Capitolo 2) Italia. Dove Possiamo andare

22 Un profondo Cambiamento istituzionale per nuove regole gestionali

La necessità di un totale cambiamento che impedisca al mostro istituzionalizzato dei partiti di continuare a compiere disastri gestionali, è una grandissima priorità per l’impegno e la volontà dei cittadini. Quindi fino a quando tra di essi non emergerà una nuova volontà politica, capace di costruire unione e reale Cambiamento, motivata ad affrontare i nodi in profondità, il Paese rimarrà inevitabilmente vittima della divisione utile alla spartizione gestionale o alla distruzione delle risorse che rimangono.

Cominciamo allora a valutare se un profondo Cambiamento si potrebbe fare.

Qualcuno potrebbe dire che il potere politico da sempre è stato interpretato come connesso con il potere economico e finanziario, e quindi è per questo che nella Costituzione non si trova esplicitata una indicazione che scinda la responsabilità di individuare il progetto di società dalla sua gestione. A questa obiezione rispondo che invece i cittadini devono andare oltre un’interpretazione che è stata comoda e utile per i partiti, ma che ha visto i primi obbligati a subirne le amare conseguenze. I cittadini devono costruire una loro forza indipendente dagli attuali schieramenti. Una forza che li unisca e introduca nuove regole per separare la politica dalla gestione delle risorse.

L’introduzione di tali nuove regole potrebbe prevedere che i partiti non abbiano più possibilità di intervenire nella gestione economica diretta o indiretta, né di nominare figure di rilievo economico, né di influenzare gli ambiti economici di cui gli appalti sono l’espressione più macroscopica. Tutti i partiti, compreso quello creato dai cittadini che si unissero fuori dagli schieramenti esistenti, dovrebbero essere sottoposti all’obbligo di conseguire l’efficienza, in modo da farlo divenire il punto di riferimento da applicare nel progetto di società e in tutte le amministrazioni che utilizzino le loro risorse[i]

Se ai partiti fosse sottratta ogni possibilità di intervenire nella gestione, il loro ruolo diverrebbe realmente quello di discutere le scelte e gli indirizzi generali che riguardano il Paese, essendo obbligati a non mettere le mani nelle risorse. La gestione vera e propria dovrebbe essere realizzata da esperti indipendenti dalla politica, i quali siano selezionati da un organo anch’esso indipendente da quest’ultima, secondo procedure che garantiscano l’indipendenza assieme all’imparzialità ed alla competenza, sottoponendoli ad un controllo sui risultati conseguiti, indirizzandoli al continuo conseguimento dell’efficienza ed alla ricerca di livelli sempre più alti della stessa.

Qui serve una brevissima riflessione sul concetto di efficienza, per non continuare a darlo per scontato, e per vedere che si tratta di qualcosa di molto più preciso ed importante di un auspicabile e vago buon andamento. Per farlo utilizzo un esempio, anche se semplifica moltissimo.

Pensiamo ad un condominio che voglia spendere bene i propri soldi. Posto che l’assemblea del condominio sia unita nell’individuare i problemi e gli obiettivi di gestione, e sapendo che l’anno precedente ha speso 100, cercare l’efficienza gestionale nella conduzione significherebbe metterlo in condizione di impiegare al meglio le risorse di cui dispone. Ciò comporterebbe il fatto di pretendere dall’amministratore l’eliminazione mirata degli sprechi che si siano verificati in passato, e l’impegno nel conseguire un programma che cerchi di arrivare a spendere per esempio 99, mantenendo o migliorando la qualità dei servizi, e soddisfacendo il più possibile le esigenze di tutti i condòmini. Siccome la riduzione degli sprechi e la qualità dei servizi sono interesse di tutti, chi amministra dovrà impegnarsi a controllare che i risultati voluti siano ottenuti, e che siano ulteriormente migliorabili l’anno successivo. I condòmini dovranno controllare il gestore, sia durante, sia dopo l’esecuzione dei lavori, per dirgli in cosa quella gestione è andata bene, cosa deve fare per migliorarla, ossia per cercare di avere 99 come riferimento per l’anno successivo, e possibilmente arrivare a spendere 98.

Come risulta evidente, i presupposti dell’efficienza sono il fatto che i condomini riescano ad unirsi, e che lo stesso amministratore voglia unirli per aiutarli a conseguire l’obiettivo.

Se dal condominio torniamo al Paese reale, e consideriamo che, anziché un amministratore, abbiamo dei partiti e dei politici, i quali, intralciandosi gli uni con gli altri, obbligano i cittadini alla divisione proprio per arrivare ad una gestione fatta di sperperi diffusi in tutti gli schieramenti, vediamo facilmente dove emergano i problemi. Da questo punto di vista si può dire che l’Italia è stata un condominio tra i peggio gestiti. O tra i peggio non gestiti.

La sottrazione del potere di influenza gestionale dalle mani dei partiti configurerebbe una situazione in cui, sia il rispetto dei cittadini, sia il sistema di regole di governo e di utilizzo delle risorse di tutti, sia la trasparenza, sia l’indipendenza dei gestori dai politici, sia il controllo sui risultati della gestione indipendente, sarebbero sempre al centro del sistema democratico.

Sto descrivendo qualcosa che al momento sembra fantascienza, ma non si tratta di fantasia, né di utopia; piuttosto ritengo che non ci sia più il tempo per permettersi il lusso della perplessità, della superficialità, dello sconforto, o del qualunquismo. Ritengo che uscire da queste pieghe di debolezza del nostro pensiero, e di ripiegamento nella schiavitù creataci dai partiti, sia un’assoluta necessità, l’ultimo segno di capacità di riscatto e di orgoglio da parte dei cittadini.

Se i cittadini vogliono liberarsi da decenni di interessata convivenza o di pigra sottomissione ai partiti, devono trovare il coraggio di unirsi per puntare ad un Cambiamento molto forte.  Chi pensa possa trattarsi di un’utopia irrealizzabile, può attendere i trasformismi dei partiti, continuare a vedere la distruzione delle ultime risorse, e farsi convincere dagli altisonanti proclami dei nuovi leaders sulle magnifiche riforme che dovrebbero cambiare qualcosa, ma che in realtà lasciano invariati i nodi di fondo.

Non si deve pensare all’efficienza come a qualcosa dal significato freddamente contabile, poiché solo dentro all’efficienza c’è anche la possibilità di rispondere con umanità alle molte concrete esigenze dei cittadini. Senza un Cambiamento gestionale e senza regole per ottenere l’efficienza c’è la certezza del disastro, e di fronte ad esso ben poco possono l’eventuale buona volontà di alcuni corretti amministratori.

Quindi sto dicendo che serve un Cambiamento in radice. Potente ed urgentissimo.

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23 Le motivazioni del grande Cambiamento

Le motivazioni di un simile Cambiamento istituzionale potrebbero essere molte.

La prima è che, nella storia repubblicana, ma non solo in essa, l’esplicitarsi del potere politico si è sempre accompagnato al rischio della mala gestione o dell’abuso del potere economico di cui disponeva. Volendo restringere molto il periodo storico a cui fare riferimento, le inchieste degli anni ‘90 intorno a “tangentopoli” lo dimostrano chiaramente; mentre le tante successive indagini sulle corruzioni segnalano che la grande questione di una disastrosa gestione ha mantenuto o addirittura accentuato la sua gravità nel tempo.

C’è un secondo motivo. Il meccanismo democratico prevede che, se i cittadini non condividono un programma o una politica, possono sanzionare i partiti che ne sono espressione, attraverso il proprio voto. Questo meccanismo purtroppo non basta. Anzi è totalmente insufficiente in radice. Infatti, se la corruzione è diffusa in tutti i partiti, a nulla serve la loro competizione. Inoltre, siccome una politica libera da vincoli che la obblighino a rispettare le leggi, è maestra nell’ingannare la consapevolezza dei cittadini, anche qualora i partiti cercassero di “selezionare” la propria classe dirigente, cosa che già adesso ritengono di fare, avremmo solo una parziale correzione del problema, perché saremmo sempre esposti al rischio del manifestarsi di abusi nel tempo, senza sapere nulla di ciò che accade dentro ai partiti.

Pure una legge elettorale che consenta di scegliere i candidati, o il federalismo fiscale, sebbene in linea teorica forniscano garanzie di maggiore controllabilità per gli elettori, in realtà non escluderebbero i partiti dalla possibilità di una gestione interessata ed incompetente.

In una democrazia poverissima di regole per i partiti, la “soluzione” cercata dalla politica finisce sempre per riportare tutto nella discrezionalità dell’oligarchia che governa i partiti, non essendoci alcun tipo di vincolo o controllo che obblighi tale classe dirigente ad essere, non migliore, ma più efficiente delle precedenti o tale da impedire l’infiltrarsi di logiche corruttive. Ma l’oligarchia non può volere l’introduzione di regole che la estromettano dalla gestione, quindi mai le introdurrà, piuttosto farà credere nella sua volontà di migliorare la propria classe dirigente.

Un eventuale miglioramento nella selezione della classe dirigente partitica, fornirebbe solo una speranza, in realtà poco o nulla cambierebbe, perché il vizio è in origine. Il problema è nei partiti, e nell’assenza di regole che tutelino il meccanismo democratico. Il problema è l’illegalità sostanziale, determinata e voluta dai partiti nel rispetto della forma legale. E’ l’illegalità legale dei partiti che rovina il Paese e danneggia l’evoluzione della sua democrazia.

Anche andare alle elezioni cambia poco o proprio nulla, se i cittadini non creano una propria forza politica che introduca nuove regole di fondo, così da rinnovare i fondamenti e l’esistenza stessa della democrazia.

Una terza motivazione è che, mai come in questa epoca, il potere economico e finanziario, sia pubblico sia privato, si estrinseca in molti e complessi profili, per affrontare i quali sono sempre più necessarie non solo un’approfondita competenza, ma anche un’indipendenza di valutazione, che non sono patrimonio né dei politici, né dei tecnici scelti da quei politici. E non basta a dare garanzie in tal senso il fatto che qualcuno di loro, per professione o formazione, sia dotato di conoscenze superiori. Qui il ragionamento non riguarda qualcuno, né la media dei politici, né la possibilità che i partiti selezionino al proprio interno, com’è auspicabile, persone dotate di serietà, moralità, fedina penale pulita e competenza. Bisogna stabilire importanti criteri giuridici, che impediscano a tutto il personale politico di determinare le troppe situazioni di pesante inefficienza nella gestione economica degli ambiti prima menzionati. La politica deve essere obbligata ad individuare il progetto di Paese e a cercare unità nella sua realizzazione secondo efficienza.

Proprio dopo l’introduzione delle Costituzioni nei paesi democratici occidentali, il potere politico dovrebbe essere sottoposto a criteri e regole capaci di garantire che l’azione amministrativa vada a cercare sempre e solo l’efficienza, dimostrando i criteri di scelta razionali, i costi e i benefici del progetto sottostante alla scelta effettuata. E’ sotto gli occhi di tutti il fatto che in Italia l’attività di molti politici, e dei partiti dai quali i politici provengono, si traduce nel contrario dell’efficienza, e nel contrario di un progetto. E’ il vertice ad essere malato, quindi, finché non lo si sottopone a cura, il resto del corpo non può essere curato.

La quarta motivazione è che il caso italiano è tra i più gravi nei paesi occidentali. Infatti i partiti italiani hanno sistematicamente cercato ed utilizzato il potere per infiltrare la propria presenza ovunque, facendosi guidare dal tornaconto delle clientele e dalla miriade di separati ambiti sociali, abituando questi ultimi a vedere i partiti come carrozzoni protettivi d’interessi parziali, ed essi stessi al ruolo di protettori dispensatori di promesse, originando un blocco di veti cristallizzati e contrapposti, che per decenni ha intrappolato e diviso i cittadini, frenato o impedito l’evoluzione del Paese, incancrenito il fallimento gestionale.

La quinta motivazione. A questo punto dell’esperienza dei cittadini italiani nei confronti della malattia inoculata dai partiti alla politica e alle istituzioni, si dovrebbero abbandonare le giustificazioni per evitare un Cambiamento che aggredisca questo punto cruciale. Se un nodo durissimo non è mai stato affrontato, non vi sono validi motivi per non procedere con attenzione a scioglierne la durezza. La partitica utilizzerà tutto quanto è nelle sue possibilità per impedire che i cittadini tentino di farlo, confondendo le acque, sviando dall’obiettivo e cercando di attivarsi per mostrarsi diversa. Però i cittadini non dovrebbero più consentire che le risorse, anche le poche rimaste, continuino ad essere bruciate dalle mani dei partiti.

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24 Il bulldozer sui binari

 Di risposte all’obiezione a pensarci bene ce ne sono ancora.

Il potere politico in se e per sé considerato, sarebbe costretto a cambiare moltissimo se non potesse più mettere le mani nella gestione, ma non è vero che sarebbe sminuita la sua funzione, né alterato il suo significato. Anzi: se fosse il più possibile solo politico, cioè capace di indirizzo vero, sarebbe un potere già precisamente dotato, e molto più autorevole. Però dovrebbe essere costretto a diventare molto snello: meno rappresentanti, per un tempo contenuto, per essere pronti a coinvolgere nella costruzione di un progetto, veloci nelle decisioni, rapidi nel correggere gli aspetti che limitino l’efficienza e l’efficacia della direzione intrapresa.

In Italia il potere politico è dotato di un’autorità logora, mentre è          privo della sana autorevolezza che gli deriverebbe dall’essere obbligato a porsi all’autentico servizio dei cittadini. Il maggior servizio che si possa dare al Paese è la capacità di individuare un progetto unitario e in grado di farlo evolvere valorizzandone le potenzialità inespresse.

Tuttavia ad alcuni leaders il potere pieno di sovrabbondante dimensione economica ancora non basta; a gran voce cercano di persuadere i cittadini della necessità di arricchirlo di ulteriore potere politico e istituzionale per affrontare meglio i problemi. La richiesta di un incremento di potere al vertice della piramide contrasta con il fatto che la piramide del potere politico è marcia.

Nell’era in cui la finanza fa girare  vorticosamente i capitali in un senso o in quello opposto, e nella quale con la forza economica, privata o sottesa alle istituzioni, si compra tutto, comprese le persone, è stato proprio il lato economico e gestionale del potere politico il vero interesse dei partiti, e non solo di essi. Quel potere a molti politici è interessato così com’era, onnipresente e disperso, intrecciato con una burocrazia bloccante, non delimitato da forti regole che tutelino i cittadini dall’uso distorto e distruttivo che se ne possa fare, ma ingessato dalle idealistiche previsioni di una Costituzione che mette i partiti su di un piedistallo al centro del sistema istituzionale. L’implicita aderenza di un potere gestionale al potere politico, influenzando e condizionando le condizioni economiche del Paese senza determinarne un condiviso progetto di fondo, ma anzi pregiudicando entrambi, risulta essere gigantesco spreco che sottrae futuro ai cittadini. E così, dappertutto, anziché aiutare il Paese a svilupparsi, lo condiziona e ne distrugge le risorse.

Molti politici non trovano ci sia nulla di anomalo da dover giustificare perché, quando si è rispettata la forma delle leggi, ai cittadini si può raccontare la versione che si ritiene più conveniente. E’ sufficiente riuscire a convincerli della bontà del proprio impegno, spiegare loro della difficoltà di realizzare le promesse elettorali perché, purtroppo, si è contrastati dall’azione del nemico che si trova nello schieramento opposto, composto da disgraziati che remano contro. Se non si trattasse di questioni che portano con sé la grande dimensione di soldi dei cittadini, sembrerebbe di sentire dei bambini che si lamentano perché i compagni di gioco hanno sottratto loro i giocattoli.

Il gioco della politica malata è fatto di retorica. Lo scopo degli sforzi retorici di ogni partito è la persuasione indirizzata verso la propria curva da stadio. La fazione bisogna convincerla d’averne interpretato il pensiero, impedendole di pensare autonomamente; serve tenersela stretta e buona come tifoseria strategica da alimentare continuamente, mostrandole il moschetto e l’elmetto, perché sia pronta a scendere in trincea a sostenere la “propria” squadra, il proprio goleador, gettando fango e critiche sulla squadra nemica, mantenendo vivo un clima da strisciante guerra civile. E’ stato così a lungo, e dopo la nomina di un governo tecnico, in Italia ha continuato ad essere così in una forma solo meno pronunciata. Di legislatura in legislatura, i partiti si sono garantiti una porzione d’elettorato adeguata a confermare che il sistema “democratico” ha svolto correttamente la sua funzione, e che è legittimato ad attribuire il potere politico, e quindi la gestione, a chi vince le elezioni. In tal modo il gioco è stato riprodotto e la locomotiva democratica ha potuto continuare il suo illegale, dispendioso e caotico girare a vuoto. Così il sistema è rimasto immutato e distruttivo, dipinto dai partiti come una locomotiva democratica che in qualche modo segue i binari.

In realtà, quello che a fatica si è mosso sui binari, anziché una locomotiva, è stato un bulldozer senza meta che i binari li distrugge mentre ci passa sopra.

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25 Una Costituzione ottimista ed ingenua? Dall’avidità delle ideologie a quella dei pronipoti

 Di decennio in decennio, attraverso i politici che li rappresentano in tutti gli ambiti istituzionali, i partiti si sono trovati ad essere diretti o indiretti gestori di un’enorme massa di risorse pubbliche. Quella massa era qualcosa di assolutamente impensabile per i costituenti.

La Carta costituzionale formula un’ottimistica ed ingenua previsione sul ruolo e sulle capacità dei partiti, preoccupandosi soprattutto del fatto che sia tutelata la loro esistenza dopo la scomparsa a cui li obbligò la dittatura. E da quella stessa esperienza storica nasce la preoccupazione di tutelare le funzioni e l’indipendenza della magistratura.

Coloro i quali progettarono la Costituzione si fidavano dei politici e dei partiti; anzi speravano in loro per ricostruire un’Italia diversa rispetto a quella uscita dalle macerie della seconda guerra mondiale. I costituzionalisti credevano ad un quadro di pesi e contrappesi istituzionali, che consentissero alla nascente democrazia di evitare il ritorno allo squilibrio di poteri e alla costrizione delle libertà. Quelle erano le priorità; mentre l’efficienza gestionale delle risorse forse non poteva apparire un aspetto tanto cruciale quanto risulta molti decenni dopo.

All’epoca della promulgazione della Costituzione il senso dello Stato, delle istituzioni, dell’amministrare per una collettività, forse non inducevano ad immaginare che, proprio attraverso i partiti, si sarebbe determinata una così ampia possibilità di anteporre l’interesse degli stessi partiti,  o di soggetti esterni ad essi, o delle organizzazioni criminali.

In realtà non era tutto rose e fiori neanche all’epoca della promulgazione. Infatti, la Carta costituzionale nasce dalla faticosa ricerca di un compromesso tra posizioni ideologiche e culturali molto diverse, sostenute da partiti nati all’epoca della guerra che mise fine alla dittatura. Tali posizioni, guarda caso, erano diverse proprio sui temi economici e sul tipo di società che poteva svilupparsi in Italia. Esse faticarono a trovare un compromesso, ma si fidarono l’una dell’altra quel tanto che bastò a costruire la Costituzione.[ii] Tuttavia, una volta promulgata la Carta, ognuna di quelle posizioni politiche, e altre ancora, sperarono di riuscire ad orientare il Paese secondo lo schema previsto dalla propria specifica visione del mondo. Questo è un aspetto fondamentale del problema democratico italiano, perché da quegli schieramenti è nato uno scontro che si è pesantemente trascinato fino ai giorni nostri. Quando poi le ideologie hanno esaurito il loro illusorio carico di promesse, hanno lasciato in eredità ai pronipoti solo la fame gestionale che da sempre caratterizza i partiti. Una fame diventata nel frattempo smisurata, e alimentata attraverso nuove motivazioni per mantenere quello scontro di posizioni.

L’esigenza di proteggere i partiti per tutelare la libertà d’opinione politica, nel corso del tempo è stata interpretata e tradotta da questi come libertà tanto totale e straripante, al punto da consentire a se stessi un progressivo utilizzo degenerato del potere, per nulla rispettoso delle leggi e molto distruttivo delle risorse pubbliche.  A distanza di tempo l’interpretazione è stata tanto degenerata e pervasiva da rendere drammaticamente evidente un diverso tipo di necessità civile: quella dell’efficiente impiego delle scarse risorse, e della liberazione del Paese dai durissimi blocchi costruitigli intorno dai partiti. Queste ultime sono fondamentali e non più differibili esigenze di libertà. Esigenze oggi per nulla tutelate.

Facciamo finta di venire dalla Luna e domandiamoci: tutto questo scontro tra partiti lungo decenni e decenni, quale spazio può aver dedicato agli interessi reali dei cittadini? E’ un bell’argomento, che può metterci in crisi. Siccome ne riparlerò più avanti, semplicemente e da cittadino, intanto provo a guardare le cose più ingenuamente, come se tutto ciò che promana dalla Costituzione fosse stato previsto al solo fine di produrre il “bene” dei cittadini.

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26 L’”ingenuità”

Anche non venendo dalla Luna, è fin troppo facile vedere che, da una previsione costituzionale di cittadini che si associano nei partiti per discutere idee di “bene” comune, si è passati al solo bene per i partiti e per i politici che lì dentro si muovono.

Dall’epoca della promulgazione della Carta costituzionale la società ha subito molte trasformazioni, che si sono tradotte in una moltiplicazione dei ruoli pubblici per le nuove necessità alle quali lo Stato ha dovuto o voluto dare risposta. Nel corso di decenni si è progressivamente manifestato l’introdursi dell’appetito di soggetti esterni ai partiti, insieme all’appetito senza limiti dei partiti stessi, sempre più interessati alla gestione di tali ruoli pubblici. Una gestione purchessia, disordinata, maneggiona, sempre giustificabile, senza progetto condiviso, senza verifiche nei costi e nelle finalità. Nessuno di questi, tranne le eccezioni che ho detto, ha cercato una volontaria cura dimagrante o una riflessione sulla necessità di astenersi dalla gestione, per attribuirla a soggetti indipendenti e sottoposti a controllo.

Se questo dibattito avesse iniziato a farsi strada, i partiti avrebbero potuto riconquistare credito, e soprattutto avrebbero avuto qualche speranza di guardare ai problemi del Paese con la possibilità di pervenire a soluzioni degne di nota.[iii]

Quest’ultima sembra ancora un’affermazione lunare, ma la realtà è che le risorse dei cittadini non sono solo un’enorme somma di denaro, dispersa nelle migliaia di rivoli che compongono la pubblica amministrazione: sono un assegno in bianco alla politica – di tutti gli schieramenti – che si sovrappone alle funzioni di tale amministrazione, con la pretesa di gestirla senza avere né la capacità, né la possibilità di occuparsene disinteressatamente. Così, prima di diventare una voragine di miliardi di euro, “gestita” anche da una quantità di furbi, alcuni dentro, altri fuori dai partiti, quel denaro esprime qualcosa di unico: spreco di fatiche e sacrifici dei cittadini, e occasioni criminalmente perdute.

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27 Un articolo che non c’è.

Provo a fare un gioco, non per provocazione, ma per mettere in moto i pensieri, possibilmente liberi.

Il denaro che il cittadino mette a disposizione della collettività, dovrebbe essere protetto da un articolo che purtroppo nella Costituzione non c’è, e che potrebbe contrastare lo strapotere dei partiti. L’articolo potrebbe suonare così: ”L’efficiente utilizzo delle risorse che lo Stato riceve dai cittadini, deve essere obiettivo prioritario e concreto dei partiti e degli amministratori pubblici. Coloro i quali sono stati eletti, devono dedicare la massima attenzione ed il controllo continuo e scrupoloso in merito al trasparente ed efficiente impiego delle risorse in tutti gli ambiti dell’azione pubblica, per tutelare i diritti, soddisfare i bisogni, consentire l’esprimersi delle potenzialità dell’esistenza e delle attività dei cittadini. I cittadini hanno diritto all’efficiente e trasparente impiego delle risorse, come patrimonio a disposizione delle generazioni presenti e di quelle future. La legge stabilisce l’obbligo di risarcire lo sperpero di risorse con il recupero patrimoniale più che proporzionale o con lo svolgimento di attività gratuite a beneficio della collettività. A tale sanzione è sottoposto anche il partito a cui aderisca la persona la quale, assumendo incarichi elettivi, commetta reato contro la pubblica amministrazione, pregiudicando l’efficienza della gestione delle risorse pubbliche, con o senza l’aggravante di un collegamento con le associazioni criminali. In tali casi il partito e le persone in esso elette decadono per un turno dalla rappresentanza nel territorio nel quale il reato sia stato commesso. Il parlamentare sottoposto ad indagini per reati che vedano il coinvolgimento di criminalità organizzate deve dimettersi, al fine di tutelare la sua integrità e quella della pubblica amministrazione”.

La ragione di un articolo che prevedesse un risarcimento più che proporzionale al danno starebbe nel fatto che, ogni 100 euro sperperati non ci sarebbero solo 100 euro, ma un potenziale di soddisfacimento delle esigenze dei cittadini ben superiore, perché, così come succede per qualsiasi azienda privata, se ben gestita e responsabile, anche la pubblica amministrazione ha la possibilità di aumentare il valore dei 100 euro impiegati nei suoi servizi e nelle sue funzioni.

La possibilità di risarcire con attività gratuite darebbe il senso di cosa sono le risorse pubbliche: denari che vengono dalle fatiche e dal lavoro dei cittadini. Quindi valore non disponibile per lo sperpero e l’abuso. Ecco perché il partito, e le persone ad esso appartenenti, che fossero elette nella stessa circoscrizione nella quale è stato commesso il reato, dovrebbero esserne responsabili e decadere dalla rappresentanza: l’efficienza e la credibilità delle istituzioni sono più importanti di una loro apparente stabilità che si fondi sulla falsità, al punto da giustificare una penalizzazione del partito e non solo della persona eletta. Quando il reato incide non solo sulle risorse, dato che esse rappresentano la condizione tanto per la presente quanto per la futura libertà civile, non è più accettabile l’idea che il partito non sappia cosa realmente fa un suo candidato; se non lo sa, allora non è degno di meritare la fiducia degli elettori, ed è quindi opportuno che non li rappresenti con l’inganno.

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28  La bravura distruttiva e l’obbligo costruttivo

Quella appena tentata è solo un’ipotesi grossolanamente abbozzata, per riflettere sul fatto che, a distanza di tanti anni dalla promulgazione della Costituzione, il problema non è più tutelare i partiti, bensì proteggere i diritti dei cittadini e le loro risorse dall’attività dei partiti e dalla “bravura” distruttiva di molti politici e dalle infiltrazioni di forze criminali che controllano o tentano di controllare troppe zone del Paese.

Proviamo adesso a vedere cosa prevede la nostra fiduciosa Costituzione. L’articolo 54 ci dice: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

La seconda parte di questo articolo sottolinea come per i costituenti fosse sufficiente mettere in evidenza le qualità auspicate, per indicare agli amministratori pubblici la necessità di seguire uno stile probabilmente abbastanza diffuso ed osservato dai cittadini di quell’epoca. Ciò dà la misura di quanto fosse piccolo, nella mente di chi scrisse la Carta costituzionale, il timore che i partiti potessero determinare degrado e corruzione nella conduzione della cosa pubblica, e di quanto si ritenesse esigua la possibilità che associazioni criminali, allora totalmente sconosciute nelle forme e nell’insopportabile violenza attuali, penetrassero nei partiti per condizionare l’attività e la gestione di amministratori o di funzionari pubblici.

La corruzione non viene a caso, ma si insedia laddove mancano trasparenza, legalità ed efficienza. L’inefficienza nasce e si sviluppa soprattutto per effetto della mancanza di disinteressata unità di intenti, sequestrata dal persistere di un perenne conflitto tra partiti che si contendono il condizionamento di un territorio per arrivare a mettere le mani nella gestione. Siamo arrivati ad un tale degrado per cui non è solo la criminalità a volersi insinuare nei partiti, ma sono alcuni politici a cercare la criminalità per i voti che essa è in grado di garantire loro. Così l’acquisto dei voti dalla criminalità porta alla gestione, ma alla fine del gioco è la criminalità che tiene in pugno la democrazia.

Ritengo che i costituenti avessero grande fiducia nel meccanismo democratico costituito dal confrontarsi delle posizioni dei partiti, per la possibilità che esso conducesse ad una sana sintesi per il bene della collettività. La realtà dei fatti da molti decenni ci dimostra che non è affatto così, e che i partiti approfittano di posizioni, nemmeno più ideologiche, costruite ad arte per essere e rimanere conflittuali, in barba agli interessi dei cittadini. Il conflitto è diventato il loro mezzo, per arrivare all’unico fine: l’influenza e il condizionamento sulla gestione economica delle risorse pubbliche. E l’influenza e il condizionamento su tale gestione è  ciò che vogliono anche le associazioni criminali.

Penso che in quell’articolo 54 della Costituzione sarebbe stata utile la presenza di un’ulteriore specificazione, che puntasse ad un superamento della possibilità di scontro fine a se stesso insita nei partiti, per obbligare la politica ad essere concreta, trasparente ed immediata nel raggiungere gli interessi dei cittadini. Mi riferisco ad un vincolo per chi intendesse candidarsi, che definisse un principio guida dell’agire politico, superiore al generico essere rappresentante della nazione, e soprattutto sovraordinato al fatto di appartenere ad un partito o ad uno schieramento. Tale vincolo potrebbe seguire uno spirito di questo tipo: ”Coloro i quali vengono eletti hanno l’obbligo prioritario di rappresentare e di cercarne la coesione di tutti i cittadini; di accordarsi superando le particolarità delle posizioni dei partiti e degli schieramenti; di raggiungere, nel più breve tempo ed in modo stabile, l’obiettivo di definire un progetto politico continuativo, che valorizzi al massimo grado le possibilità del Paese intero. L’obiettivo della loro azione deve essere il continuo impegno per l’efficiente impiego delle risorse pubbliche, ed il miglioramento della pubblica amministrazione in tutte le sue articolazioni, tenendo conto delle conoscenze e delle competenze fornite dalle università, dalle istituzioni di cultura, delle esigenze espresse dalle imprese, dalle attività di lavoro, dalla ricerca scientifica, e da tutti gli ambiti sociali. Al termine del proprio incarico, i rappresentanti eletti dai cittadini devono dare rendiconto pubblico, mediante un’estrema sintesi puntuale di raffronto con il passato programma elettorale”.

Provo a giocare ancora. Quale sanzione si potrebbe prevedere per obbligare i politici ad accordarsi e a guardare con attenzione agli interessi e alle risorse di tutti i cittadini? Detto fuori da intenti provocatori: nessuna potrebbe essere più efficace del mancato stipendio. Costituirebbe un grande stimolo al cooperare trasparentemente per accordarsi e procedere spediti sulla strada di una efficace azione pubblica. Si potrebbe prevedere che una porzione di stipendio sia erogata alla fine dell’incarico, condizionatamente al fatto di avere realizzato gli impegni presi al momento dell’inizio della propria attività. Chi potrebbe stabilire se sia meritato o meno? Qualcuno che sia indipendente dai partiti.

Idee utopiche? Forse quest’ultima lo è, ma il fatto di obbligare chi ricopra incarichi pubblici alla concretezza, e a logiche di coesione nell’interesse di tutti i cittadini, sarebbe un bel passo in avanti. Di sicuro, costituirebbe una soglia di nuovi valori oggi assenti dall’agire pubblico.

Purtroppo, o per fortuna (dipende dai punti di vista), la Costituzione prevede un meccanismo rigido, lungo e con importanti maggioranze, per essere modificata. Quindi è difficilissimo pensare che partiti, nati con l’intenzione di dividere, possano accordarsi per costruire alcune modifiche della Costituzione che dovrebbero indurli a cambiare profondamente. E’ forse più probabile che un essere umano arrivi su Marte, e cominci ad abitarla.

Dunque la possibilità di un grande cambiamento sta esclusivamente nel cominciare ad aprire la mente, per costruire l’unione dei cittadini che i partiti non vorranno costruire mai.

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29 La Costituzione e la pericolosa indipendenza del pensiero

Ho già affermato che la Carta costituzionale non nasce dal nulla. La priorità concreta del 1947 era quella di scongiurare il pericolo di tornare all’assenza delle libertà conosciuta durante la dittatura, e quindi molta intensità e notevole attenzione dovevano mettere i costituenti nel proteggere la fragile società italiana da quel rischio. Si può dire che la Costituzione, attraverso quello sforzo, abbia consentito al Paese di reggere a tragici decenni di guerra fredda, terrorismo di tutte le matrici, stragi, tentativi di colpi di Stato, fragilità di governi. Però voglio fermarmi un istante su questo punto.

Potremmo riconsiderare tutti i costi umani e materiali che si sono determinati durante quei decenni; dovremmo pensare a tutto il dolore subìto e a tutta la fatica compiuta dai cittadini per andare avanti comunque; e poi sarebbe il caso di riflettere sul ruolo svolto dai partiti come contenitori di scontro di posizioni, vero o fittizio, in tanti decenni di Repubblica.

A me non interessa la loro presunta funzione di sfogo “democratico” di posizioni; quella è stata la funzione a lungo retoricamente propagandata dai partiti stessi; mi interessa di più considerare se, per caso, non siano stati essi stessi direttamente responsabili della disastrosa scelta d’averci continuamente messo dentro ad una pazzesca trincea, che ha alimentato e complicato i danni subiti dai cittadini in tante epoche. Una trincea di cui ancora paghiamo le conseguenze e che ha fatto scomparire i nostri soldi e molta della nostra indipendenza di pensiero: l’indipendenza che può sopravvivere solo se trova riferimento e sostegno proprio nel rispetto e nella tutela delle fondamentali esigenze di tutti i cittadini, implicitamente previsti in ogni articolo della Costituzione.

Si potrebbe dire di più: mentre decennio dopo decennio il Paese veniva stancamente trascinato dentro allo scontro tra schieramenti, e mantenuto feudale e arretrato dal loro scontro per occupare i luoghi di influenza e di gestione, le mafie, quasi indisturbate, capivano la fragilità di tale sistema e ne approfittavano a piene mani, infilandosi nelle maglie dell’amministrazione e della politica, condizionandola e approfittando dei suoi mali per sviluppare in modo abnorme i propri affari, strozzando l’economia e perfezionando la propria proiezione finanziaria. Se questo è quello che è successo bisogna ripartire dai cittadini per unirli, evitando di farli continuamente cadere nelle divisioni tra i partiti.

Normalmente si pensa che ciò sia impossibile. In realtà l’esigenza di efficienza nella gestione e nell’impiego delle risorse costituiscono il fondamentale interesse che accomuna la maggior parte, se non la quasi totalità, dei cittadini. Quell’interesse rimane tale senza che alcuna distinzione possa farlo dipendere da posizioni di parte. Non è vero che esiste modo e modo di arrivare alla gestione efficiente. L‘efficienza è efficienza, non è né di destra, né di sinistra, né di centro. Quello che serve è un progetto che unisca, e un metodo per ottenere l’efficienza.

Esiste invece modo e modo per arrivare ad una gestione inefficiente e senza progetto; ed è infatti esattamente ciò che è successo nei decenni in Italia.

Bisogna ripartire dai cittadini pensando ad unirli per un grande interesse comune. Non è solo il significato complessivo degli articoli della nostra Costituzione ad esprimerlo,  dovrebbe essere anche la logica e la stessa libertà del pensiero a riconoscerlo senza difficoltà, e dunque ad indurre ad uno spirito di unitarietà, e, attraverso di esso, a comuni obiettivi di concordanza, trasparenza, concretezza, efficacia ed efficienza.

Ma noi cosa conosciamo della Costituzione?

Lo spirito di tutela delle esigenze di tutti i cittadini risulta ben chiaro se proviamo a leggere la Costituzione, magari in un sito internet che non sia costruito da qualche parte politica, come quello della Presidenza della Repubblica, per aiutarci ad avere un veloce sguardo d’assieme.[iv] E’ facile e si fa presto; la Costituzione italiana è densa e sintetica allo stesso tempo. Ha anche dei limiti, dettati dal contrasto di posizioni da cui nasce, e dall’emergere nel tempo di nuovi importanti profili del vivere civile che in essa non sono previsti. Ma diventa comunque un faro ed il fondamentale riferimento oltre le posizioni dei partiti, quando se ne legga il contenuto e se considerino i principi.[v]

Perché per un lungo tempo non è stata letta nelle scuole? Bastava solo farla conoscere, non era necessario preoccuparsi di “spiegarla”; non aveva bisogno di faticose letture per garantirne l’imparzialità, perché i principi espressi nella Costituzione non sono di parte, e possono essere capiti nella loro immediatezza anche senza un approfondito studio giuridico.

Credo si sia temuto che da una lettura della Costituzione potesse nascere un’esigenza di libertà  troppo forte ed indipendente; un’esigenza perfino pericolosa per il modo di essere e di gestire dei partiti. La Costituzione dovrebbe essere letta da tutti e soprattutto dai giovani; e sarebbe giusto che i giovani ne chiedessero a gran voce il rispetto, perché le sue norme sono grandemente calpestate tutti i giorni, quindi è anche nei loro confronti che avviene quel calpestare.

I partiti l’hanno disattivata, impedendole di produrre gli effetti che la sua corretta attuazione avrebbe comportato, determinando il gravissimo tradimento della democrazia.

Se la situazione è questa, i cittadini devono difendere da soli i propri interessi, perché i partiti che nei decenni si sono succeduti hanno ampiamente dimostrato di non difenderli. Anzi, puntando a dividere i primi hanno pesantemente compromesso i secondi.

Nell’attuale situazione non ha più alcun senso farsi dividere, bisogna invece domandarsi se non sia di vitale importanza la volontà di unirsi per ricostruire nuove basi morali ed istituzionali del Paese.

Occorre un nuovo modo di pensare.

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30 Siamo liberi di uscire dall’autostrada qualunquista

I cittadini devono riflettere sulla possibilità di trovare la via d’uscita alla crisi della politica prescindendo dagli attuali partiti. Ciò è possibile ed indispensabile, anche se non facile, poiché l’intento dei partiti è proprio la ricerca di mantenere un’influenza sulla mente dei cittadini,  riportando continuamente alla loro interessata lettura della realtà.  Come se esistesse solo lo scenario fotografato da questi.

Un aspetto mi sembra cruciale: se proviamo a liberarci di tanti preconcetti, allora possiamo vedere che dietro alle loro posizioni, dietro alle critiche o alle difese che i partiti attuano nei confronti della Costituzione,  c’è la realtà dello scempio che i partiti stessi hanno compiuto, facendo delle istituzioni una cosa propria in un continuo scontro nelle e con le istituzioni, determinando quel blocco di disastrosa inefficienza e di parassitaria occupazione degli spazi di influenza della gestione economica, che fingono di voler correggere con rimedi analoghi al male da essi creato. Analoghi perché vogliono alterare o ingessare la Costituzione, che non è il problema; così come non lo è la democrazia.  Però nella loro visione la Costituzione è l’intralcio o l’icona dell’esplicitarsi ancor più compiuto ed arrogante della loro brama di gestione. Il vero problema sta nei partiti stessi. Il loro modo di essere e di agire è l’autentico qualunquismo che va superato.[vi]

Dentro agli attuali partiti ci sono troppe persone che hanno ben capito una cosa: bisogna farsi eleggere perché così, più che di un vago potere e dei privilegi, si ha la certezza di disporre di opportunità di gestione, e perfino di occasioni per realizzare affari o abusi. Chi sta fuori dai meccanismi decisionali non solo non può cambiare nulla, ma è costretto a subirne le logiche. Basta arrivare nei posti giusti ed il gioco è fatto.

Il partito, come contenitore privo di responsabilità soggettiva, è perfetto per chi voglia farne strumento di gestione nascostamente distruttiva di risorse. E’ uno scudo, essenziale e non trasparente, per chi intenda disporre discrezionalmente di un incontrollabile potere di influenza economica, che, in moltissimi livelli delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche, si traduce in una miriade di appiccicose e condizionanti possibilità decisionali, orientabili a proprio piacimento e senza ricaduta positiva per la vita dei cittadini. Senza che appaia nulla di illegale, tutto attraverso il partito e le sue oligarchie può rimanere nell’oscurità o essere istituzionalmente giustificabile.

Chi voglia corrompere, o utilizzare a fini illeciti le leggi ed il potere della pubblica amministrazione deve essere dentro o a fianco ad un partito. E’ possibile entrare nelle stanze istituzionali anche attraverso un rapporto esterno al partito, creando un canale, un diretto legame con qualche politico, passando attraverso amicizie o relazioni che si traducano in possibilità di svolgere affari con la pubblica amministrazione. Un legame così stretto che altri politici di partito possono non saperne niente e non poter fare niente per evitarlo. Oppure, talora, saperlo e cercare anch’essi di fare qualcosa di analogo in un loro distinto orticello. In questo degenerato modo di intenderli i partiti sono diventati l’autostrada, e molti politici si sono trasformati nelle corsie preferenziali per accedere ai soldi di tutti, senza che nessuno possa impedirlo, o rendersene conto. Con buona pace del rispetto della Costituzione e del sistema democratico.

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31 Attenzione alla padella. E alla brace

La silenziosa maggioranza dei cittadini è consapevole di questo buco nero della democrazia, e taluni percepiscono una situazione tanto degenerata da ritenere giustificate soluzioni estreme, idealmente rapide e ingenue. Il fastidio che provano scivola facilmente nell’idea di trasformare lo  sgangherato carrozzone della democrazia in qualcosa di duro, con caratteri simili a quelli di un carro armato: una rivolta, un governo dai poteri decisi o addirittura una dittatura; scorciatoie che conducano ad auspicati, vaghi ma bruschi cambiamenti, i quali non sarebbero ottenibili attraverso la democrazia.

La rivolta o la dittatura come soluzioni costituiscono una sorta di riflesso condizionato di menti ridotte all’esasperazione o pilotate, pronte per farsi catturare da una facile sbrigativa del pensiero, senza considerarne le conseguenze.

Chi pensa in questo modo ha idealisticamente guardato ad un passato che non ha vissuto, o si è forse fatto mettere in testa una comoda idea di rivolta o di dittatura addomesticabile, una sorta di cane da guardia che viene ritenuto accettabilmente feroce, ma addestrabile ed indirizzabile verso l’obiettivo considerato nemico. Dimentica tuttavia che la rivolta si presta ad essere utilizzata da chi cerchi manovalanza o da chi abbia bisogno di pretesti. Mentre una dittatura, per sua natura, non è scelta ma viene imposta con la violenza da chi sa essere più violento; va dove ritiene di voler andare lei, non dove vorrebbero i delusi da una finta e malata democrazia.

La dittatura non verrebbe a suonare il campanello per chiedere se il programma che ha in mente di realizzare vada bene o debba essere modificato. Sarebbe invece molto netta nell’usare parole secche e forti, per catturare le menti e poi decidere come vuole.

Chi auspica una dittatura non si rende conto di cosa voglia dire la guerra civile, né quali disastri di sangue, di tragedie e di atrocità evoca per sé e per le persone che conosce. La violenza della dittatura o della rivolta può solo richiamarne altrettanta ancor più forte. Questi elementi non vengono tenuti in debita considerazione, perché il fastidio provocato da una democrazia resa volutamente debole, induce a pensieri grezzi e rabbiosi.

Non avendo conosciuto sulla nostra pelle l’orrore della violenza non possiamo fermarci a riflettere meglio sulle cose che siamo indotti a dire per disperazione. Anche se ci è stata raccontata da chi l’abbia sperimentata, e avendone già vista molta sui teleschermi, forse ci siamo persino assuefatti all’idea della sua normalità, e quindi non pensiamo all’assurdità della distruzione di energie umane e materiali. Nel momento in cui pensiamo ad un intervento violento, come soluzione ai mali della democrazia, o come reazione frutto dell’esasperazione, è chiaro che contiamo di essere dalla parte giusta, quella cioè che beneficerebbe delle finalità della dittatura o della rivolta; e ritenendo di essere forse preservati dalle conseguenze che inevitabilmente toccherebbero tutti, crediamo di poterle accettare, come fossero un male minore.

Chi sia indotto a seguire questo modo di ragionare, non può accorgersi del fatto che la propria mente sta rinunciando all’idea di concorrere liberamente a realizzare qualcosa assieme ad altre menti libere. E infatti, soprattutto quando la situazione si fa pesantissima da un punto di vista materiale, al punto da non vedere speranze e prospettive diverse, si perde la propria libertà e si finisce per accettare la condizione animalesca del gregge: ci si sottomette al volere di una mente, quella di un conduttore, che si presume pronto a realizzare con la forza il vago bene si auspica in cuor proprio.

La suggestione di un intervento “forte”, persino violento, che spazzi via ciò che non piace, può catturare anche chi  non sia mosso da disperazione materiale. Forse si può essere indotti a pensare alla dittatura o alla rivolta come a tasti sui quali premere, per avere il programma desiderato. Tuttavia, tanto in una democrazia rovinata e indebolita dai partiti, quanto in una dittatura o in una rivolta dominate dalla violenza, ci si costringerebbe alla condizione di prigionia dell’intelligenza e della volontà, e si passerebbe dalla padella alla brace, senza avere alcuna garanzia dell’effettivo determinarsi di qualcuno dei benefici tanto facilmente auspicati. Bisogna uscire dalla padella, e non avere paura di farlo. Ma senza cadere nella brace.

Una società complessa che venisse sottoposta alla violenza perderebbe in un solo colpo tutte le sue potenzialità. Bisogna trovare invece il modo per utilizzarle, e solo un’attiva coesione consente di farlo.

Adesso è indispensabile cominciare ad incontrarsi con altri cittadini, rinunciando a far vincere la propria idea, cercando piuttosto di trovare i modi per avvicinarsi e unirsi, con l’intenzione di rinnovare la democrazia.

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32 Cambiare occhiali e fare attenzione

Penso che per rendere autorevole il potere politico bisognerebbe obbligarlo al dimagrimento, costringerlo a rispettare le leggi e a raggiungere nuovi obiettivi attraverso l’unione dei cittadini indipendenti, incanalandolo in filtri forti e continui di trasparenza ed efficienza, caratteristiche e strumenti che mancano nell’attuale sistema democratico italiano.

Fuori da ogni qualunquismo e da ogni riferimento ideologico, guardando alla storia passata e presente, si può affermare che i partiti non hanno concorso a determinare politiche utili a rispettare i cittadini e le loro risorse, ma politiche utili al mantenimento dei partiti stessi.

Se osserviamo le cose sotto questa luce evitiamo di farci mettere gli occhiali interpretativi costruiti dai partiti. L’astuzia che caratterizza molte figure presenti nei partiti si serve della nostra credulità per mettere in evidenza i difetti, che pure esistono e sono molto forti, di uno Stato che non fa bene il suo dovere nell’interesse dei cittadini.

Alcuni politici, col dito puntato contro il presunto nemico, ci obbligano a guardare il problema che starebbe nello Stato, centralista e ladrone, burocratico e sprecone, fannullone e distratto, arretrato e impastoiante. Alcuni partiti questo dito non lo puntano contro lo Stato (forse perché vogliono lasciarlo così com’è), ma contro altri politici ritenuti colpevoli d’aver effettuato scelte sbagliate. In realtà, in entrambi i casi, se seguiamo il dito stiamo commettendo un grosso errore, perché ci facciamo convincere ad un accanimento contro il nemico indicato dal partito che è stato più bravo ad ipnotizzarci, obbligandoci al ruolo di stupidi tifosi, e sviandoci dal problema dei problemi. Per vedere l’origine delle difficoltà, dobbiamo guardare all’anima dei partiti che stanno dietro a quelle dita: dinosauri che hanno divorato i soldi e la vita del paese, e stanno pregiudicando quel che ne resta.

Se così facessimo potremmo accorgerci del fatto che i partiti hanno ridotto lo Stato alla condizione di loro schiavo passivo che troppo spesso lavora contro i cittadini. L’azione parassitaria e distruttiva, svolta da tanti uomini di partito, in tutti i partiti, in nome degli stessi cittadini, utilizzando la protezione loro data dalla Costituzione, ha trasformato lo Stato in un mostro non immaginato dalla Costituzione.

Se noi continuassimo a seguire le dita dei partiti, ci impediremmo di vedere che essi utilizzano la forza e le leggi dello Stato per i propri fini, i quali, non essendo quelli dei cittadini, finiscono per rendere lo Stato legalmente nemico. Da lì viene la miriade di leggi incomprensibili, ingarbugliate, inefficienti, aggirabili dai furbi o utilizzabili dall’illegalità.[vii]

Ai cittadini serve uno Stato che sia al loro efficiente servizio. Se seguissimo quest’ottica, ritroveremmo il senso dell’esistenza e perfino un nuovo modo di essere del nostro Paese. La condizione necessaria per arrivare a questo grandissimo risultato è obbligare i partiti, ed i loro politici, ad essere privi di quel potere malato, discrezionale ed onnipresente che consente loro di distruggere le risorse e le libertà dei cittadini.

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33 La grande metastasi?

La malattia che colpisce i partiti ha pesantemente contagiato lo Stato, fino a farlo diventare un ammalato cronico. Il morbo dal quale è contagiato è assimilabile alla metastasi in un corpo umano, cioè ad una situazione in cui le cellule tumorali sono così abili nell’ingannare e mandare fuori uso il sistema di difesa dell’organismo, da impedirgli di riconoscere la malattia che prolifera da decenni all’interno del corpo, con grumi di cellule nocive sempre più ingombranti e dannose, diventando la causa in grado di ucciderlo, pian piano, ma totalmente.

E’ paradossale che questa metafora sia utilizzata, in tempi di campagna elettorale, proprio dai partiti, per accusarsi l’un l’altro di responsabilità che, salvo le distinzioni di cui ho già detto, li coinvolge tutti in modi simili. La parola ‘responsabilità’ viene abusata dagli stessi mostri che stanno creando il disastro del Paese. E’ un segno evidente del fatto che, di fronte alla rovina istituzionale, economica e morale, quei contenitori di finta legalità tentano di dare in pasto agli italiani qualcosa di forte per stordirli, per aumentare il livore del conflitto ed impedire loro di vedere dove veramente stia il problema. Per non permettere loro di pensare autonomamente.

Al morbo partitico serve che l’organismo Stato sia stentatamente vivo. Dunque debole, sovrappeso, lento, intontito, intossicato da farmaci sbagliati ed attorcigliato sul suo letto di lungodegenza. Intorno a lui, dopo avergli provocato la tremenda malattia, una cerchia composta da molti decrepiti impostori, falsi dottoroni politico partitici di tutti gli schieramenti, stretti dentro ai loro logori camici, confabulanti e litiganti, qualcuno brandendo il bisturi, qualche altro roteando la maschera d’ossigeno, tutti impugnando vecchie siringhe per ostacolarsi l’un l’altro e accanirsi contro il paziente. Il Malato non risponde: è in uno stato semivegetativo.

Forse la riflessione intorno a questa amarissima similitudine, può portarci ad una consapevolezza così aggressiva nei confronti degli impostori che causano quel male, da darci le forze e la volontà per affrontare un percorso di potente cura, che altrimenti potrebbe sembrare senza speranza.

Per affrontare alla radice il problema costituito da questi partiti, credo che ai cittadini serva la fortissima volontà di curarsi da soli e il poter disporre di un’efficace, fortissima medicina democratica, veramente rispettosa dello spirito della  Costituzione.

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34 Non ci servono icone né Frankenstein

Spero nelle prossime pagine di esprimere meglio che posso l’idea che da cittadino mi sono fatto. E’ la convinzione che la risposta alla richiesta di una medicina non scontata ma salutare esista già dentro la Costituzione italiana. Una Costituzione che non dovrebbe essere ridotta, come invece avviene, ad icona intoccabile, né essere sottoposta a trapianti forzati che la trasformino in mostruosità giuridica nelle mani di qualche astuto dottor Frankenstein.

La Costituzione non dovrebbe essere neanche la coperta corta che ogni presunto leader cerca di tirare su di sé e sul suo partito, per garantirsi sonni tranquilli per il futuro. Così facendo chi rimane immancabilmente e maledettamente scoperto sono solo i cittadini.

La Carta costituzionale che stabilisce diritti e doveri, delinea un quadro di regole che deve essere in grado di affrontare le enormi sfide e le drammatiche difficoltà che la società italiana sta vivendo in questi anni. Se la rigidità conferita dai suoi ideatori, per renderla più difficilmente aggredibile, è diventata il paravento per snaturarla, allora i cittadini devono assolutamente trovare il coraggio di unirsi, fuori dai partiti che la sequestrano, e organizzarsi per arrivare ai cambiamenti utili nell’interesse di tutti.

Proviamo per civica curiosità a leggere oggi quel testo costituzionale, alla luce della corruzione che sappiamo essersi accresciuta nel corso degli ultimi decenni, nelle forme aggressive e pervasive che ne hanno fatto un cancro, quasi che ogni angolo del nostro Paese non potesse farne a meno.

La Costituzione italiana è tutta rivolta all’obiettivo di assicurare il corretto funzionamento della società, rispettando le libertà individuali e stabilendo garanzie a tutela dei cittadini. Non dei partiti.

I suoi articoli esprimono un’implicita fiducia nel fatto che, stabilendo diritti, doveri, limiti, funzioni e garanzie, si possa tutelare il Paese tutto insieme, per il suo presente e per il suo futuro, non quello dei partiti.

Dalla Costituzione traspare l’idea che il Paese possa funzionare bene, se si stabilisce chi ha il dovere di fare, cosa deve fare, e come lo deve fare. Sembra quasi che i costituenti vogliano sussurrarci tra le righe, senza dirlo, perché sarebbe ovvio: ”una volta fissate queste regole il resto è solo una questione di rispettarle”. Basta che i cittadini le seguano e si comportino onestamente, da buoni padri di famiglia.

Verrebbe anche da dire che per farla funzionare bisogna amarla, e soprattutto amare i cittadini italiani.

Invece il quadro che abbiamo dell’Italia è che a molti non interessa rispettare il Paese, cioè le risorse di tutti i cittadini, perché vogliono farle proprie.

Chi se ne appropria, o le utilizza per un interesse che non è lecito, lo fa con insopportabile arroganza o con sopruso anche violento. Questi soggetti, a forza di non essere adeguatamente contrastati, e anzi, trovando nella politica un debole alleato più che un fortissimo avversario, hanno fatto scuola e assunto un peso spropositato.

Siccome lo Stato rappresentato dai partiti non reagisce risolutamente come dovrebbe, ma risulta stupidamente forte nei confronti dei cittadini più deboli, finisce per non essere nemmeno credibile. Così, l’illecito, l’abuso e l’utilizzo a fini propri delle risorse di tutti, anziché essere l’eccezione facilmente aggredibile, diventano regola non scritta per violare le regole scritte.

Diventano sistema non contrastato o palesemente rispettato al quale altri silenziosamente e supinamente si inchinano, talora anche per necessità e per evidente sproporzione assunta dalle forze dell’illegalità.[viii]

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35 Tutto è in ordine

Negli ultimi decenni si è verificata una gigantesca corruzione. Questa è andata ad aggiungersi ad un debito pubblico aumentato in maniera sempre più forte nel corso degli ultimi 30-40 anni, fino a raggiungere 1.900 miliardi di euro del 2011.[ix]

Si fa un gran parlare di riduzione del debito pubblico, si improntano ripetute manovre in tal senso, prefigurando o costringendo i cittadini a sacrifici, determinando effetti che provocano ulteriore divisione tra la popolazione, e contestualmente si discute di corruzione come di una malattia imperante in tutti gli schieramenti; ma non si mettono in collegamento le due cose. Invece una cospicua parte di quel debito è derivante proprio dai costi della corruzione.

Quindi è spontanea la domanda: a cosa serve ridurre il debito se la capacità corruttiva rimane intatta? Bisogna intervenire laddove nasce tale capacità.

Ho già detto che la Corte dei conti stima i costi della corruzione intorno a 50-60 miliardi di euro l’anno. La stessa Corte ci informa del fatto che nel debito pubblico ci sono anche i costi indiretti della politica, causati cioè dai politici che stanno nei partiti, e stimabili in circa 3-4 miliardi di euro l’anno. Quindi significa che se, per ipotesi, l’anno successivo lo Stato italiano spendesse gli stessi soldi, o anche meno di quelli spesi l’anno prima, i cittadini italiani, senza saperlo, all’interno di quel debito avrebbero sempre almeno tra 53 e 64 miliardi di euro sprecati in corruzione e nel costo della politica.

Su quei miliardi di euro si calcoleranno interessi sempre maggiori, che, prima o poi, i cittadini dovranno pagare per impedire che il buco senza fondo si alimenti sempre più. Allora, fintanto che le cose vanno avanti senza cambiamenti in radice, mentre i cittadini pagano il peso della corruzione anche attraverso i tagli alla spesa per sanità, forze dell’ordine, giustizia, istruzione, assistenza sociale, trasporti, ambiente e quant’altro, la corruzione ed i politici possono contare sul fatto di essere un costo fisso ed inamovibile che i cittadini non sanno come fare a togliere.

I partiti, in tutti gli schieramenti, hanno a lungo fatto credere che tutto fosse in ordine, conti compresi, e che tutta questa malattia italiana non ci fosse, o al massimo fosse caratteristica di ogni democrazia. La responsabilità di tutto ciò è pure di tanti cittadini, che, non solo per mancanza di conoscenza, hanno lasciato che la politica realizzasse tutto ciò, ritraendosi e disinteressandosene, come fosse un corpo malato che non potesse provocare troppe ricadute sulla propria esistenza. Tuttavia negli ultimi tempi la consapevolezza è enormemente aumentata, cosicché la maggioranza dei cittadini ha capito meglio come stanno realmente le cose, e per questo mastica amaro.

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36 I cittadini, se uniti, diventano il potentissimo organo costituzionale di rinnovamento

 La corruzione è perfettamente aderente agli attuali partiti, a troppe delle persone che li compongono andando a ricoprire incarichi pubblici o insinuandosi nel sottobosco dei vari livelli istituzionali, usando e talora abusando della dimensione di influenza nella gestione economica insita nel potere politico.[x] Come alla fine di ogni anno documenta la Corte dei conti, si tratta di un utilizzo rovinoso e malato del potere.

E’ malato perché il potere che i partiti gestiscono all’interno delle istituzioni abusa della protezione,  traducendosi in uno strapotere che consuma risorse, producendo il risultato contrario a quello che la Costituzione intendeva ottenere. Oggi, a causa di quel potere, tutte le libertà dei cittadini sono a rischio.[xi]

E’ rovinoso perché copre il suo sperpero imponendo altissimi livelli di tassazione, dunque soffocando a morte le attività produttive esistenti ed impedendo la nascita di nuove. Quelle che, nonostante tutto, restano onestamente e faticosamente in piedi si possono considerare eroiche.[xii]

I partiti, nel corso del tempo, si sono autogiustificati in una forma acquattata, deviata e granitica di utilizzo del potere, rinforzata dal continuo rapporto con gli organi e con le amministrazioni dello Stato, al punto che ne hanno fatto una dimensione a loro disposizione, un loro possesso che ha generato l’uso scellerato del denaro pubblico senza costruire un progetto coeso. A forza di impersonare quelle istituzioni e di utilizzarne il potere, hanno scordato di non essere organi e amministrazioni. Ma, ancor più, hanno finto di dimenticare che gli organi e le amministrazioni dello Stato sono dotati di un potere previsto solo per essere al servizio dei cittadini.

Non ha più senso per i cittadini passare attraverso partiti con queste caratteristiche. Bisogna costringerli al cambiamento.

Cosa possono fare i cittadini? Bisogna considerare che essi entrano direttamente nella composizione di un organo costituzionale, necessario per l’esistenza ed il funzionamento dello Stato: il corpo elettorale, l’insieme dei 50 milioni di italiani che hanno diritto di votare e di farsi votare. Sono un organo costituzionale posto su un piano di parità rispetto agli altri: il Presidente della Repubblica, la Corte costituzionale, il Parlamento, il Governo.[xiii]

I cittadini, se consegnano le proprie speranze agli attuali partiti, a causa dell’irresponsabilità di questi ultimi, diventano una massa divisa e insignificante, un giocattolino stupido che si fa usare e riporre, per essere riusato al bisogno. Se invece i cittadini si rendono conto di essere stati costretti alla condizione di massa passiva, condizionata e manovrata, allora possono provare a non esserlo più. Se non si fanno dividere, possono trovare nell’indipendenza di pensiero, nelle proprie esperienze e capacità, nel volersi dimostrare credibili, gli ingredienti per costruire un proprio progetto, che nasca fuori dai partiti per obbligarli a cambiare, dando vita ad uno strumento attivo dal grandissimo potenziale di rigenerazione del Paese. Fortissimo e straordinariamente importante.

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37 Il più grande bene comune

Qualche tempo fa i primi Indignati erano solamente dei giovani che protestavano per una finanza ed un’economia che sottraevano loro il futuro. Oggi gli Indignati sono ogni categoria di cittadini che non sopporta più l’incapacità e l’inefficienza della politica: donne, giovani, lavoratori, imprenditori, pensionati, lavoratori a rischio, forze dell’ordine, persone di fede e laici, artisti, ricercatori e operatori della cultura. Tuttavia assistiamo ancora ad una rappresentazione di indignazione per corpi isolati, con obiettivi separati e non comunicanti. Alcuni di loro manifestano, altri ritengono che le manifestazioni di piazza non servano più a nulla, perché la politica se ne disinteressa o tende ad infiltrarsi per cavalcare la rabbia. Altri ancora sono già pronti a costruire ma stanno procedendo da soli. A questo punto, se vogliono tradurre la propria indignazione in una forza concreta e importantissima, è importante che i cittadini evitino di dichiararsi semplicemente Indignati e comincino in fretta a cercarsi l’un altro per costruire le condizioni di una potente Unione, legata e motivata da una forte proposta.

I giovani, spesso costretti alla frustrazione, non devono farsi indurre alla violenza da poche centinaia di estremisti malati di voglia di caos e di distruzione. E’ una strada che li porterebbe a scontrarsi con altri cittadini o con altre persone, che probabilmente rappresentano molte parti sane e incolpevoli delle istituzioni. Alcuni giovani potrebbero pensare di dover passare dalla rabbia alla violenza perché non hanno niente da perdere. In realtà rischiano di rimanere a perdere e basta, come altre parti della società. Quei giovani devono cambiare strada per trovare la via d’uscita alle loro difficoltà, altrimenti andranno in una direzione esasperata, isolandosi e facendosi isolare, così come avvenne negli anni ’70 e ‘80. Anzi, il fatto che siano tentati dalla violenza è già indice di un loro essere separati e isolati. Per passare alla condizione di chi ha tutto da guadagnare, hanno bisogno di avvicinarsi alle altre parti della società, tutte ugualmente deluse o indignate, tutte isolate e bisognose di un progetto di ricostruzione del Paese. Ma anche queste ultime parti dovrebbero cambiare ottica e guardare ai giovani come a persone che vogliano costruirsi un futuro di cui andare fieri.

Tutti devono cambiare visione nei confronti di tutti, liberarsi dai preconcetti, guardarsi come cittadini che devono aiutarsi per superare le difficoltà, e considerare che hanno davanti a sé una grandissima opportunità da costruire insieme. Altrimenti resteranno schiavi di una politica che vuole continuare a separarli, mantenendo le condizioni che li obbligano a mettersi da soli l’uno contro l’altro. Tutti devono uscire dal proprio guscio per andare a cercare gli altri, per proporsi a vicenda un’unione che aumenterà progressivamente le proprie forze a mano a mano che l’unione avanzerà, alimentandone altra.

Di questi tempi si guarda al “bene comune” come ad una riscoperta nelle esigenze e nella sensibilità dei cittadini. Ritengo che il più grande bene comune sia l’unione, la coesione dei cittadini, non l’aggregazione di partiti che sono riusciti a diventare falsi contenitori di libertà. Solo dai cittadini liberi di pensare e costruire può nascere la tutela di ogni altro loro bene, privato o pubblico.

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38 Il primato dei cittadini sui partiti

I partiti hanno intenzionalmente perso il significato, povero di potere, della parola “istituzioni”. Ai partiti, e ai politici che li compongono, è rimasto invece ben chiaro il fatto che chi riveste incarichi istituzionali dispone di un condizionante potere di influenza economica. Un potere tanto importante da essere avidamente cercato, calpestando le leggi e i diritti dei cittadini. E’ così che i partiti sono riusciti a snaturare il significato importante di quegli articoli 49 e 54 della Costituzione, andando ben oltre il rischio dell’abuso, e rifacendosi al cosiddetto “primato” della politica per giustificare il loro agire.

Ogni democrazia affida alla politica il ruolo di incontro e scontro di posizioni finalizzato a prendere le decisioni che servono alla società, ma le norme della Costituzione stabiliscono che il ruolo della politica deve svolgersi nell’equilibrio dei poteri dello Stato, e sottostando alle leggi per rispettare i cittadini. Tuttavia, proprio per la palese violazione di quei fondamentali articoli, e stante il livello di degrado che hanno determinato, gli attuali partiti non dispongono di un’autorità morale ed etica che permetta loro di attribuirsi un primato. Va soprattutto considerato che la Costituzione è stata creata per i cittadini, e che essi sono l’origine ed il fine della società e della democrazia; quindi, caso mai, c’è un primato assoluto dei cittadini sui partiti.

Lo stesso si può dire del Parlamento e delle altre istituzioni: sono state svilite dai partiti, però sono state pensate perché svolgessero un ruolo a beneficio dei cittadini. Allora spetta ai cittadini rinnovarle e, più ancora, trovare il modo di trasformarle in efficienti e responsabili macchine al loro servizio.

I cittadini, pur partendo dalla consapevolezza delle compromesse condizioni nelle quali si trova la democrazia, dovrebbero evitare di dare alla parola ‘potere’ lo scontato significato di qualcosa che possa solamente escluderli o quello di una dimensione tanto compromettente dalla quale vogliano rimanere lontani, per il timore di rimanerne invischiati. Se evitassero di farsi condizionare dalla stratificazione di considerazioni negative e dalle pessime esperienze che hanno fatto del degrado della politica, potrebbero recuperare l’autentico significato delle parole che ruotano intorno alla democrazia, per rinnovarla e liberarla, e per impedirle di essere condizionata dagli ambiti dominati dalle oligarchie. In tal modo la parola ‘potere’ potrebbe essere intesa come insieme di possibilità a disposizione di una comunità di esseri umani, e la ‘politica’ costituirebbe l’opportunità di scegliere tra le varie possibilità quelle che più mantengano unita ed economicamente solida la comunità. Allora l’obiettivo perseguibile diverrebbe l’individuazione e la realizzazione di un progetto attraverso il quale evolvere la società, stabilendo le condizioni per ottenere una trasparente ed efficiente gestione delle risorse.[xiv]

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39 A macchia d’olio

I politici non vogliono sentir parlare di sé come di una casta, e molti di loro, per l’onestà e la coerenza che esprimono, non meritano questo appellativo. Ma ormai tale definizione, individuata da alcuni osservatori, è entrata nella mente dei cittadini, per segnalare anche il degrado morale e l’inaffidabilità di molti tra coloro i quali hanno pessimamente gestito il Paese, in ognuno degli schieramenti che si sono succeduti.

E’ in questo quadro di inaffidabilità che va inserita la storica dimensione dell’evasione fiscale. E’ storica perché è molto lontana nel tempo l’origine della pessima gestione voluta dai partiti, diventata sia suggerimento di furbizia per gli scaltri, sia tacita accettazione di un certo livello d’illegalità, affinché i cittadini fossero disponibili a non pretendere troppa legalità dalla politica. Negli ultimi tempi la questione dell’evasione fiscale è stata utilizzata dai partiti come ulteriore motivo per indurre gli italiani a scivolare nel conflitto tra di loro, e ad alimentare la rabbia nei confronti dello Stato. In tal modo i cittadini sono stati sviati dalla possibilità di rivolgere una propria unitaria critica nei confronti delle gestioni condotte dalle politiche di tutti gli schieramenti. In realtà un conflitto fiscale non dovrebbe esistere se lo Stato fosse correttamente gestito e la politica fosse rispettosa delle leggi e dei cittadini. Tutto dovrebbe essere risolvibile attraverso l’articolo 53 della Costituzione, quando stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Perciò, a guardar bene, il livello della tassazione dipende dal livello della spesa pubblica e ancor più dall’efficienza di tale spesa, ossia dal modo con il quale viene gestita. Ecco quindi che tutto ritorna alle responsabilità della politica. E a quelle dei cittadini che devono riuscire a costruire una politica diversa.

Di fatto, oltre a costituire una mancanza di rispetto per gli altri concittadini contribuenti, una sleale competizione per i concorrenti, un continuo contributo alla distruzione delle risorse disponibili per il progresso civile e materiale del Paese, l’evasione fiscale può essere vista anche come la misura di un’adesione o di un adeguamento all’esempio di illegalità offerto da troppa malata politica succedutasi di legislatura in legislatura.[xv]

Tuttavia l’evasione fiscale non costituisce solo un mezzo per l’illecito arricchimento degli uni o per la precaria sopravvivenza degli altri, ma è diventata una pratica diffusa a macchia d’olio tra quanti, riuscendo, chi più, chi meno, a bucare la rete impositiva di uno Stato percepito come maestro d’inganni, hanno cercato un illegale e contagioso modo di neutralizzare la tassazione occulta derivante dalle pessime gestioni realizzate nei decenni dai partiti e dagli schieramenti. Ciò significa che chi non evade, ossia le fasce di reddito dipendente o tante corrette attività produttive, subisce una doppia imposizione: quella prevista dalla legge, e quella altrettanto alta derivante dalle conseguenze della gestione realizzata dai partiti.

Dopo gli attacchi subiti dal debito pubblico nel 2011, e la possibilità di un fallimento per il Paese, molte persone hanno percepito che, quelli effettuati con ripetute manovre finanziarie, in realtà sono tagli ad una spesa che poi finisce per scaricare i suoi costi sui cittadini, soprattutto le persone in difficoltà, le famiglie numerose, le attività e i molti cittadini corretti.

Fino a quando il Paese sarà modellato ed imprigionato da una politica che non ha saputo creare una cultura della legalità, perché essa stessa non ha voluto rispettare le leggi, l’evasione sarà altissima e priva di antidoti culturali. Una politica guidata da partiti abituati a disporre delle risorse pubbliche per farne oggetto di una disastrosa e nascosta gestione, priva di un progetto unificante e di obiettivi condivisi, non tenuta a rendere conto di nulla, può permettersi di considerare i cittadini come una continua fonte di risorse, dimenticando di essere al loro servizio, e di dover rispondere con efficienza alle loro esigenze. Una politica di questo tipo non può cambiare la cultura del Paese, perché ha assorbito e cristallizzato l’abitudine all’illegalità nell’uso delle risorse e delle leggi; al massimo può dividere il Paese, attraverso partiti che vogliono aumentare le tasse perché non sanno ridurre e rendere efficiente la spesa, e partiti che ottengono il consenso promettendo di ridurle assieme agli sprechi, salvo non riuscirci, in un modo diverso ma speculare ai precedenti.

Una politica per troppo tempo improntata dalle nascoste logiche clientelari dei partiti, ha dovuto ricorrere alla previsione di “manette agli evasori” più per fingersi decisa di fronte al disgusto di molti elettori, che per la reale volontà di ottenere efficienza. Forse, se si volesse cercare un’alterativa alle manette si potrebbe obbligare l’evasione alla sottoscrizione di titoli del debito pubblico, con il vincolo di tenerli fino alla scadenza, pagando interessi anziché ricevendoli. La cultura della legalità dovrebbe essere ricostruita privilegiando la trasparenza e rendendola conveniente per i cittadini; allora la previsione del carcere come deterrente potrebbe essere riservata ai casi nei quali, dietro all’evasione o all’elusione, ci sia la criminalità organizzata.

Ma una cultura della legalità dovrebbe anche chiedersi quali siano le strade più idonee da seguire per riportare progressivamente alla legalità, sapendo distinguere chi con l’evasione si è arricchito, da chi ne ha fatto il mezzo per sopravvivere in un’economia soffocata. In quest’ultimo caso quell’evasione segnala una criticità sociale e un’inadeguatezza della politica.

Oltre a distinguere le condizioni che caratterizzano ogni specifica attività, è necessario offrire ai cittadini gli strumenti per rendere trasparente il reddito prodotto, cercando di capire quali provvedimenti servano per consentire il mantenimento o la trasformazione di un’economia. Forse la riduzione dell’imposta sul valore aggiunto potrebbe servire a rendere meno conveniente l’accordo tra il consumatore e l’evasore, con il beneficio di offrire impulso all’economia e tutela alle tasche dei cittadini. Però, per premiare l’economia trasparente e la cittadinanza responsabile, si dovrebbe offrire al contribuente la possibilità di detrarre o dedurre dal proprio reddito imponibile una porzione dell’ammontare dei beni e servizi acquistati per la cura della persona e per la manutenzione dei suoi beni.

Si dovrebbe ribaltare il criterio con il quale lo Stato chiede solidarietà fiscale: se tutto potesse emergere con trasparenza lo Stato avrebbe maggiori possibilità di diventare efficiente, e a tutti converrebbe contribuire per beneficiare  di uno Stato che funziona. I cittadini non vanno messi uno contro l’altro per pagare le tasse, ma uno a fianco all’altro nel contribuire a sostenere l’efficienza che lo Stato deve fornire loro. Premiando coloro i quali sono corretti.

Se i cittadini riuscissero ad unirsi per costruire una fonte di politica autenticamente nuova, se  provassero a definire alcune regole per una gestione indipendente dalla politica, vedrebbero aprirsi un orizzonte nuovo: percepirebbero lo Stato come una loro affidabile emanazione che non distrugge i denari ricevuti. Stato e Paese sarebbero sentiti come un’unica  dimensione, .si creerebbero le condizioni per una riduzione della pressione fiscale, o per orientare il fisco alla finalità di costruire un nuovo progetto del Paese.

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40 Il mostro è davvero grande ed invincibile?

Nei decenni il cittadino-suddito italiano ha accettato tutto quanto accadeva sotto i suoi occhi, al punto da diventare, per convenienza, pigrizia o per timore, complice di una situazione alla quale si è piegato. Sarebbe un errore ritenere di avere di fronte un mostro troppo grande per poterlo affrontare. Di sicuro il mostro è grande rispetto alle forze dei singoli. Ma le forze del mostro diventano improvvisamente piccole se si prova a confrontarle con quelle, per adesso solo potenziali, della silenziosa maggioranza dei cittadini.

Bisogna che quella potenzialità diventi consapevolezza di tutti i cittadini. Si può farlo considerando il fatto che, se non si reagisce di fronte al cancro, è sicuro che esso produrrà solo danni per chiunque. Si deve pensare non solo che le convenienze e i piccoli vantaggi della sudditanza alla politica non esistono più, ma, soprattutto, che le convenienze ottenibili da un sistema illecito e canceroso sono molto inferiori ai vantaggi conseguibili da un Paese sano, perché si traducono in un crollo della capacità del Paese di risollevarsi, e di restare al passo con la parte più avanzata del mondo.

I cittadini devono reagire e passare all’azione costruendo una grande forza che unisca il Paese su obiettivi nuovi, per spazzare via le cause, anche culturali, del disastro.

Sento il desiderio di incontrare altre persone che, quando si parlino, pensino prima di tutto ad unirsi per affrontare insieme i grandi problemi del Paese. Vorrei sentire argomenti, idee, progetti e volontà di unione dei cittadini: non sopporto più le discussioni costruite per mettere una parte degli italiani contro l’altra. Non mi interessano più le parti, mi interessa il Paese coeso e risollevato.

Mi piacerebbe si diffondesse l’intenzione di unirsi per il Paese: una grande, contagiosa voglia di collaborazione per ricostruire fondamenta più forti, mandando alle ortiche il pantano, il putrido irrespirabile, la discarica di finta politica.

Per provare a dare un contributo cercherò di avanzare alcune proposte in questo senso.

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41 Cosa succederebbe se togliessimo la gestione ai partiti?

Si dice spesso che il passaggio dalla lira all’euro ha penalizzato i cittadini e l’economia, ma si rischia di non considerare un elemento che sta alla base di questa constatazione. Il cambio tra lira ed euro fu diretta conseguenza delle caratteristiche dell’economia italiana prima dell’entrata nella moneta unica: un’economia con potenzialità squilibrate, gravata da enorme debito, da arretratezze e da fortissimi blocchi nei quali era inserita la politica di tutti gli schieramenti. Un’economia che è rimasta imprigionata dalla catastrofica e arrogante capacità di mal gestire anche dopo l’entrata nell’euro. Rispetto alla lira l’euro ha consentito forti risparmi per interessi sul debito. Ma tali risparmi sono stati sciupati da una crescente spesa pubblica gestita dai partiti, cosicché il debito è rimasto altissimo, mentre il Paese ha continuato ad affondare nelle sue debolezze.

L’euro era un metro di misura molto forte, disponibile a fornire potenzialità per una società che volesse rinnovarsi, ma è diventato illusorio e penalizzante per un Paese che i partiti non hanno mai voluto cambiare, perché non hanno cambiato prima di tutto essi stessi. I partiti hanno costretto l’Italia a rimanere in una condizione di debolezza e di malattia. In tal modo, anche se tutto era misurato e pagato in euro, gli italiani continuavano ad essere retribuiti sulla base di un valore che era stato fissato in lire, e che non poteva modificarsi, perché nel Paese non si manifestavano le condizioni di nuovo sviluppo e di profondo cambiamento che l’adozione della nuova moneta avrebbe richiesto.

Anziché farci ricondurre alla marea di chiacchiere indignate e di belle frasi sulla necessità che i politici siano guidati da moralità, da principi, da valori di legalità, eccetera eccetera, dobbiamo agire per spezzare l’enorme cerchio di condizionamenti, interessi ed influenze che si crea attraverso le oligarchie dei partiti e tramite quanti si affiancano a queste per arrivare alla quantità di denaro pubblico che viene sprecato a spese dei cittadini. Tutto il Paese, in queste condizioni, non può ottenere neanche la minima parte dell’evoluzione economica e culturale di cui avrebbe bisogno.

Ovviamente soprattutto i partiti straparlano di crescita economica: cioè di lavoro, investimenti, produzione, reddito più diffuso, possibilità di pagare gli interessi sul debito pubblico e di ridurne la dimensione. Anzi spesso, usando il termine ‘crescita’ come una delle loro più recenti parole magiche, ci riempiono di illusioni parlando di grandi riforme e di importanti stimoli o addirittura frustate all’economia. Ma l’evoluzione economica del Paese è una questione fondamentale che si lega con il livello della corruzione, con l’inadeguatezza gestionale della politica e con il degrado istituzionale che ne deriva.[xvi]

Da più di un decennio l’Italia ha un’economia che riduce il proprio reddito, in misura non solo peggiore rispetto agli altri paesi europei, ma perfino del mondo, ad eccezione di Haiti e Zimbabwe.

Ciò significa che la scarsa redditività del Paese è direttamente legata non all’inadeguatezza di uno schieramento o di alcuni partiti in particolare ma all’incapacità di tutto un sistema politico fondato sui partiti e sugli schieramenti di mettere il Paese nelle migliori condizioni per conseguirla.[xvii]

Alcuni politici affermano che l’Italia avrebbe uno dei migliori avanzi primari d’Europa; peccato che questo termine nasconda i problemi. L’avanzo primario è la differenza positiva tra entrate e spesa pubblica senza tener conto degli interessi sul debito. Se si tiene conto anche di questi ultimi si capisce che il Paese fatica a sostenere il debito futuro e ciò perché non c’è una prospettiva di reddito sufficientemente alto per gli anni a venire. Dunque bisogna trovare il modo di cambiare i criteri di gestione del Paese perché possa migliorare la propria capacità economica e ridurre il debito.

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42 Politica e spread. Ciò che i partiti non vogliono farci sapere.

Se pensiamo che il debito pubblico italiano, tra i primi al mondo per dimensione, è paragonabile ad un mutuo sul quale i cittadini pagano un costo per interessi che aumenta con l’aumentare del mutuo, è fondamentale che il mutuo si riduca e che il reddito totale dell’Italia possa consentire di pagare le rate del mutuo. Invece, come già nei decenni passati, in questi ultimi anni il mutuo è aumentato, poi gli interessi del mutuo sono aumentati, e il reddito, rimasto bloccato per anni agli stessi valori, è ulteriormente peggiorato dopo la crisi. Le manovre finanziarie d’emergenza hanno contribuito a ridurre il reddito e di conseguenza le entrate fiscali, e quindi hanno concorso ad aumentare la difficoltà di rimborso in un circolo perverso.[xviii]

Dopo l’attacco ai titoli del debito pubblico la politica di tutti gli schieramenti è apparsa bloccata sulle ricette da seguire per ridurre il debito o per trovare risorse. Così la contrapposizione avviene per esempio tra i partiti che ritengono necessario determinare nuovi tagli ai servizi e alle spese, quelli che spingono perché si vendano i beni di proprietà pubblica, e quelli che vogliono un’imposta sui patrimoni più rilevanti. Tuttavia l’aspetto sul quale la politica non vuole soffermarsi è che i soldi ci sarebbero se non fossero svaniti in migliaia di rivoli gestiti, talora in modi scandalosi, non da tutti, ma da un numero sterminato di politici o di figure collegate alla politica. Il punto cruciale è che bisogna togliere tali risorse dalla gestione di tutta la politica, di tutti gli schieramenti. E’ su questo aspetto che i cittadini, e solo loro, devono e possono incidere.

Se non si intervenisse sulla voragine di soldi consumati dalla gestione dei partiti, le scelte di politica economica sarebbero gravi e sempre potenzialmente insufficienti. Lasciando la gestione nella disponibilità dei partiti, la spesa pubblica rimarrebbe di pessima qualità e il debito attaccabile.

Bisogna considerare che quando lo spread, la differenza tra l’interesse corrisposto sui titoli di Stato italiani e quello offerto dai titoli di Stato tedeschi (l’economia più forte in Europa, presa come riferimento del rischio), aumenta dell’1% ciò si traduce nell’obbligo per i cittadini di pagare l’1% in più sulla parte del debito che deve essere rinnovato. Allora, se per esempio quell’aumento dell’1% avviene quando lo Stato sta per chiedere nuovo prestito per 250 miliardi di euro, tale incremento significa che sui cittadini ricade un ulteriore debito per 2,5 miliardi di euro.

Qualcuno potrebbe osservare: ma perché improvvisamente dobbiamo occuparci dello spread, ossia di un indicatore finanziario? Non è la politica che guida un Paese?

Lo spread è diventato l’estrema sintesi del problema democratico, finanziario ed economico dell’Europa. La politica dovrebbe saper guidare un Paese, in realtà non riesce più a farlo, perché mentre era occupata a dividerlo e a mal gestirne le risorse, la sua inadeguatezza si è sommata all’inadeguatezza della politica degli altri paesi europei, impedendo di creare un’Europa politica, ossia quella dimensione sovranazionale fornita di regole e di istituzioni capaci di proteggere i cittadini e le loro economie da una finanza deviata più che spietata.

La misura fornita dallo spread può temporaneamente mutare se si insedia un governo tecnico che mostri di voler introdurre le riforme ( il ”lavoro sporco” e dalle pesanti conseguenze per i cittadini) che la politica non ha voluto realizzare. Tuttavia tale mutamento non consente ad un Paese indebitato di tirare un definitivo respiro di sollievo. Ciò non può avvenire fino a quando non cambi la politica che male lo gestisce, lo condiziona e lo divide; fino a quando il Paese non mostri di avere trovato una stabilità e un progetto che ne risollevi le sorti economiche; e fino a quando l’Europa non superi la fragilità insita nella sua costruzione. Una fragilità che esaspera i divari conseguenti alle politiche realizzate nei singoli paesi, di fronte alle quali la Banca centrale europea può intervenire con strumenti monetari che finiscono per tamponare ma non risolvono gli squilibri di fondo.

Perciò, rimanendo nell’ambito delle condizioni che dipendano solo dalle scelte di uno specifico Paese e non da quelle dell’Europa intera, lo spread utilizzato per misurare la rischiosità del debito, pur sotto la brutale azione di mercati finanziari tiranneggiati, finisce per diventare il metro finanziario di continua misura dell’inadeguatezza della classe politica di un Paese, oltre che di quella dell’Europa. Dunque la democrazia, più che essere condizionata dallo spread, è pregiudicata attraverso quest’ultimo dalla malattia e dai condizionamenti creati dagli schieramenti. Una malattia e un’ossessione dalle quali i partiti non vogliono guarire.

Sebbene il valore dello spread dipenda anche dall’errata e fragile costruzione datasi dall’Europa,  e dalla rigida miopia degli schieramenti che hanno guidato quest’ultima, molto deve essere fatto dal singolo paese che sia consapevole di trovarsi in una situazione di malattia democratica. Può un Paese lasciare che altri continuino a valutarlo come inaffidabile, vecchio e corrotto? E’ venuto il momento che tale Paese si liberi  di questa insopportabile malattia e si scuota. Se avvenisse tale Cambiamento il Paese segnalerebbe la forte volontà di costruire una prospettiva solida, credibile e sostenibile per ridurre stabilmente il debito e per risollevarsi moralmente e civilmente.

Dobbiamo porci alcune fondamentali domande a proposito delle capacità gestionali delle classi politiche e del livello della corruzione. Possono i partiti e i loro politici continuare a parlare di crescita, ed insistere nel proporla, se il Paese paga le conseguenze dell’inadeguatezza gestionale mostrata dalla politica? Forse possono perché i partiti sono abituati alle dichiarazioni di facciata, e oltre quelle non vanno.

Al di là dei pur importanti risultati di contrasto alla criminalità organizzata di questo o quel governo, di questa o quella coalizione, come mai i partiti continuano ad avere al proprio interno personaggi che ogni giorno appaiono come principali indagati o imputati nelle inchieste giudiziarie relative alla corruzione e agli illeciti nella gestione del denaro pubblico? Non c’è ambito che si salvi: dalla sanità ai trasporti, dall’urbanistica ai lavori pubblici, dalla difesa alle energie alternative, dalla compravendita di case di enti pubblici alle discariche, agli inceneritori, ai finanziamenti europei, all’infinita serie di illeciti negli appalti. [xix]

Come si può aspettare che i partiti si rinnovino?

Lo stato di putrefazione degli attuali partiti rende giustificato il tentativo di rinnovarli attraverso l’inserimento di volti nuovi. Tuttavia molti cittadini ritengono ingenuo e perfino sbagliato sprecare grandi risorse intellettive e morali a beneficio di contenitori che obbligano ad una conflittualità degenerata. Ma quali sono i motivi di tanto litigare? Il primo è arrivare alla gestione. Il secondo è non voler riconoscere che gli altri con i quali si è in conflitto possono avere una parte di verità, perché altrimenti si dovrebbe dividere i meriti con questi, e quindi si perderebbero quei consensi che si spera di ottenere più ampi mostrandosi rigidi nella propria posizione. Al punto che se pure gli altri fanno la stessa cosa nessuno dei litiganti realizzerà nulla. E questo è proprio quanto è successo all’Italia.

Dunque bisogna uscire dal circolo vizioso dei partiti. L’unica strada sana è quella di costruire un’entità politica nuova, fondandola sul criterio di unire i cittadini per costruire una proposta politica attorno alle loro comuni esigenze, alle potenzialità di tutto il Paese, superando gli schieramenti, con la finalità di togliere i partiti dalla gestione o dalla possibilità di influenzarla.

Pur dovendo necessariamente costituirsi in un partito, perché questo è l’unico strumento previsto dalla Costituzione, sottoponendosi a questi obiettivi e a trasparenti regole di partecipazione, tale entità non diventerebbe l’ennesimo carrozzone sul quale salire per approfittare della novità del suo messaggio e rifare cose già viste in passato.

La sottrazione della gestione delle risorse pubbliche ai partiti consentirebbe di non ripetere la strada percorsa da altre formazioni politiche, le quali, pur essendo nate con intenti che sembravano volti ad aggredire i mali del sistema politico italiano, dopo aver a lungo spacciato grandi proclami per catturare il consenso, hanno generato enormi delusioni.

Credo che il problema stia nella nostra testa. Molti cittadini sono già usciti dall’ottica dei partiti, perché hanno sentito che lì dentro c’è una malattia che uccide la democrazia. Però adesso bisogna che quei cittadini sappiano costruirsi da soli una strada tutta nuova e indipendente, di vera crescita civile, oltre che di rigenerazione economica. Una strada che possa affrontare la radice principale tra le radici dei nostri problemi. Solo se proveranno a costruire da soli il mezzo attraverso il quale realizzare il cambiamento del Paese, e non lo affosseranno prima di tutto con il proprio ritenerlo irrealizzabile, allora arriveranno altri cittadini ad aiutarli: allora quel mezzo assumerà una forza veramente enorme.

Dovrebbe essere una formazione capace di costruire una proposta non velleitaria, molto concreta, tanto da poter arrivare alla radice, e nello stesso tempo di coinvolgere una grandissima parte della popolazione senza la pretesa di avere la soluzione in tasca. In ballo non c’è un probabile spazio lasciato vuoto dagli attuali partiti, che si potrebbe colmare con un po’ di belle parole, un po’ di giovani candidati competenti di economia e di finanza, e qualche nuovo marketing. La drammatica necessità che abbiamo di fronte è la ricostruzione delle fondamenta del Paese per salvarci dal baratro che ha una natura finanziaria, economica e politica.

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43 Il “cancro” nell’era di internet

 La presenza di internet può essere di fondamentale aiuto per creare una grande comunità di persone, le quali, oltre a scambiarsi idee, si riconoscano per il fatto di essere tutti delusi dai partiti, tutti stanchi di essere plagiati e irrigiditi dentro falsi schemi, utili solo a litigare e sprecare; tutti con le medesime esigenze di efficiente impiego delle risorse pubbliche; tutti desiderosi di essere partecipi nella costruzione di una realtà non solo nuova ma incisiva rispetto all’origine della malattia democratica. Quindi tutti accomunati dallo stesso destino di vivere in un Paese che, solo se unito, può affrontare con la forza necessaria i grandissimi problemi che ha davanti a sé.

In tutto l’Occidente i cittadini sono scontenti dei risultati ottenuti dalle democrazie. Forse si dovrebbe cominciare a riflettere sul fatto che le democrazie sono contenitori potenziali di libertà e di benessere; ma senza una loro evoluzione, possibile attraverso il superamento di ingannevoli schieramenti e l’introduzione di regole di efficienza e trasparenza, i contenitori restano vuoti di libertà e di benessere, pieni di illusioni e pronti per la costruzione di continui abusi.

In alcuni paesi occidentali, per effetto della crisi economica, finanziaria e soprattutto politica, internet sta oscillando tra la funzione di sfogo della protesta di cittadini infuriati ed indignati contro sistemi finanziari che producono impoverimento, e la costruzione di proposte di democrazia decisionale attraverso il computer. Il punto sul quale si misurerà la forza di tali proposte sta nel fatto che, partendo dal superamento degli schieramenti, riescano a tradursi in progetti di coesione.[xx]

Particolarmente in Italia moltissime persone sono indignate, oltre che per il forte impoverimento e per il senso di debolezza dai quali sono aggrediti, anche per il fatto di vedere come la democrazia sia stata sequestrata e deformata dai partiti, e da questi trasformata in una mostruosa voragine di sperpero, in un buco nero della trasparenza e della partecipazione.

Lavoratori, imprenditori, disoccupati, donne, giovani, anziani, sono tutti accomunati dalle difficoltà  economiche e dalla mancanza di un progetto che superi il fallimento degli attuali partiti. Nessuna tra queste parti della società ha ancora trovato un riferimento aggregante ed incisivo, che le veda costruttrici di un cambiamento di fondo. Ma un riferimento di quel tipo non si può trovare se non aggregandosi alle altre parti con uno spirito nuovo.

Serve una proposta che non si limiti ad attaccare i partiti per sostituirsi ad essi, ma provi ad aggredire in radice l’intreccio tra l’onnipresenza dei partiti, l’abuso delle leggi e del potere che essi realizzano, l’arrogante impossessamento degli ambiti di influenza economica che essi attuano, l’ossessiva costrizione all’inconcludente contrapposizione che essi creano. Deve quindi nascere una proposta che oltre ad unire, voglia sottoporsi a nuove regole che cambino in profondità il funzionamento della politica, per conferire trasparenza, concretezza ed efficienza alla democrazia.

La vecchia politica partitica sarà indotta a sfruttare le notevoli potenzialità di internet per piegarla a nuove operazioni cosmetiche, sottoponendo i cittadini a nuove modalità di cattura del consenso. Saranno inutili e penosi tentativi, da politica decrepita e screditata, che spera di indossare internet come una maschera per trovare la soluzione più tecnologica e innovativa alla propria inguardabilità.

A patto che non diventi un filtro manipolato da pochi soggetti, Internet potrebbe essere lo strumento attraverso il quale i cittadini, indipendentemente dagli schieramenti, elaborino la propria proposta per unirsi; ma anche un mezzo attraverso il quale costruire nuove modalità, nuovi strumenti di partecipazione ad un necessario cambiamento delle democrazie.

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44 Ma cos’è realmente la nostra democrazia?

Proviamo a guardare ai dati che ci mette quotidianamente sott’occhio la cronaca giudiziaria, quando ci parla della corruzione nella pubblica amministrazione e nei partiti, a livello nazionale come a quello locale, al Nord, come al Sud, come al Centro Italia.[xxi]

Ci possiamo domandare: cos’è la nostra democrazia? Quanto di ciò che essa determina, per effetto del sistema di leggi che derivano dai principi stabiliti dalla Costituzione, si traduce in trasparenza ed efficienza dell’agire pubblico? E quanto in partecipazione del cittadino? Questi elementi, in definitiva, dovrebbero essere l’esplicitazione del rispetto dovuto nei confronti del cittadino, dei suoi diritti, ma anche dei soldi, della fiducia, e degli obblighi che egli mette a disposizione di tutti. Tali risorse finiscono per essere nelle mani dei partiti e dei politici. E’ chiaro che se il potere di cui dispongono i politici si traduce in un utilizzo delle risorse e della fiducia che calpesta le regole previste dalla Costituzione, risultano compromesse le basi della democrazia rappresentativa. Molti studiosi hanno sottolineato che la democrazia rappresentativa non è la Democrazia totale e perfetta che idealisticamente e intuitivamente auspichiamo, poiché quasi sempre essa assomiglia più che altro ad una aristocrazia, ad un governo di pochi, selezionati, fattisi eleggere per rappresentare, nominati indipendentemente dalle capacità o  individuati per la presunta competenza tecnica, ma sempre e comunque diversi dalla totalità del popolo di una nazione. Tuttavia il più grande problema della democrazia appare essere ancora un altro: una politica che non voglia sottostare alle regole che impone ai cittadini non può funzionare, perché diventa essa stessa motore di distruzione della convivenza civile.

Ma se questo è il modo di essere dei partiti, stiamo consentendo ad uno strumento malato di produrre la rovina della pur imperfetta democrazia, la quale rimane innocente, ed in attesa che i cittadini, non i partiti, si organizzino per costruire nuove regole per difenderla, ossia per difendere essi stessi.

Probabilmente alla democrazia italiana per lungo tempo è mancato qualcosa che le impedisse di farsi contagiare dall’inefficienza dei partiti, così anziché essere un contenitore di garanzie, diritti ed obblighi finalizzati ad ottenere efficienza, è diventata il teatro nel quale troppi politici, mentre interpretavano brandelli delle scene che volevano, o fingevano di volere, contrastandosi l’un con l’altro, andavano ognuno per i fatti propri senza portare a compimento nulla, anzi, girando con i martelli in mano per spostare le pareti o rifare gli arredi, mantenevano faticosamente e polverosamente ogni cosa dov’era. Le rappresentazioni si sono susseguite in una apparenza di cambiamento senza che nulla cambiasse, diventando un drammatico caos per cittadini che sono stati abituati ad assistervi come fosse uno spettacolo. Forse altre democrazie hanno problemi simili, ma uno dei teatri più rovinati ed in pericolo è quello italiano, perché, per molti decenni, in esso hanno provocato questo dramma generazioni di pessimi politici, bravissimi ad alternarsi nella recita.

Probabilmente alla democrazia italiana sono mancati proprio i cittadini attivi. Per questo penso che la maggioranza silenziosa di essi debba unirsi e impedire che lo scempio si riproduca, ricostruendo le regole, portando il teatro ad essere un trasparente laboratorio che, un po’ alla volta, per principio e per contagiante convinzione, produca l’efficienza che serve a ricreare risorse e a distribuire benessere.

A lungo si è discusso di autonomia impositiva degli enti locali, e quindi di uno spostamento delle capacità di spesa pubblica e del suo controllo nell’ambito locale. Molti ritengono che costituirebbe un passo utile e rappresenterebbe l’attuazione di quanto la Costituzione italiana già riconosce all’articolo 5: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”.

C’è molto da fare nella direzione di quell’autonomia per darle sostanza, evitandole di essere proclama ideologico ed illusoria o confusa conquista da reclamizzare per andare alle elezioni o per evitarle. Tutti i partiti farebbero bene a non utilizzarla come bandiera per dimostrare ai propri sudditi di aver realizzato qualcosa di già sicuro nel risultato, perché siamo molto lontani dall’avere compiuto passi precisi verso qualcosa di concreto che conduca ad una maggiore efficienza. Fino a quando non verrà sottratta loro la gestione economica, i partiti si sentiranno giustificati, o meglio, obbligati ad impedire la compiuta attuazione di qualsiasi riforma essi stessi sostengano di volere. La riprova di ciò è data dalla modifica realizzata nei confronti del titolo 5° della Costituzione, confermata da referendum nel 2001. La riforma che ne è risultata ha attribuito alle regioni e ai comuni ruoli e competenze che in precedenza non avevano, tuttavia il nuovo assetto non ha minimamente scalfito il problema di fondo: ossia il fatto che la politica distrugge enormi risorse perché pretende di gestirle. Di conseguenza le riforme oltre che zoppe, lente, contorte, risultano deformate per effetto della gestione che rimane sempre in capo ai partiti e agli schieramenti: insomma l’esito è stato propagandistico e ha incrementato a dismisura una spesa fuori controllo. Attraverso riforme nate per motivazioni ideologiche, e non per ricerca d’efficienza, la distruzione di risorse si è diffusa dallo Stato ai comuni e ancor più alle regioni, vere divoratrici di circa 200 miliardi annui di spesa pubblica senza controllo. Il grande numero di regioni italiane e la loro elefantiaca struttura, non dissimile a quella tanto criticata dello Stato, fanno capire quanto la questione dell’efficienza riguardi tutte le strutture e le modalità di operare dell’amministrazione decentrata.

Partiti nati con l’intento di accedere ad una spartizione non vorranno né potranno cambiare, neanche attraverso le tante modifiche istituzionali che tentano di proporre e perfino di realizzare tra un litigio e l’altro. L’avidità gestionale e l’assenza di trasparenza ed efficienza sono la morte della democrazia, quindi è su questi versanti che bisogna assolutamente trovare correttivi.

La logica lo dice: se si cambia la struttura, ma non si introducono regole per una gestione indipendente dalla politica, quest’ultima finirà per farsi guidare dall’avidità gestionale e dall’abuso delle leggi che provocano inefficienza. Quindi sembra che cambi quasi tutto ma non cambia nulla di ciò che serve.

Solo se si cambiano a fondo le regole di gestione, allora ci si può permettere, anzi si deve, individuare un progetto forte, una grande visione che coinvolga il Paese intero, per superare i suoi problemi e liberare le sue potenzialità.

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45 Favole e favolette; pifferai, illusionisti e urlatori

 I partiti da lungo tempo insistono nel darci l’impressione di essere diversi da quello che in realtà sono. Siamo tutti talmente abituati a vedere il loro modo d’essere che lo abbiamo acquisito come scontata misura della democrazia. Ma oggi, più che nei decenni passati, è evidente che non riescono a dare un significato di concretezza ed efficienza alla funzione per la quale sono stati previsti.

Quel significato non è in cima alle loro priorità poiché il meccanismo democratico di cui beneficiano paga comunque. E perché paghi è sufficiente che fingano di avere un progetto, o qualcosa di meno: un nome e uno slogan. Anzi, basta che s’inventino qualcosa di più banale: una favola.

Nei decenni il popolo italiano è passato di favola politica in favola politica, seguendo i richiami di un’inutile contrapposizione ideologica, o di una rassicurante e falsa retorica imbonitrice. Fino a che qualcuno è riuscito a mettere in luce i risultati della “gestione“ dei partiti durante quella che è stata chiamata “prima Repubblica”. Dopo le inchieste giudiziarie della prima metà degli anni ’90, e in seguito all’onda di rigetto dei partiti che ne è derivata, il popolo italiano, illudendosi di aver capito da dove provenissero i problemi, si è fatto trascinare dove le astute menti di diversi schieramenti lo hanno voluto portare. Vecchi partiti hanno tentato di rifarsi il trucco ed altri, nuovi di zecca, sono stati rapidamente costruiti sugli slogan antipolitici, per sfruttare quell’improvvisa possibilità di rispondere all’ansia di novità del popolo italiano, trattato come greggi di pecore che vanno portate da una mangiatoia di proclami all’altra. Qualcuno si è inventato il termine “seconda Repubblica”, ed i partiti lo hanno subito acquisito, per indurre a credere che la “seconda” fosse cosa totalmente diversa dalla “prima”, e non un suo camuffamento.

Di favola in favola, le confuse condizioni politiche e l’ingenuo e manovrabile “sentire” della gente si sono fatti perfetti per le favolette. Questo genere narrativo è stato il decennale prodotto incantatore di vari pifferai, illusionisti o urlatori, tutti capaci, con differenti argomenti e con differente scaltrezza, di dividere il Paese per meglio garantire al proprio partito l’accesso alla spartizione delle risorse di tutti.

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46 L’antipolitica ed il topolino. Cosa ci insegna la storia recente

I partiti italiani hanno usato i megafoni per immiserire i cittadini al ruolo di giocattolini robotizzati. Gli italiani sono stati intontiti da uno scontro sfibrante che poteva continuare ancora a lungo, se non fosse intervenuto il dramma della crisi economica e finanziaria. Quest’ultima ha messo in luce la gravità e profondità della crisi di capacità politica che tocca tutti gli schieramenti. I partiti, percependo di essere tutti deboli ed inaffidabili, hanno temuto le urne e si sono barcamenati in una melina che doveva servire a far trascorrere il tempo e a predisporli con tutta calma alle tattiche d’appostamento di un lungo percorso elettorale. Un balletto irresponsabile che ha acuito il senso di distanza dalla politica.

Nel 2011, mentre il Paese si trovava in fortissime difficoltà e rinasceva prepotente il vento dell’antipolitica, qualcuno iniziava a prefigurare l’idea di una grande coalizione di “responsabilità” e di “salvezza”. Una coalizione che non si è verificava perché ogni partito continuava a sperare di trarre il massimo beneficio da una situazione che si faceva sempre più complessa e critica, e obbligava ad una sequenza di costose manovre di finanza pubblica.

Dopo anni di favolette e stupide grida, l’arrivo di una fortissima difficoltà finanziaria ed economica, che ha messo a nudo le debolezze costruite nel corso di decenni, avrebbe dovuto indurre molti politici ad evitare le buffonate. In realtà, i cittadini italiani, spaventati ed infuriati, oltre ad essere bersaglio delle logiche di schieramento, rimanevano attoniti a guardare l’approvazione di manovre su manovre che, nel tentativo di non scontentare qualcuno, non toccavano i problemi di fondo, ma provocavano ulteriore separazione sociale.

Purtroppo, quella situazione, come molte altre, ha dimostrato che gli italiani sono trattati dai partiti solo come oggetti passivi o come tifosi che sperano di trovare un goleador al quale affidarsi.

Milioni di cittadini, in parte consapevoli, in parte inconsapevoli di trovarsi dentro ad una gabbia cilindrica che ruota intorno ai partiti, si sono visti nella condizione del topolino intrappolato e obbligato a farla girare alle scadenze convenute. I cittadini hanno capito d’essere loro a far ruotare il meccanismo tramutato in gabbia cosicché la democrazia appare immobile e svilita.

E’ possibile che non ci sia una via d’uscita? Forse una via c’è. I cittadini devono fermarsi; pensare; e notare che c’è uno sportellino che attende solo di essere aperto. E’ lo sportellino del libero pensiero.

Milioni di persone per uscire dalle difficoltà, dal disgusto e dalla sfiducia hanno bisogno di una Repubblica dei cittadini uniti ed attivi, non di una terza Repubblica che passa ancora per la gabbia costruita dai partiti.

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47 Trappole e pantofole

Anche dopo che la manipolazione e la speculazione finanziaria hanno messo in luce pure ai cittadini il disastroso livello dei conti pubblici, i partiti hanno continuato imperterriti per la loro strada, contendosi anche sulla legge lettorale per tentare di garantirsi una continuità nonostante siano putrefatti. Al loro interno scalpitano quarantenni o trentenni, desiderosi di far vedere d’essere gli ideali rinnovatori, rottamatori e trasformatori dei partiti dai quali provengono. In realtà o sono fortemente preoccupati del fatto che i loro padri politici siano ormai talmente screditati e vecchi da trascinare anche loro stessi nel baratro di impopolarità, o hanno capito che dal fallimento dei vecchi capi che non vogliono togliersi può venire il proprio momento di gloria, e, forse, di auspicabile impegno. Ad alcuni cittadini sembra strano che, dopo anni trascorsi a farsi le ossa all’interno di partiti putrescenti, tali “giovani” si siano improvvisamente  accorti della necessità di cambiare. In realtà l’aspetto meno convincente dei loro tentativi è costituito dal fatto che ricondurrebbero in forme nuove alle logiche di schieramento, destra contro sinistra contro centro, perché questo insegna la vita di partito. E per di più, le stesse elezioni primarie, idealisticamente invocate per individuare il leader all’interno di un partito, essendo mal accettate dall’apparato e dai vecchi leader, si sono trasformate in un problema di regole e in una contesa personalistica, per politici abituati ad indurre alla tifoseria, che non coinvolgono i cittadini in una discussione sulle loro drammatiche condizioni né sul come costruire le scelte che uniscano il Paese. Ciò accade perché troppi politici sono lontani dai problemi della vita reale, non molto diversamente dai tecnici che essi criticano.

Tutte le figure di politici che ruotano dentro ai partiti hanno avvertito il tremendo calo di consenso e quindi tentano ogni mezzo per imbonirci e tappare le falle di impopolarità che sono diventati osceni squarci. Qualcuno si richiama alle scelte che avrebbe fatto fin da piccolo per dimostrare che è ancora valido, e più che mai, il dichiararsi di destra, o di sinistra, o di centro, cercando di intrappolarci nelle sue convenienze. L’appartenenza religiosa è un altro stratagemma, ancor oggi asservito al misero ruolo di carta assorbente. La fede ha un profilo così intimo, profondo ed importante, che il suo rispetto richiederebbe una riservata custodia nell’ambito della coscienza; non dovrebbe essere piegata allo scopo di trasformare i dibattiti in crociate, né impiegata come fosse un gadget promozionale. In troppe occasioni alcuni politici ne hanno fatto farisaico abuso; anziché cercare di rappresentare le esigenze di tutti i cittadini, come chiede la Costituzione, se ne sono serviti per battere e ribattere da invasati su questioni delicate e drammatiche, fino a snaturarle e piegarle per costruire una nicchia di consenso minoritaria, granitica ed integralista. Si è trattato spesso di temi che toccano le disgrazie o le esigenze di tante famiglie, mentre l’unico modo di rispettarle sarebbe stato proprio quello di evitare di farne crociate. Invece politici disumani e profondamente incapaci di concepire l’autentico significato della libertà, hanno sfruttato tali temi dentro ai partiti, facendone vuoti contenitori incapaci di esprimere valori aperti e unificanti, per trasformarli in congelatori di posizioni dure e ciniche.

La falsa politica ha saputo esprimere anche gli indecenti, una vasta categoria che ha trovato la sua deleteria espressione nei nominati inventori di suadenti sigle, dietro alle quali mascherare l’interessata fuoriuscita da un partito per costruire propri partitini-stampella. Partitini e sigle capaci di condizionare, fingendo d’essere improvvisamente più vicini ad un’esigenza degli elettori, e in realtà poter meglio mercanteggiare posti di sottogoverno o altre utilità lontano dagli occhi dei cittadini.

Qualche altro politico, dopo decenni che se ne sta incollato alle poltrone, senza aver ancora raggiunto la maturità psicologica per accorgersi della propria indecenza, spende soldi non suoi (e li imputa a spese elettorali, che pagheranno i cittadini) per farsi vedere dentro ad un sito o ad un blog, nella speranza di sembrare più giovane e aitante, non avendo quel briciolo di dignità che gli susciti il dubbio d’essere ridicolo. Il ridicolo e il senso di vergogna sono state categorie inesistenti in tanti anni di straripante pseudo politica mediatica, al punto che sulla loro assenza molti politici hanno costruito falsi programmi pieni di illusioni e di grandi proclami. Altri politici non hanno costruito nemmeno quelli, ma hanno fatto abbondante uso di barzellette e battute di spirito, in una corsa a chi dicesse le cose più morbide o più allettanti, o con tono più fiducioso per conquistare la simpatia. Tutti con gli occhi furbi di chi stava pensando come meglio riuscire a convincere una parte dei cittadini, e non a come cercare di unirla alle altre per affrontare i problemi che accomunano tutto il Paese. E tutto ciò perché era ben più importante e pagante la strategia di dividerlo ed imbonirlo, così da far credere in grandi capacità gestionali, che, non potendo venire dai partiti, obbligavano a tenerlo affondato nei suoi problemi, sempre più vecchi e sempre meno risolti. Un atteggiamento che per decenni ha accomunato centro, sinistra e destra.

Forse per un cittadino non era facile evitare di cadere nelle trappole di questi suoi “rappresentanti”; forse c’è caduto perché se n’è rimasto davanti al teleschermo in pantofole, tramortito e sonnolento, a guardare qualche spettacolino di varietà camuffato da finto approfondimento serale; oppure perché era disperato e vittima dei politici più aggressivi e più incantatori, quelli che, dopo essersi aggiunti in coda ad altri ad alimentare il disastro, affollavano tutte le trasmissioni con le frasi ad effetto, gli slogan che miravano dritto, rapaci e feroci, sorridenti ed ammiccanti, o conflittuali e protestatari. Tutti hanno potuto permettersi questo spettacolo, nella convinzione che nessuno degli spettatori avesse il tempo o la conoscenza per approfondire le cose dette a sproposito.

Una fiera del marketing televisivo che ha stordito e diviso a lungo.

Quando le condizioni economiche e finanziarie del Paese sono velocissimamente apparse per quello che dovevano apparire da molto tempo, gli stessi politici che prima imbonivano in ogni schieramento, hanno indossato la maschera delle occasioni gravi. Improvvisamente, e dopo ringhiosi e scaltri tentennamenti, molti hanno intravisto il momento nel quale mostrarsi responsabili e pronti agli accordi per fingere di salvare il Paese, dopo aver concorso tutti a causarne la caduta.

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INDICE

Capitolo  1) ITALIA. DOVE SIAMO

VAI AVANTI AL:

 Capitolo 3) ITALIA. COME POSSIAMO FARE?

Capitolo 4) UNA PROPOSTA PER UNIRE I CITTADINI FUORI DAGLI SCHIERAMENTI

PARTE SECONDA

Capitolo 5) I RISCHI DI UN’EUROPA  SENZA POLITICA

Capitolo 6) I RISCHI DI UNA FINANZA SENZA REGOLE

Capitolo 7) I RISCHI DI ECONOMIE SLEGATE DAI VALORI DELLE SOCIETA’

 Capitolo 8) LA CRISI DELL’OCCIDENTE E DELLE SUE DEMOCRAZIE

Capitolo 9) LA RIGENERAZIONE:  LA CONDIVISIONE DI REGOLE PER LE LIBERTA’ ED IL BEN  ESSERE

APPENDICE SULLA CORTE DEI CONTI

Nota sul metodo.


[i] Carlo Scarpa riflette sul tema dell’efficienza in Promemoria per i nuovi sindaci, articolo disponibile nel  sito      indipendente   di   approfondimento    economico   La   Voce http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002338.html.

[ii] Michele Ainis, L’Assedio, la Costituzione e i suoi nemici, Longanesi, 2011, p. 225.

[iii] L’abuso del potere perpetrato dai partiti italiani pare risalga molto indietro nel tempo, stando al giudizio che ne fornisce il giurista e giornalista Giuseppe Maranini, coniatore del termine partitocrazia, fondatore del movimento Alleanza costituzionale, gruppo di pressione composto da studiosi e parlamentari con lo scopo di proporre modifiche alla costituzione repubblicana nella direzione di una maggiore separazione dei poteri e di una modifica della legge elettorale in senso maggioritario.  Nella lezione inaugurale dell’Anno Accademico universitario di Firenze, 1949-1950 dal titolo Governo parlamentare e partitocrazia, scriveva: “le nuove forze associative scaturenti dalla lotta economica si politicizzano influendo sulla vita dei partiti in modo così decisivo da rendere ormai anacronistiche e impossibili libere e spontanee correnti di opinione, quali una volta erano in sostanza i partiti. I partiti dell’epoca nuova, si presentano come organismi disciplinati, dotati di burocrazia, finanza, stampa, inevitabilmente collegati alle organizzazioni economiche, sindacali, lobbistiche delle quali riflettano le lotte e gli interessi. Veri Stati nello Stato, ordinamenti giuridici cioè autonomi, essi mettono in crisi con il loro particolarismo e talvolta con il loro illiberalismo il debole Stato liberal-parlamentare, al quale si presenta un compito ben più grave di quello per il quale era attrezzato; non si tratta più di difendere l’individuo contro l’individuo, ma si tratta di difendere l’individuo e la legge contro potenti organizzazioni. Queste a loro volta traggono sempre nuovo alimento dal senso di panico potenziale che pervade gli individui a causa della carenza di diritto garantito dallo Stato. L’individuo, sentendosi indifeso dall’ordinamento statale, cerca negli ordinamenti minori e particolari la sua garanzia e a quegli ordinamenti paga il tributo di obbedienza che lo Stato non sa più esigere”.

Questa citazione si trova  a pagina 7 dell’articolata e documentata analisi pubblicata dai Radicali Italiani, e intitolata “La Peste Italiana -Dopo la rovina del Ventennio fascista il Sessantennio partitocratico di metamorfosi del Male. Una storia di distruzione dello Stato di diritto e della Democrazia e di (re)instaurazione di un regime (neo)totalitario”.

Questo lavoro è consultabile nel sito http://www.radicali.it/download/pdf/peste_italiana.pdf, costituisce la più importante indagine pubblicata in Italia, in relazione agli effetti sulle istituzioni e sui cittadini dell’utilizzo del potere da parte dei partiti dalla promulgazione della Costituzione italiana ad oggi.

[v] Si veda l’interessante analisi di Michele Ainis in L’Assedio, la Costituzione e i suoi nemici, Longanesi, 2011. A pagina 9 l’autore riporta le critiche mosse da alcuni importanti costituenti nei confronti dei limiti della Carta  Costituzionale, a promulgazione appena avvenuta; ma evidenzia che in tutti prevalse il senso di unità.

[vi] Con il termine “qualunquismo” si indica un atteggiamento che rinnega o ignora l’aspetto politico del vivere associato e manifesta una generica sfiducia nelle istituzioni, nei partiti, nei vari soggetti della politica, percepiti come dimensione distante e perfino di disturbo nell’autonomo perseguimento delle soggettive scelte individuali. Il termine deve la sua origine alla comparsa in Italia, nel 1944, del movimento dell’Uomo qualunque, poi trasformatosi in partito politico, il Fronte dell’uomo qualunque, propugnatore di uno Stato che non avesse natura politica, né ideologica, ma solo amministrativa, sostenitore della lotta al comunismo e al capitalismo della grande industria,  del liberismo economico individuale, della limitazione del prelievo fiscale e dell’assenza dello Stato nella società.

[vii] Michele Ainis, La legge oscura. Come e perché non funziona, Laterza, 2010.

[viii] Nella Memoria scritta del giudizio sul Rendiconto generale dello Stato esercizio 2008 (disponibile nel         sito  http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/documenti_procura/giudizio_di_parifica/giudizio_parificazione_2008_memoria_scritta_pasqualucci.pdf), il Procuratore generale Furio Pasqualucci a pagina 235 scrive:”(…)Volendo considerare con formula unitaria il reato di corruzione, siccome rilevabile dagli artt. 317-318-319 bis-320-321 e 322 bis c.p., esso consiste in un comportamento doloso posto in essere da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio che indebitamente riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità o ne accetta la promessa in relazione al compimento, all’omissione o al ritardo di un atto del suo ufficio o servizio, ovvero al compimento di un atto contrario ai doveri dell’ufficio o del servizio. Tale reato si manifesta nelle forme della corruzione propria ogniqualvolta si accerti che la consegna del denaro al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio sia stata effettuata in ragione delle funzioni dagli stessi esercitate e per retribuirne i favori; e della corruzione impropria che implica il mercimonio della funzione da loro esercitata. L’illecito si realizza, secondo costante giurisprudenza, per il solo fatto dell’accordo tra il corruttore ed il soggetto pubblico, indipendentemente dallo svolgimento di una specifica attività da parte di quest’ultimo: tant’è vero che se ne ammette la configurabilità per l’ipotesi di cui agli artt. 319 o 319 ter anche quando il singolo atto contrario ai doveri d’ufficio non sia stato individuato, essendo solo sufficiente che il pubblico ufficiale abbia la possibilità di interferire sull’operato della P.A.

Oltre alle fattispecie penalistiche delineate, nel concetto di corruzione la giurisprudenza della Corte dei conti fa rientrare anche altri illeciti che, commessi in pregiudizio della P.A. ed in violazione di doveri d’ufficio, si concretano in comportamenti infedeli degli agenti pubblici, tali dovendosi considerare non soltanto i dipendenti pubblici nelle categorie penalistiche del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, ma anche le persone private, fisiche o giuridiche, a qualsiasi titolo inserite nell’organizzazione amministrativa dello Stato o di altri enti pubblici.

Sono così riconducibili a tale lata nozione di corruzione anche i fatti di concussione, nonché di abuso d’ufficio e di interesse privato in atti d’ufficio: tutti caratterizzati dal conseguimento di illeciti arricchimenti in denaro o di altra utilità, il cui costo viene addossato alla spesa pubblica in termini o di un diretto aumento di tale spesa o di una compressione di entrate tributarie a seguito della riduzione delle attività economiche legali.

Il fenomeno della corruzione all’interno della Pubblica Amministrazione è talmente rilevante e gravido di conseguenze in tempi di crisi come quelli attuali da far più che ragionevolmente temere che il suo impatto sociale possa incidere sullo sviluppo economico del Paese anche oltre le stime effettuate dal SaeT (Servizio Anticorruzione e Trasparenza del Ministero della P.A. e dell’innovazione) nella misura prossima a 50/60 miliardi di euro all’anno, costituenti una vera e propria “tassa immorale ed occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini”.

Altre e maggiori conseguenze vengono prodotte dalla corruzione serpeggiante nella P.A. sul piano della sua immagine, della moralità e della fiducia che costituiscono un ulteriore costo non monetizzabile per la collettività, che rischia di ostacolare (soprattutto in Italia meridionale) gli investimenti esteri, di distruggere la fiducia nelle istituzioni e di togliere la speranza nel futuro alle generazioni di giovani, di cittadini ed imprese.

Data la vastità del fenomeno corruttivo va posta in essere una decisa azione di contrasto affidata in primo luogo al legislatore perché assicuri un’idonea legislazione sull’organizzazione della P.A. a tutela del principio costituzionale del “buon andamento della P.A.”, attribuendo alle forze dell’ordine l’azione repressiva di indagine e di denuncia al giudice penale e al giudice contabile della Corte dei conti (a questo per la riparazione del danno patrimoniale e del danno all’immagine arrecato).

Va però evidenziata l’insufficienza dell’azione repressiva in quanto, prendendo sostanzialmente atto di danni già verificati, costituisce un mero deterrente contro la corruzione “scoperta”, mentre è sul piano organizzativo che occorre insistere agendo sui comportamenti, sulle procedure, sulla trasparenza dell’attività amministrativa al fine di prevenire e/o limitare la probabilità che si realizzino gli eventi corruttivi descritti. (..)

La Polizia di Stato, che per il contrasto dei reati contro la Pubblica  Amministrazione ha costituito nell’ambito delle proprie Squadre Mobili apposite articolazioni, nel corso dell’anno 2008 ha condotto diverse operazioni di polizia giudiziaria che hanno portato, tra l’altro, alla luce sodalizi organicamente strutturati, atti ad infiltrare apparati amministrativi dello Stato, in particolare nel comparto degli appalti delle opere pubbliche, per il conseguimento di indebite utilità. Il teatro delle operazioni di maggior rilievo è stato quello delle Regioni del Mezzogiorno.

I dati acquisiti dalle forze di polizia, delineano di massima un quadro in cui gli ambiti territoriali maggiormente colpiti dai fenomeni tangentizi sono le Regioni di grandi dimensioni, o meglio, quelle in cui insistono apparati amministrativi di grande rilievo, come la Puglia, la Campania, la Sicilia, la Toscana, l’Emilia Romagna, il Piemonte e l’Abruzzo. Particolarmente esposte a fenomeni corruttivi risultano essere le regioni del Lazio e della Lombardia, per l’elevato tasso di sviluppo economico-industriale e per la concentrazione di Enti e di strutture pubbliche.(…)

Il Comando Generale della Guardia di Finanza evidenzia che i settori della P.A. maggiormente colpiti sono quelli della sanità, delle assunzioni del personale, della concessione di finanziamenti e quello degli appalti pubblici; ma non ne risultano certamente immuni, anche se in misura inferiore, i comparti dell’edilizia privata, dell’università, delle consulenze e dello smaltimento dei rifiuti.

Per quanto riguarda le modalità corruttive, il classico sistema di passaggio di denaro contante risulta oramai in uso solo in ambiti locali ristretti o rivolto a funzionari aventi un basso profilo d’impiego. Le Fiamme Gialle delineano una evoluzione delle dazioni illecite mutuate da sistemi analoghi a quelli adottati per frodare il fisco. Le provviste di denaro vengono infatti costituite dai corruttori mediante l’utilizzo di sovrafatturazioni di operazioni commerciali, fatturazioni di operazioni inesistenti, utilizzo di società cartiere, ecc.; mentre i metodi impiegati per la rimessa della dazione al pubblico funzionario sono quelli della fatturazione di compensi per presunte consulenze, rimborso di spese elettorali, rimborso di presunte spese di viaggio e/o di rappresentanza oppure, dazioni indirette mediante terze persone.

Dai dati pervenuti dal Comando Generale dei Carabinieri risultano, inoltre, 182 i soggetti arrestati e/o denunciati per istigazione alla corruzione. Un dato che rispetto all’anno precedente risulta in crescita del 30%, e che fotografa la percezione che soggetti privati, portatori di interessi illeciti, hanno della facile permeabilità degli apparati della pubblica amministrazione.”

[ix] Nella Relazione del Procuratore Generale della Corte dei Conti Mario Ristuccia presentata all’inaugurazione      dell’anno  giudiziario  2011   (http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/documenti_procura/procura_generale/relazioni_anni_giudiziari/inaugurazione_anno_giudiziario_2011.pdf) a pagina 63 e seguenti si scrive:” (…) Alla fine del 2010 la stampa internazionale ha riportato il risultato di un’indagine del Transparency International sulla percezione della corruzione nella pubblica amministrazione di numerosi Stati, da cui l’Italia risulterebbe tra le ultime in classifica tra le nazioni esaminate. (..) In Italia, benché si sia posta particolare attenzione sugli illeciti da corruzione, intesa in senso lato, attraverso dapprima l’istituzione di un Alto Commissariato (cessato nel 2008) e quindi di un Servizio Anticorruzione e Trasparenza presso il Dipartimento della Funzione Pubblica, che è impegnato faticosamente all’analisi di dati provenienti dai vari settori della P.A. e soprattutto dagli organi di polizia giudiziaria, nonché alla cura di collegamenti internazionali volti a contrastare tale fenomeno esiziale per le economie nazionali, non sono stati raggiunti apprezzabili segni in controtendenza: dal 2004 al 2010 gli insufficienti dati raccolti dal Sistema di Indagini del Ministero dell’Interno segnano un leggerissimo trend discendente.  Anche i positivi risultati connessi allo svolgimento di incisive ed estese indagini giudiziarie sono assolutamente temporanei ed effimeri, se non accompagnati da una adeguata politica di prevenzione che miri a cambiare il quadro di riferimento che ha reso possibile i comportamenti corruttivi. Nel mentre si nota una rimarchevole diminuzione delle denuncie che potrebbe dare conto di una certa assuefazione al fenomeno verso una vera e propria “cultura della corruzione”, estesi settori della pubblica opinione chiedono al Governo e al Parlamento forti e duraturi interventi perché sia data attuazione alla norma già prevista nella finanziaria del 2007 sulla confisca e il riutilizzo sociale dei patrimoni sottratti ai corrotti e l’adeguamento dei nostri codici alle leggi internazionali anticorruzione. Ci si interroga in termini dubitativi se, in tema di federalismo fiscale, il decentramento della spesa pubblica possa contribuire a ridurre la corruzione. rendendo più diretta la relazione tra decisioni prese e risultati conseguiti, ovvero possa avere l’effetto contrario ed aumentare la corruzione quando la vicinanza a interessi e lobbies locali favorisca uno scambio di favori illeciti in danno alla comunità amministrata. Con molti auspici il 10 marzo 2010 il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge contenente “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella Pubblica Amministrazione”. Il provvedimento è composto da una serie di norme che mirano a prevenire fenomeni corruttivi e a rendere virtuoso il comportamento della P.A., sanzionando chi si comporta in maniera infedele. Sebbene il testo appaia per molti aspetti carente, a cominciare dal fronte dell’accertamento e della repressione di tali condotte, il disegno di legge risulta fermo all’esame del Senato. Non è stata ancora ratificata la Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione (Strasburgo, 1999) già da tempo sottoscritta dall’Italia, con la conseguenza che il nostro sistema non è stato ancora adeguato alla nuova e più rigorosa disciplina dei delitti contro la P.A. e contro l’industria e il commercio con i quali si concretizza la creazione di fondi neri, che a loro volta costituiscono il necessario punto di passaggio per le successive attività di corruzione. Né appaiono indirizzati ad una vera e propria lotta alla corruzione il disegno di legge governativo sulle intercettazioni, che costituiscono uno dei più importanti strumenti investigativi utilizzabili allo scopo e neppure l’aver dimezzato con la cd legge Cirielli del 2005 i termini di prescrizione per il reato di corruzione ridotti da 15 a 7 anni e mezzo, con il risultato che molti dei relativi processi si estingueranno poco prima della sentenza finale, sebbene preceduta da una o due sentenze di condanna e con conseguenze ostative per l’esercizio dell’azione contabile sul danno all’immagine. (…)

Nell’auspicio che il ddl in materia di durata dei processi non costituisca un ulteriore ostacolo alla lotta contro la corruzione, da rispettosi osservanti delle norme varate dal Parlamento, si resta perplessi di fronte a recenti leggi che consentono una profonda alterazione di principi di certezza del diritto. Tra queste vanno segnalate: la L. n. 266/05, commi 231 e seguenti sulla definizione anticipata del giudizio d’appello per condanne riportate in primo grado per fatti dannosi verificatisi ante il 31.12.2005, esclusa in via interpretativa dalla giurisprudenza in fattispecie di danni arrecati con dolo; la L. n. 73/2010 art. 2, comma 2 septies e undecies che consente un condono al 10,91% agli agenti della riscossione che non avevano ottenuto dalle Agenzie provinciali delle Entrate il discarico di non vere quote inesigibili reclamate negli anni precedenti; e l’art. 30, comma 30 ter della L. n. 102/09 (di conversione del D.L. n. 78/09) modificato dall’art. 1, comma 1 lett. C, del D.L. n. 103/09, convertito in L. n. 141/09 sul quale necessitano le seguenti considerazioni legate al danno all’immagine conseguente a reati contro la P.A. Con quest’ultima disposizione legislativa l’azione inquirente e requirente delle Procure regionali e l’attività giurisdizionale della Corte dei conti risultano essere state fortemente limitate.

(…) Ed invero mentre nel caso di danni patrimoniali derivanti da comportamenti illeciti l’azione giuscontabile non risulta subordinata al perfezionamento di un processo penale con sentenza irrevocabile di condanna, per il danno all’immagine, invece, il P.M. contabile può agire solo a seguito dell’irrevocabilità della pronuncia di condanna, previa sospensione obbligatoria dell’azione risarcitoria. Ne deriva che la lesione all’immagine, bene non patrimoniale, di una persona giuridica pubblica ha per il legislatore una dignità diversa rispetto alle lesioni di interessi patrimoniali della stessa persona giuridica perché viene degradato da figura autonoma di danno conseguenza, così come le restanti ipotesi dannose non patrimoniali, ad una marginale figura di danno evento da delitto. Di talché può ben immaginarsi quale sorte possano conseguire quei comportamenti latamente corruttivi che, senza produrre un diretto danno patrimoniale, minano dalle fondamenta la fiducia e la credibilità dei cittadini verso la Pubblica Amministrazione. Un altro profilo problematico e preoccupante riguarda poi i soggetti destinatari di detta disposizione normativa. Il combinato disposto di cui all’art. 17 comma 30 ter, e di cui all’art. 7 L. n. 97/2001 si rivolge esclusivamente ai dipendenti pubblici, con esclusione degli amministratori ed in genere di coloro che sono legati all’ente da un mero rapporto di servizio. Tale distinzione risulta irragionevole ove si ponga mente alla circostanza che il più delle volte sono proprio gli amministratori, che rappresentano nei rapporti giuridici e politici gli enti pubblici, a porre maggiormente in pericolo il prestigio, l’onore e la reputazione degli enti stessi, piuttosto che i pubblici dipendenti legati a tali enti da un mero rapporto lavorativo.”

[x] Nella Relazione del Procuratore regionale della Corte dei conti-sezione Campania dott. Arturo Martucci di Scarfizzi presentata all’Inaugurazione dell’anno giudiziario 2011 (visibile in http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/documenti_procura/campania/Relazione_per_lxinaugurazione_dellxanno_giudiziario_2011.pdf) si scrive: (…)in questi venti anni l’Ufficio requirente è divenuto un punto di riferimento soprattutto per i cittadini che vi intravedono una prospettiva di tutela oggettiva contro sprechi , violazioni, illeciti di ogni tipo: in una sola parola, contro una “mala gestio” del pubblico denaro che sembra non aver fine ed anzi prosperare ed alimentarsi di continue e sempre più raffinate modalità per penetrare le maglie di una legalità formalmente rigorosa nelle norme, ma in realtà facile da aggirare poiché tanto più le discipline sono complesse, maggiore è la difficoltà di comprovare – come è doveroso – la colpa grave o addirittura il dolo di pubblici amministratori o dipendenti infedeli. Basterebbero poche e chiare norme di divieto, magari la tipizzazione di un numero maggiore di illeciti e, soprattutto, qualche sanzione (l’aspetto sanzionatorio comincia ad affiancarsi sempre più a quello risarcitorio) per pervenire a giudizi più spediti, ad accertamenti più rapidi di responsabilità, anche per dissuadere maggiormente chi medita di trarre profitto dal pubblico denaro: in sintesi, rendere una maggiore e migliore giustizia, anche con più efficaci garanzie per coloro che vengono convenuti in giudizio e che – se estranei alle responsabilità contestate – potrebbero più adeguatamente difendersi. (…) Sempre maggiore e variegata è la tipologia di illeciti portati all’attenzione di questo Requirente; sempre più sofisticate appaiono le condotte gravemente colpevoli, e sovente dolose, che sono alla base dei più riprovevoli fenomeni di spreco delle pubbliche risorse e di cattivo uso dei poteri gestionali che la legge affida ai pubblici amministratori; sempre più ingenti sono i fenomeni di devianza da una retta amministrazione che vengono in evidenza anche dopo anni e che lasciano attoniti, soprattutto per le conseguenze che improvvisamente si conclamano in tutta la loro drammaticità. Non v’è settore, tra quelli più rilevanti, che possa dirsi sottratto a tali amare constatazioni: dalla sanità regionale, che sconta oggi una voragine di debiti accumulati negli anni, agli enti territoriali che presentano deficit rilevantissimi, debiti fuori bilancio, ingenti e illegali forme di ricorso all’indebitamento; dalla penosa situazione di molte società partecipate “in mano pubblica”, che, nonostante i continui interventi normativi, continuano a presentare il volto di organismi per lo più superflui o almeno incapaci di affrontare gli scopi sociali per i quali sono stati ideati, alla tragedia dei rifiuti in Campania che evidenzia il raro primato di veder coniugato questo gravissimo “vulnus” alla città, ai cittadini, ai beni storici, paesaggistici e ambientali (in una parola, alla ricchezza pubblica della Campania) con una massa ingentissima di pubblico denaro speso in modo, a tutto voler concedere, gravemente improvvido. L’anno che si è chiuso espone una casistica di illeciti che coinvolgono amministratori pubblici di ogni livello, ma, è sempre bene sottolinearlo, lo scarto temporale tra la commissione dell’illecito, il verificarsi del pregiudizio erariale e la relativa venuta in emersione, fa sì che non sussiste necessariamente identificazione tra coloro che sono stati convenuti in giudizio e gli attuali amministratori degli enti che ne sono rimasti danneggiati: ciò dipende dalla durata della permanenza in carica degli agenti pubblici e dalle modalità, più o meno complesse, con cui si sono realizzate le condotte foriere di danno pubblico e con cui quest’ultimo evento giunge a conoscenza delle Amministrazioni pubbliche o dello stesso Ufficio Requirente.(…) A conclusione di questo ventennio di giurisdizione contabile nella regione Campania, può solo trarsi un triplice auspicio: che quanto si è andato operando possa costituire un certo freno a fenomeni di devianza delle pubbliche risorse, evitando che possano assumere dimensioni ancora maggiori; che gli strumenti normativi posti in campo dal Legislatore siano sempre più aderenti alle nuove forme di illeciti e alla loro prevenzione, oltre che repressione; che le Procure regionali operanti in regioni – come quella della Campania – con alto tasso di diffusa propensione alle violazioni della normativa che regola i grandi flussi della spesa pubblica – possano registrare un maggior incremento delle proprie scarse forze che pure tanto si impegnano.”

[xi] Michele Ainis, Le libertà negate. Come gli italiani stanno perdendo i loro diritti, Rizzoli, 2004.

[xii] Luca Ricolfi, Rassegnati alle troppe tasse, La Stampa, 18 .7.2011.

[xiii] Mario Galizia, (a cura di), Egidio Tosato costituzionalista e costituente, Giuffrè, 2010, p. 469, 473, 474.

[xiv] Questo argomento deve molto ad una riflessione sollecitata da Alberto Peruffo, esploratore di geografie e di linguaggi culturali, compositore di reti multidisciplinari e artista civile.

[xv] Enrico Marro, La grande evasione, solo tre su mille dichiarano 150 mila euro, Il Corriere della Sera, 14 agosto 2011.

Natascia Porcellato, Il Nord Est e l’evasione fiscale. Troppe tasse, sei su dieci pronti allo sciopero fiscale, Osservatorio sul Nord Est, Demos&Pi per Il Gazzettino, 20 settembre 2011

[xvi] Pierpaolo Benigno e Pietro Reichlin Per stare tranquilli con il nostro debito pubblico e con i mercati non c’è che una strada: la crescita, Il Sole 24ore, 17.12.2010 .

[xvii] John Prideaux, Oh for a new Risorgimento. Italy needs to stop blaming the dead for its troubles and get on with life, The Economist, 9.6. 2011, consultabile online nel sito http://www.economist.com/node/18780831.

[xviii]Francesco Daveri, L’aritmetica dello spread e del debito a valanga, nel sito La voce, http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002486.html.

[xix] Nel sito della Corte dei conti

(http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/documenti_procura/procura_generale/relazioni_anni_giudiziari/inaugurazione_anno_giudiziario_2011.pdf) si può leggere la Relazione del 2011 del Procuratore Generale dott. Mario Ristuccia, e particolarmente nelle pag. 25 e seguenti per le varie casistiche di danni erariali nelle diverse regioni italiane; a pag. 63 e seguenti i danni alla pubblica amministrazione conseguenti ad illeciti penali, e in particolare la corruzione;  a pag. 74 i danni derivanti da attività contrattuale; a pag. 109 e seguenti per le valutazioni rispetto le somme illecitamente spese per incarichi e consulenze; a pag. 125 e seguenti le osservazioni in merito alle nomine illegittimamente effettuate dagli amministratori pubblici;  a pag. 128 e seguenti  le valutazioni relative alla spesa sanitaria; a  pag. 131 e seguenti per l’analisi relativa alle frodi comunitarie; a pag. 162 e seguenti per l’analisi relativa all’utilizzo di strumenti finanziari derivati da parte delle pubbliche amministrazioni; a pag. 170 e seguenti il contenzioso in materia esattoriale.

[xx] Luigi Ceccarini, Blog e social network. L’opinione pubblica è sempre più in rete, Osservatorio capitale sociale – XXXII Osservatorio sul capitale sociale – Gli italiani e l’informazione,   Demos & Pi, pubblicato online nel sito http://demos.it/a00662.php.

[xxi] Claudio Antonelli, Gianluigi Nuzzi, Metastasi, Chiarelettere, 2010. Roberto Galullo Economia criminale. Storie di capitali sporchi e società inquinate, edizioni Il Sole-24 Ore, 2010. Quest’ultimo autore  ha pubblicato  un  blog  molto interessante: http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/.