del consenso della partigianeria che hanno deciso di alimentare, e del massimo beneficio che possono machiavellicamente trarne. La posizione decisa viene fatta digerire attraverso un periodo più o meno lungo di overdose di slogan ed affermazioni ad effetto, che vanno a toccare le paure, i soldi, pochi o tanti, i presunti benefici o i disagi, e molti istinti di pancia.

Tutto ciò difficilmente mette in moto la riflessione ragionata ed indipendente dei sudditi-cittadini. Altrimenti sarebbero realmente dei cittadini.

Accuratamente condito attraverso l’utilizzo di moltissimi programmi televisivi che servono a plasmare il pensiero più ancora di quanto non faccia la carta stampata, questo stato di cose impedisce di dare una sana prospettiva, un solido, condiviso ed importante progetto al Paese. In forme differenti è avvenuto così per decenni.

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5 L’incompleta “democrazia” della tastiera

Se la mente è plasmata non è più libera. Si può perciò dire che il meccanismo democratico non funziona secondo l’idealistico scopo al quale siamo stati abituati a credere.  Se a ciò si aggiunge che per decenni siamo stati privati della trasparenza,  e adesso rischiamo addirittura l’eccesso straripante di un’informazione caotica e farraginosa, cosicché veniamo a conoscenza dello spreco e dell’appropriazione molto tempo dopo che siano stati commessi, si ha il quadro di qualcosa di insopportabile. L’insopportabilità diventa ancor maggiore nell’epoca in cui la comunicazione avviene velocissima attraverso internet. Quella rete, ha abituato milioni di persone all’atto individuale di decidere cosa cliccare sulla tastiera, ma non è immune dai rischi di una manipolazione occulta da parte di chiunque la voglia utilizzare per le proprie finalità.

La libertà di azione delle dita sulla tastiera di un computer corrisponde ad una possibile libertà di movimento del pensiero, la quale nasce dal desiderio di vedere se esiste, o si può creare, qualcosa di diverso dalle ingannevoli facce politiche che da decenni occupano e condizionano le televisioni. Di fronte a quell’occupazione televisiva, molti cittadini scelgono di non ascoltare più e di usare il telecomando per guardare altro. Davanti allo spettacolo rissoso e caotico di figure senza rispetto né credibilità, nella mente isolata ed insoddisfatta di milioni di italiani nasce il rifiuto di aderire a quanto appare come una scelta bloccata su insopportabili modi di essere partito. Modi resi inaffidabili dalle cronache politico-giudiziarie e dai rendiconti economico finanziari che forniscono un quadro della disastrosa “gestione ” creata dai partiti italiani.

Però la presunta “democraticità” della tastiera e di internet per un lungo tempo ha faticato a tradursi in qualcosa di concreto e forte, poiché le persone sono ancora troppo isolate con i propri pensieri e troppo abituate solo ad esprimere una sterile protesta o una vaga e separata proposta. Nascono centinaia di siti e blog al giorno, attraverso i quali ognuno pensa e dice la sua, cosicché reti di cittadini, associazioni, movimenti, gruppi d’opinione, esprimono il disgusto che provano, o si sfogano contro il fatto che troppa politica dilapida risorse, ruba, si fa corrompere, promette ricette che illudono, crea problemi anziché risolverli.

Opinionisti, intellettuali o giornalisti hanno promosso momenti di riflessione e coinvolgimento sui fatti e misfatti della cronaca politica, oppure hanno scritto importanti indagini che documentano esattamente lo scempio di denaro pubblico e l’arroganza di molti politici; altri hanno elaborato manifesti contro il declino per proporre nuove aggregazioni politiche.[v]Il punto nodale è come fare a costruirle. Ogni tanto attraverso internet sono state realizzate iniziative che hanno visto il coinvolgimento di decine o centinaia di migliaia di persone, anche in molte città, ma spesso si è trattato di importanti tentativi motivati da specifici aspetti della realtà italiana, o rivolti contro una figura politica, quindi ancora impregnati di episodica protesta e privi del respiro di ampio progetto politico. Nel frattempo è sorto un movimento politico che ha inteso proporsi come elemento di profonda rottura con i partiti tradizionali: la sua crescente forza è diventata terrorizzante per questi ultimi, al punto che hanno tentato di qualificarlo come un movimento di sola protesta. Le elezioni del 2013 hanno evidenziato quanta presa abbia avuto presso i cittadini per le potenzialità di cambiamento in esso contenute. Il tempo dirà se si tratti di un’entità non solo nuova ma anche capace di maturare in forme  aperte e non personalistiche, ossia se sia capace di superare i limiti che hanno ampiamente caratterizzato i partiti.

Alcuni osservatori sostengono che ogni nuovo che appare  non costituisce di per sé necessariamente il meglio. In realtà sono proprio i partiti a voler sembrare nuovi, per nascondere  il putrido antidemocratico che li ha caratterizzati. Il nuovo è una perfetta categoria pubblicitaria, ossia serve a vendere e a conquistare. Quindi dietro al nuovo può nascondersi tanto un cosmetico, quanto un legittimo desiderio di rompere tutto,  ispirato da chi sappia convincere che basti un solo “tiranno” a salvare da quella somma di tiranni fintamente democratici che sono i partiti degenerati. In realtà, siccome la vecchia politica ha dato troppo a lungo il peggio di sé, i cittadini, che magari in passato l’hanno sostenuta in uno schieramento contro l’altro, sono arrabbiati e forse ancora ansiosi di provare altre strade, anche di grossolana protesta. Tuttavia la protesta potrebbe non andare molto oltre lo sfogo momentaneo; né sarebbe maturità civile il seguire il vento laddove tira. D’altra parte non è sufficiente nemmeno il formarsi di aggregazioni di piccole porzioni della società italiana che, per quanto desiderose di innovare, se non puntano ad un’unione veramente consistente, non potranno avere la forza per affrontare il peso della politica decrepita.

I cittadini sentono di camminare alla cieca in un terreno pieno di buche, memori di altre trappole nelle quali sono caduti nel passato. Così in parte decidono di ritrarsi in un’astensione furente e disperata. Ciò che può consentire il superamento del ringhiare isolati o dell’agitarsi esasperato ed inconcludente, è il fatto che nasca dai cittadini una proposta politica che cerchi un Cambiamento in radice, al quale essa stessa voglia sottoporsi. Fuori dagli schemi e dai partiti, ma senza pensare che internet o un capo risolvano i problemi. La rete è uno strumento, nemmeno disponibile a tutti, che può dare informazioni e coinvolgere, tuttavia, pur offrendo nuove modalità, non fornisce necessariamente garanzie di superiore trasparenza nel raggiungimento delle decisioni. Quindi il punto fondamentale è come si costruisce un progetto che non riproponga i mali della politica e su quali temi concreti si possano unire i cittadini che comincino ad usare la propria testa senza bisogno né di un tiranno né di eroi da fumetto che non vivono nella pelle i rischi, le fatiche e i drammi di un imprenditore o di un lavoratore. Fino a quando non si formerà un progetto che unisca fuori dagli schieramenti avremo solo una miriade di singole iniziative, illusorie o illuminate, frammentate, mosse dalla frustrazione o da diversi motivi di insoddisfazione e disgusto, espressione di generica distanza dalla politica, di una protesta o di ambizioni che non liberano dalla debolezza. In realtà, il punto di forza da cui si dovrebbe partire si trova nel ritrarsi infastidito e arrabbiato di milioni di cittadini. Il punto di partenza è proprio il loro sentirsi distanti e non rappresentati dagli attuali partiti e dagli schieramenti.

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6 La distanza

Pare che questa distanza, acuita anche dalla tecnologia di internet, sia un problema che accomuna le democrazie occidentali. Ma forse poche democrazie hanno i caratteri gravemente e pericolosamente malati di quella italiana.

L’insieme della difficoltà di sentirsi trattati da cittadini anche a partire dall’informazione televisiva, della difficoltà di partecipare essendo rappresentati adeguatamente e non solo formalmente, e dell’inadeguatezza delle risposte ai problemi evidenti agli occhi di tutti, sono andate ad alimentare un disgusto sempre più amplificato e diffuso. Il caso italiano è particolare anche per la durissima ostinazione della decrepita classe dirigente a non lasciare spazio a nuove persone e a nuove idee.

Ma c’è molto di più.

Dietro al disgusto c’è una crescente porzione di persone, stanche di decenni di false promesse e di trasformismi e travestimenti; donne e uomini talmente sfiduciati da non credere che nemmeno un cambiamento di persone e idee dentro a quei partiti sia sufficiente. Questi italiani sentono che nei partiti c’è qualcosa che ha assunto i caratteri della malattia senza speranza, perché non pensano che a questo cancro tutto italiano si possa trovare un rimedio.  E così si rinchiudono nella difesa e nella cura del focolare domestico, nell’illusoria speranza che i problemi rimangano fuori dalla porta di casa propria. Qualcuno desidererebbe andarsene all’estero o invita i propri figli a farlo, per fuggire da una situazione che considera senza soluzione né speranza. La fuga è un’idea legittima, e forse è proprio ciò che cerca di ottenere la classe dirigente che non vuole andarsene; ma oltre a prefigurare una triste visione del Paese, è un’ipotesi che indebolisce la convinzione di chiamarsi italiani. Penso che si debba reagire al male con orgoglio, con molta forza d’animo, costruendo un progetto tra cittadini che conferisca quella forza di cui il Paese ha estremo bisogno.

Il male in questione è proliferato a dismisura nell’inestricabile coincidenza tra il potere dei partiti e la mole gigantesca e capillare di interessi gestionali controllati dal potere politico, economico e amministrativo di cui i partiti si sono pretesi detentori. Quel male determina una mescola odiosa di inconcludenza, inefficienza, troppo spesso perfino di furbizia corruttiva, di astuta o anche grossolana possibilità di procedere senza trasparenza per fini illeciti. E’ un mal gestire tanto evidente, diffuso e tanto impossessatosi di ogni ambito pubblico, da vanificare gli effetti positivi prodotti dalle non poche occasioni di buona amministrazione.

La pessima gestione ha anche un carattere di coerenza: si è manifestata nonostante l’alternarsi delle coalizioni politiche, e nonostante il formale ed apparente rispetto del meccanismo di tutele e garanzie stabilito dall’apparato legislativo che dovrebbe sorreggere la democrazia italiana.

Una mescola di tali proporzioni e di tale pervasività non è presente nelle migliori democrazie occidentali, alle quali noi affermiamo di appartenere.

Quest’affermazione richiede due precisazioni.

La prima è che voglio togliere ogni dubbio circa la volontà di scagliare il giudizio verso un particolare schieramento politico. Dico subito che la brama di accedere ai luoghi del potere, e la capacità di pessima gestione ha accomunato pressoché tutti i partiti e tutti gli schieramenti italiani: destra, sinistra, e centro. Le eccezioni sono state rarissime e costrette a scomparire o ad essere emarginate come eccentriche. Probabilmente una sola formazione politica ha insistito nell’opporsi alle ossessive logiche di spartizione del potere: una spartizione che essa ha chiamato “partitocrazia”. Una spartizione alla quale molti partiti hanno mostrato di voler arrivare in tutti i modi, fino a quelli che li hanno posti al centro delle cronache giudiziarie. Non aderendo né simpatizzando per nessuno dei partiti esistenti, ritengo sia opportuno evitare generalizzazioni, ma anche notare che chi si è opposto alla spartizione è stato emarginato da un sistema mediatico in grandissima parte controllato  e orientato dai partiti che si sono alternati al potere.

La seconda precisazione è che in tutti i partiti possono trovarsi rappresentanti seriamente intenzionati a rispettare le leggi e a non abusare del potere: si tratta di persone che possono non avere esatta conoscenza della gestione realizzata dall’oligarchia interna al partito. Molti di loro possono essere diligenti, preparati, spinti da una buona fede che fa loro onore, e tuttavia diventare inconsapevolmente partecipi dello sperpero di risorse derivante dalla logica con la quale i partiti agiscono. Talora alcuni rappresentanti possono essere lasciati in completa solitudine dal proprio partito, anche quando rischiano perfino la vita nel tentativo di difendere la correttezza, l’imparzialità, un minimo di legalità nell’attività amministrativa di territori fortemente aggrediti dalle criminalità organizzate, al Sud, al Centro e perfino al Nord. Si potrebbe anzi dire che i partiti abbiano assolutamente bisogno di queste persone coraggiose e oneste; e perfino di qualche buon martire.

Le sentenze della magistratura, le relazioni effettuate dagli studiosi, la diretta conoscenza dei fatti vissuti da tanti cittadini, da tante imprese ed attività economiche, dimostrano una verità incontrovertibile, e cioè che molti politici si sono spesso sentiti legittimati ad abusare di quanto è consentito dalla Costituzione e dalle leggi. Quindi, muovendosi all’interno della logica istituzionale, rispettandone formalmente le prescrizioni, ed utilizzando il potere acquisito dal partito di appartenenza, troppi politici sono passati ad una sua esplicazione che è andata ben oltre gli scopi previsti dalla Costituzione, e si è tradotta nell’unica cosa che per loro conta: la continua ricerca di sostituirsi a chi per ultimo ha occupato i luoghi istituzionali e le sedi amministrative nei quali vi sia possibilità di gestire.

I partiti sono contenitori propensi a far credere di saper gestire le risorse della collettività; in realtà non solo sono privi di tale capacità, ma troppo spesso sono mossi da politici abituati ad approfittare di un “legale” aggiramento delle leggi, fingendo ognuno di essere un gestore migliore dell’avversario, concorrendo a determinare in molti casi uno scarso o pessimo risultato complessivo. In definitiva ciò che li muove è la brama di esercitare un condizionamento nella miriade di livelli gestionali e nell’enorme quantità di ambiti amministrativi che abbiano valore economico.

Nonostante a partire dagli anni ’90 alcuni provvedimenti legislativi abbiano iniziato a distinguere la responsabilità dei politici da quella di gestione economica ed amministrativa, i politici stessi, a totale insaputa dei cittadini, sono comunque riusciti ad introdurre meccanismi e criteri discrezionali per conferire gli incarichi dirigenziali a figure di propria fiducia. [vi] In tal modo, mentre si è finto un formale rispetto delle leggi, di fatto si sono totalmente aggirate, riportando la gestione pienamente nelle mani dei politici e dei partiti. Una gestione considerata come bottino al quale ha aspirato tutto il sistema dei partiti.

Cosa si è ottenuto con questo sistema? Il risultato è una macchina amministrativa pubblica che ottiene solo una piccolissima porzione dell’efficienza possibile, solamente quando chi amministra e chi controlla fanno il proprio dovere con scrupolo e senza interessi di parte, facendosi guidare da una visione tesa a coinvolgere e migliorare le condizioni della collettività nel suo complesso, senza pensare a coltivare un rapporto privilegiato con alcune porzioni di essa.. Situazioni e qualità piuttosto rare. Tanto rare che quanto si è normalmente prodotto è pura inefficienza, spesso tramandata di schieramento in schieramento, e di schieramento in burocrazia, coperta ed autorizzata dalla legittimazione fornita dal meccanismo democratico costitutivo delle istituzioni.

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7 I costi della partitica chi li conosceva?

Molti osservatori e conoscitori della gestione condotta dai partiti parlano di un’enorme inefficienza.

Si tratta di valori che vanno ad incrementare ogni anno la gigantesca dimensione del debito pubblico accumulato nel tempo. Per coprire quel debito, arrivato ad essere oltre 1.800 miliardi di euro nel 2010, ed intorno a 1.900 miliardi di euro nel 2011, lo Stato deve emettere titoli che, rendendo un interesse per chi li compera, determinano un costo per gli italiani, che va ad aumentare il debito ogni anno di circa 70-80 miliardi di euro. Sono debiti che vanno in eredità ai cittadini che vivono questi decenni, e soprattutto ai giovani che vivranno i decenni futuri.

Il debito pubblico nel 2011 era circa il 120% del prodotto interno italiano, ma da tempo gli esperti e la Banca d’Italia ne avevano messo in luce la pericolosa dimensione. Ogni occupato con meno di 45 anni si trova ad avere circa 140.000 euro di debito pubblico sulle proprie spalle.[vii]

Esplosa nell’estate 2011, ma maturata in un lungo tempo, la crisi del debito pubblico italiano ha indotto il giornalismo a settimane di approfondimento sui costi della politica. Poi, il drammatico aggravarsi di tale crisi, ed i caotici tentativi di affrontarla da parte di una politica non credibile, hanno alimentato solo la logica degli scontri e degli schieramenti, rimettendo in secondo piano la questione di quanto costi la politica, o meglio, la partitica, distogliendo l’attenzione dal fatto che essa gestisca materialmente le risorse del Paese.

Ogni anno le cifre di tale costo vengono accuratamente analizzate dalla Corte dei conti, ma per molto tempo, nessuno, al di là di qualche attento giornalista, è riuscito a divulgarle con la giusta rilevanza, perché tutto doveva perdersi sotto al generale frastuono di tante altre inutili notizie, cosicché i sudditi potessero pensare ad altro.

Nessuno meglio di questi magistrati contabili sa così precisamente dove e come vadano spesi i soldi di tutti gli italiani, e dove stiano i nodi del gigantesco problema. Di sicuro non se ne cura la maggior parte dei politici che concorrono a spendere male o malissimo quei soldi. Probabilmente questi ultimi ritengono che il “primato” della politica non debba essere disturbato dai moniti e dalle valutazioni di quei magistrati, e che non sia necessario informare troppo i sudditi di cose che “faticherebbero” a capire. Meglio lasciare gli esperti nel chiuso delle loro stanze, fingere di ascoltarli una volta l’anno, e continuare a “fare” una sottospecie degenerata e distruttiva di politica: la partitica. In tal modo i “problemi”, anziché essere affrontati, rimangono sempre uguali lì dove sono, pronti a giustificare il perenne esistere dei partiti, e soprattutto il loro continuo dover “gestire“ il denaro pubblico.[viii]

Parlo di partitica perché la nostra democrazia, nei decenni della sua esistenza, ha prodotto poca  vera politica, poche idee sulla direzione da prendere e sulle scelte per migliorare le condizioni dei suoi cittadini. Moltissime energie ed un tempo infinito sono stati impiegati per alimentare un continuo litigio, dietro al quale c’è un’insaziabile brama di potere, soprattutto economico, per gestire un oceano di soldi, dispersi in migliaia di rivoli, col risultato che vengono sprecati dai partiti ad insaputa dei cittadini. E sprecati con ulteriore raggiro, cioè trovando il modo di farsi dare legalmente altri soldi, per sostenere il costo della propria inconcludente esistenza e della propria capacità di spreco, giustificandoli come rimborso elettorale. Quest’ultimo è il sistema legalmente illegale, escogitato per aggirare il referendum attraverso il quale nel 1993 i cittadini decisero di eliminare il finanziamento pubblico ai partiti.

Nel Referto del settembre 2009, con il quale la Corte dei Conti ha controllato le spese elettorali sostenute dalle forze politiche dal 1994 al 2008, emergeva che 579 sono i milioni di euro di spese dichiarate dai partiti, però 2 miliardi e 253 milioni di euro sono i contributi statali che i partiti si sono fatti assegnare dalla legge da essi approvata, ad insaputa dei cittadini: il 390% in più.[ix]

Nel giudizio sul Rendiconto generale dello Stato del 2008 il Procuratore generale della Corte dei conti affermava: “(…) se il finanziamento pubblico indiretto dei partiti tramite l’espediente dei rimborsi elettorali costa all’erario poco più di 200 milioni di euro all’anno, salvo scioglimento anticipato delle legislature, che comporta aumenti esponenziali di tali oneri (fino a quintuplicarli), l’ammontare totale dei costi indiretti della politica può essere stimato dai 3 ai 4 miliardi di euro, un quarto degli stanziamenti previsti da una legge finanziaria ordinaria. Con questi soldi pubblici si pagano gettoni, stipendi ed emolumenti ad un esercito di amministratori locali, manager pubblici, consiglieri e consulenti di istituti, scuole, centri, autorità, commissioni, enti, agenzie, comunità e società miste, non certo – salvo eccezioni – per la loro capacità professionale, le prove offerte sul campo, i risultati conseguiti o l’esigenza effettiva per la vita pubblica delle loro prestazioni, ma solo grazie a sponsorizzazioni politiche e per consolidare ed estendere la rete di potere clientelare dei partiti”. “I costi della politica, oltre ad incidere pesantemente sulla struttura della spesa pubblica, costituiscono un fattore decisivo di blocco del Sistema Italia, della sua competitività interna e della sua capacità di attrarre investimenti esteri.”.[x]

E ancora, in un altro punto di quella Relazione, lo stesso Procuratore generale della Corte dei conti affermava: ”(…) Il fenomeno della corruzione all’interno della pubblica amministrazione è talmente rilevante e gravido di conseguenze, in tempi di crisi come quelli attuali, da far più che ragionevolmente temere che il suo impatto sociale possa incidere sullo sviluppo economico del Paese anche oltre le stime (…), nella misura prossima a 50/60 miliardi di euro all’anno, costituenti una vera e propria “tassa immorale ed occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini.”

Forse queste cifre dovrebbero essere l’argomento centrale di un quiz televisivo nelle ore di maggiore ascolto.

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8 L’iceberg davanti alla nave Italia

Nonostante il clima di disinformazione da eccesso di informazione per molto tempo insistita su argomenti di secondaria importanza, nonostante il continuo litigio partitico o istituzionale che non ha aiutato a vedere lucidamente i problemi, i cittadini sono riusciti a farsi comunque un’idea di tutto questo.

L’idea che i cittadini si sono fatti è        quella di un iceberg distruttivo della democrazia, che se ne sta davanti alla nave Italia. Il problema è che non sono uniti, né in grado di far sentire la propria voce.

Attualmente i cittadini italiani sono milioni di soggetti obbligati ad essere isolati e divisi, impoveriti e spaventati dalla crisi economica e finanziaria, confusi e prostrati oppure furenti ma totalmente dipendenti dalle maglie di un “sistema democratico” che li obbliga a schierarsi su finte aggregazioni oppure a farsi ottundere.

Allo stato attuale, alcuni di loro sperano ancora in una motivazione a cambiare di qualche partito. Ma di tale motivazione appare solo l’ombra, poiché si esprime attraverso generici e gridati richiami alla moralità, ai valori di legalità, ai principi etici… bla, bla…, poi ogni partito, dopo la competizione elettorale, ritorna nei ranghi di una squadra contro l’altra per accedere ai luoghi dove si amministrano i soldi dei cittadini.

Quei luoghi, o posti, sono tanti: poltronissime, poltrone, poltroncine, tante sedie e sgabelli di prima, seconda e terza fila. E sono posti che possono indirizzare risorse e coinvolgere una gran quantità di soggetti, spesso esterni all’amministrazione ed ai partiti. A questi soggetti non interessa niente della politica, ma hanno ben chiaro in testa un solo riferimento: con i partiti si fanno gli affari, perché hanno il potere di gestire conferitogli da leggi mal fatte, e quelle leggi nessuno le può modificare se non i partiti. Quindi, bisogna stare a stretto contatto con le oligarchie dei partiti, di quelli che hanno il potere adesso e, indifferentemente, di quelli che lo avranno domani. Questi personaggi sanno che i cittadini non possono controllare né impedire tutto ciò. Dunque i cittadini vengono trattati come sudditi.

La drammatica difficoltà in cui si trova il debito pubblico ha spinto tutti i partiti a fingersi “cacciatori” di sprechi. L’intento è stato quello di far credere ai cittadini che le cose sarebbero cambiate. Ma è la logica a dirci quanto ciò sia impossibile, se il potere di gestione e d’influenza economica viene mantenuto nelle mani dei partiti. E’ una questione di sistema talmente malato in radice che non si può pensare che qualche taglio di posti o il contenimento di taluni costi, di auto blu, e d’altre amenità di questo tipo, possano andare ad incidere come servirebbe. Infatti si è trattato di provvedimenti a malapena utili a creare una parvenza, e ad alimentare altre ire dei cittadini. Siccome troppi sono gli interessi e troppo forte l’attitudine dei partiti a voler gestire ciò che non sanno gestire, per essi è stato indispensabile fingere di cambiare perché pochissimo cambiasse.

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9 Stiamo chiedendo ad un mostro di salvarci

Tra i costi della partitica non ci sono solo quelli della corruzione diffusa ed imperante e quelli dei conti pubblici pericolosamente insostenibili. I costi ed il modo di essere dei partiti dimostrano che essi non possono gestire correttamente le risorse pubbliche, ma solo produrre inefficienza, in molti casi convivere con l’illegalità, e troppo spesso impedire le possibilità e le libertà dei cittadini. Quest’ultimo è un costo non contabilizzato ma drammaticamente importante.

Inefficienza ed illegalità costituiscono gli impedimenti più grandi all’effettivo concretizzarsi, sia dell’articolo 41 della Costituzione, che prevede che “l’iniziativa economica privata è libera”, sia dell’articolo 3. Quest’ultimo stabilisce che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”; e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, i quali, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E’ ovvio che tutto questo non possa verificarsi come potrebbe e dovrebbe, perché sono i partiti e le persone che ruotano dentro ed attorno ad essi che, agendo arbitrariamente sulla base dell’enorme potere conferito dalla Costituzione, condizionano moltissimi profili economici ed amministrativi della società. Ne deriva un capillare e micidiale blocco che stravolge o impedisce le energie della società. Così, i cittadini che vogliano intraprendere, le donne, i giovani che abbiano talento e meriti, le aziende che intendano svilupparsi, non trovano la molteplicità di condizioni e di opportunità favorevoli, che invece devono esserci perché previste dalla Costituzione. Così il vincolo psicologico che viene creato dai partiti nei confronti dei cittadini, si traduce in condizionamento, in sottomissione alla prepotenza ed alla loro arroganza; diventa patologico ostacolo al progresso sociale e morale delle persone: l’ostacolo più grave che una società possa immaginare.

La società italiana è interamente e drammaticamente bloccata dal fatto che la politica che proviene dai partiti non può intervenire per affrontare la radice dei problemi del Paese, perché tale radice si trova proprio dentro i partiti. La società italiana è rimasta parzialmente feudale perché i partiti sono stati lo specchio delle sue storiche caratteristiche feudali e corporative. Attraverso i partiti la politica italiana è rimasta composta da migliaia di feudi ordinati secondo gerarchie, che rispondono ad una sola logica: spendere e condizionare un territorio per mantenere o conquistare un consenso.

I partiti sono la corporazione più forte, quella che ha sorretto e si è fatta sorreggere dalle altre corporazioni che compongono tali feudalità. Il decrepito dominio feudale dei partiti è la posizione che da decenni consente loro di accedere ad un ruolo deviato e dannoso alla società. Un ruolo che i partiti hanno svolto appoggiandosi su corporazioni e caste sorte in epoche passate, o su entità sviluppatesi in seguito, utilizzandole come dimensioni utili per mantenere il proprio consenso, finendo per ingessare l’intrico di interessi contrapposti conseguiti da queste condizionanti porzioni della società. I partiti ammalati di potere gestionale sono il parametro di misura di una società da essi tanto mantenuta divisa nella difesa di interessi di parte, da portare alla rovinosa compromissione delle libertà e dei diritti dei cittadini.

Così, proprio il soggetto che dovrebbe agire per i cittadini in forza del ruolo conferitogli dalla Costituzione, è la causa ed il primo colpevole della loro impossibilità di essere economicamente e socialmente liberi. Gli attuali partiti sono diventati un mostro che, abusando della Costituzione, tradisce lo spirito dei fondatori, inganna i cittadini, li vincola a rimanere passivi in cambio di favori, aggredisce e sequestra la democrazia.[xi] La condizione di aggressione e di sequestro determina un costo difficile da sottoporre a contabilità, e del cui pregiudizio non si vede fine, se i cittadini non intervengono.

Questo stato di fatto da un lato dimostra che non si può più consentire ai partiti lo strapotere di cui godono, dall’altro motiva l’urgentissimo attivarsi dei cittadini al di fuori di quei perversi contenitori, per determinare cambiamenti istituzionali così importanti da generare la liberazione di tutta la società.

Affermazioni simili si cominciano a sentire tra i lavoratori, gli imprenditori, i giovani o le donne, tra le persone che hanno un lavoro a rischio o un’attività indipendente, e anche tra chi non riesce a trovare un lavoro, pur avendo competenze e voglia di trovarlo o costruirlo.

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10 Qualcosa si è rotto. Ma serve l’astensione?

Va detto che da tempo qualcosa si è rotto nel meccanismo democratico italiano. Un bel po’ di informazione nel caos mediatico è passata. E poi ci sono le esperienze vissute sulla pelle di tanti cittadini, ed in quel caso non c’è bisogno di nessun’altra informazione per sapere ciò che brucia nell’animo. Sembra che tanti italiani comincino a non poterne più dell’impedimento a cambiare che deriva loro dai partiti. Solo che annaspano perché sanno di essere isolati, ossia deboli di fronte alla forza di un sistema “democratico”, che dota di legittimazione e potere coloro i quali abbiano una struttura di partito.

I partiti dovrebbero occuparsi delle esigenze dei cittadini. In realtà i perversi effetti del loro uso del potere sono fin troppo evidenti. Chi ne voglia abusare può nascondersi perfettamente e legalmente dietro la corazza protettiva di cui il potere è stato dotato.

Consapevoli del fatto che il sistema non si possa cambiare, finché perdurano queste condizioni, una quantità progressivamente crescente di italiani è andata verso l’astensione dal voto. [xii]

Dobbiamo chiederci: questa scelta porta a cambiare qualcosa o è solo la reazione silenziosa e frustrata di chi non trova alternative reali? Forse l’astensione è frutto della consapevolezza di aver sostenuto uno schieramento contro l’altro, un partito contro l’altro, un leader contro l’altro che hanno tutti deluso, illuso o consumato risorse, quindi è coscienza di aver aderito al disastro che adesso è sotto gli occhi di tutti. Forse, in parte, l’astensione è anche la scelta di chi spera ancora che i partiti si accorgano del vuoto dietro di loro e siano indotti a cambiare.

Ma poi, anche se a votare andasse una porzione sempre minore di italiani, perché questi partiti dovrebbero cambiare? Basterebbe un cambio di nome o di “classe dirigente”, l’introduzione di elezioni primarie o di nuove leggi elettorali? Molte persone dubitano che i partiti riescano a rinunciare al privilegio di una posizione che, comunque vada, è sempre invidiabile, immutabile e intoccabile. Siano stati al governo oppure all’opposizione, molti cittadini hanno visto l’abitudine dei partiti ad insediarsi in un contesto di spartizione di tutti o di una parte dei luoghi di potere, e di gestirli nell’ambito dell’oligarchia che domina ogni partito. E quell’abitudine potrebbe essere forte anche quando le risorse da spartire appaiono finite. Ecco spiegato, in alternativa all’astensione, il crescente interesse verso il movimento che si propone di “mandare a casa” la vecchia politica e i partiti che l’hanno creata in vari decenni.

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11 L’informazione schierata o di burro

 La spartizione è stata soprattutto economica, ma è avvenuta a partire da un’informazione schierata, soprattutto nelle televisioni, ambito decisivo per plasmare le menti dei tifosi, degli apatici e perfino dei silenziosi frustrati.

Anche qui bisogna distinguere, perché esistono i giornalisti e gli osservatori di pensiero indipendente, però per troppo tempo non hanno potuto emergere, perché limitati da un sistema che ha visto l’informazione, soprattutto televisiva e pubblica, lottizzata dai partiti che hanno bisogno di “guidare” il consenso presso il grande pubblico. Così molte analisi indipendenti sono rimaste nell’ambito dell’indagine importante che viene seppellita da una valanga di insistiti approfondimenti su tutto il resto, e dalle sceneggiate costruite ad arte da politici pronti a dare in pasto qualcosa di inutilmente nuovo su cui divagare.

Ma che giornalismo televisivo è stato quello che ha invitato come “ospiti” sempre le stesse facce partitiche? Anche se si stanno aggiungendo volti nuovi, per due decenni si sono visti sempre gli stessi personaggi.

Per molti anni si è assistito allo stesso schema contrappositivo, talora salottiero, talora da arena o mercato, avendo alle spalle una schiera di mani pronte ad applaudire le battute del proprio goleador. Sono state poche le intelligenti eccezioni. Tutto doveva essere sempre esasperato e ringhioso, per tenere viva l’attenzione sulle liti, per alimentare la tifoseria e la divisione, non per riflettere, cosicché nessuna energia poteva essere spesa per cercare di unire.

Si è assistito per lunghissimo tempo ad una sottospecie di informazione, una pappa imitativa di tanti programmi di grossolano intrattenimento, per fare spettacolo intorno ad una finta politica, oscillando tra il furbo giornalismo edulcorato e imbonitore, e il giornalismo d’opinione incapace di leggere e riflettere sulla gravità dei dati economici e finanziari. Si è narcotizzata l’intelligenza, tenendo viva l’attenzione su un inconcludente, falso, sempre uguale contraddittorio. Un sistema dell’informazione vergognosamente governato dai partiti che contavano, di tutti gli schieramenti, aveva la finalità di riprodurre la contrapposizione voluta. Vera o anche finta; fino ad imporla come ovvia ed inevitabile, fino ad indurre le menti a convincersi, come nei quiz a scelta obbligata, che non c’era un’alternativa al litigio degli schieramenti. In questo modo i cittadini erano costretti a rimanere fermi negli schemi, non potevano ragionare indipendentemente, erano obbligati ad aspettare, irretiti e passivi, oppure irosi e frustrati.

Per il civile approfondimento e la cultura un po’ più indipendente pareva non ci fosse mai abbastanza tempo. E se a qualcuno veniva in mente di costruirli, doveva avvenire solo nelle ore televisive di minore ascolto. E’ attraverso questo sistema che i cittadini non si sono potuti accorgere del disastro finanziario che stava per arrivare.[xiii]

L’informazione negli ultimi tempi è molto cambiata, perché nuovi soggetti sono riusciti a costruire importanti spiragli di autonomia dai condizionamenti politici, dando il via ad un crescendo quasi straripante di approfondimento. Ma per un tempo troppo lungo ha prevalso un’informazione di burro, nella quale il pensiero dei sudditi veniva fritto, per tenerli pronti a bere le successive puntate del serial “Apatia e frustrazione”, in alternativa a quelle della fiction “Sorrisi e conflitti”. A tutto vantaggio dell’oligarchia.

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12 L‘anima del mostro

Cos’è l’oligarchia? E’ l’anima del mostro partitico, è il potere che si concentra nelle menti di poche persone, nominate o “democraticamente” elette, spesso prive di competenza e qualità, ma dotate di un facile eloquio che cattura e porta consenso. Persone che si  riuniscono nel chiuso delle loro stanze, in un rituale di finte e unanimistiche decisioni, attraverso un apparato fatto di direzioni di partito nazionali, regionali, provinciali, comunali, senza che i cittadini possano sapere cosa e per quali reali fini decidano. L’oligarchia di ogni partito, in tutti gli ambiti nei quali si genera, riproduce gerarchie da matrioska, una dentro l’altra, cioè dai massimi livelli di governo nazionali fino al consiglio di amministrazione di un’azienda municipalizzata. Le oligarchie sono composte da pochi politici che si sostengono l’un con l’altro, talora giustificandosi e sorreggendosi attraverso un sistema di “idee”, ossia un’ideologia semplice o strutturata, più spesso attraverso una posizione anche finta, purché sia semplice, talora dura e gridata per apparire più forte .

Dopo la caduta del muro di Berlino le ideologie che avevano creato tante delusioni apparivano morte. Allora le oligarchie si sono riempite di demagogia, ossia di nuova retorica e di nuove false promesse, apparentemente vicine ai desideri, ai bisogni, ai sentimenti irrazionali degli elettori per meglio condurli dove si è voluto, e soprattutto per spingerli contro un nemico. La demagogia è diventata il principale strumento di cattura del voto; così molti tifosi sono passati dalla dipendenza dalle ideologie alla dipendenza da capi popolo travestiti da leaders. I capi popolo hanno fatto ricorso alle semplificazioni grossolane, ai comizi urlati, perfetti per esaltare il potere personale e carismatico, cercando il contatto diretto con i sostenitori attraverso gli slogan, le paure, l’ostilità verso qualcuno, i grandi proclami gridati, la creazione di continue distinzioni e differenze, tutti ingredienti di quell’atteggiamento che spesso viene chiamato populismo. Quest’ultima espressione viene utilizzata anche dagli stessi partiti per denigrarsi l’un l’altro, in realtà è la sintesi del nulla che si trova al loro interno, e che essi cercano di esorcizzare con la reciproca aggressione.

Le ideologie, le demagogie e il populismo sono serviti da paravento alle oligarchie per dividere i cittadini e catturarli, ma ormai s’è capito che sono maschere vuote di contenuti e di credibilità. Le maschere di tutti i partiti sono logore, e attraverso di loro il Paese non ha costruito alcuna idea positiva di sé; è rimasto solo a guardarle irretito e bloccato.

Le oligarchie possono giocare cooperativamente o combattere contro altre oligarchie, e litigare al proprio interno, per spartire e assegnare i posti del potere, secondo la quantità di voti che ogni partito è riuscito ad ottenere, facendo credere che poi si occuperà del Paese o dell’amministrazione di un singolo comune. In realtà, dopo ogni turno elettorale, i partiti saranno incontrastati gestori per conto proprio di uno stravolto ed inefficiente meccanismo democratico che, dai livelli nazionali ai livelli locali, ha ricadute nella vita e nel portafoglio di tutte le famiglie e le imprese italiane. Queste ultime dovrebbero essere trasparentemente informate, anche quando le scelte non ricadono direttamente su di loro ma determinino invece importanti conseguenze per chi fa politica. Ma dare ai cittadini un’informazione di questo tipo non conviene a nessuno dei partiti, né a destra, né a sinistra, né al centro, altrimenti metterebbero in discussione il loro stesso operato e si renderebbero tutti criticabili.[xiv]

Nel tempo, rispettando la forma delle leggi, o fingendo di farlo, senza che gli italiani potessero rendersi conto delle conseguenze di quanto accadeva, l’uso non trasparente dei loro soldi si è tradotto in arrogante sperpero che ha alimentato nuovo debito pubblico. Per ogni partito si è trattato di cercare di far arrivare il proprio turno, per accedere all’enorme giostra di luoghi di una spartizione incontrollata e legalmente giustificata. Qualora qualche politico avesse pensato di non volerla condividere, sarebbe stato isolato da chi sapeva come fare per servirsi del sistema legalmente illegale gestito dai partiti. Un sistema che obbliga alla logica del ‘tutti contro tutti’ nell’occupazione.

Quindi: “ tu che fai, non ne approfitti?” “Allora ne approfitto io.”

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13 Perché mai i partiti devono gestire?

A forza di protrarsi di decennio in decennio, nonostante i cambi di schieramento, la spartizione è stata realizzata più o meno sotto gli occhi di tutti, come fosse un fatto ovvio e indiscutibile, mentre la Costituzione non solo non determina obbligo alcuno di realizzarla, ma nemmeno la prevede. I costituzionalisti dedicano la vita intera a valutare bene cosa ci sia scritto nelle norme della Costituzione, per cui non voglio qui tentare complesse analisi che non so fare. Esprimo solo semplici valutazioni di cittadino che crede nella Costituzione, e nel fatto che i suoi articoli non siano inchiostro ma sostanza che deve essere applicata con cura, proprio per rispettare i cittadini.

La Costituzione non prevede esplicitamente che i partiti debbano “gestire” alcunché di economico.

Infatti l’articolo 49 stabilisce che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Riflettendo da cittadini sulle parole che compongono l’articolo, possiamo valutarne il significato.

La Carta costituzionale individua un diritto di tutti i cittadini ad “associarsi in partiti”: quindi intanto si deve partire dai cittadini, non dai partiti. Sono i cittadini che giustificano e motivano l’esistenza della Costituzione e di tutte le leggi che regolano la vita del Paese. E’ al soddisfacimento dei bisogni e degli interessi di tutti i cittadini che si deve guardare, per sapere se le istituzioni stanno agendo o meno correttamente. Poi si deve farlo in modo da verificare se l’azione dell’istituzione è efficiente nel perseguire l’obiettivo di curare quegli interessi. E se non lo è, non si dovrebbe restare inattivi a guardare una politica che continui a produrre effetti negativi.

Di fatto la “libertà” associativa, è diventata possesso esclusivo dei partiti e dei loro apparati. Questo elemento si è tradotto in una possibilità obbligata di essere tiranneggiati dal soggetto aggregativo partito, unico contenitore espressamente previsto e tutelato dalla Costituzione.

Da quella tutela, nel corso di decenni di storia repubblicana, si è passati ad un progressivo gonfiarsi a dismisura del peso dei partiti, fino ad arrivare al loro utilizzo delle leggi per abusare del potere economico implicitamente insito nel potere politico. Ne consegue che il rispetto del diritto dei cittadini, previsto dall’articolo 49, è solo formale: basti pensare all’estrema difficoltà di candidarsi in un partito senza subire il peso di chi lo comanda attraverso la piramide delle gerarchie e delle clientele che lo attorniano; alla raccolta di firme false nelle liste elettorali di partiti già esistenti; alla compravendita organizzata di voti; all’utilizzo dei denari pubblici da parte dei capi corrente per finanziare le lotte interne al partito, per condizionare così un “controllo” del territorio alterando il gioco democratico; alla difficoltà di far sentire una  voce che non sia allineata con un sistema dell’informazione pubblica totalmente monopolizzato e lottizzato dai partiti. E via di questo indecente ed illegale passo.

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14 I cittadini vogliono un rispetto profondo: di quello formale non sanno che farsene

Va sottolineato un punto perché non sfugga: il fatto che venga formalmente rispettato l’articolo 49 della Costituzione, non implica che siano stati rispettati i cittadini. Che invece è quanto essi vogliono, e ciò di cui hanno estremo bisogno la società e quel che resta della “democrazia” italiana.

Molti politici sono navigati maestri in quel rispetto formale della Costituzione e delle leggi, utile a giustificare comportamenti e gestioni che si traducono nell’esatto contrario, a totale insaputa dei cittadini.

Ma come può succedere?

Per realizzarsi autenticamente il “metodo democratico” necessiterebbe di trasparenza nelle azioni dei politici e dei partiti, altrimenti i cittadini, non essendo consapevoli di quanto viene realizzato o sperperato con le risorse che essi mettono a disposizione, non possono decidere a ragion veduta. Tutto ciò è lontano anni luce dalla realtà italiana, perché è l’oligarchia che stabilisce chi c’è nei partiti e chi li guida, chi gestisce i denari pubblici e per fare cosa. Essa non si vuole sottoporre a leggi o a controlli; né si mette in reale ascolto di ciò che vogliono i cittadini, ma, al contrario, sono i partiti che cercano di imporre ai cittadini i loro comportamenti, le loro non scelte, le loro infinite discussioni, il loro continuo sperpero. Tutto questo è ben diverso dal sostenere che, siccome si sono tenute le elezioni, allora il metodo democratico è salvo e rispettato. Quelle elezioni sono solo forma che nasconde e giustifica una montagna di inganni, una sostanza vuota di concretezza e di trasparente rispetto.

Da troppo tempo i partiti sono il contenitore attraverso il quale l’indegna politica si mostra fintamente rispettosa delle leggi. E’ un “rispetto” di facciata, spesso astutamente elusivo, o distorsivo, o creativo di norme finalizzate all’obiettivo di difendere il proprio interesse senza limiti. Niente che abbia a che fare con l’interesse dei cittadini ad essere consapevoli e uniti nel perseguimento di un progetto.

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15 Il vero centro della Costituzione

Cosa fare per contrastare quest’illegalità nascosta? Dovremmo sempre ricordarci che il vero centro della Costituzione sono i cittadini, non i partiti, né i politici.

Secondo la Costituzione i partiti dovrebbero essere strumento di libera associazione dei cittadini, ma i partiti ci hanno portato a pensare in modo distorto, condizionandoci e inducendoci ad un perverso sistema di totale e generalizzata dipendenza da loro; pertanto non dobbiamo seguire la loro, ma la nostra strada. Da cittadini.

Quindi, se i partiti fossero associazione non di oligarchie ma dei cittadini, se si mettessero in ascolto delle istanze di questi, se non impedissero loro di esprimere le proprie potenzialità, se non si riducessero ad agenzie di raccolta o compravendita di voti, se consentissero il controllo sui propri bilanci e sul proprio operato per vedere se cercano l’efficienza nelle scelte, se non alterassero l’informazione con una pesante influenza piena di conflitti d’interesse, se non sperperassero, se non consentissero gli illeciti interessi di soggetti esterni alla pubblica amministrazione, allora sarebbero autenticamente legittimati a concorrere a determinare la politica nazionale per cercare il bene comune. Oggi invece sono solo legittimati ‘di fatto’ e basta. In questo modo, moltissima parte della struttura democratica ed istituzionale, nelle snaturanti mani dei partiti assume il significato di una vuota forma che sa di falso, perché copre molti interessi che con i cittadini non hanno nulla a che fare.

La Costituzione nell’articolo 49 esprime la frase chiave: ”concorrere a determinare la politica nazionale”.

Si potrebbe intanto dire che “concorrere” significa correre insieme, dunque contribuire, prima ancora che convergere, accordarsi, o competere e gareggiare. Ossia è importante rilevare la necessità dell’andare insieme lungo un percorso di comuni decisioni, attraverso le quali consentire lo svolgersi e svilupparsi della vita del Paese. Le decisioni però richiedono un progetto che funga da guida per affrontare i problemi lungo il percorso e per indirizzare verso un traguardo al quale tendere. Ma quel correre insieme non può avere il significato di litigare furiosamente, per fare scempio economico all’interno della miriade di posti e luoghi nei quali si esplica il potere politico, perché così si sfasciano le basi della convivenza sociale e non si persegue l’obiettivo fondamentale di rispetto dei cittadini. Né la politica può essere credibile quando ad esprimerla sono partiti la cui capacità di sperpero ha fatto perdere significato ad ogni schieramento. Invece i cittadini assistono proprio a questo.

E’ proprio questa la traduzione concreta della “politica nazionale”, fino negli ultimi rivoli istituzionali. In quell’espressione sintetica, aperta ed ottimistica, che la Costituzione fa in fondo all’articolo 49, si concentra il nocciolo molle che sostiene tutto l’agire e l’essere dei partiti italiani, e di cui essi si sono ampiamente avvalsi per distruggere le risorse dei cittadini, le loro economie, la credibilità, la sostanza delle leggi e la tenuta istituzionale e morale del Paese.

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16 Il nocciolo molle

Dovremmo tralasciare le teorie, guardare alla realtà concreta, e considerare che le leggi non possono essere impiegate per finalità diverse da quella ultima, presente in tutti gli articoli della Carta costituzionale ed alla base della Carta stessa: il rispetto dei cittadini. Tutto viene da lì e tutto deve tornare lì; non formalmente, ma nella sostanza.

Nella Costituzione non è specificato cosa sia la “politica nazionale”, ma è piuttosto ovvio che in essa rientrino anche le scelte di natura economica. Siccome nella Costituzione la dimensione economica del potere politico non è esplicitamente definita e delimitata, i politici hanno potuto farne un’interpretazione amplissima. La più ampia possibile, e la meno discussa possibile. Di fatto quella dimensione si spinge fino a dove i politici decidono di volerla spingere. Così la dimensione economica del potere politico è accettata e basta, in tutte le sue declinazioni, fino a quella per molti di loro essenziale: la gestione diretta o indiretta.

Siccome quella dimensione è implicitamente accettata, viene addirittura imposta, mediante il rispetto formale di tutte le leggi, o abusando del potere conferito dalle leggi, aggirandole tutte. I peggiori politici sanno di poterlo fare perché abusano del silenzio dei cittadini. Gli altri politici, consapevoli dei mali del sistema, volenti o nolenti finiscono per accettarli, o perché ne sono comunque parte o perché sanno di non avere la forza per modificare alcunché.

Purtroppo null’altro è previsto, se non le inchieste della magistratura, per tutelarci dalla possibilità che la gestione della politica produca gravissimi danni. Ma ai cittadini, più che un difficile e circoscritto intervento quando siano già stati commessi, servirebbe una profonda e radicale tutela che prevenisse il verificarsi di disastri economici, anticamera di quelli finanziari.

Il silenzio e la non consapevolezza da parte dei cittadini, condizione possibile o ottenuta ad arte, condizionandone le menti, e offrendo loro la necessità del conflitto e della divisione, li obbliga a dipendere sempre dai partiti e a non poter mai vedere se essi nascondano altro. In tale contesto la gestione delle risorse pubbliche nelle mani della politica costituisce il punto più debole del sistema democratico. Forse la condizione è simile in molte (se non in tutte) le democrazie contemporanee, ma tale debolezza è enorme soprattutto in quella italiana.

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17 La domanda delle domande

Una domanda oggi appare fondamentale ed inevitabile: ha senso o no verificare se la gestione delle risorse pubbliche si traduca in efficienza?

La questione è cruciale anche perché si fa un gran parlare di costi e di efficienza della macchina amministrativa, e lo si fa guardando soprattutto all’attività dei pubblici dipendenti. Quello è solo un lato della medaglia. Probabilmente c’è un’enorme efficienza da conseguire lì, e forse proprio attraverso il coinvolgimento di quelle persone, motivandole a grandi miglioramenti che esse stesse potrebbero volere. Invece non appare mai l’altro lato della medaglia. Quello veramente fondamentale. Quel lato non può apparire, perché troppi dei politici che si trovano dentro ai partiti tutto vogliono tranne che sia verificato il proprio modo di “gestire” il denaro pubblico. Così spostano la vera origine del problema, e per farlo meglio usano la grancassa, costringendo ad uno schieramento pro o contro pseudo riforme concernenti l’attività dei pubblici dipendenti. E così tutti i cittadini sono obbligati dai partiti e dai loro megafoni mediatici a dimenticare dove stia il punto.

C’è un enorme problema, origine di tutto, ed è divenuto insopportabile. E’ l’altissimo grado di inefficienza della politica che esce dagli attuali partiti.

I partiti e molti dei politici che in essi navigano, autentici mostri, onnipresenti, inamovibili e parassitari, gravano con il loro gigantesco peso in tutti gli ambiti della vita della nazione. In queste condizioni, tra le più gravi nei paesi occidentali, l’Italia non va da nessuna parte, né può trovare soluzione ai suoi problemi attraverso gli schieramenti. Aggregazioni capaci di mutare pelle e perpetuarsi attraverso decenni di continua divisione non possono avere un progetto unificante per l’Italia del futuro, perché continuano a disegnare interessati scarabocchi su un’Italia che vogliono frammentata ed ingessata in un decrepito presente.

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18 Il morto non è sepolto

Quello che cercherò di scrivere non costituisce una qualunquistica sentenza contro i partiti, né uno tra i tanti sfoghi contro la miseria morale di alcuni politici. Ritengo invece sia un punto cruciale dal quale partire per esporre alcune proposte.

Agli occhi della maggioranza silenziosa, frustrata o arrabbiata dei cittadini appare chiaro il dramma in cui si trova il Paese. Le faticose esperienze di tante esistenze, le gravi incertezze nel proprio lavoro e nella propria impresa, le difficoltà economiche e sociali delle famiglie, sono dimostrazioni dell’impedimento di fondo al progredire civile, conseguenza dei disastrosi risultati realizzati dalla politica nelle sue decennali gestioni del Paese. E’ così chiaro che, per questi milioni di persone, è totalmente finita la politica che può permettersi di dire tutto ed il contrario di tutto; la politica delle facili promesse, degli scontri gridati, del tempo sprecato e dei fiumi di denaro rubato o buttato. Per quella silenziosa maggioranza adesso c’è solo il tempo dell’efficienza visibile, toccabile, non propagandata. Tutto il resto che viene dai partiti è finito; è morto.

Il morto però non è sepolto. E di tutto quel morto non sepolto, potentissimo ed arrogante, che ancora domina e vuole dominare incontrastato dentro ai partiti, la silenziosa maggioranza dei cittadini non vuol più  sentire nulla. Né se proviene dalla sinistra, o dalla destra, o dal centro.

Dietro a quegli schieramenti la silenziosa maggioranza dei cittadini vede altro. Anche se le risorse sono finite, le notizie provenienti dalla cronaca giudiziaria e dalla contabilità degli illeciti inducono i cittadini a pensare una cosa: i partiti sono accomunati dal fatto di cercare il voto per continuare a comportarsi come si sono comportati finora. I cittadini stentano a fidarsi anche dei “giovani” che scalpitino nei partiti proponendo cambiamenti e nuove formazioni, perché immaginano che la scuola dalla quale provengono abbia lasciato un segno troppo forte. Cosicché dopo la disponibilità a sperperare rimane quella a dividersi.

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19 Allora seppelliamolo

La silenziosa maggioranza è talmente nauseata che potrebbe ancora attivarsi e reagire solo se trovasse una proposta, un progetto di coesione e non una protesta, solo se la proposta, oltre a non provenire dalla vecchia politica, sottoponesse ad un cambiamento totale anche chi fa la proposta, e se in cima alla proposta ci fossero efficienza, trasparenza e rispetto dei cittadini.

L’efficienza della gestione e la trasparenza delle scelte determinerebbero un effettivo rispetto dei cittadini, proprio ciò che oggi manca.

I numeri della corruzione evidenziati e commentati ogni anno dalla Corte dei conti, le cifre dei conti pubblici analizzati dalla Banca d‘Italia o esposti dall’Istat, pur essendo faticosamente emersi dopo un lungo frastuono disinformativo, sono esplosi per effetto della crisi del debito pubblico, e ormai girano, drammatici ed insopportabili, nella mente dei cittadini. Gli attuali partiti non hanno alcuna possibilità di presa contro questa consapevolezza.

Quei numeri e quei fatti non consentono più a nessun politico il lusso di parlare di scelte pubbliche, continuando ad esprimersi e ad agire con la disinvoltura utilizzata fino a poco tempo fa. I modi di gestire che hanno determinato lo sperpero, la presenza delle stesse persone che calcano la scena politica da decenni, rendono inverosimile pensare che le nuove figure che saranno presentate  dai partiti possano improvvisamente liberarsi delle non trasparenti e parassitarie logiche utilizzate fino a ieri. Nessuno di quei milioni di appartenenti alla silenziosa maggioranza dei cittadini li può più seguire tanto facilmente.

Per quella maggioranza i partiti della finta politica sono morti. Resta il problema di cosa e come fare per seppellire questi morti che non vogliono scomparire.

Serve un progetto ed una prospettiva per costruire un’Italia autenticamente nuova. Passo passo proverò a dire cosa penso si possa fare da cittadini.

Per il momento, alla domanda che tutti ci poniamo “come può nascere una nuova politica? Come si fa a togliere corruzione ed illegalità?” rispondo: con nuove regole che tolgano la gestione alla politica; con tanta cultura, in particolare della legalità; con tanti giovani che prendano il meglio dei genitori e dei nonni, evitando di barattare la libertà con la difesa degli interessi di parte. E soprattutto con tanta volontà, che potrebbe esplodere in tutto il Paese e contagiarlo positivamente: volontà di unirsi e di cambiare.

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20 Il disastro dietro l’angolo

Per capire meglio su quali aspetti i cittadini potrebbero intervenire, provo ad approfondire l’osservazione degli elementi che ritengo più critici.

Essendo impossibile per gli schieramenti realizzare la costruzione di un progetto unificante, e non volendo sottoporre essi stessi ad un cambiamento, dentro i partiti e attraverso di essi si è costruito il degrado delle istituzioni. In realtà il degrado è dentro i partiti perché, pur essendo espressione della società, se essi non consentono alla società di evolvere, finiscono per esprimere soprattutto la parte peggiore di essa, solo le energie meno positive, e le uniche strade che sanno costruire sono falsa legalità e sperpero che si autoriproducono. Sono strade che conducono allo sfascio.

I partiti salgono alla guida di tutte le istituzioni che sono organi o amministrazioni dello Stato e in tutte le loro articolazioni, impersonandole attraverso politici che ciascuna oligarchia partitica decide di portare ai ruoli voluti, dopo furiose battaglie per le poltrone. Le battaglie si traducono, a cascata ed in mille rivoli, in ciò che più conta e che tutti i partiti vogliono: il potere di avere influenza nella miriade degli ambiti che hanno valenza economica.

La loro presenza determina costi pazzeschi dal centro alla periferia dello Stato, in molti casi anche danni all’immagine ed alla tenuta delle istituzioni, e soprattutto danni alle risorse, ai diritti dei cittadini, alle loro attività, alle imprese, al futuro del Paese. Ciò consegue dal fatto che i partiti, spesso non direttamente, e seguendo gli opportuni accorgimenti formali, intervengono nella nomina di presidenti di enti, consigli di amministrazione, manager di qualsiasi grado, consulenti, finendo per determinare o condizionare le spese e le finanze di tutti gli enti pubblici o a partecipazione pubblica, talora arrivando ad interferire sugli appalti nonostante vi siano norme che dovrebbero preservarli da illecita influenza e determinazione, o perfino inventandosi di creare enti, società e strutture che abbiano carattere privato, apposta per sfuggire alle norme prestabilite per il controllo della gestione nella pubblica amministrazione.

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21 La grande “gestione”

Ho detto che la Costituzione non prevede esplicitamente un obbligo di diretta né indiretta gestione economica nelle mani dei partiti, però quell’obbligo essi se lo sono autoattribuito, attraverso il potere politico che incorporano, ed i cittadini lo hanno accettato, alcuni beneficiando, la maggior parte subendo le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Il grandissimo problema che i cittadini hanno di fronte è questo: la gestione di un potere economico, enorme e capillarmente diffuso, se lasciata nelle mani sbagliate, può determinare disastri per una società. Non servono studi per capirlo.

Forse i costituenti non immaginavano cosa sarebbe stata la società italiana molti decenni dopo di loro. Forse, ottimisticamente fiduciosi verso le persone che sarebbero andate ad associarsi nei partiti per determinare la futura politica, speravano che le deviazioni dal rispetto delle leggi, ossia dalla trasparenza, dall’imparzialità e dalla rispondenza al bene comune, sarebbero state poche e facilmente controllabili attraverso il funzionamento del sistema previsto dalla Costituzione. Probabilmente ritenevano che sarebbe stata molto bassa la possibilità di mala fede, di inganni, di perseguire interessi diversi da quelli manifestati dalle esigenze dei cittadini. Quindi tutto poteva funzionare; bastava seguire la Costituzione e concorrere a determinare la politica nazionale.

Il fatto è che non è andata così. Per niente.

E oggi il problema c’è. Ed è enorme.

Una cosa è certa: i partiti hanno fatto (guarda caso) una sovrapposizione implicita tra il potere di indirizzo, di progetto ampio che essi potrebbero esprimere, ma per loro incapacità non esprimono, ed il potere di gestione e d’influenza economica connesso con le funzioni proprie delle istituzioni, ossia degli organi e delle amministrazioni dello Stato, di tutte le loro emanazioni e di ogni ente pubblico. E l’hanno fatta scavalcando tutte le leggi alle quali invece sono mal sottoposti i cittadini.

Cosa si dovrebbe fare per cambiare questa situazione? E chi dovrebbe intervenire visto che degli attuali partiti non ci possiamo fidare, e visto che non possiamo sperare nel fatto che riescano a mettersi d’accordo per un solido progetto unificante?

Servirebbero leggi che stabilissero precisamente i criteri di efficienza, gli strumenti di verifica dell’ottenimento dell’efficienza, le modalità di selezione dei ruoli al vertice di ogni gestione; norme che richiedessero la competenza ma soprattutto l’indipendenza di tali figure, in modo da avere le maggiori garanzie che non c’entrino nulla con la discrezionalità totalmente inefficiente dei partiti.

In realtà, esistono le norme che stabiliscono funzioni, poteri e doveri dei pubblici funzionari, ma i politici che sono dentro ai partiti si sono ben guardati dal coinvolgere essi stessi in quelle norme ed in qualsiasi provvedimento che riguardasse l’efficienza. Lo hanno fatto sostenendo la necessità di una presunta superiorità della politica su tutto, leggi comprese, ed in molti casi con l’arroganza di voler dimostrare la propria capacità nel gestire le risorse pubbliche. Hanno fatto quella scelta perché non conveniva sottoporsi né alle leggi, né all’efficienza, e, visto che potevano, hanno deciso che andava bene così.

Al di là delle manfrine che ogni partito propone come origine dei mali che esso avrebbe individuato, questo è il vero enorme nodo che mette in crisi il sistema “democratico” italiano.

Se avessero voluto, i partiti avrebbero potuto emanare leggi che precisassero e delimitassero tutto ciò, o almeno rispettare quelle che esistevano. Ma non lo hanno fatto. E si sono tenuti ben stretta la polpa implicita, la gestione, l’enorme potere di nefasta influenza economica, svincolato da qualsiasi controllo, così da mantenerlo indistintamente confuso con il potere politico. Ciò è avvenuto senza preoccuparsi di non essere in grado di produrre gli effetti più idonei sui conti pubblici, né sull’efficienza del sistema, quindi senza considerare se ciò andasse nella direzione di rispettare i cittadini, legittimi interessati a tali esiti.

Ma quale “gestione” esce dagli atti e dalle consuetudini della politica? E’ un coacervo mostruoso e disastroso, difficile perfino da definire, lontano anni luce dalle peggiori scelte realizzabili da una pessima azienda privata. La sua mostruosità non deriva tanto dal fatto che la dimensione gestionale dello Stato sia enormemente più complessa di quella di una grandissima azienda privata, quanto dal fatto che i detentori di questa gestione, i partiti, non seguono alcuna regola che abbia lontana parvenza di razionalità ed efficienza, poiché nessuna vogliono seguire.

L’attuazione di quella “gestione”, così come viene svolta in tutti gli schieramenti da un personale politico spesso di mediocre qualità, nonostante talora si fregi di titoli e competenze, si traduce nell’azzuffarsi furibondo, continuo e sotterraneo; nel cercare inefficienti compromessi e veti incrociati per suddividere tra i contendenti gli spazi gestori disponibili; nel creare battaglie di logoramento quando le spartizioni lasciano insoddisfatti gli appetiti; nell’ingaggiare schermaglie di interposizione, fino alle prossime designazioni, spesso per impedire che l’incaricato possa operare e dimostrare d’aver ottenuto un risultato; nel costruire infiniti discorsi per motivare cose che sarebbero ovvie ai bambini; nello sproloquiare di argomenti che non si conoscono e non si vogliono approfondire per colpevole ignoranza e arrogante supponenza; nel rimanere seduti in uffici di una rappresentanza incapace di concretezza; nel tessere un crescente numero di relazioni per influenzare senza voler incidere in nulla; nel nominare a ruoli di responsabilità gestionale figure arroganti, abituate a costruire clientele, incapaci di qualsiasi efficienza ma fedeli al proprio orientamento; nel “produrre” un’infinita quantità di atti, “interventi”, delibere, disegni di legge, progetti che dopo tanti dibattiti cadono nel nulla o si contrastano a vicenda; nel costruire finte scelte di indirizzo contraddittorio e confliggente, ognuna fuori da un razionale e trasparente controllo sui costi, perché tutte sottoposte al filtro e al controllo della discrezionalità partitica; nel determinare interferenze ed impedimenti selettivi all’attività pubblica o alla libera concorrenza dei privati; nel non avviare le scelte di controllo razionale; nel contornarsi di consiglieri, finti consulenti e faccendieri che talora riescono perfino a ricattare e abusare; nel creare corsie preferenziali per alcuni soggetti, che possono così godere di privilegi o di un ombrello protettivo anche per conseguire finalità illecite; nell’evitare di effettuare scelte che possano andare a modificare equilibri o posizioni vantaggiose per una porzione di cittadini, quindi ricreando sempre una visione conflittuale e spezzata del Paese, che non può mai procedere nella direzione di un suo complessivo rafforzamento.

Nonostante il fatto che gli episodi di buona amministrazione non manchino, il prevalere di realtà inefficienti, e l’elefantiaca dimensione della politica all’interno di tale inefficienza, fanno capire che questo è il quadro di un disastro che pregiudica la democrazia. Un  disastro che si perpetua, e quindi, nonostante le idealistiche richieste di “buon andamento e imparzialità” della pubblica amministrazione, provenienti dall’articolo 97 della Costituzione, obbliga chi osservi la realtà delle cose a disperarsi vedendo che, attraverso i partiti e molti dei loro politici, in Italia prevale l’esatto contrario della buona amministrazione.

Non è esagerato affermare che, mentre l’articolo 1 della Carta costituzionale prevede che “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione”, si può dire che tale sovranità è stata sequestrata dai partiti, i quali l’hanno detenuta nel comodo profilo da essi stessi imposto, andando ben al di là di quanto previsto dalla Costituzione, e perfino contro di essa: limiti che hanno imprigionato il modo di pensare e condizionato l’esistenza dei cittadini e delle loro economie. Ma, come dirò oltre, una volta tradottosi in fragilità finanziaria, il disastro gestionale italiano ha indotto una inadeguata, divisa e inaffidabile classe politica a portare il Paese ad un ulteriore passo negativo: subire le pressioni dei Paesi europei più forti, fino all’approvazione di un drastico percorso di ventennale rientro del debito; un percorso a costosissime tappe forzate che calpesta quel principio di sovranità e mortifica la possibilità di approdare convintamente all’Europa.

Un percorso del quale la politica non ha dato alcuna informazione ai cittadini.

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INDICE

VAI AVANTI AL:

Capitolo 2) ITALIA. DOVE POSSIAMO ANDARE

 Capitolo 3) ITALIA. COME POSSIAMO FARE?

 Capitolo 4) UNA PROPOSTA PER UNIRE I CITTADINI FUORI DAGLI SCHIERAMENTI

(PARTE SECONDA)

Capitolo 5) I RISCHI DI UN’EUROPA  SENZA POLITICA

Capitolo 6) I RISCHI DI UNA FINANZA SENZA REGOLE

Capitolo 7) I RISCHI DI ECONOMIE SLEGATE DAI VALORI DELLE SOCIETA’

 Capitolo 8) LA CRISI DELL’OCCIDENTE E DELLE SUE DEMOCRAZIE

Capitolo 9) LA RIGENERAZIONE:  LA CONDIVISIONE DI REGOLE PER LE LIBERTA’ ED IL BEN  ESSERE

APPENDICE SULLA CORTE DEI CONTI

Nota sul metodo.


[ii] llvoDiamanti, Fabio  Bordignon,  Luigi Ceccarini, Ludovico Gardani, Natascia Porcellato,  nel Rapporto Gli italiani e lo Stato.  Gli italiani e  lo Stato  2011,  indagine Demos &  Pi per La Repubblica, nel  sito http:// http://www.demos.it/a00671.php.

[iii] Vladimiro Polchi, Più di un milione di persone a libro paga della politica spa; tre miliardi per le consulenze, La Repubblica 18.7.2011.

[iv] Guy Dinmore, National disunity is the talk of the day, Financial Times, 22.9.2011 consultabile online  nel    sito http://www.ft.com/intl/cms/s/2/5fc3b182-e3a1-11e0-8990-00144feabdc0.html#axzz1YmIhh5yM.

[v] Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili, Rizzoli 2007. Antonello Caporale Impuniti, Storie di un sistema incapace, sprecone e felice, Baldini Castoldi Dalai 2007. Cambiare la politica, fermare il declino, tornare a crescere, manifesto pubblicato sul sito fermareildeclino.it dall’Associazione Lavoro e Impresa per le libertà economiche.

[vi] Francesco Merloni, Distinzione tra politica e amministrazione e spoils system, nel sito http:// http://www.unipg.it/scipol/tutor/uploads/merloni.doc.

[vii] Tito Boeri, Servono altri sette anni per uscire dalla crisi, Il Giornale di Vicenza, 30 marzo   2011, http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Interviste/239591_servono_altri_sette_anni_per_uscire_ dalla_crisi/.

[viii] Si veda la Memoria scritta del Procuratore generale Furio Pasqualucci nel giudizio sul Rendiconto generale   dello  Stato esercizio  2008  ; disponibile nel   sito della Corte  http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/documenti_procura/giudizio_di_parifica/giudizio_parificazione_2008_memoria_scritta_pasqualucci.pdf) pag 226, relativamente al paragrafo ”I costi della politica”.

[ix] Si veda il Referto della Corte dei conti, Collegio di controllo sulle spese elettorali a pagina 179 nel   sito      della     Corte http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/controllo_spese_elettorali/delibera_cse_9_2009.pdf

[x] Così a pagina 227 della Relazione citata, che continua:”(…) per quanto concerne poi le società pubbliche, nelle loro diverse tipologie, resta inattuato l’art. 23bis della stessa legge 133/2008, rilevandosi, anzi, una loro notevole crescita.

In un apposito convegno presso la Luiss del 13 maggio u.s., alcuni studiosi si son chiesti come mai “questa politica del gambero” dell’azionista pubblico? La risposta del giudice costituzionale Sabino Cassese è stata che, dietro il proliferare delle società pubbliche “non ci sono oscuri disegni, ma l’appeal di posti in organico” e anche le poltrone nei consigli d’amministrazione. Non c’è dubbio, comunque, che negli ultimi anni, in special modo nell’ambito del governo regionale e locale, si è assistito al nascere di forme societarie sofisticate “al fine di una gestione clientelare e partitocratica del consenso: questo implica, da un lato, una utilizzazione meno efficiente delle risorse, parte delle quali sono dirottate sui costi della struttura; dall’altro, la gestione clientelare del potere politicoamministrativo, perché gli organi di governo di tali società (e posti di lavoro) sono decisi in base a logiche di appartenenza partitica” (vedi relazione di accompagno alla proposta di legge sopra indicata del maggio 2008). Inattuato, ancora, risulta l’articolo 23 bis della più volte citata legge 133/2008, relativo al cosiddetto “capitalismo municipale”, in ordine al quale è previsto l’affidamento con gara di tutte le gestioni dei servizi pubblici locali, con azzeramento, a decorrere dal 1° gennaio 2011, di tutte le società pubbliche “in house”: il previsto regolamento attuativo, che (doveva essere varato entro il 16 febbraio scorso) infatti, stenta a vedere la luce.”

[xi] Carlo Carboni, La società cinica. Le classi dirigenti italiane nell’epoca dell’antipolitica, Laterza, 2008.

[xii] Natascia Porcellato Partiti, Democrazia, Riforme, XII Rapporto Gli Italiani e lo Stato 2009, realizzato da Demos & Pi su incarico del Gruppo L’Espresso.

[xiii] Demos&Pi, Osservatorio di Pavia, Fondazione Unipolis, Report I/2011, La sicurezza in Italia e in Europa. Significati, immagine, realtà, disponibile nel sito di Demos&Pi.

[xiv] Già Gaetano Mosca in Elementi di scienza della politica, 1920, riteneva che la democrazia fosse un’utopia, un’idea per legittimare e mantenere un potere che è sempre in mano a pochi.

Max Weber riteneva che il parlamento fosse il luogo in cui emergono i migliori, e che da quelle élites uscirebbe il leader dotato di carisma a cui si sottomette emotivamente e non razionalmente il popolo. Angelo Panebianco, nel suo Il potere, lo stato, la libertà. La gracile costituzione della società libera, Il Mulino, 2004, ha esaminato gli aspetti che hanno determinato la distanza esistente tra le promesse delle dottrine liberali ed il limitato livello di libertà concretamente determinatosi nella società.

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