Capitolo 3) Italia. Come possiamo fare?

48 La  potentissima risorsa

Milioni di italiani in cuor proprio sentono interpretato il proprio voto come una delega in bianco. Una delega che non vogliono più dare a qualcuno il quale, seguendo il legalizzato tornaconto del partito, dopo l’adescamento si rinchiuda col proprio gruppo di fedelissimi per “gestire” a spese del Paese.

Di qui il desiderio di ripiegarsi nell’astensione, come una non scelta, obbligata e silenziosa, che porta anche con sé la misura di una sconfitta o dell’attesa passiva, o della frustrazione sfiduciata.

Tuttavia, l’ enorme dimensione di questa frustrazione è talmente elevata e diffusa che richiede di essere guardata come una potentissima risorsa, pena il ridurci alla condizione di schiavi di un sistema malato. Se cominciassimo a guardarla con occhi e soprattutto con coraggio e mente diversi, potremmo intuire l’enorme potenzialità di cambiamento che si nasconde dietro il silenzio, la frustrazione, la rabbia della maggioranza non visibile degli italiani.

Quella maggioranza, silenziosa ma assetata di nuova politica, merita di trovare una goccia di volontà di reale Cambiamento che le consenta di trasformarsi in una dirompente proposta e soprattutto in una coerente possibilità di unione, per il fatto di obbligare se stessa ad essere diversa da ciò che non sopporta più.

Proprio per il livello di degrado raggiunto, questo è il momento ideale per i cittadini di agire, prendere il coraggio a due mani, con determinazione e con grinta, senza paura, lontano dalla protesta e dagli schemi preesistenti, con un’iniziativa propria, nuova, con grande concretezza e la ferma volontà di aiutarsi, consapevoli del fatto che la propria potenzialità è gigantesca; vorrei dire travolgente, nel senso buono e costruttivo del termine, cioè capace di travolgere tutto ciò che ha dimostrato di non funzionare, in tutti gli schieramenti, in troppi degli attuali partiti.

Basta solo che lo si voglia e si inizi prima di tutto a cambiare dentro la propria mente.

Bisogna considerare questo nocciolo psicologico: gli attuali partiti, cioè in definitiva solo qualche decina o centinaia di migliaia di persone, sono in grado di sperperare un mare di soldi pubblici, e costringere l’Italia a non progredire. Quelle migliaia di soggetti dentro ai partiti stanno dividendo decine di milioni di italiani. E ciò perché i cittadini non possano impedire ai partiti di continuare con lo sperpero di risorse, di talenti e di futuro.

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49 Serve una goccia

 Leonardo Sciascia scriveva che in una società non ben ordinata, una non società, i mediocri “arrivano ai vertici e ci rimangono, fintanto che il contesto stesso che li ha prodotti non li ringoia”.[i]

Credo che non ci serva più un contesto che genera continuamente distruttori di risorse, e che si possa pensare ad una nuova società italiana, riconfigurando la politica nel rispetto della Costituzione, in modo da ridurre al minimo le possibilità di determinare disastri in tutti i suoi ambiti.

Bisogna che il movimento iniziale verso questa riconfigurazione parta da una prima goccia di Cambiamento: nuclei iniziali di cittadini mossi da volontà positiva ed unificante. La goccia richiama altre gocce, le quali si trasformano in rivoli sempre più grandi e forti che portano a costituire un mare, ossia all’enorme forza che serve per il Cambiamento.

Per fare cosa?

Come ho in precedenza accennato penso sia necessario creare da soli, da cittadini, un’entità politica totalmente diversa dal modo di agire degli attuali partiti. Un’entità che obblighi a portare trasparenza ed efficienza e si obblighi al rispetto di tali principi, perseguendo l’obiettivo fondamentale di unire il Paese intorno ad idee politiche, economiche, culturali e morali nuove e condivise.

Ritengo che l’idea più importante sarebbe quella di riuscire a trovare il modo, costituzionalmente corretto ed efficace, per sottrarre ai partiti l’enorme potere di influenza e condizionamento gestionale che, nelle loro incapaci mani, diventa gigantesca voragine di denaro pubblico. Un’entità politica che avesse un obiettivo di questo tipo potrebbe rigenerare l’Italia per ricostruirne l’economia su basi nuove, cambiare il livello, lo spirito e i metodi della politica, ridurne il costo ed il numero dei rappresentanti, innovare le istituzioni attraverso nuove regole della convivenza civile, per porre al centro di tutto indipendenza, trasparenza, coinvolgimento ed efficienza.

Si tratta dunque di creare da soli la forza di Cambiamento e di governo del Paese.

Come fare?

Sono molte le idee che cominciano a circolare tra i cittadini, nelle aziende, in tanti differenti ambiti di lavoro, e nei luoghi di ricerca. Bisogna metterle insieme e farle crescere, consentendo alla consapevolezza della maggioranza dei cittadini di uscire dalla rabbiosa frustrazione nella quale si è ritirata. Quella maggioranza può riuscire nel tentativo, perché il grande Cambiamento può venire solo ed esclusivamente da cittadini uniti, quindi fuori dagli schieramenti.

Intanto vorrei mettere in luce quali persone dovrebbero maggiormente volere il Cambiamento, per esserne protagoniste senza farsi pilotare dagli attuali partiti.

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51 Le forze che possono muoversi: le donne, le generazioni di mezzo, i più giovani, gli imprenditori.

52 Le donne.

Le donne dovrebbero essere al centro di un grande Cambiamento del Paese, perché finora nel lavoro come nella politica sono state funzionali o marginali, o non ci sono state. Le loro capacità non sono state proprio considerate, sebbene possano fare meglio di tanti uomini che le hanno tenute fuori da tutto, oppure le hanno incluse a patto che fossero brave a scimmiottare il peggio di tanta maschile inconcludenza partitica.

Il blocco della società e dell’economia italiane, determinato e condizionato dai partiti, ricadendo soprattutto nei confronti della dimensione femminile della società, ha conferito il sapore di beffa alle importanti previsioni dell’articolo 4 della Costituzione: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Le donne devono dire cosa ritengono si possa fare a questo proposito, con la loro sensibilità e le loro competenze.

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52 Le generazioni di mezzo.

I figli degli anni ’60 e ‘70, sono tra le persone che hanno più subìto, e in parte anche accettato, gli effetti dell’occupazione sistematica e vorace, realizzata dai partiti in tutti i gangli della società. E’ un composito insieme di donne e uomini quasi invisibili, catturati dalla quotidiana corsa ad ostacoli nella quale sono incastrate le loro esistenze, chiusi nelle silenziose difficoltà dei contesti di lavoro; persone che faticano a pagare il mutuo e a tenere in piedi la famiglia creata con difficoltà, se ci sono riusciti.

Sono generazioni piene di competenze ma spesso frustrate per il fatto di non poterle impiegare; sono quelle che per prime hanno visto calpestato il proprio diritto al merito da parte di uno schiacciasassi partitico che ha imposto loro i suoi criteri di “selezione”. Più che di apatia sono vittime del disgusto perché in tanti contesti vedono prevalere ipocrisie, incompetenza, arroganza.  Sono stanchi di ingerire le tossine prodotte da un sistema politico che non vuole cambiare né farsi togliere. Vorrebbero un cambiamento profondo, ma dopo aver conosciuto diverse fasi negli ultimi decenni, sia di stanchezza per i residui ideologici, sia di loro finto superamento, non riescono spesso a vedere spiragli nel buio panorama che la propria consapevolezza ha tradotto in un senso di impotenza. Veder nascere un cambiamento in radice, del quale essere costruttori, avrebbe per loro il sapore del riscatto e li farebbe sentire partecipi di un Paese dal quale finora si sono sentiti ingannati. Non hanno scelta: devono occuparsi direttamente del proprio presente e del proprio futuro, perché le cose, in loro assenza, si sono fatte serie. Devono guardarsi dentro, provare a trasformare il loro silenzio in forza d’animo, tirando fuori tutta la nascosta competenza di cui dispongono, e soprattutto moltissima volontà. Senza illusioni, e per necessità.

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53 I giovani italiani, e in particolare, del Sud.

 Si dice che i più giovani siano caratterizzati da indifferenza ed apatia. Qualcuno ritiene che siano molto lontani non solo dalla politica, ma da tutto. In realtà molti di loro sono anche stati indotti ad essere così da un mondo che li voleva in quel modo.

I giovani, anche se forse non ne sono consapevoli, se accettano passivamente, finiscono per sostenere tutto quanto c’è di vecchio intorno a loro. Vecchie generazioni che li vogliono indifferenti cercano di mantenere l’occupazione di tutti gli spazi del Paese: dentro e fuori dai partiti, e insieme ai partiti.

Penso che in questo momento abbiano la grande carta da giocarsi: possono contribuire ad abbattere un marcio e piccolo mondo italiano che, eccezione fatta per i non pochi casi virtuosi, in molti anni ha costruito una favolosa eredità di debiti, di corruzione, di ingannevoli parole, di luccicante finzione. Devono però evitare l’irruenza inconcludente, la protesta grossolana e magari violenta. Devono prepararsi con proposte concrete e cercare di fonderle con quelle di altre parti della società.

L’intelligenza dei giovani del Sud Italia credo debba fare fronte ad un’ulteriore dote: il disastro del nulla e l’inganno del falso che tiene le loro regioni in uno stato di colpevole ed inguardabile sottosviluppo.

Tutti i giovani Italiani hanno solo un’alternativa alla fuga all’estero: possono e devono credere in se stessi, nella propria energia e nella voglia di cambiare adesso, allora faranno crescere se stessi con il Paese.

Le denunce di alcuni storici ed opinionisti in merito ai soprusi storicamente subiti dal Sud, e le osservazioni di altri studiosi, secondo i quali sarebbe stato il Nord a subire le conseguenze peggiori dell’unificazione d’Italia, sono due differenti modi di vedere ciò che è stato il Paese, e devono indurre a riflettere in merito a come è stata tenuta l’Italia nel corso della sua storia passata, recente ed attuale.

Quelle analisi arrivano al medesimo risultato di aggredire il mito di un’Italia unita, e accreditano l’idea che gli italiani non avrebbero mai avuto una comune idea di Paese, ma ne avrebbero subìto l’influsso per oltre un secolo. Indubbiamente gli approfondimenti sono utili a stabilire una visione più corretta del corso della storia, però segnalano anche che non c’è mai stata l’idea di far progredire insieme tutto il Paese.[ii]

Le difficoltà sono comuni a Nord e Sud molto più di quanto venga detto agli elettori, spesso ignari della realtà delle cose, complicata e nascosta ad arte dagli stessi partiti.[iii]

Al Nord si è soliti parlare di Meridione per indicare ciò che non si vorrebbe: la corruzione, le mafie, l’usura, il degrado. Così queste realtà  vengono isolate e confinate nella mente per illudersi che non esistano nel Settentrione. Lo si fa per semplificazione, autoingannandosi, sperando che basti un taglio netto a scavalcare difficoltà che non si riesce a superare, immaginando che in tal modo non possano trasferirsi sotto casa propria e sia più facile governarsi in un contesto idealmente preservato. La realtà è che sotto casa propria tutto ciò c’è già, ma in una forma astutamente più nascosta, meno storicamente infiltrata, ma altrettanto pronta ad un potente condizionamento. Tagliare il Paese significherebbe tagliare in due un corpo già colpito dal virus nella sua interezza, così, una volta praticato il taglio, il virus prospererebbe altrettanto bene, se non meglio, in entrambe le parti. Affrontare i problemi di tutto il Paese tenendolo unito, aggredire la pessima gestione realizzata dalla politica, cambiare in profondità e senza facili demagogie, con una stessa forte strategia di fondo: questa strada può dare seri e non ingannevoli frutti.[iv]

Il mondo va avanti alla velocità della luce, e con un’enorme capacità creativa di conflitti, o perfino con una potenzialità distruttiva che non necessità nemmeno delle armi ma passa attraverso la manipolazione finanziaria, per cui è opportuno saltare a piedi pari argomenti che distolgono, creano enorme litigiosità e soprattutto non risolvono il problema dei problemi: le disastrose capacità gestionali dei partiti, che non si eliminerebbe dividendo il Paese. Senza considerare il fatto che le mafie potrebbero fare meglio i loro affari attraverso un Paese diviso in staterelli, perché la divisione favorirebbe gli illeciti finanziari e renderebbe ancor più complessi i controlli e le repressioni.

Da qualche tempo l’informazione e gli studiosi segnalano gli elementi che evidenziano la gravità della situazione, del Sud come del resto d’Italia: stiamo pagando interessi troppo alti sul debito, cosicché le entrate che otteniamo bastano appena a pagare il peso degli stessi interessi. Era così anche per la Grecia, prima di dover chiedere uno strangolante aiuto all’Europa.

In pochi anni a Napoli, la terza città d’Italia, e nella sua provincia, si sono persi 300.000 posti di lavoro, come conseguenza di un processo di continuo e sgovernato abbandono delle attività manifatturiere, iniziato a metà degli anni ‘80. Nel Sud la situazione è similare; nel resto d’Italia la situazione non raggiunge tali livelli, ma è di grande difficoltà o di progressivo dramma. A Napoli i giovani hanno un livello di abbandono della scuola da terzo mondo. Il resto d’Italia invece è caratterizzato da un pauroso elemento distintivo: si è passati dalla fuga allo spreco dei cervelli.[v]

Mentre l’Unione europea richiede che negli Stati membri vi sia almeno il 60 % della popolazione occupata, nel Sud Italia solo il 40% della popolazione sta lavorando, il resto naviga spesso in un sottobosco di marginale sottoeconomia senza prospettive. I giovani del Sud che lavorano sono circa il 30%, mentre le giovani donne raggiungono valori di occupazione ancora inferiori.

Lo Stato, che anni fa si era impegnato a stanziare i suoi soldi, attraverso i Fondi per le Aree Sottoutilizzate (FAS), necessari per rendere utilizzabili anche le risorse messe a disposizione dall’Europa, ha deciso di dirottare quei fondi, anziché al Sud, in parte a coprire il debito pubblico, in parte a risanare il bilancio di alcune città (per esempio Roma e Catania), in parte per sostenere la cassa integrazione, in altra parte per eliminare l’Imposta sugli immobili, infine per effettuare investimenti in altre parti del Paese. Qualche studioso riferisce di 7-8 miliardi di euro in meno al Sud ogni anno, quindi almeno 35 miliardi a partire dalla crisi del 2007-2008; qualche altro parla di 100 miliardi di euro sottratti in un arco temporale più ampio. Significa che, sebbene molti al Nord siano convinti del contrario, la crisi è stata pagata moltissimo anche al Sud. [vi]

Ma c’è un elemento che obbliga a cambiare rotta: la fortissima integrazione esistente tra Nord, Centro e Sud implica che le imprese del Nord e Centro Italia necessitano del mercato meridionale. Infatti il Sud acquista ogni anno tra i 40 ed i 50 miliardi di euro di prodotti realizzati al Nord e Centro Italia: se il Sud cadesse in una grave povertà, il Nord ne risentirebbe in modo molto profondo, e molto più di quanto alcuni politici hanno indotto a credere.

Questo implica che non è sufficiente pensare ad un federalismo di territori che fanno ognuno per sé e così tutto andrebbe a posto; ci vuole un progetto di grande respiro e credibilità, una strategia complessiva che risollevi il Paese tutto insieme, altrimenti tutti i territori saranno perdenti.

Le disastrose conseguenze della “gestione” realizzata dai partiti, hanno avuto ricadute verso tutte le parti geografiche e sociali del Paese, dunque proprio questa comune condizione può essere la molla per uscire dalla gravissima crisi italiana, il collante che induce le menti ad unirsi per ricostruire l’Italia su nuove e solide fondamenta. Nuove perché bisogna eliminare un modo di fare politica che sequestra i diritti dei cittadini e ne sperpera le risorse. Solide perché, togliendo il potere economico ai partiti, si riporta la società ad un livello di trasparenza e di possibilità di crescita civile ed economica che può coinvolgere Nord, Sud e Centro, tutti assieme in una reciproca collaborazione che incrementi le potenzialità di ciascuna parte del Paese.

Bisogna evitare di insistere sulle diversità e dedicare ogni sforzo a consentire ai cittadini di costruirsi un’era radicalmente diversa. Sarebbe anche un bel modo per rispettare le precedenti generazioni che, venendo da tutte le regioni d’Italia, e non pensando alle divisioni, dal Risorgimento alla seconda guerra mondiale hanno perso la vita per un’Italia unita. In questo modo rispetteremmo anche molte altre persone, donne e uomini del Nord, del Centro e del Sud, i quali abbiano perso la loro esistenza nei decenni scorsi, o ancor oggi la perdano nel contrastare le mafie o a migliaia di chilometri di distanza da casa propria, sperando che il motivo per sacrificarla si chiami Italia.

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53b Chi non ha nulla da guadagnare a stare fermo e ha tutto da guadagnare nell’unirsi.

Le disastrose conseguenze della “gestione” realizzata dai partiti, hanno avuto ricadute verso tutte le parti geografiche e sociali del Paese, dunque proprio questa comune condizione può essere la molla per uscire dalla gravissima crisi italiana, il collante che induce le menti ad unirsi per ricostruire l’Italia su nuove e solide fondamenta. Nuove perché bisogna eliminare un modo di fare politica che sequestra i diritti dei cittadini e ne sperpera le risorse. Solide perché, togliendo il potere economico ai partiti, si riporta la società ad un livello di trasparenza e di possibilità di crescita civile ed economica che può coinvolgere Nord, Sud e Centro, tutti assieme in una reciproca collaborazione che incrementi le potenzialità di ciascuna parte del Paese.

Bisogna evitare di insistere sulle diversità e dedicare ogni sforzo a consentire ai cittadini di costruirsi un’era radicalmente diversa. Sarebbe anche un bel modo per rispettare le precedenti generazioni che, venendo da tutte le regioni d’Italia, e non pensando alle divisioni, dal Risorgimento alla seconda guerra mondiale hanno perso la vita per un’Italia unita. In questo modo rispetteremmo anche molte altre persone, donne e uomini del Nord, del Centro e del Sud, i quali abbiano perso la loro esistenza nei decenni scorsi, o ancor oggi la perdano nel contrastare le mafie o a migliaia di chilometri di distanza da casa propria, sperando che il motivo per sacrificarla si chiami Italia.

Ho accennato al fatto che molte diverse categorie di cittadini dovrebbero attivarsi, in realtà le categorie che potrebbero agire sono molte di più. Coloro i quali stanno perdendo tutte le certezze e tutte le sicurezze economiche dovrebbero darsi da fare senza aspettare che una politica venga costruita “per” rispondere alle proprie esigenze. Si tratta quindi di moltissime persone che dovrebbero porsi il problema di impiegare la loro esperienza e i loro desideri per imporre un’esigenza di dignità della propria esistenza. Perché solo attraverso un loro impegnarsi concordemente con altri cittadini possono risorgere nuove condizioni per sé. Un motivo tanto forte da indurli ad unirsi ad altre esistenze frustrate e non disposte ad accettare il declino che deriva da una pessima politica, frutto di un pessimo modo di essere stati cittadini.

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54 A piedi pari sopra al cumulo

Italia. E’ una parola che può indurre i giovani a pensare alla nazionale di calcio ma non ad un Paese realmente loro. Se stanno fermi ad osservare i crepuscolari luccichii di una società morta-vivente non hanno speranza: finiranno per subire le conseguenze di un declino costruito attraverso le politiche succedutesi in tanti decenni. In questo momento ricevono le critiche delle generazioni che li hanno abituati all’apatia e forse a non impegnarsi per ottenere qualcosa di proprio.

Per di più i giovani subiscono il peso di messaggi, corretti per l’allarme che segnalano, ma spossanti per il senso di impotenza e disorientamento che determinano. Sono messaggi che tolgono speranza sulla possibilità di trovare il loro lavoro o di costruirsi certezze per un futuro che non sanno nemmeno se a loro interessa. A qualcuno di loro potrebbe venir più o meno voglia di lasciare che il tir sul quale si trova questa società vada a sconquassarsi addosso al muro del niente, dopo la prossima curva. E tanti saluti a tutti, come va va. E invece credo abbiano ancora la possibilità di essere persone autentiche e di scoprirsi diversi da come molti vogliono dipingerli.

Forse per troppo tempo, abbagliate dal caos mediatico, dalla frastornante giostra costruita apposta attorno a loro, a queste persone non è apparso chiaro quel livello di degrado che invece risultava evidente alle generazioni di mezzo. Penso che abbiano una drammatica opportunità di mostrare a se stessi di poter uscire dagli stereotipi e di passare ad una condizione psicologicamente diversa. Quella di volere qualcosa che costruiscono con la loro volontà e con la propria testa. Al limite anche per sfida verso ciò che non ha nulla a che fare con loro, ma ha imposto come essere e come pensare, o come non usare la propria testa.

Oppure possono farlo per sfida verso ciò che ha molto a che fare con loro, sin dalle mura familiari, diventando anticipatori e costruttori di un forte Cambiamento che altre generazioni potrebbero non avere il coraggio di realizzare. Possono attivarsi per rottura con l’idea di essere imbottigliati in una condizione senza speranza né voglia. Per aprire le finestre, per far entrare l’aria pura nel Paese, dimostrando che più che essi stessi, chi in realtà sta morendo senza speranza è l’Italia peggiore, quella decrepita. Darebbero un autentico senso alla propria vita, salendo a piedi pari sopra al cumulo degli inganni dai quali sono stati avvolti, apposta per nascondere loro i problemi e lasciarli in un falso strapieno di niente. Un falso che assieme al vuoto culturale ha costruito il vuoto economico.[vii]

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55 Aria pura

L’esigenza di aria pura coinvolge tutte le regioni italiane, nessuna esclusa. Anche le regioni del Nord e del Centro, che si ritengono spesso ben gestite, avrebbero ancora enormi potenzialità da sviluppare se non fossero costrette a passare per il bloccante giogo dei partiti. Questo discorso vale all’ennesima potenza per il Sud Italia.

Chi come me sia nato nel Veneto ma ami tutta l’Italia, soffre nel vedere molte regioni costrette ad essere silenziose perché consapevoli di essere strangolate ma desiderose di riscatto, stanche di sentirsi sottosviluppate. Penso a Sicilia, Campania, Calabria, Puglia, e credo che altre regioni, come la Sardegna, la Basilicata, l’Abruzzo, il Molise, vivano una differente ma non minore agonia. Regioni nelle quali i partiti non sono nemmeno capaci di utilizzare le risorse stanziate dall’Europa, perché queste richiederebbero l’investimento di altrettante risorse che gli enti locali non hanno messo a disposizione per loro colpa.[viii] Sono condizioni da sottosviluppo. Anche per questa ragione vorrei appartenere ad un’Italia diversa, che potesse poi costruire anche un’Europa diversa.

E’ la mortale divisione in schieramenti che si ostacolano l’un l’altro a consentire le migliori condizioni per il proliferare delle mafie, e l’isolamento dei cittadini in tantissime individualità  che si sentono impotenti e debolmente difese dallo Stato.

Bisogna riportate i cittadini sani al centro di tutto il Paese, e cercare la loro unione per far sentire ad ognuno di loro che dietro e a fianco a sé hanno un enorme Paese sano, composto da milioni di persone forti e decise a sostenersi nella legalità e nel Cambiamento.

Se continuiamo a cercare negli attuali partiti la soluzione ai problemi italiani, o anche a quelli di singole parti del Paese, ci impediamo di vedere una via d’uscita di grande civiltà.

La politica degli attuali partiti non supera le difficoltà, perché riproduce continuamente le divisioni. Il degrado non nasce da sé ma è prodotto dalle separazioni dei cittadini, dall’avidità gestionale dei partiti, dal disinteresse di troppe persone che pensano non si possa far altro che astenersi o sostenere le divisioni. Tutta questo ha un nome preciso: debolezza, che produce impoverimento. E rimarrebbe tale anche dopo un’eventuale divisione fisica dell’Italia.

Il Paese ha bisogno di andare oltre le divisioni. Troppe sue parti sono condizionate dalle criminalità.

Perché vogliamo lasciare che rimanga in tali assurde condizioni di sottosviluppo? La criminalità porta umiliazione, sudditanza, sofferenza, morte, falsa ricchezza per pochi e reale povertà per tanti, anche per la manovalanza che ad essa si lega. Tutto ciò ha un altro nome: miseria per sé e per le proprie famiglie. La criminalità è degrado e morte tanto del presente quanto del futuro. Anche quando ricicla i propri soldi in attività pulite è ricchezza nata dal male per condizionare le persone ad essere sottomesse a quel male, dunque è male che toglie la libertà al loro animo. E’ male che impedisce loro di essere come vogliano.

La criminalità è però un grande male che si presta alla facile propaganda della politica malata, di destra o di sinistra, e pure di centro, al Nord come al Sud: la politica malata che predica bene e razzola male, anche solamente litigando. La criminalità ha un’alternativa, ed è l’unione dei cittadini indipendenti e solidali, per ricostruire a fondo nuove condizioni di vita, ossia futuro pulito e solido.

Trovo stupidi e miseri i continui richiami ad idee di divisione del Paese, e gretto il localismo di chi vuol parlare di un Nord che sopporterebbe i costi del Sud. C’è criminale grettezza in chi vuol indurre a guardare al Sud, territorio un tempo meraviglioso, unico e storicamente violentato, come ad un’unica immensa discarica di rifiuti e problemi dei quali il Sud sarebbe l’unico colpevole. Però quest’è il dramma che hanno di fronte a sé i giovani del Sud: oltre alle discariche di rifiuti tossici, provenienti da tutta Italia ed in particolare dal Nord, hanno una montagna di problemi tossici, che appartenevano, ed appartengono, al Sud come al Centro, come al Nord, e che da tanto tempo i partiti lasciano marcire per occuparsi d’altro. Nulla si muove e nulla si muoverà di profondamente nuovo, neanche dalla miriade di movimenti localistici che stanno scimmiottando quelli del Nord, per incantare e stordire, per l’ennesima volta, i cittadini del Sud. Sono movimenti che copiano la miope battaglia condotta da alcuni capopopolo del Nord. Un Nord che vorrebbe essere grande, mentre in realtà è piccolo piccolo, stretto nelle sue paure, coltivate ad arte da parolai torvi, incapaci di costruire le potenzialità tanto del Nord, quanto dell’Italia intera, quanto dell’Europa.[ix]

Ecco anche da cosa sono accomunati i giovani del Nord e i giovani del Centro o del Sud Italia: dall’essere sottoposti alle stesse parole che alimentano paure, rancori, diffidenze, apatia da false promesse. Insomma dall’essere bersaglio di chi, dopo aver reso sudditi i genitori, vuole sudditi anche i figli.

Invece devono reagire, e, assieme a loro, deve reagire tutto il Paese sano.

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56 Dove si va con l’apatia e le paure?

Si sa che con l’apatia non si va da nessuna parte.

E si sa ancor più che con le paure non si va da nessuna parte. E infatti è quello che sta succedendo al nostro Paese. Non va proprio da nessuna parte. E’ ingessato e agonizzante. Già da molto prima della crisi finanziaria, e per effetto di incapacità e di mancanza di volontà che sono state tanto dei governi di centro destra quanto di quelli di centro sinistra.

Spero che i giovani di questo Paese non si lascino incantare dalle lusinghe, le ennesime, di partiti che hanno rinnovato nuove e più grandi promesse sulla spinta di altre paure o di ulteriori gridati richiami. Anzi, dovrebbero considerare che dietro alle critiche che i partiti si rivolgono l’un l’altro, e sotto agli astuti tentativi di porsi dalla parte dei cittadini, si nasconde la loro consapevolezza di non essere credibili. Solo un’Italia composta di persone indipendenti ma unite, decise a superare i limiti di questi partiti, può permettere loro di costruirsi un futuro.

I giovani possono verificare da quanto tempo mediamente i principali rappresentanti dei partiti italiani siedano in Parlamento, e confrontare quel tempo con il tempo che stanno impiegando per cercarsi un lavoro, difenderlo o essere costretti a cambiarlo più volte, provare a costruirsi una casa e una famiglia. E’ un raffronto abbastanza significativo di qualcosa di distorto e odioso, che non è rispettoso dell’articolo 3 della Costituzione, il quale prevede il compito, per la Repubblica, di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impedendo il pieno sviluppo della persona umana.

I giovani non hanno più nulla da perdere ad impegnarsi in uno sforzo di cambiamento. Devono però trovare il luogo ed il motivo per svolgerla. Quel luogo e quel motivo non sono i leaders attuali, né i partiti attuali, né qualche figura pseudo-nuova che calchi le scene ed i riflettori mediatici da un bel po’, e che qualche altro gran conoscitore della politica tenti di proporre. Tutte queste figure, a vario titolo, hanno a che fare con l’oligarchia interna o esterna ai partiti, e non possono far altro che provare a ripresentarsi per cercare di appropriarsi, in nuovi modi, degli spazi di gestione, anche di quelli limitati dalla crisi. Questo li obbliga a restare specchio e causa dei problemi del Paese, e nello stesso tempo, fortissimo impedimento al grande e profondo Cambiamento di cui l’Italia ha estremo bisogno.

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57 La radice e la goccia

Come per i giovani, così per tutti i cittadini italiani, di qualsiasi età ed esperienza siano, non è facile credere in una possibilità di autentico Cambiamento. Dentro ai partiti in tanti proveranno a convincere proponendo un’alternativa. Ma il Cambiamento non è solo un’alternativa. Arrivati a questa condizione di estrema debolezza di moltissime parti della società, il Cambiamento assume il significato di un rinnovamento non scontato né utopistico ma totale della società, dalle sue fondamenta. Richiede che si vada al cuore vero e profondo delle questioni che attanagliano il Paese. Non è una questione di facce o di parole nuove, né di partiti dell’onestà, della pulizia o della volontà. Non si tratta di propagandare finte idee politiche, usando massicce dosi di pubblicità, come si fa per vendere un’auto o un dentifricio.

Se si individua la radice complessa e durissima delle questioni, bisogna aggredirla coinvolgendo tutti cittadini, le loro forze e la possibilità di indipendenza; tutti i milioni di intelligenze frustrate e silenti che non hanno mai ottenuto nulla dalla partitica e, anzi, a causa della partitica, da anni pagano molteplici e pesanti conseguenze nel proprio mestiere, nella propria azienda, nella  propria difficoltà di trovare lavoro o di sostenere la propria esistenza. Tutte le persone che non ne possono più, a vario titolo, di sentire frenata e calpestata la propria vita di cittadini, tutte le volontà sane e concrete del Paese, stanche di frammentazioni, mediocrità e corruzione, possono sentirsi coinvolte in un progetto comune, che li veda collaborativi, partecipi e costruttori.

Basta che emerga quel progetto, quella goccia che ne attira altre, e altre ne nasceranno per aggregarsi. I cittadini che hanno a cuore le sorti della propria esistenza, oltre che quella del proprio Paese, devono costruire quel progetto con la loro intelligenza e la loro cultura, dando sfogo all’energia repressa ed alla frustrazione che stanno vivendo da anni, trasformandole in una forza di riscatto e cambiamento. Tutti potranno esserne autenticamente protagonisti, senza illudersi che sia un percorso facile, ma impegnandosi a definirla come una proposta che non possa determinare ulteriore inganno.

Le prime gocce possono diventare un mare, una forza enorme, attraverso cui cercare di ricostruire il proprio presente e tentare di proteggersi dalle incognite del futuro.

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58 Riconoscersi attraverso una nuova dimensione civile e morale

 Nell’assoluta necessità di costruire una nuova e forte dimensione civile e morale, vedo anche l’unico presupposto per creare nuove possibilità per il futuro economico del Paese.

Credo fermamente nella creazione di questa nuova dimensione, fuori dagli attuali partiti e dai loro schieramenti, tutti contenitori vuoti e falsi, privi di senso, utili a costringere astutamente le persone dentro a potenti e conflittuali gabbie mentali, che sviano dalla possibilità di mettere a fuoco i problemi per aggredirli.

Per andare in una direzione opposta a ciò, sarà essenziale lo spirito di reciproco riconoscersi ed aiutarsi delle parti attive della società: lavoratori di qualsiasi ambito e con qualsiasi forma di rapporto contrattuale, imprenditori, lavoratori che svolgono una professione o un’attività artigianale o commerciale. Tutte queste persone sono prima di tutto cittadini: entità umane, morali e intellettive che da troppo tempo subiscono l’azione separatrice delle contrapposizioni, utili a mantenere la litigiosità dei partiti, e quindi a consentire il tipo di gestione che determina la distruzione delle risorse di tutti. Quelle contrapposizioni, prima sono state costruite da parziali visioni del mondo, poi, una volta che lo scontro si è tradotto in un’enorme trincea di illusioni, sono state orientate a mantenere rendite di posizione e di gestione. Una gigantesca montagna di delusioni e di energie sprecate, un disastro intellettuale, sociale e culturale, nel quale per decenni hanno operato, richiamandosi e contrastandosi, il centro, la sinistra, la destra.

Ancora adesso assistiamo al continuo spegnimento dell’intelligenza indipendente, obbligata al richiamo alla guerriglia partitica, per impedire a quei cittadini, e a molti altri, di superare gli steccati e le barriere alla comunicazione con altri cittadini, costringendo tutti a mettersi gli uni contro gli altri.

E’ tempo che i cittadini, finora divisi e contrapposti, isolati e frustrati, abbattano gli steccati, si avvicinino l’uno all’altro, e riconoscendosi come soggetti accomunati da uno stesso difficile presente, si uniscano fuori dai partiti per aiutarsi a costruire nuove regole di civile convivenza. Anche perché, se proprio di fronti e di pericoli si volesse parlare, questi sarebbero enormi, ma provenienti da tutt’altra direzione.

I veri fronti sono di natura economica e finanziaria, provengono da contesti invisibili, i quali sanno produrre disastrose conseguenze per tutte le parti sociali finora ritenutesi in conflitto, tutte colpite per effetto dell’inadeguatezza della politica a mettere in atto strumenti di difesa. Quindi continuare a farsi battaglia su un finto e assurdo fronte interno al Paese, o su quello innalzato tra un Paese europeo e l’altro, è totalmente stupido.

Le grandi energie morali, spirituali e materiali che caratterizzano tanti italiani devono indurli a parlarsi fuori dagli schemi ai quali finora sono stati obbligati. Possono aiutarsi reciprocamente a curare le ferite, decidere insieme cosa sia utile fare, e aiutarsi a trovare strade di grande riforma per il lavoro, l’impresa, l’economia in generale, la finanza, costruendo le condizioni per arrivare a scelte importanti per tutta la società. Solo insieme possono affrontare la complessità di una realtà che non offre vie facili d’uscita, né scontate per nessuna parte che volesse imporre qualcosa all’altra, o che sperasse di farcela da sola.

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59 Imprenditori e lavoratori. Le due facce della stessa medaglia

Penso agli imprenditori e alle tantissime diverse categorie di lavoratori come a facce di una stessa medaglia italiana. Il valore di quella medaglia proviene dall’esistenza di entrambe le facce, e dipende dal fatto che ognuna riconosca il valore dell’altra.

I lavoratori che non hanno connotazione di autonomia né di imprenditorialità sono un’entità vasta ed eterogenea. In questi anni hanno subito i fortissimi effetti della crisi economico-finanziaria e molti sono allo stremo. Si va da coloro i quali, pur avendo grandi capacità professionali, sanno che il loro lavoro potrebbe svanire da un momento all’altro; a coloro i quali hanno conosciuto forme di parziale tutela, ma sanno che non costruiscono soluzioni per il futuro; a coloro i quali rientrano nella miriade delle forme contrattuali accomunate da un senso di precarietà e di incertezza. Pochi politici riescono ad ascoltarli se non per dire loro cose dette anni fa, quando le condizioni erano diverse, e già allora avrebbero dovuto portare ad un loro coinvolgimento o a scelte che non sono state realizzate.

Si tratta di tante persone che non solo non riescono a guardare al futuro, ma condividono una condizione di isolamento, frustrazione, delusione. Sono persone rimaste sole con le proprie paure e incertezze, che non sanno cosa farsene di tanti vuoti discorsi.

La condizione di estrema debolezza impedisce a queste persone di guardare oltre la propria rata del mutuo, o al di là dei salti mortali che sono costrette a fare con i soldi che non ci sono. Bisogna cominciare ad ascoltarle in fretta perché sono uno straordinario patrimonio umano, che non può essere esaurito da miseri slogan né ingabbiato dentro a degli schemi. Men che meno oggi, quando tentano un drammatico grido per un lavoro che rischia ogni giorno di non esserci più.

Quelle che i lavoratori dovrebbero poter usare sono idee che essi stessi provino a definire per il loro presente, e per il loro possibile domani. Idee che sentano loro e riescano a costruire sulle proprie esigenze.

E’ un grandissimo passaggio psicologico che possono e devono compiere insieme all’altra faccia della medaglia, anch’essa di fronte all’ineludibile necessità di superamento del proprio vecchio modo di pensare. Gli imprenditori di piccola o media dimensione, seppure in passato erano riusciti a ritagliarsi importanti fette di redditività, spesso con merito e correttezza, da tempo sono alle prese con lo stesso problema di un’economia che ha iniziato a falcidiarli o a metterli in fortissima crisi. Quindi la medaglia è sottoposta a potentissimi attacchi da entrambi i lati. Bisogna che tutte quelle persone, le une assieme alle altre, comincino a trovare il dialogo costruttivo su basi completamente nuove, fatte di comprensione e reciproco aiuto.

E’ necessario abbassare le difese e riconoscersi nelle comuni difficoltà, per cercare soluzioni che partano dal reciproco rispetto, e arrivino a condividere impegno e collaborazione con uno sforzo pari alla gravità della situazione, senza illusioni. In tutto questo sforzo non servono assolutamente le posizioni e gli schemi che provengono dai partiti. Quelle logiche riportano sempre e necessariamente a trincee dalle quali oggi bisogna assolutamente uscire. Lì dentro tutti muoiono.

Le fondamentali entità umane che sono dentro alle piccole e medie imprese e a tanti lavori, devono guardare con obiettività a cosa è diventato il mondo occidentale nel corso di un tempo brevissimo. Cercherò di affrontare questo argomento più avanti, in modo da individuare proposte che richiedono l’intervento di volontà politiche di ampio respiro, superiori a quelle nazionali. Si tratta di temi che evidenziano l’importanza di dotare quanto prima l’Europa di un’unione politica, unica dimensione veramente in grado di risollevare le difficoltà ormai comuni a tutti i paesi membri.

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60 Un progetto unitario per nuove strade e nuovi obiettivi

In questi ultimi anni, tanto gli imprenditori quanto i lavoratori hanno subìto pesantissime conseguenze dall’assenza di una politica capace e concreta, in tutti gli schieramenti. Gli imprenditori sono figure umane e professionali che desiderano vedere espressa una forte volontà di affrontare la morsa della crisi che scende drammatica su tutti. Penso non solo agli imprenditori titolari di aziende di medie o piccole dimensioni, e che non abbiano ancora spostato all’estero la produzione, ma più in generale a tutte quelle persone che abbiano un’indipendenza nell’attività di lavoro ed un rischio economico in capo alla propria persona.[x] Penso in particolare agli imprenditori del Nord, ed alle attività che conosco nel Nordest d’Italia. Non si deve pensare solo allo stereotipo, che pure esiste, di gretti individualisti, bravi a lavorare molto ma intenti solo ad arricchirsi e a non pagare le tasse. I migliori tra loro, e sono tanti, non ritengono accettabile l’evasione fiscale, perché sanno di faticare per rimanere competitivi, dovendo pagare fino all’ultimo euro di una tassazione divenuta altissima. Si tratta di un’enorme quantità di persone e di iniziative, createsi molto spesso dal poco o nulla che c’era negli anni ’50 e ’60, sorte per necessità, per desiderio di libertà, per spirito di confronto e di imitazione di libertà o di possibilità di fare, cresciute e moltiplicate assieme ad altre attività sorte nei decenni successivi, attraverso generazioni caratterizzate da stili e storie personali simili ma anche differenti tra loro. Sono storie imprenditoriali nate in epoche nelle quali si poteva contare nella forza di un mercato regionale o nazionale che aveva bisogno di tutto e tutto acquistava. Ora che i mercati sono mondiali, estremamente escludenti e complessi, questi soggetti devono capire come affrontarli, e quindi non possono sentirsi rappresentati da anguste posizioni politiche, le cui ottiche risultano inadeguate ad affrontare la distorcente potenza dei meccanismi economici e finanziari in atto.

Oggi molte di queste persone sono capaci di esprimere una loro cultura, una forte identità. Sono spesso orgogliosamente sostenitrici di un’idea di Paese unito, che però vorrebbero forte ed efficiente. Si tratta di cittadini spesso rispettosi dei propri dipendenti e desiderosi di tenerli stretti a sé, perché, nonostante la spietata durezza imposta dalle crisi sempre più frequenti, riconoscono di avere di fronte a sé persone con famiglia e impegni finanziari, lavoratori che esprimono capacità, professionalità attente e difficili da ritrovare: valori grandi. Molti di loro sanno che, solo tenendo insieme tutti, con tante difficoltà, si riescono a creare quella forza e quelle condizioni che consentono di sostenere tutta la società. Ma molti imprenditori faticano ad arrivare alla fine del mese, esattamente come tanti lavoratori. Altri hanno già dovuto amaramente fare a meno dei propri dipendenti; altri ancora hanno chiuso le proprie attività.

Anche molti lavoratori dipendenti si rendono conto dell’importanza della tenuta economica di imprenditori seri, perché assieme a loro possono sperare di mantenere le attività che danno sicurezza alla propria famiglia ed alla propria vita. Quindi entrambi i lati della medaglia produttiva, se non si fanno imbrigliare dentro a schemi contrappositivi, possono percorrere una strada che li porti ad affrontare insieme le difficoltà e perfino ad individuare nuove comuni opportunità. Ma hanno bisogno di una politica completamente nuova che li aiuti a costruire questa strada, sia dentro il proprio Paese, sia assieme agli altri Paesi europei. Però, non solo questo tipo di politica non si sta esprimendo negli attuali partiti, ma anzi questi ultimi sono rimasti totalmente estranei ad essa, perché il loro disastroso modo di essere li ha evidenziati come contenitori vuoti, tanto di credibilità, quanto di idee, e soprattutto di capacità coesiva. Dunque devono essere questi stessi cittadini a determinare tale coesione, assieme alle altre importanti parti della società.

La dimensione del lavoro è paradigmatica della drammatica complessità nella quale viviamo. Dato che costituisce la principale componente determinante del costo finale di un prodotto, materiale o immateriale che sia, il lavoro umano all’interno di un’azienda è continuamente sottoposto ad una valutazione relativa al costo del suo utilizzo e alla possibilità di ridurlo. Il progresso tecnologico è stato impiegato proprio per soddisfare l’ottica di riduzione dei costi di produzione, e quindi ha sottratto più lavoro di quanto ne abbia creato. Tuttavia ad esasperare quell’ottica è stata la competizione globale ma sleale sviluppatasi nel corso dell’ultimo decennio. Una competizione condizionata dalla rincorsa a produrre ai costi sempre più bassi, forniti dalle società alle quali si è improvvisamente consentito l’accesso nei mercati. Il fatto di avere messo a produrre e vendere, le une a fianco alle altre, società aventi almeno un secolo di evoluzione di costi sociali e produttivi, e società caratterizzate da costi sociali e produttivi appena sopra lo zero occidentale, ha potentemente snaturato e distorto le caratteristiche dei mercati. Questi, da entità senza regole nelle quali per un lungo tempo si è svolta la competizione tra società occidentali, si sono trasformati in un setaccio produttivo e in una centrifuga sociale globali, a beneficio di società un tempo escluse e ora diventate dominatrici. Il feroce meccanismo che ne è derivato ha dapprima comportato la velocissima decadenza delle manifatture realizzate nei paesi aventi costi sociali più elevati, e immediatamente dopo provocato l’espulsione e l’esclusione delle produzioni considerate troppo costose, facendo dimenticare che dietro a quei “costi” c’era la qualità di vita e la tenuta delle società occidentali.

Il travaso produttivo dalle società con costi maggiori a quelle con costi  molto inferiori è stato tanto tumultuoso e inarrestabile, ma soprattutto tanto accettato dalla politica e dalla visione economica occidentale, da tradursi nella progressiva distruzione dalle fondamenta del tessuto produttivo europeo e nordamericano. L’assenza di regole è stata voluta e ideologica, attuata da organismi internazionali non democratici ma capaci di condizionare le economie e perciò le democrazie. Tale assenza ha impedito la creazione di condizioni di comparabilità e di lealtà produttiva, imponendo invece l’automatica convivenza di capacità produttive provenienti da costi sociali profondamente differenti. La distorcente potenza derivante dall’assenza di regole ha determinato il cambiamento delle condizioni della vasca nella quale nuotavano le economie mondiali, come se i grandi pesci occidentali, che si contendevano il cibo a danno di pesci infinitamente più arretrati, si trovassero improvvisamente a competere con alcuni di questi, diventati nel frattempo fortissimi pescecani che, oltre a diventare i dominatori della vasca, si cibano dei primi o li obbligano a morire o competere allo stesso costo.

E’ questo il profilo dal quale bisogna partire per capire in quali direzioni si debba agire. Purtroppo invece le società occidentali si stanno da troppo tempo bloccando sulle ricette, schierate e ideologiche, che si contrappongono sul fronte della riduzione di costi sociali o produttivi. Nel frattempo l’imprenditoria occidentale o è costretta a chiudere le attività (di piccola o media dimensione), o a inventarsi produzioni sempre più di eccellenza o di nicchia , o a diventare motore di delocalizzazione (soprattutto quando abbia natura multinazionale). Il meccanismo creato da mercati senza regole ha una potenza micidiale, e, fino a quando rimane tale, obbliga a seguire una direzione senza alternative. Se non si capisce questo aspetto si rimane appesi ad una conflittualità che finisce per mantenere imprenditori e lavoratori gli uni contro gli altri, ossia vittime oltre che della crisi, anche di visioni politiche e ricette economiche fuorvianti.

La competizione diventerebbe leale se i mercati fossero dotati di regole capaci di rendere confrontabili i costi di società profondamente diverse. In tale contesto agli imprenditori non converrebbe fare a meno dei propri collaboratori, e i lavoratori avrebbero una probabilità piuttosto contenuta di rimanere senza lavoro. In realtà, una competizione sleale che brucia in un tempo velocissimo le quote di mercato ottenute con tanta fatica, porta le aziende ad un forzato desiderio di ridurre i propri organici, e i lavoratori a sentirsi preda di un’angosciante paura di essere espulsi. Va sottolineato il fatto che le aziende che più subiscono queste logiche sono quelle di piccole e medie dimensioni, mentre le multinazionali le cavalcano.

In una situazione che vede imprenditori e lavoratori in condizioni di esasperata difficoltà si rischia di arroventare i conflitti se la strada imboccata dalla politica, dai governi e dalle parti sociali è quella di un’ideologica spinta a modificare o a mantenere la legislazione del lavoro. Quest’ultima ha certamente bisogno di riforme, ma soprattutto di essere sostenuta da politiche di scala almeno europea che si oppongano alla slealtà competitiva e costruiscano coesione nelle società occidentali.

Cercherò di affrontare alcuni aspetti relativi ai mercati nella seconda parte di questo scritto, ma intanto ritengo che per costruire nuove politiche bisogna uscire dai fuochi contrapposti ai quali i cittadini sono sempre stati obbligati ad aderire. Fuochi imposti dai partiti e dagli schieramenti per costringerli a chiedere la difesa di interessi particolari, alimentando così continui motivi di divisione e di scontro, che hanno impedito di individuare prospettive di maggiore coesione sociale. Ora che la situazione si è fatta gravissima, la crisi dei partiti obbliga alla costruzione di una proposta politica che superi gli interessi di parte, per difenderli tutti assieme. Una proposta che voglia tenere unita tutta la società. Solo attraverso quest’ottica non solo l’Italia ma tutti i paesi europei potrebbero disporre della forza necessaria ad affrontare insieme i grandissimi problemi del nostro tempo. E’ quindi assolutamente vitale un progetto politico che abbia questa visione complessiva, assieme ad una visione di Cambiamento in radice.

E’ il momento di cercare il dialogo tra esistenze che sono rimaste imbrigliate nello scontro di posizioni costruito per decenni intorno a loro. Le energie di queste esistenze devono superare le ottiche anguste e conflittuali, per costruire una nuova cultura dell’unione. Oggi quel dialogo e quell’unione potrebbero esprimersi in una forte collaborazione, essenziale per far progredire le singole società, l’Europa e lo stesso Occidente verso nuove strade per nuovi obiettivi.

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61 Differenti delusioni e comuni desideri

Nei lavoratori ci sono energie e capacità createsi nel corso di tanti anni di fatiche. E tra gli imprenditori ci sono persone orgogliose e tenaci, formatesi attraverso idee, errori e tentativi, successi, cadute e risollevamenti. Tutte queste persone sono ansiose di sentirsi adeguatamente rappresentate, o di poter rappresentare ciò che hanno espresso nelle rispettive vite.

Tra gli imprenditori, ed i lavoratori che hanno scelto il rischio economico e l’autonomia professionale, in questi anni si è verificata una propensione politica piuttosto precisa, che oggi sentono stretta o addirittura vuota. Forse si sono resi conto di aver puntato tutte le proprie speranze in quello che pareva l’unico cavallo buono, perché prometteva di correre accanto a loro ed in modo nuovo. Molti di loro ritengono che quel cavallo abbia corso per i fatti suoi, ed alla stessa criticata vecchia maniera d’una volta, altri pensano abbia corso anche peggio, ingannando le attese create. Taluni faticano ad ammetterlo e sono disorientati. E dicono di non trovare altri cavalli simili. D’altra parte, in questi decenni anche i lavoratori dipendenti sono stati illusi da tanti diversi cavalli, molti sono smarriti, e anche tra loro taluni faticano ad ammettere di essere molto delusi. Moltissime persone desidererebbero nuove prospettive ed una politica di cui fidarsi.[xi]

Ma non solo queste parti della società sono smarrite ed amareggiate; tutti sono stati delusi e tutti masticano amaro.

Tutti desidererebbero rompere definitivamente con una politica che appare marcia e inaffidabile, in ogni direzione la si guardi. E indipendentemente dai cavalli che l’hanno rappresentata.

Sarebbe una scelta molto civile se tutti questi milioni di energie si rendessero conto che nei loro desideri hanno una possibilità di creare qualcosa di potentemente nuovo.

Non dovrebbero aspettare la politica; dovrebbero crearsela. Non dovrebbero andare lontano, ma guardare al proprio vicino di casa, che i partiti da tempo hanno insegnato a vedere come un avversario, e che invece è l’alleato civile più forte che ci sia in un nuovo modo di interpretare la democrazia. E per crearla nuova e potente, dovrebbero smetterla di pensare ognuno al proprio interesse, alla propria fascia sociale, e accorgersi che la migliore difesa del proprio interesse sta nell’unirsi con altri milioni di cittadini, che avranno tante sensibilità ed esigenze diverse, ma una sola in comune: il desiderio di un Paese vivo e nuovo. Un Paese morto e marcio non porta benessere né sicurezza per nessuno: è l’anticamera del nulla. Chi pensa di aver raggiunto il benessere lo potrebbe perdere se il Paese colasse a picco; e chi ora sta male o è in difficoltà potrebbe trovare migliori opportunità da un Paese cambiato a fondo. Non è più sufficiente che ognuno faccia da sé. Serve molta disponibilità a riunire forze indipendenti per ricreare nuove condizioni civili delle quali tutti possano beneficiare.

Tante diverse esigenze e sensibilità, se abbassano le difese e la voce, smettono di usare schemi rigidi e fallimentari, e si ascoltano fuori dai partiti, possono capire che la strada davanti a sé è faticosa ma notevolmente diversa da come è stata dipinta. E’ straordinariamente importante che la ricostruiscano assieme in un modo completamente nuovo.

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62 Ferite comuni, da nemici comuni

Sarebbe un grandissimo errore se tutti, ognuno dall’angusta e miope prospettiva a cui si è abituato, o è stato “abituato”, continuassero a guardare ai cavalli sostenuti fino a ieri, o a quelli che ritenessero meno peggiori, per rinnovare le ragioni di distanze o di incomprensioni. Se così accadesse, molte persone, senza rendersene conto, si obbligherebbero a farsi ingabbiare ancora dentro alla trincea costruita con fenomenale astuzia dai cavalli che muovono i partiti. Tutti rimarrebbero costretti a vedere un nemico, a coltivare un rancore, un interesse particolare, o una posizione rabbiosamente distinta da quella altrui, e proprio per questo impossibilitati a trovare un’ampia visione che consenta di superare le proprie e le altrui difficoltà. Se invece le varie componenti della nostra società si rendessero conto di essere accomunate da questa assurda ed autolesionistica sorte, potrebbero cominciare a guardarsi in volto; vedrebbero che sono segnate prima di tutto da ferite simili e che molte di queste vengono dal nemico comune che sta nelle perverse condizioni economiche e finanziarie del nostro tempo. Mentre queste ultime hanno costruito meccanismi che possono generare diffuso impoverimento e continua instabilità, le democrazie, fondate sull’ingannevole rappresentatività dei partiti, si sono dimostrate incapaci di tutelare i cittadini. I partiti le hanno trasformate in sistemi privi di trasparenza e in macchine per una gestione disastrosa ed escludente. Essi sono diventati contenitori vuoti delle libertà che promettono di tutelare e distruttori del benessere al quale tutti aspirano. In sostanza sono anch’essi diventati tra i principali nemici dei cittadini.

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63 Muri di convenienza

I partiti sanno che bisogna continuamente ricostruire artificiali motivi di divisione, come in un’arte da tramandare ai propri successori, stagione dopo stagione, per obbligare le menti a perpetue contrapposizioni, oggi motivandole sulla base della diversità di ricette economiche e sociali inseguite dagli schieramenti. Le lenti dei partiti obbligano ancora troppe persone a cadere dentro gli schieramenti, e una volta cadute si trovano necessariamente l’una contro l’altra, senza neanche ricordarsi più quale sia il motivo.

In realtà gli schieramenti continuano a tramandare divisioni che hanno origine nei muri ideologici sorti nel corso del ‘900. Si tratta di muri sviluppatisi in epoche segnate da guerre e sofferenze, da altissimi costi umani e sociali che hanno ferito le passate generazioni, senza che tuttavia ciò significhi molto per chi non li ha vissuti.  Lo scontro ideologico ha protratto i suoi effetti nei decenni successivi, fino agli anni ’70 e ’80, rimanendo utile per catturare pigro e schematico consenso anche nei decenni successivi.[xii]

Una volta esauritasi la forza delle ideologie, la convenienza elettorale delle contrapposizioni e degli schieramenti è stata mantenuta spostando le motivazioni dello scontro sul piano delle possibili differenze psicologiche ed economiche in seno agli uomini. Si è così sostenuto che la destra o una parte del centro sarebbero più propensi all’individualismo e alla conservazione, mentre la sinistra e un’altra parte del centro farebbero riferimento a obiettivi di solidarietà ed equità. In realtà queste sono caratteristiche presenti in vario modo nell’animo umano. Solo che gli schieramenti politici sono stati tanto astuti da presentarsi come gli esclusivi portatori e difensori di alcuni valori, o come gli unici in grado di difendere dai disvalori rappresentati dallo schieramento opposto, o come gli unici capaci di creare mediazione tra opposti.

Gli schieramenti del ‘900 furono capaci di determinare una lacerazione profonda perfino in coloro che erano fratelli. Segno che si muoveva qualcosa dalla dimensione troppo grande, spaventosa e devastante; una furia che si impadronì degli animi e delle menti, e impedì di guardare oltre. Furono tempeste scoppiate in periodi di grandissime difficoltà, differenti da quelle odierne. Si trattò di epoche troppo ruvide, troppo cariche di tensioni, che originarono idee capaci di catturare con violenza gli esseri umani, e di imprigionare le loro menti. Anche allora, sebbene le condizioni sociali, culturali ed economiche fossero differenti da quelle attuali, sarebbe stato molto utile trovare strade di pensiero evolutivo. Sarebbero servite visioni che andassero a toccare una condivisa radice dei problemi. Invece prevalsero le spaccature per effetto di posizioni che, anziché far evolvere i rapporti nelle società, li fermarono dentro ad uno scontro e ad un’ostilità che hanno alimentato per decenni l’abitudine alla contrapposizione, trasportandola fino ai giorni nostri. Una contrapposizione che si è spesso dipinta di fallimentari ricette economiche in molte differenti proposte di schieramento.

Oggi siamo di fronte a situazioni diverse ma comunque drammatiche, che possono generare nuove esasperazioni. Dunque le strade possibili sono rinnovati motivi di scontro attraverso muri di convenienza elettorale o la ricerca di nuove soluzioni.

L’attitudine alla divisione o alla distinzione è il contenuto essenziale di vecchie scatole chiamate destra, sinistra, centro; vuote di contenuto e di motivi, ma costruite per essere scivolose per il consenso. I possessori di quelle scatole continuano forsennatamente ad oliarle e a coprirle di patina per non far vedere quanto arrugginite ed inutili siano, preparandole come sempre perché menti allenate alla divisione siano costrette a scivolarvi dentro.[xiii]

Non è più il caso di seguire partiti e schieramenti che cercano di dimostrare  di disporre ognuno di soluzioni migliori di quelle dell’altro. E’ il caso di unirsi tutti per cercarle insieme con criteri nuovi, con visioni nuove, con disponibilità all’aiuto reciproco.

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64 I bambini e la naftalina

Il problema della persistenza di vecchie categorie contrappositive riguarda tutta l’Europa, e, con differenti connotazioni l’intero l’Occidente, ma, in Italia ha assunto specifici caratteri, depositandosi su un’antica attitudine alla frammentazione e sulla difesa di logiche corporative sorte sin dal medioevo e rinsaldate sotto ulteriori forme e interessi nel corso del ‘900. Un deposito diventato durissima incrostazione, antiquata e arrugginita struttura, mantenuta dai partiti come brodo di coltura della propria inefficienza, ma totalmente inadatto a fornire l’efficienza, la coesione e la velocità decisionali richieste dalla società contemporanea. Così, per decidere cosa fare oggi nel Paese, i cittadini dovrebbero attendere le finte scelte di scaltre figure politiche che in troppi casi sono gli eredi maneggioni e impastoianti delle divisioni sorte cento anni fa.

Non è più accettabile che i cittadini debbano dipendere dai partiti come i bambini dipendono da chi ha la tutela su di loro. Siccome siamo stati ridotti alla condizione di bambini dovremmo continuare a bere la tossica bevanda composta da una destra contro la sinistra contro il centro, salvo eventualmente sospenderla in base alla gravità della situazione economica. Il beneficio di questa putrida bevanda sarebbe il mantenerci nello stato di malati cronici di divisione e di debolezza, al punto da catturare con gli stessi virus anche i giovani. Malattie utilissime all’inconcludenza che tanto piace ai partiti.

Qual è il senso e l’utilità del rimanere divisi? In tutto ciò che riguarda la nostra vita di esseri legati da una comune amministrazione, i partiti ci impediscono di avere una visione di cittadini indipendenti e liberi di pensiero, rispetto a problemi che sono prima di tutto concrete esigenze, e non sottospecie di politica che utilizza tragici retaggi per giustificare l’appropriazione della gestione.

Da decenni, senza rendercene conto, stiamo ruminando le conseguenze avvelenate di una marcia contrapposizione che, sebbene non avesse più nessun senso già qualche decina d’anni fa, viene tenuta viva dai partiti quel tanto che basta per obbligare i nostri cervelli dentro la loro magica sfera di naftalina. E così possono continuare a farsi votare per calpestare la Costituzione e consumare il denaro prelevato dai cittadini. Nemmeno i loro tifosi possono trarre alcun vantaggio dal continuare a sostenere questo o quel partito: sono bloccati e ipnotizzati più degli altri dentro alla stagnante fossa di un Paese tutto impantanato.[xiv]

Oggi abbiamo un estremo bisogno di una cultura viva e unificante, sia per l’urgente necessità economica, sia perché il mondo è cambiato alla velocità della luce, sia per il legittimo desiderio di alimentare le intelligenze di una cultura nuova, salutare e positiva, l’unica che possa far evolvere un Paese.

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65 Un segno per cominciare a cambiare, unendoci

Non possiamo più stare prigionieri degli schieramenti, un’enorme graticola psicologica che ha obbligato tutti a muoversi come pecore rancorose dentro alla stessa casa.

Penso che un Paese che abbia capito l’inutilità delle divisioni debba orientarsi a scelte molto concrete. Di alcune di tali scelte parlerò nel capitolo “una proposta per unire i cittadini fuori dagli attuali partiti”. Ritengo però che un Paese che intenda cambiare, debba anche saper trovare dei simboli, attraverso i quali esprimere quella volontà di unione di cui c’è estremo bisogno.

Senza alcuna intenzione di provocare, né di banalizzare, e con il massimo rispetto per le tante esistenze che hanno perso la propria vita seguendo idee contrapposte, penso che si potrebbe dare alla festa della Liberazione un significato nuovo e più ampio: quello di festa della Liberazione dagli schieramenti e dalle trincee che hanno diviso il Paese. Una dimensione di questo tipo permetterebbe di rimarginare senza guardare a chi aveva torto o ragione, oppure a chi abbia subito le difficoltà maggiori, vorrebbe dire rispettare il dolore subìto da tutte le parti, riconoscere le difficoltà comuni e unire subito le forze. Interpretare in questo modo il 25 aprile segnalerebbe il fatto che le divisioni non vanno ripetute né cercate, perché, più che produrre vinti o vincitori, di sicuro indeboliscono tutti.

La parola ‘Liberazione’ assumerebbe un significato nuovo e rivitalizzato: diverrebbe un segnale della volontà di rigenerare un Paese, svincolandolo dai pretesti e dai contenitori che impediscono la sua unione e la sua forza.

L’arte e la cultura indipendenti potrebbero conferire a questo momento il sapore di opportunità rispettosa, intelligente e aperta a tanti italiani, i quali, pur avendo talora sostenuto l’una o l’altra parte, desiderino unirsi per guardare tutti insieme oltre gli schemi.

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66 L’albergo dei tre inganni

Guardare le cose sotto questa luce mi dà la possibilità di dire qualcos’altro.

Che motivo c’è di richiamarsi ancora alle separazioni tra una destra e una sinistra? L’unico significato che ha è quello furbesco, di una destra che ha bisogno di un nemico nella sinistra, e viceversa. E che senso ha pretendere che la soluzione sia in un centro? E’ un’altra opportunistica creazione; quella di chi ha bisogno di una destra e di una sinistra per legittimare il proprio far credere di essere soluzione neutra e quindi meno estrema; quindi né “inganno A” né “inganno B”. Una terza via: un “inganno C”, finalizzato come gli altri alla logica partitica e all’accordo tra oligarchie, accomodante, tatticistico e similmente spartitorio; qualcosa di rassicurante perché intermedio, per convincere una massa di frastornati dubbiosi.

Molti sudditi hanno bisogno di credere che da una parte ci siano i buoni, dall’altra i cattivi, ed in mezzo, forse, i meno peggio. Invece moltissimi cittadini sono stanchi di prime, seconde e terze vie, perché non sono strade per cittadini, ma ciechi e stretti vicoli costruiti dai partiti per arrivare alla loro meta.

La destra e la sinistra cercano uno stesso tipo di inconsapevole suddito, al quale cuocere il cervello con i richiami d’ordinanza, per fargli riporre la scheda, persuaso e speranzoso, nell’urna degli inganni. Ma ancor più, sinistra, destra e centro, hanno bisogno di un altro tipo di diligente suddito, che si faccia condurre per mano fino all’urna, nella quale, frastornato e impaurito, possa far cadere un voto per distrazione della volontà.

Credo che la silenziosa maggioranza dei cittadini senta di non volersi più lasciare catturare dalle parole che provengano dall’uno o dall’altro schieramento. E’ proprio l’idea dello schieramento che oggi non funziona più, perché, a differenza delle precedenti fasi storiche, è fin troppo evidente il fatto che gli schieramenti sono vuoti di contenuto e di trasparenza. Ormai nella mente delle persone si è solidificata la convinzione che forse gli schieramenti non hanno mai avuto il significato di qualcosa che ascoltasse e rappresentasse tutti i cittadini, e invece hanno sempre svolto la funzione di protezione dei partiti e degli uomini che vi si insediavano. Così, attraverso continue e logoranti contrapposizioni, ognuno è stato indotto a vedere i propri buoni e cattivi, i vinti ed i vincitori, rendendo oltremodo faticoso il proiettarsi in avanti, e tradurre la democrazia in scelte concrete.

I partiti dicono: non è vero che siamo tutti uguali, quindi non è giusto che siamo messi tutti assieme in uno stesso calderone di responsabilità. In realtà, se molte persone dubitano di questa reale o presunta diversità, di posizioni o di comportamenti, il punto che va sottolineato è un altro: è proprio la ricerca dei partiti di distinguersi l’uno dall’altro a creare continue difficoltà alla democrazia. Questa non è la scoperta dell’acqua calda, ma il segnale che la democrazia per tradursi in scelte ha bisogno di concreto superamento delle divisioni, non della loro continua accentuazione. Invece quest’ultima è la necessaria conseguenza di partiti che ambiscono a dimostrare che la propria ricetta è quella giusta, anche quando le risorse sono finite.

E’ necessario che i cittadini si liberino dalla gabbia e dalle bende che i partiti hanno imposto loro, dopo che, in tantissime occasioni, hanno cercato di convincere che stavano lavorando per il loro bene. Davanti a noi ci sono gli splendidi risultati di questo magnifico agire: decenni di proclami e di parole che ci hanno bloccato la testa, e prosciugato le risorse. In più, negli ultimi anni, i partiti ci hanno studiato bene: da contenitori di ideologie sono diventati macchina di analisi della nostra psicologia, per catturare i nostri cervelli nel modo più efficace possibile.

L’Italia è stata trattata dai partiti come un albergo nel quale tutti, uno dopo l’altro, o l’uno con l’altro, hanno litigato e alloggiato assieme alla propria enorme e affamata famiglia politica, con l’infinito carrozzone degli amici e dei clienti: tutti a spese di cittadini ai quali adesso viene chiesto improvvisamente di pagare il conto. E’ un albergo alla cui ingannevole direzione si sono susseguiti i politici appartenenti a tutti i partiti e a tutti gli schieramenti.

Il richiamarci ancora agli schieramenti è finalizzato ad impedirci di pensare che possiamo fare da soli; cittadini con cittadini, per darci la possibilità di ottenere risultati migliori di quelli prodotti dai partiti, togliendo loro la gestione economica del Paese.

Dico questo perché più volte ho creduto che sostenere un partito o uno schieramento potesse contribuire a cambiare qualcosa. In realtà, il sostituirsi di uno schieramento all’altro non si è tradotto in cambiamenti di fondo per la società italiana. Questo fatto mi ha spinto a riflettere, così com’è avvenuto per molti altri italiani, su quanto inutili siano i partiti e gli schieramenti quando diventano vuoti contenitori. Ma se le ideologie storiche sono cadute, cos’è diventato ideologico oggi?

Si sono affievoliti i sistemi di idee -le ideologie che pretendevano di interpretare e cambiare il mondo- ­­mentre al loro posto si è sostituito l’ingannevole potere attrattivo delle parole, degli slogan, delle posizioni prese a priori per ottenere una rendita di consenso. Una politica vuota di contenuti e di concreta trasparenza, usa le parole con “nuovo” significato ideologico, ossia come se dietro di esse ci fosse comunque una qualche visione del mondo, magari più snella e concreta. E’ così che i partiti abusano di parole come ‘libertà’, ‘crescita’, ‘democratico’, ‘moderato’, ‘progressista’, ‘antagonista’, ‘riformista’, ‘federalismo’, ‘secessione’, ‘partecipazione’, ‘autonomia’, ‘Nord’, ‘Sud’, e di molte altre ancora, per farle diventare categorie di convenienza.  In realtà, la finta politica, quella che da tanti decenni cerca di perpetuare la propria oligarchia, sapendo di essere vuota di significato e di capacità, sceglie con cura dei termini e si appiccica ad essi, facendoli diventare colla per i tifosi prima che per gli elettori, sbandierandoli per approfittare della loro forza evocativa e della loro capacità di catturare le menti. Tuttavia, dietro a tali termini troppo spesso non c’è alcuna volontà né possibilità di traduzione in concreta e trasparente azione politica, perché ciò che conta è che le parole ideologiche innanzitutto siano capaci di conquistare il maggior consenso; poi si vedrà come “gestirlo”. Dunque le parole diventano contenitori vuoti, ingannevoli bandiere di diverso colore, che i partiti sventolano senza che si traducano in nulla di utile per i cittadini. L’unica finalità cercata è che gli elettori le seguano come il gregge si fa guidare dalle prime pecore. Tutto ciò è avvenuto mentre la società soffocava e l’economia declinava.

Più che un’opportunità, adesso c’è l’obbligo di uscire dalle trincee mentali per aiutarsi a ricostruire. Non farlo sarebbe un grave errore. Un ritardo nell’evolvere velocemente l’atteggiamento mentale costringerebbe tutti a pagare altissimi costi, evitabili solo introducendo regole che portino ad un grande Cambiamento nella gestione del Paese.[xv]

Solo una forza che nasca fuori dagli attuali partiti, con l’obiettivo di superarne le deviazioni e lo strapotere, potrebbe consentire ai cittadini di esprimere tutta la loro esigenza di libertà. Una forza di questo tipo consentirebbe anche di unire la società proprio nel momento in cui lo richiedono la gravità, la profondità e la molteplicità delle difficoltà che il mondo occidentale ha costruito su di sé senza essersene reso accorto.

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67 Venditori di fumo, masticatori di divisione e coltivatori di orticelli

Rispetto tutte le persone che hanno creduto nelle tante aspettative fornite loro da vari cavalli politici. Molte hanno riposto fiducia in una posizione costruita ad arte e a tavolino, quasi vent’anni fa, con abilissimo marketing. Molte altre hanno invece riposto fiducia in partiti che trovavano la loro ragion d’essere nell’opporsi a quella posizione.

Gli schieramenti creatisi intorno a queste opposte posizioni hanno impedito al Paese di affrontare i grandi problemi che aveva di fronte a sé.

Un primo schieramento ha continuamente ipnotizzato e richiamato ad una sorta di guerra santa, con l’impiego di mezzi ancor più forti, persuasivi ed arroganti di quelli storicamente utilizzati dai partiti; spingendo gli italiani in un deleterio e fuorviante scontro, perfino plebiscitario, cioè ottenuto pretendendo di interrogare ed aizzare direttamente la piazza, come facevano gli antichi romani con la plebe. Da quell’aizzare ha preteso di suggerire l’esistenza di un generalizzato consenso del “popolo”, tentando di saltare tutti i sostanziali passaggi della democrazia, criticandola come pesante e burocratica forma, ma sfruttandola come vuoto e necessario contenitore utile a giustificare ed a legittimare il potere. Così, come in precedenza avevano fatto tanti altri partiti, ne è risultata un’ennesima disponibilità a galleggiare sul blocco di gigantesche criticità che fanno del sistema Italia un fortissimo cancro. Un intreccio unico e indistinguibile di potere economico dei partiti, corruzione e potere economico oligopolistico, cioè di pochi soggetti, per lo più non visibili ai cittadini, o addirittura monopolistico, che, annidandosi tra privato e pubblico, attraverso maglie legislative appositamente ritagliate, cerca di mantenere quell’assenza di sana concorrenza e trasparenza, che impedisce a troppe imprese, e a tutta la società italiana, di svilupparsi come potrebbero.

Il secondo schieramento ha contribuito, con forza pari e contraria, a mantenere bloccato lo stesso identico insieme di problemi, fingendo di essere portatore di interessi e logiche diverse. In realtà, dietro la propria vecchia nomenclatura, la stanchezza dei proclami, i muffosi programmi, ha nascosto una speculare incapacità di introdurre efficienza nello Stato, un’analoga difesa di interessi di parte, una simile avidità appropriativa della gestione.

Neanche le terze posizioni hanno aiutato il Paese, perché, barcamenandosi tra gli affiancamenti alle prime o alle seconde, ed i tentativi di distinguersi quando hanno pensato che fosse arrivato il momento di smarcarsi, hanno manifestando anch’esse la stessa pessima propensione della propria oligarchia a voler gestire le risorse senza saperlo fare.

Per tutte le posizioni l’obiettivo vero, abilmente camuffato da altro, è sempre stato quello della conquista della gestione. Nient’altro.

In particolare alcune posizioni, piuttosto che aiutato, hanno profondamente ingannato e perfino complicato le condizioni del Paese, volutamente dimenticando la sostanza e gli obiettivi indicati dall’articolo 2 della Costituzione: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Si è trattato di idee politiche totalmente prive di sguardo ampio e di lungimiranza, perché si sono esplicate in un grossolano progetto che masticava parole di identità, di divisione, utili ad irrigidire, non ad affrontare questioni molto serie e complesse. Un progetto che ha individuato un nemico e un ostacolo in una parte del territorio italiano, ed altri nemici in coloro che sarebbero diversi perché provengono da altri continenti.

Il più evidente esito del primo aspetto è stato il fatto di avere prodotto l’indebolimento dell’idea di unità del Paese, contribuendo a provincializzarne la ricchezza culturale e a lacerarne la dimensione psicologica; il meno evidente è stato il fatto di fungere da battistrada per il moltiplicarsi di un localismo che, dopo essere scoppiato al Nord, nella mente di molti scaltri politici è apparso tanto pagante da essere copiato al Sud per finalità contrattuali e spartitorie interne ai partiti; con il risultato di esaltare la frammentazione delle politiche, determinando lo scontro tra le parti del Paese, riconfermando nuove disponibilità alle strategie clientelari, cercando continui piani di conflittualità che rendono tutti più fragili, quando invece tutti dovrebbero unirsi per rafforzarsi.[xvi]

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68     “Noi” e gli “altri”.

Un altro evidente esito di quelle posizioni è stato lo scaricarsi di una facile foga retorica sugli stranieri che vivono il dramma di dover migrare. La facilità di quella foga è conseguente al fatto che le migrazioni sono flussi di povertà che da molto tempo la politica ha lasciato degenerare e marcire fino a permettere che tutto diventasse disagio, separatezza, caos, degrado, ghettizzazione e autoghettizzazione, sopruso e odio. Movimenti di esseri umani totalmente trascurati da partiti preoccupati solo di arrivare alle poltrone, alla gestione delle risorse pubbliche, al bosco e sottobosco degli affari e degli appalti.

Trovandosi di fronte a tale pantano, assieme ad altri lasciati in dote da precedenti generazioni partitiche, alcune posizioni politiche si sono esercitate in un programma tanto esasperato di demarcazione delle identità locali da rendere l’appartenenza territoriale un elemento di piccolezza e di chiusura capace di rispolverare la suggestione dell’autosufficienza medioevale. Una suggestione fatta di slogan, di fede cieca ed autocelebrativa, di interpretazione sociale tramite rapporti contrattuali tra forti e deboli, di solchi ideologici sui quali seminare incomprensioni e distanze, con la motivazione di riuscire così a tutelare la sicurezza ed il benessere dei territori. In realtà tali solchi sono divenuti una trincea nella quale le posizioni hanno seguito la strada obbligata della durezza e dell’autosoffocamento nella chiusura, più che quella della costruzione di nuove strategie di evoluzione del tessuto economico e sociale.

Ne è risultato uno scenario politico misero e grossolano, capace di pregiudicare le potenzialità faticosamente sviluppate dalle stesse comunità locali, cosicché il patrimonio costruito nel tempo da queste ultime, anziché disporsi ad una comprensione aperta e ampia delle cause di squilibrio che guidano l’Occidente e condizionano il mondo, è stato indotto a rifugiarsi all’interno di un fossato medievale, nel quale costruire presupposti di separatezza, di gretta chiusura, di improvvisazione economica.[xvii] Questa sottospecie di visione ha condotto ad un nanismo politico da cavernicoli, diventato la stretta veste fatta indossare a comunità addestrate a reazioni di pancia, approfittando del loro essere impegnate in un’intensa laboriosità.

In realtà i territori e le comunità locali avrebbero bisogno proprio di visioni molto meno ristrette e miopi che li unissero e li aprissero al mondo per irrobustirne la struttura economica, per rafforzarne il benessere costruito lavorando a testa bassa, e per determinarne più stabili condizioni di sicurezza.

Le grossolane politiche localistiche, obbligando alla chiusura e all’irrigidimento, hanno contribuito, assieme alle visioni nazionalistiche, a non permettere l’individuazione di lungimiranti scelte di superiore dimensione. Politiche localistiche e visioni nazionalistiche hanno impedito la costruzione di un’Europa più forte, capace di affrontare quell’assenza di regole che distorce il mondo occidentale: queste ultime potrebbero essere le uniche vere “armi” capaci di fornire risposta a fenomeni di grande complessità e alle drammatiche condizioni nelle quali si trovano le economie.[xviii]

Per effetto di tali politiche è sorto un rigido atteggiamento psicologico: si è reagito alla complessità con la costruzione di confini mentali sempre più duri. Confini eretti nei confronti degli “altri”, intesi non solo come popoli differenti da “noi” perché provenienti da zone del Pianeta diverse dall’Europa, ma soprattutto come minacce che disturbano un ordine, una purezza, un desiderio di ritenere il proprio antro al sicuro dalle incertezze o dalle difficoltà. Dunque preservato da mali per forza di cose esterni.

La complessità dovrebbe essere affrontata ricorrendo tanto alla razionalità quanto all’umanità, cercando collaborazione e coesione, puntando ad individuare soluzioni in un orizzonte più largo dell’ambito nel quale riteniamo di confinare i “problemi”. Ciò è fondamentale nei rapporti tra società e culture diverse. Quando siamo di fronte a qualcosa o qualcuno che ci appare diverso da noi non è facile capire come possiamo rapportarci, perché non lo conosciamo; ma proprio in quel momento servirebbero pensieri, parole, azioni, progetti che sfidassero l’abitudine o i timori generati dalla non conoscenza. Bisognerebbe far lavorare l’intelligenza, per andare a cercare soluzioni più robuste e feconde di quelle che conducono alla paura e allo scontro.[xix]

Nello scontro si dimentica che in epoche non lontane pure gli italiani hanno vissuto l’esperienza d’essere considerati con ostilità, come stranieri e migranti mossi dal desiderio di trovare migliori opportunità di vita in paesi che non erano i propri. Sembra quasi non si voglia vedere di cosa sono realmente fatte le “radici” degli esseri umani di tutte le società e di tutte le epoche. Per salvare le proprie radici e difendere le proprie esigenze la nostra società deve riconoscere quelle altrui; per crearsi un nuovo futuro non deve dimenticare il proprio passato. E poi deve abbandonare le trincee e le caverne contemporanee nelle quali la politica l’ha relegata per proprio tornaconto.

Il cavernismo politico è stato il frutto dell’incapacità dei partiti italiani ed europei di vedere l’enorme forza e le potenzialità che potrebbero svilupparsi attraverso un’autentica unione politica con gli “altri” appartenenti all’Europa. Un frutto nato dalla loro volontà di rifugiarsi nelle piccole logiche del passato, per mantenere il proprio consenso e i propri interessi distinti da quelli degli “altri”, coltivando una conveniente e penalizzante debolezza delle divisioni, e offrendo le condizioni per l’emergere di rigide tecnocrazie.

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69 Milioni di persone che non meritano di rimanere in trappola

 Molte delle persone che finora sono rimaste ipnotizzate dalle sirene partitiche, non possono rendersi conto del fatto che il loro vero nemico si trova, non dentro al partito avversario, ma dentro ai contenitori costituiti dai partiti. Contenitori che hanno bisogno dell’energia, dell’entusiasmo o delle difficoltà degli elettori per trasformarli nella forza numerica necessaria per portare la propria oligarchia a sostituirsi a quelle che in precedenza siano riuscite ad insediarsi negli ambiti della gestione economica pubblica. Una sostituzione che si traduce nel non cambiare nulla: dovrebbero dunque indirizzare le proprie energie lontano da quegli inganni e dalla trappola di parole d’ordine che ogni partito costruisce, venendo costretti all’inconsapevole condizione di ruote di carrozzoni distruttivi . [xx]

Nonostante gli astuti proclami, nessuno degli attuali partiti è in grado di affrontare il canceroso blocco che provoca il declino italiano, perché quel blocco è nato, si è sviluppato, e continua a prosperare all’interno di un sistema istituzionale snaturato ed alterato dalla voracità di potere gestionale manifestata dalle oligarchie interne ai partiti. Oligarchie prive di volontà di cambiamento, abili solo in un’inconcludente oratoria che sfrutta il difetto di trasparenza e di conoscenza dei sudditi-cittadini, bravissime nel piegare a proprio vantaggio il potere che la legge conferisce loro, inamovibili e scaltre nel divorare i denari degli italiani al Nord come al Sud come al Centro.

Solo andando a smuovere il collante che lega in radice quel cancro, solo sottraendo ai partiti la gestione da essi tanto bramata, si sgretola la morsa che uccide la società, l’economia, le esistenze dei cittadini, le prospettive compresse o compromesse di tanti imprenditori e lavoratori, il futuro delle nuove generazioni.

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70 Senza l’aiuto di nessun cavallo. Senza nessuna protezione.

La parte più seria degli imprenditori, le persone più dinamiche, ricche di idee, di voglia di fare, di desiderio di libertà, sono state illuse da slogan vuoti e falsi. Se il vasto mondo di imprenditori, e di persone che svolgono un’attività di lavoro indipendente, ha resistito comunque a tutto, e ancora, forse, con tanta fatica, prova a resistere e ad affermarsi solitariamente, è grazie all’impegno e ai propri quotidiani sforzi per tenere duro. Nessun cavallo politico li ha aiutati. Anche se molti hanno cercato di catturarne la fiducia.

Le persone consapevoli delle fragilità del nostro sistema sono quelle più stanche di vedere un Paese che non evolve e non si muove, quelle che vivono sulla propria pelle la deforme e soffocante potenza del declino generato dal susseguirsi di finte politiche. Quelle persone potrebbero essere indotte a costruire da sole una loro entità politica. Tuttavia, pur avendo una considerevole forza economica e stringenti motivazioni per organizzarsi, rischierebbero di essere percepiti come una porzione di società che vuole difendere solo le proprie posizioni, quindi limitata nel consenso.

D’altra parte anche l’ampio mondo dei lavoratori è un universo rimasto in difficoltà sempre maggiori, non avendo potuto contare su politiche capaci di realizzare le condizioni per mantenere le produzioni o per attirare investimenti generatori di nuove opportunità. Molte posizioni politiche, anche attraverso ripetuti aggiornamenti, hanno bloccato i lavoratori in una trincea, oppure li hanno abbandonati a se stessi senza aiutarli a trovare strade d’uscita dalle loro difficoltà.

In questo contesto troppe persone, imprenditori o lavoratori, sono rimasti isolati, rovinati e indotti a gesti disperati dalla colpevole inefficienza dello Stato o dalla disumanità di una competizione sleale.

Come fronteggiare una simile situazione? Tutte le forze personali, imprenditoriali e professionali, devono necessariamente aprirsi e costruire un unitario progetto civile, che li coinvolga insieme alle altre parti della società italiana, ognuna sofferente con motivazioni proprie, per le gravissime condizioni derivanti da una politica senza capacità, e da una finanza ed un’economia globali che non hanno voluto regole.

Gli attuali partiti sono gonfi di idee deboli e parziali; sono contenitori che non servono alla società nel suo complesso, ma si servono di essa. I cittadini hanno bisogno di progetti che li uniscano e non di motivazioni di divisione che giustificano il perpetuarsi delle classi politiche.

Per effetto del grande disfacimento che si è creato in tutti gli schieramenti italiani, è ben probabile che gli italiani si troveranno di fronte a finte nuove proposte. Alcuni cavalli di lungo corso si presenteranno nel tentativo di stare forzatamente insieme in scuderie miste e nervose, forse anche attraverso l’inserimento di qualche cavallo semi-nuovo, per tentare pseudo coalizioni frutto di nuovi balletti di accordi in una temporanea tregua agli scontri. Ulteriori carriole dopo altre precedenti fallimentari carriole, non un progetto trasparente né un’importante prospettiva che coinvolga tutti i cittadini per unirli e lasciarli liberi di unirsi.

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71 Non ci servono gli orticelli

E’ di un forte e coeso progetto, che riguardi tutto il Paese, quello di cui gli imprenditori hanno bisogno. Ma ne hanno bisogno né più né meno degli altri lavoratori o delle altre persone che compongono la nostra società. Gli imprenditori hanno motivazioni di rischio specifiche, però dentro alle loro attività ci sono milioni di lavoratori con un rischio su di sé e sulle proprie famiglie, e nella società ci sono anche non lavoratrici o non lavoratori, con un altro rischio certo: quello sul proprio  presente prima ancora che sul futuro. Quindi serve un ampio progetto che unisca e veda come protagoniste tutte le componenti della società italiana, per non obbligarle a fare da sole, o l’una contro l’altra. Perché, per quanto brave e apparentemente forti, per quanto arrabbiate e resistenti, per quanto esasperate e avvelenate, nel tentativo di muoversi per parti isolate o perfino contrapposte, nessuna di queste potrebbe mai esprimere la forza e le opportunità ottenibili da un Paese tutto unito in un eccezionale impegno di cambiamento. La politica questo lo sa, ma non vuole o non è capace di far altro che bloccare la società attraverso le separazioni e gli schieramenti.

Come già nei decenni precedenti i partiti hanno inseguito l’obiettivo di separare, per totale incapacità e fisiologica impossibilità di trovare un progetto comune. Preferiscono continuare sulla strada che ritengono elettoralmente più pagante, procedendo con una retorica che coltiva orticelli staccati l’uno dall’altro. Rimanendo ingessati nella piccolezza di quelle ottiche e nelle loro abitudini gestionali, non possono risollevare le sorti di tutti.

Adesso che il Paese ha un estremo bisogno di evolvere nella sua interezza, non possiamo affidarci a chi promette ma non può costruire un progetto per unire l’insieme delle opportunità e delle potenzialità. La crisi economica e finanziaria mondiale obbliga a tirare fuori tutte le risorse bloccate del Paese. Proprio per questo motivo bisogna percorrere una strada completamente nuova: di unione nella crescita civile e morale, e di grande evoluzione e rigenerazione economica.

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72  La totale inadeguatezza della politica fatta di oligarchie e tecnocrati che decidono senza i cittadini

Il punto cruciale non è criticare questo o quel politico, ma la totale inadeguatezza dei politici o dei partiti italiani che hanno a lungo cercato un’Italia del tutti contro tutti. Assieme a quella c’è una grande mediocrità ed inadeguatezza dei politici europei, i quali non hanno capito che l’enorme, drammatica portata dei meccanismi insiti nell’economia e nella finanza occidentali prima o poi scarica i propri effetti su tutti, anche su coloro i quali appaiono forti. Né si è capito che la dimensione distorcente di tali meccanismi si affronta solo attraverso la forza ottenibile dall’unione.

L’attuale Europa, anziché essere un organismo virtuoso, appare come un mostro composto da 27 paesi membri, 17 dei quali adottano l’Euro. Un mostro al quale alcuni partecipano con riserva o con deroghe, e troppo spesso con grande volontà di porre veti più che di creare coesione; tutti fintamente insieme, senza un’unione politica e senza un comune bilancio, che consenta di costruire una forte strategia europea di fronte alle difficoltà.

Spesso la politica italiana non ha applicato le norme stabilite da questo strano mostro Europa, incorrendo in costose sanzioni pagate coi denari dei cittadini, e dimostrando una disponibilità a tenere il Paese nella palude di inefficienza ed illegalità gestita dai partiti.

Però sebbene tale mostro imponesse il rispetto di alcuni vincoli nei nostri bilanci, noi italiani siamo rimasti ingabbiati nel nulla intorno al quale si sono accapigliati i partiti; abbiamo a lungo dormito un pesante sonno e non ci siamo accorti delle conseguenze se non quando ci è toccato pagare il prezzo dell’inadeguatezza della politica. Eravamo troppo occupati a seguire ballerine, illusionisti e pifferai magici che ci conducevano ogni giorno a masticare la marcia insalatina del loro orticello. Tra uno scandalo e l’altro, tra un approfondimento televisivo di inutili rissosità partitiche ed uno di morbosa provincia. Il problema è che lo siamo ancora, molte persone non si rendono ancora conto di quale sia la gravità della situazione nella quale ci troviamo, e troppe ritengono non si possa fare nulla per cambiare rotta. Per tentare qualcosa forse possiamo cambiare canale televisivo, leggere anche i giornali, e non sempre gli stessi, o spegnere le trasmissioni fatte di litigi e di favole, e cominciare a parlarci, per capirci ed unirci.

Dovremmo riflettere meglio sul contesto nel quale si sviluppano i problemi che nascono nel nostro Paese. Dunque oltre che alla situazione specificamente italiana dovremmo guardare contemporaneamente alle caratteristiche dell’Europa, a quelle della finanza e all’assenza di regole che da tempo guida e condiziona i mercati, aspetti che proverò ad approfondire  nella seconda metà di questo scritto.

L’Europa del Trattato di Lisbona aveva recepito i forti vincoli previsti dal Patto di Stabilità e Crescita stipulato dagli Stati europei nel 1997, il quale riprendeva i requisiti per entrare in Europa stabiliti dal Trattato di Maastricht nel 1992.[xxi] Il principale vincolo era che il debito pubblico accumulato da un paese non dovesse essere superiore al 60% del prodotto ottenuto nell’anno. Di fronte ad un obiettivo così importante e difficile la politica italiana avrebbe dovuto sottoporsi ad un radicale cambiamento nel proprio modo di operare, molto tempo prima del manifestarsi della crisi. I politici avrebbero dovuto orientare le scelte pubbliche attraverso un’oculata programmazione, diluendone gli effetti negli anni, coinvolgendo gli schieramenti nella condivisione di obiettivi e sforzi. Invece tutto è proseguito secondo gli antichi e malati canoni di una fame gestionale che nonostante l’alternarsi degli schieramenti ha alimentato il debito e la corruzione. Mentre passavano gli anni e tale cambiamento non arrivava, la crisi successiva al 2008 mostrava che la finanza degenerata era diventata il mostro capace di irrompere sulla scena di una fragile Europa, per approfittare della dimensione assunta dai debiti pubblici dei suoi paesi membri. La risposta di un’Europa fintamente unita e non dotata di adeguati strumenti di difesa del proprio sistema finanziario, veniva posta solo sul piano di un rigido contenimento delle spese pubbliche, e così nel 2011 i politici europei decidevano di imporre sanzioni ai paesi membri che non riducessero di un ventesimo all’anno la parte di debito che eccedesse il 60% del prodotto ottenuto nell’anno.

L’inasprimento dei vincoli europei ha obbligato i paesi più in difficoltà ad un durissimo tritacarne economico e sociale. Enormi difficoltà di finanziamento del debito sono piombate su un Paese come l’Italia, mentre la politica taceva o teneva occupato il Paese con altro.

La Corte dei conti, nel giugno 2011, poco prima dello scoppio della crisi del debito pubblico, compiva un’approfondita analisi della situazione dei conti pubblici italiani ed una valutazione del loro andamento per il futuro, provando a valutare le conseguenze delle nuove decisioni europee.[xxii] Successivamente alla pubblicazione di questa attenta analisi, i quotidiani italiani iniziavano a parlare della necessità di manovre finanziarie da 46 miliardi annui per i successivi 20 anni. La politica cadeva nel caotico farfugliamento di chi non sa o finge di non sapere, o pensa che i vincoli non saranno rispettati da nessuno e in qualche modo si troverà un accomodamento. In tal modo, preoccupandosi del giudizio che i cittadini prima o poi avrebbero cominciato a farsi a seguito di quelle analisi, si lanciava in polemiche o in tranquillizzanti giri di parole. Così, mentre la crisi del debito italiano scivolava verso una gravità già da tempo segnalata dagli esperti, il Paese, apatico e intossicato dai litigi, rimaneva mese dopo mese a guardare attraverso le interessate lenti degli schieramenti.

I vincoli previsti dal Patto europeo di Stabilità stabilivano traguardi, ma dovevano essere i singoli paesi a definire come raggiungerli, valutando bene quali fossero le priorità, e ponendo molta attenzione a non creare gravi ripercussioni sulla propria credibilità, facendo promesse e prendendo impegni che non erano in grado di mantenere. Così, l’incapacità e l’irresponsabilità di molti politici italiani, non consentendo loro di impegnarsi in un profondo cambiamento del proprio agire, e in un credibile programma che desse una solida prospettiva di evoluzione economica a tutto il Paese, li induceva ad infilarlo nel tunnel di un difficilissimo raggiungimento del pareggio di bilancio.

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Se il bilancio è in pareggio significa che non si genera nuovo debito, ma resta il problema di sapere come fare a ridurre quello che è stato generato nel passato, e dove trovare i mezzi per ripagare il costo del debito per gli anni a venire mentre l’economia mostra una prospettiva di reddito che si riduce. Questo è il semplice e spietato calcolo effettuato dalla comunità finanziaria. Un calcolo che ha portato alla grave percezione di un Paese che potrebbe non avere i mezzi per ripagare i prestiti accordatigli attraverso i titoli di Stato, neanche quelli che scadono immediatamente. Questi sono stati i presupposti sufficienti  perché una finanza degenerata scatenasse l’attacco ai titoli di Stato italiani nell’autunno 2011.

Il pareggio di bilancio, nella facile e presuntuosa interpretazione che ne hanno fatto i partiti, si prestava ad essere propagandato ai sudditi come l’eccezionale risultato che avrebbe fatto restare a bocca aperta il mondo intero. Così interpretato, tale pareggio diventava un prestigio di parole per trascurare sia il costo derivante dagli interessi del debito pubblico, sia le condizioni future dell’economia del Paese.

Tentare di conseguire un pareggio in una fase nella quale il Paese ha un’economia ferma o addirittura in retromarcia, significa affidare tutte le sue speranze alla quantità dei tagli di spesa senza considerare anche la qualità della spesa, e soprattutto senza creare la condizione più importante, ossia consentire al Paese di ottenere il reddito con il quale far fronte agli impegni. Il Documento di Economia e Finanza, emanato dal Governo italiano nel 2011, fissava il raggiungimento di tale pareggio in un primo tempo nel 2014. Un impegno così gravoso, diluito in una prospettiva che approfittava delle scadenze elettorali, senza garanzie di solidità per il futuro, non convinceva i “mercati”, cosicché il governo decideva di anticiparlo al 2013. Si trattava di un obiettivo che nessun altro paese europeo si impegnava a prendere con tale vincolante urgenza, e che obbligava l’Italia ad entrare ancor più nel vicolo cieco: si costringeva il Paese ad una morsa di tagli che non prevedevano ciò che invece i cittadini si attendevano: una prospettiva di scelte concrete per risollevare l’economia, l’unica strada per dimostrare di essere capaci di ripagare e ridurre il debito pubblico anche in futuro. In definitiva tutto ciò riproponeva in modo più drammatico vecchi nodi italiani: la qualità della spesa, la qualità delle entrate (imposte e tasse), l’efficienza burocratica, e la possibilità di prendere scelte che risollevino l’economia non possono realizzarsi perché sono impedite o condizionate dalla disastrosa e incapace fame gestionale della politica italiana.

La crisi del debito pubblico italiano è diventata la chiara dimostrazione del fatto che, quando la politica, oltre a generare divisioni, produce decennali incapacità gestionali, le conseguenze del suo arrogante mal gestire, non si limitano a bloccare un Paese, ma conducono verso la sua schiavitù o la sua distruzione, rendendolo preda di “mercati” finanziari”, trasformatisi da finanziatori in assalitori. Non appena questi ultimi orientano il loro animalesco sentire, obbligano un Paese, che sia stato rovinato dalle gestioni realizzate da tutti gli schieramenti succedutisi nei decenni, a subire le condizioni e la furiosa urgenza imposta dagli stessi “mercati” per ottenere quanto vogliono: tassi d’interesse sempre più alti, che compensino il rischio di perdere i denari prestati per finanziare il debito del Paese, visto che non appare la prospettiva di una sua futura solidità economica.

I soggetti che dominano i “mercati” non vogliono rischio che provenga dai soggetti finanziati, mentre sanno bene come fare a scaricare sui mercati il rischio da essi stessi costruito. All’interno di tale contesto, e anche senza impegnarsi in tanti approfondimenti sulla situazione politica, quei soggetti ben hanno capito una cosa: l’Italia, non molto diversamente da altri paesi europei in difficoltà, ha una condizione finanziaria così debole che, accompagnata da politiche incapaci di togliersi da una corrotta e distruttiva gestione delle risorse del Paese, determina un meccanismo amplificativo della propria debolezza. Un meccanismo che può scivolare verso il fallimento, dato che non sono previste protezioni finanziarie all’interno di un’Europa squilibrata e fragile, mal costruita da oligarchie di partito, da schieramenti di convenienza e da tecnocrati che ne hanno affidato la tenuta a inefficaci rapporti numerici e monetari. In una situazione di questo tipo, e in mancanza di regole che impediscano il loro strapotere, i dominatori dei mercati finanziari sanno di poter orientare la propria potenza di fuoco verso la fragilità italiana ed europea, ottenendone enormi profitti.

La debolezza dell’Europa equivale a quella di una locomotiva per nulla assemblata, quindi basta iniziare a colpire la fragilità delle sue ruote più deboli per vedere se la locomotiva reagisce e riesce a rimanere intera o se invece si distrugge, nel qual caso si può progressivamente guadagnare anche dall’instabilità della sua moneta, fino a quando non sia distrutta. Gli aspetti dei quali parlo meritano un approfondimento, che cercherò di fare più avanti, ma intanto qui si può osservare che i mercati finanziari, nel chiedere rendimenti sempre più alti, inseguono solo la convenienza insita nei meccanismi della finanza. Tuttavia, pur trattandosi di una convenienza che riescono a manipolare degenerandola, nel far questo segnalano indirettamente che, se la politica di un Paese non mostra un’idea di sicuro e solido sviluppo -irrealizzabile se essa non cambia radicalmente- tale Paese rimarrà schiacciato da quei meccanismi, e con esso forse l’Europa. Ma, contemporaneamente, se l’Europa non cambia il suo modo di essere, il Paese passa dalle proprie difficoltà a quelle che essa gli crea, riverberandosi sull’Europa stessa. Ma allora a rimetterci sono i cittadini, divisi tra i non consapevoli, manovrabili come tifosi, e i consapevoli, costretti a vedere all’opera schieramenti che, mentre si ostacolano a vicenda, si perpetuano nel bloccare le possibilità di un Paese (o di più Paesi, o dell’intera Europa), dividendosi nell’inseguire o nel contrastare ricette che, in un senso o nell’altro, provengono da proposte inadeguate. Un’inadeguatezza che non affronta il vero problema di fondo: la mala gestione nelle mani della politica e l’inutilità di visioni e divisioni costruite sulla base di schieramenti che servono ai partiti ma non ai cittadini.

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73 Una locomotiva con le ruote quadrate

Fino all’autunno del 2011 la politica italiana, non essendo riuscita a cambiarsi per costruire un solido progetto per il futuro del Paese, è rimasta a barcamenarsi tra finti provvedimenti, inconcludenza, litigi e mirabolanti manovre, incapaci di modificarne le condizioni finanziarie, ma una dopo l’altra, sufficienti a evidenziarne il progressivo declino, cosicché venivano percepite da un implacabile mondo finanziario come l’enorme fragilità sulla quale puntare. Per la finta politica espressa da uno schieramento quelle manovre sono diventate la via più facile da seguire e quella più pagante nel caso di un improvviso scivolamento verso elezioni anticipate. Per la finta politica espressa dall’altro schieramento quelle manovre sono diventate invece il pretesto per fingere sia di opporsi, sia di sapere cosa fare per superare il fallimento che si stava prospettando all’Italia, guardando all’ipotesi di elezioni anticipate come si guarda ad un salto nel vuoto, esprimendo un vuoto progettuale e di credibilità speculare a quello espresso dal primo schieramento.

La stupefacente promessa di un pareggio tra entrate ed uscite non era mai stata realizzata prima nella storia italiana, se non una sola volta, nel 1874. In realtà, la ricerca di tale pareggio contabile da parte della politica del 2011, sebbene auspicabile in linea di principio, era secondaria rispetto all’urgentissima priorità di rivedere a fondo il proprio modo di gestire il Paese. Dunque anche in un momento particolarmente drammatico, l’atteggiamento dei partiti si traduceva nella solita e comoda scelta di fingere di cambiare qualcosa anteponendo la propria sopravvivenza alla radicale modifica del proprio decrepito modo di gestire. Una politica pronta in tutti gli schieramenti a permanere seduta su una locomotiva Italia resa inaffidabile dai vari “macchinisti” che si sono alternati alla sua guida. Una locomotiva Italia, talora inguardabile, talora invidiata all’estero, costretta a non potersi muovere per effetto delle ruote quadrate imposte dalla politica., al punto da trovarsi nella prospettiva di scivolare verso il fallimento.

Evitando di cambiarsi a fondo la politica ha impedito il realizzarsi delle condizioni che consentirebbero lo sviluppo del Paese, presupposto per il riequilibrio dei suoi conti. La scelta di un pareggio contabile, insistendo su quanti tagli fare e non sul come farli, né sul come individuare nuove modalità di gestione, guardando alla conseguenza e non alla causa della spesa pubblica, è diventata un provvedimento indispensabile o possibile: in ogni caso inefficace. Un risultato ottenuto lasciando intatte le condizioni che consentono il protrarsi del disastro gestionale generato dai partiti, i quali per decenni hanno finto di ridurre alcune spese mentre ne alimentano continuamente altre in una miriade di ambiti.

Una buona spesa richiederebbe una politica snella e veloce, completamente trasparente e non clientelare. Richiederebbe la capacità di costruire una visione ed un importante progetto nel quale coinvolgere il Paese. Invece i partiti, sia quando siano nella maggioranza, sia quando si trovino all’opposizione, hanno una tremenda paura di affrontare strade differenti da quelle sulle quali per decenni si sono comodamente adagiati, e quindi sono interessati ad un gioco fatto di schermaglie e tattiche, per avvantaggiarsi del vicolo cieco nel quale si è cacciato o nel quale tentano di spingere il nemico costituito dallo schieramento opposto.

Anche di fronte al rischio di fallimento manifestatosi nel 2011, analogamente a quanto avvenuto altre volte nella storia passata, le posizioni prese dagli schieramenti sono state la strada obbligata per una politica malata, alla ricerca del percorso più utile per irretire i cittadini, per pensare di uscire vincenti dalle elezioni, senza sapere cos’altro fare. Evitare di andare a toccare il duro groviglio di interessi che blocca la società e le burocrazie tramite i partiti, e contemporaneamente mantenere stretta la gestione, questi sono i potentissimi tabù di tutti gli schieramenti, gli elementi che tengono in piedi tutta la malata politica italiana, e non permettono il realizzarsi di una solida prospettiva futura per i cittadini. Sono queste le ruote quadrate imposte alla locomotiva Italia.

Attraverso una politica caratterizzata da visioni miopi e ingannevoli, costruite lungo decenni di indebolimento civile e democratico, il Paese non poteva che finire con l’accartocciarsi nelle sue storiche difficoltà, cadendo in un crescente impoverimento, sottoponendosi agli attacchi nelle Borse e alla penosa condizione di farsi dire cosa fare e come da istituzioni prive di legittimazione democratica.

Per un tempo molto lungo, una politica misera e scaltra in tutti gli schieramenti è riuscita a rovesciare le cause delle difficoltà, approfittando della non conoscenza nella quale ha tenuto milioni di donne, pensionati, operai, giovani, disoccupati, lavoratori ed imprenditori, tutti intenti ad occuparsi dei propri affanni, obbligati a tenere accesa una televisione fatta di troppa spazzatura o, al massimo, capace di riflettere le divisioni e di costruire i rovesciamenti delle cause. In tali condizioni il Paese non poteva percepire in quale disastro stesse navigando, ed era costretto a fermarsi all’idea che la sostituzione della lira con l’euro fosse la causa della propria povertà. Un’idea diventata lo specchio per le allodole, la brodaglia da dare in pasto a sudditi impoveritisi, per non consentire loro di capire, per trovare un nemico, in casa propria o in Europa, obbligandoli ad inseguire l’uno o l’altro schieramento nel darsi reciprocamente la colpa, avendola entrambi per non essersi cambiati, ossia per il fatto di non aver consentito riforme che permettessero al Paese di beneficiare dall’essere entrato in Europa.

L’euro era una macchina potente, che avrebbe dovuto obbligare la politica a cambiarsi profondamente per cambiare radicalmente le fondamenta ed il funzionamento del Paese. Invece la finta politica ha mantenuto l’Italia nello scandaloso degrado dal quale proveniva. Di decennio in decennio, di degrado in degrado, la finta politica si è camuffata per rimanere esattamente uguale, così l’euro si è ritorto contro cittadini guidati da classi composte soprattutto da vecchi e nuovi interessati, da inadeguati distruttori della legalità e delle opportunità, capaci di barcamenarsi e condizionarsi in un putrido acquitrino, ma incapaci di modificare il proprio modo di essere e di consentire alla locomotiva di muoversi su libere ruote.

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74 I pesci avariati

Provenendo da un’ultradecennale assenza di progetti per il futuro del Paese, da una generale incapacità di essere credibili propositori di un profondo cambiamento che coinvolgesse seriamente i cittadini, nell’estate del 2011 i politici italiani sono caduti nella condizione di coloro i quali, non sapendo che pesci pigliare, prendono quelli avariati e tentano di venderli come fossero sani. Così si sono lanciati in una penosa rincorsa a sparare numeri e proposte mirabolanti. Quasi tutti i partiti sono improvvisamente diventati paladini della riduzione dei costi della politica. Hanno capito che in un momento di drammatico calo dei loro consensi, e di fronte ad una prospettiva di sacrifici che qualcuno avrebbe dovuto imporre, con tali ultimi slogans potevano tentare di darsi una patina di possibili ripulitori di qualcosa che non va. Ne è uscita un’operazione da buffoni della politica, perché troppi rappresentanti, di tutti i partiti, sembravano non sapere quali fossero i maledetti costi della politica da tagliare. In quella sceneggiata si è espressa la partitica peggiore, quella che finge e si accapiglia mentre è tutta marcia, in tutti gli schieramenti, pure con le eccezioni dette.

E’ stata l’evidente manifestazione della crisi di un sistema politico italiano arrivato al capolinea in tutti i partiti, gonfi di personaggi pronti a scaricare le colpe sui governi precedenti, oppure a cercare nella debolezza politica europea l’ulteriore scusa per sollevarsi dal peso delle proprie corresponsabilità.

Ad agosto 2011 tutta la frammentata e logora politica italiana, di sinistra, di destra, di centro, non sapendo che cosa fare, girava a vuoto in un inconcludente litigio, spiazzando pure i rappresentanti dei lavoratori, degli imprenditori e delle varie categorie produttive. Il governo italiano riceveva una lettera dalla Banca centrale europea, la quale indicava una serie di urgenti raccomandazioni in relazione a riforme che il Paese avrebbe dovuto realizzare per evitare il fallimento finanziario. In realtà alcuni osservatori avrebbero poi spiegato che l’invio di tale lettera sarebbe stato chiesto da alcuni politici italiani, per avere il pretesto di compiere le scelte che la politica non riusciva a realizzare, o per mantenere in piedi un sistema ormai decrepito[xxiii]. Nel breve volgere di mesi quella lettera si sarebbe risolta in un boomerang per gli ispiratori, evidenziando la definitiva inadeguatezza di una politica screditata e divisa non solo tra gli schieramenti, ma addirittura all’interno degli stessi. Ma quella lettera ha anche evidenziato che l’inadeguatezza della politica italiana ha costretto il Paese a subire il condizionamento di entità istituzionali diverse da quelle italiane: la Banca centrale europea e i capi di governo dei paesi europei economicamente e finanziariamente più forti, interessati ad imporre le loro visioni, e a difendere le sorti delle loro banche nazionali che avevano acquistato titoli del debito italiano.

Qualcuno in quella indecente situazione ha intravisto aspetti positivi. In realtà, se da un lato si è determinata una sorta di sovranità limitata, dall’altro si è evidenziato un pauroso vuoto politico. Ciò ha segnalato fin troppo bene una cosa: i cittadini italiani non possono fare affidamento su di una politica malata, in tutti i partiti, in tutti gli schieramenti.

E’ stata una politica sfrontata quella che, di fronte alle misure “sollecitate” dalla Banca centrale europea, ha trovato la faccia tosta di affermare che forse i tagli alle spese erano perfino troppi, e che essi non si sarebbero fatti se non ci fosse stata la situazione di gravissima difficoltà finanziaria. Affermazioni provenienti da una decrepita classe di politici, troppo abituata a compiacersi delle proprie scelte, mostrando con tale livello di leggerezza la gravità delle proprie responsabilità.

Una classe politica che crede di poter galleggiare all’infinito sul blocco di interessi dai quali si è fatta sostenere, o viceversa di poter approfittare del fatto che molte persone siano distratte e distraibili, confuse, impaurite dalla situazione, abituate a farsi portare nel posto in cui si vuole lasciarle: nel reparto di lungodegenza per apatici o obbligati ad essere incapaci di intendere e volere.

Una politica così malata conta sul fatto di riuscire ad autosostenersi senza vergogna, per via di interessi che, mentre si sorreggono l’uno con l’altro, marciscono sempre più. Evidentemente, in una degenere visione dell’Italia, dopo che alcuni partiti hanno finto di toccare un po’ di posti e di costi della politica, gli italiani dovrebbero rimanere davanti allo schermo televisivo, ad ascoltare politici che spieghino la loro divisa visione della realtà, la loro interpretazione degli “scenari”, mentre continua il disastro della gestione realizzata dai loro partiti.

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75 Irresponsabili contro irresponsabili per escludere i cittadini

A settembre 2011 il famoso raggiungimento del pareggio di bilancio appariva già pregiudicato per effetto dell’incremento dei tassi di interesse, i quali aumentavano il debito in una spirale sempre più gravosa, così da far svanire i risultati che qualche politico sperava di magnificare. Chi si opponeva a tale pareggio trovava argomenti di litigiosa propaganda ma non riusciva a costruire una solida alternativa politica da offrire al Paese. L’Italia risultava senza credibilità né prospettiva.

Ci si potrebbe domandare: perché ogni schieramento si è permesso tanta irresponsabile leggerezza e tanto inconcludente litigio sulle spalle dei cittadini italiani? Forse la politica non si è resa conto del fatto che, quando il debito pubblico da essa alimentato deve poi essere finanziato, la propria irresponsabilità motiva le interessate manovre di chi gli ne stabilisce un costo nei mercati finanziari. Un costo che può diventare crescente, fino a farlo esplodere.

A novembre 2011 la situazione si faceva drammatica e vergognosa. La differenza tra il rendimento chiesto sui titoli di Stato italiani e quello ottenibile sui titoli tedeschi raggiungeva un livello ritenuto non sostenibile e tale da provocare una prospettiva di fallimento. Un livello che si faceva ancor più alto per i titoli con scadenza più breve. Segno che i “mercati” finanziari non si fidavano del futuro del Paese ma ancor meno del presente, al punto da non dargli respiro.

La comunità europea suggeriva all’Italia di sottoporsi a controlli sull’effettuazione delle scelte di politica economica e finanziaria. L’Italia trattata come un debitore inaffidabile e decrepito, bravo nel fare promesse e nel chiedere continue dilazioni, incapace di tirarsi fuori dai problemi, e anzi dotato di rappresentanti che non fanno sperare in un sano e stabile futuro. Proprio la politica degli inutili schieramenti contrapposti, chiusi in decennali scontri per appropriarsi della gestione, conduceva a questo disastro finanziario e d’immagine, e al totale svilimento della democrazia.

Alcuni rappresentanti del popolo italiano litigavano, altri volevano dividere il Paese, altri ancora lo raffiguravano spensierato. Molti altri rappresentanti, abituati a costruire la propria immagine sulla finta opposizione ai primi, avvinghiati ad una giostra di incontri e scontri senza costrutto, forse solo finalizzati a ricoprire o mantenere incarichi e ruoli, fingevano di sapere come fare a portare il Paese fuori dal dramma. In realtà da anni non sapevano neanche come fare a mettersi d’accordo tra loro su idee che non avevano da decenni.

Un Paese abituato ad essere diviso non può essere capace di trovare unione nei suoi rappresentanti: così molti di questi possono diventare una girandola di irresponsabili contro irresponsabili.

In tale disastro a molti cittadini la sola responsabile e intelligente àncora di salvezza è apparso il Presidente della Repubblica, unico riferimento di tenuta di una barchetta che faceva acqua da tutte le parti, perché i suoi rappresentanti la stavano bucando da tutti i lati. Le sole strade percorribili sono così risultate quelle di un governo tecnico oppure le elezioni. Il ricorso alla prima strada segnala quanto sia necessario un alto livello di competenze nell’amministrazione di un Paese. Purtroppo le competenze sono qualcosa che la politica degli schieramenti non sa e forse non vuole esprimere. Tuttavia le competenze tecniche non sono sufficienti, poiché la tecnicità spesso si chiude dentro ai tecnicismi, è abituata alle ritualità accademiche e agli ambiti felpati e circoscritti, rimanendo molto lontana dalla concretezza e dalla percezione profonda delle difficoltà vissute dai cittadini.

La seconda strada, quella delle elezioni,  sarebbe la via normale della democrazia se, come detto all’inizio di questo tentativo, i partiti non fossero abituati a svilirne le caratteristiche in tutti i modi possibili ed immaginabili, fino a trasformarla nella strada maestra per gli inganni, gli abusi, l’esclusione dei cittadini. Una strada che per i partiti si costruisce a partire dalle crisi e dalla fine di “stagioni politiche”, lambiccandosi in lente valutazioni su “nuovi scenari”, “strategie”, ipotesi di “alleanze”, ossia nuove risse, nuovi accordi o litigi nell’ombra per arrivare alla propria porzione nella spartizione della gestione. Di qui il soffocamento e la distruzione della democrazia, mentre per i tutti i cittadini l’unico obiettivo utile sarebbe poter vedere realizzata un’efficiente, trasparente e responsabile gestione delle proprie risorse. La distanza tra queste due diverse esigenze è abissale, ma proprio questo elemento dovrebbe motivare i cittadini ad unirsi, cercando di ancorare saldamente una nuova politica sull’indipendenza gestionale, sulla responsabilità e sull’efficienza, in modo da togliere ai partiti le giustificazioni che essi cercano per andarsene il più lontano possibile da quei precisi riferimenti.

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76 I dinosauri, le iene, i camaleonti  contro la velocità della luce e contro la democrazia

La crisi politica dell’autunno 2011 è stata interpretata come un momento di sospensione della democrazia o della Repubblica. In realtà è stata l’emblema dell’imprigionamento della democrazia determinato dai partiti o dagli schieramenti e del loro far credere che non sia così, avendo essi stessi sospeso la politica da ogni possibilità di azione per effetto della propria mostruosa inadeguatezza.

Il Presidente della Repubblica, unica figura istituzionale alla quale la Costituzione attribuisce il compito di intervenire, rispettando tutte le procedure costituzionali, ha dovuto attendere per mesi lo svolgersi di assurdi bizantinismi, vedendosi costretto a sopportare risse, impresentabilità, mercanteggiamenti travesti da falsa responsabilità. Dopo aver sopportato finzioni, astuzie dilatorie, polemiche, dopo averle viste tradursi in degrado istituzionale ed in vergognosa immagine del Paese nel mondo, dopo aver ricevuto ripetute conferme del fatto che la politica italiana non era credibile né capace di tradursi in scelte utili a fermare gli attacchi al debito pubblico, il Presidente pur invitando a superare le logiche di convenienza e di parte per affrontare una difficilissima situazione, vedeva i partiti rimanere ancorati alle divisioni e ad un’inguardabile inconcludenza. Constatato il venir meno di una consistente maggioranza, e considerata l’incertezza di trovarne un’altra attraverso una campagna elettorale che si sarebbe svolta nel perdurare di un attacco ai titoli di Stato, secondo alcuni rispettando il ruolo previsto dalla Costituzione, secondo altri andando oltre i suoi dettami, il Presidente della Repubblica decideva di incaricare un governo composto da figure esterne alla classe politica, segnalandone l’implicita inadeguatezza. Si trattava di personalità ritenute competenti in materie economiche, finanziarie e giuridiche, le quali dovevano tentare di portare il Paese fuori dalla prospettiva del fallimento, individuando le dure scelte che gli schieramenti non avevano voluto effettuare, o quelle che dovevano tamponare le falle derivanti dalle decennali gestioni realizzate dalla politica.

Molte oligarchie di partito reagivano con una duplice maschera: nascostamente infastidita da un lato, e convenientemente smorfiosa o rabbiosa dall’altro. Inviperite dal vedersi soffiare le poltrone o la casareccia gestione dei meccanismi democratici, talora furenti per non essere riuscite a tenerli imprigionati nelle proprie appiccicose mani come d’abitudine, le oligarchie camaleonte si adattavano nervosamente alle mutate condizioni della palude, cercando di cambiare velocemente pelle o di capire da quale lato mettersi per ripararsi o beneficiarne. Nello stesso tempo si rivolgevano furbescamente alle rispettive tifoserie, per convincerle a mezze parole del fatto che si sarebbero create nuove possibilità, o un complotto, o una congiura che calpesta o sospende la democrazia, e che fautori di tale silenzioso rivolgimento sarebbero poteri forti, di natura bancaria. Pur essendovi fondati motivi per muovere critiche nei confronti della scarsa trasparenza e dell’inadeguatezza del sistema finanziario, tutto ciò generava la cortina fumogena che serviva ai partiti per coprire la loro indecente inadeguatezza. Una cortina ottenuta sfruttando un diffuso sentimento di ostilità verso le banche, trasformandolo in nuovo slogan al quale appigliarsi per alimentare una protesta di tifosi o di disorientati orientabili, a beneficio della consueta finta democrazia che serve alle oligarchie di partito. In realtà ai cittadini non veniva ricordato che, nonostante avessero beneficiato di lauti finanziamenti mascherati da rimborsi elettorali, molti partiti italiani erano stati indebitati e finanziati dalle banche, che molti politici erano presenti nei consigli di amministrazione delle fondazioni bancarie, e altrettanti banchieri erano contemporaneamente seduti in alcuni di quei consigli di amministrazione. Un connubio tra politica e banca molto poco conosciuto dai cittadini, probabilmente diverso da quello ancor più malato esistente negli anni ’80 e ’90, ma forse cruciale per continuare a tenere il Paese nelle condizioni di inadeguatezza e di ingessato pantano.[xxiv]

Con l’Italia a pochi passi dal fallimento, mentre i partiti indossavano le vesti del “rinnovato senso di responsabilità”, pur tendendosi trappole l’un l’altro, apparendo ingombranti e irritanti per la loro incapacità di rappresentare la dignità del Paese, congetturavano quale sarebbe stata la convenienza elettorale di mostrarsi oppositori o sostenitori di un governo tecnico senza esserne direttamente coinvolti: un governo che avrebbe dovuto fare alcune scomode cose ma non doveva essere così bravo da farne troppe, non così capace da realizzare quelle che non convenivano o che in precedenza non erano state realizzate. Tutti i partiti si posizionavano in funzione della necessità di perdere il minor consenso possibile da ciò che si sarebbe fatto, o di condividerne eventuali meriti, pensando di permettersi il condizionamento degli esiti e della durata di un governo nato mentre il Paese era pronto per il fallimento.

Schieramenti e partiti, dopo aver trascinato il Paese nell’immobile caos di un devastante scontro pluridecennale, dopo aver contribuito uno dopo l’altro alla mala gestione, recitavano la loro finta indispensabilità. Provavano ad incontrarsi nell’ombra o a gridare nelle piazze dopo essere stati incollati alle poltrone, e da lì pretendevano di tessere nuove appiccicose tele per condizionare, fulminei nell’approfittare dell’impopolarità delle scelte, magari cambiando pelle per cavalcare le proteste, impastoiando per dimostrare che “si stava meglio con i vecchi governi”, o ancora, tra una capriola e l’altra, veloci a nascondere i coltelli per tirar fuori dal cilindro rocambolesche “disponibilità” e “aperture”, immediatamente pronti a riutilizzarli nell’imminenza elettorale. Nel sintetico quadretto ecco il materializzarsi dei veri poteri nemici dei cittadini: oligarchie volutamente capaci di indebolire la democrazia quando invece questa dovrebbe essere forte per consentire il cambiamento. Oligarchie disastrose nel metodo e nei risultati, ciniche e pronte a riprodurre all’infinito il loro consueto “manovrare” nei partiti e attraverso le burocrazie. Poteri inaffidabili, bloccanti, irresponsabilmente ricattanti, vorticosamente trasformisti, poteri distruttivi di una democrazia che considerano cosa loro, pronti a scomporsi e a ricomporsi per mantenerla cosa loro.

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Tra la fine del 2011 e la fine del 2012 il governo, composto da figure di profilo tecnico e di conoscenza burocratica, veniva sottoposto dai partiti a pressioni e vincoli in merito alle scelte che intendeva approvare. Dopo che per decenni i partiti avevano generato un’inconcludente, malata, finta politica, capace di tenere il Paese complice  o schiavo, continuavano a voler imporre i propri condizionamenti, diventando una delle principali cause dell’inadeguatezza di un governo tecnico, costretto ad equilibrismi anche nei mesi successivi al suo insediamento. Una situazione simile ha segnalato l’esistenza di tre dimensioni: un’inguardabile e vuota politica-partitica, incapace di rappresentare il Paese e le sue esigenze; un governo di figure ritenute esperte e competenti, chiamate per disperazione ad un doloroso tentativo di salvataggio, generando grandi attese e pure un’insoddisfazione che tuttavia non ha fatto rimpiangere la vecchia politica, considerata male ancor peggiore; i cittadini, non rispettati  né considerati, non tanto perché tenuti lontano dalle urne, ma perché obbligati dai partiti a non vedere alcuna prospettiva di unione, concretezza, trasparenza che costruisca una politica completamente nuova. In tale disastro anche la figura del Presidente della Repubblica è apparsa sotto una luce nuova, quella di un ispiratore, garante non solo delle istituzioni ma addirittura di un funzionamento ormai marcio, inconcludente, illusorio e perfino guasto, che tiene in piedi un elefantiaco apparato, dietro al quale si rifugiano partiti, vecchia politica, vecchia e costosa burocrazia, che cercano di non farsi sottrarre il ruolo di inutili e intoccabili manovratori.

Mentre l’obiettivo principale per i partiti è sempre il prossimo traguardo elettorale, quello dei cittadini resta la salvezza del proprio lavoro, della propria attività, dei propri risparmi, il desiderio di vedere rispettate le leggi e la propria dignità, la speranza di potersi creare un futuro migliore.

Come troppo spesso accade, attraverso le dichiarazioni della finta politica i cittadini vengono trattati alla stregua di ignari spettatori ai quali raccontare continue e alterate versioni della realtà. Dunque, dopo essere costretti a subire le conseguenze economiche e finanziarie della mala politica, devono sopportare anche quelle psicologiche, morali e civili della falsa politica, che, cercando di condizionare il cammino ad un governo tecnico indirizzato da dure scelte di rigore contabile, spera di approfittare della situazione per ritornare alla propria feudale gestione.

Nel mezzo di troppa indegna politica e di una cittadinanza abituata a essere divisa, si sono create le condizioni per illudere che la competenza tecnica fosse tanto adeguata e priva di riferimenti da riuscire a spazzare via il cancro delle enormi difficoltà create dalla malata politica. In realtà il rigore contabile, diventando il tunnel nel quale essere costretti a correre, ha finito per essere un vincolo, anche ideologico, frutto dell’assenza di un’intelligente politica europea. Un vincolo che può provocare altri mali. I cittadini possono sperare di aggredire tanto quel cancro quanto il vincolo solo se si uniscono per rigenerare la democrazia, facendosi  aiutare da una competenza che non sia tecnicità distante dalle loro difficoltà.

Vien da piangere nell’osservare tanti rappresentanti del popolo italiano che si presentano ai dibattiti televisivi con qualche piccolo computer per farsi vedere tecnologici ed al passo con i tempi, e nel contempo pensano di potersi permettere mesi di furibonda e falsa campagna elettorale mentre nelle Borse basta qualche ora per massacrare i titoli di Stato. Nessuna dotazione tecnologica potrà salvare quel genere di politici dalla loro mostruosa inadeguatezza, poiché sono dinosauri nell’animo.

Mentre il mondo gira alla velocità della luce, per i dinosauri e le iene della finta politica il manifestarsi di una crisi di governo diventa l’occasione per assumere le forme di camaleonti. Così, pretendendo di manovrare nel viscido e lento pantano nel quale hanno imprigionato la finta democrazia, si concedono nuovi balletti tra tattiche e poltrone dopo quelli già pessimamente danzati in tanti decenni di oscena operetta partitica. Quei balletti per fingersi costruttori del bene del Paese sono l’inaccettabile lusso di una politica che oggi provoca un tremendo male alle tasche dei cittadini, alla fame di trasparente democrazia e al drammatico desiderio di futuro.

La soluzione a tale scempio deve essere cercata in una democrazia tutta da rinnovare, per renderla aperta ai cittadini, obbligandola a lavorare secondo metodi totalmente trasparenti ma veloci, estremamente concreti, fondati sulla verifica dei risultati, sul continuo confronto con un progetto volto sia a ridurre inefficienze e costi della spesa pubblica, sia a liberare energie, capacità, risorse per la creazione di nuove opportunità economiche. Così, si combatterebbero anche le mafie che hanno bisogno della totale inefficienza, del nascosto, del degrado, del tacito manovrare di rappresentanti di partito che agiscano da tramite con i sudditi, per tenerli lontani dalla conoscenza e dalla trasparenza, per lasciarli distanti da istituzioni condizionate e indebolite.

La democrazia ha bisogno di efficienza, non di gestione da parte della politica; di trasparenza, non di inconcludente rimescolamento delle carte; di rispetto delle leggi, non di provocata lentezza; di ricerca dell’efficacia, di metodi sottoposti a miglioramento, di verifiche sui risultati. E’ anche necessario togliere al termine ‘politica’ il significato di qualcosa che possa permettersi tutti i lati negativi che sappiamo. Devono nascere una concezione sana ed una nuda concretezza della politica. Tutto il resto è preistoria dei dinosauri o inaccettabile antidemocraticità della finta politica.

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77 Una storia di vecchi nodi italiani, dai quali bisogna uscire

Bisogna far morire la preistoria e costruire concretamente il futuro per affrontare il presente; un percorso difficilissimo ma possibile se costruito dall’unione dei cittadini indipendenti. Per andare in quella direzione conviene tornare a riflettere sulla dura realtà delle cifre. A giugno 2011 la Corte dei conti segnalava che, se non arrivavano prima il fallimento dell’Italia, o la dissoluzione dell’Europa, anche solo per effetto degli obblighi stabiliti a livello europeo, il sentiero per i futuri governi e per i cittadini italiani sarebbe stato il seguente: una cifra compresa almeno tra i 40 ed i 50 miliardi di euro da trovare ogni anno per ridurre il debito.[xxv] In realtà la gravissima evoluzione della crisi del debito pubblico ha  dimostrato che tali cifre forse erano ancora ottimistiche.

Se quella è la prospettiva, il problema è come fare ad affrontare impegni tanto gravosi e pesanti, per non subire un fallimento analogo a quello avvenuto in Grecia. Dato che le patate saranno bollenti di anno in anno, le difficili strade da individuare per affrontare l’attuale situazione non dipenderanno da quale sarà lo schieramento vincente, né da un’ipotetica riunione di forze politiche in una grande coalizione, e neanche dalla durata di un governo di natura tecnica, ma dalle idee che i cittadini sapranno costruire unendosi tra loro, fidandosi l’uno dell’altro, indipendentemente dai partiti attuali, proprio per andare oltre la loro disastrosa capacità di bruciare le risorse di tutti, trovandone di nuove nella separazione della gestione economica dalla politica, e nel cambiamento profondo della mentalità e delle logiche di tutto il Paese.

Serve una strada pulita: rimboccarsi le maniche, buttare alle ortiche tante interessate incapacità assieme alla loro inaffidabilità e costruire il futuro di un’Italia nuova, di cui andare fieri.

Il debito pubblico è un problema per tanti paesi occidentali e il dramma per alcuni.

Nel caso dell’Italia è una voragine costruita nel corso di decenni, e cresciuta in particolare dagli anni ’70 in poi. Nei primi anni ’80 il debito era il 60% del prodotto; nel 1992 arrivò al 118% del prodotto: da lì scese in seguito a serie manovre che costarono cambi di maggioranze politiche, ma continuò a rimanere stabilmente sopra il 100%, aumentando fino a raggiungere valori prossimi al 120% del prodotto nel 2011.[xxvi]

Il debito dello Stato si è alimentato per effetto di una spesa pessimamente gestita dai partiti e dispersa tra  incapacità e superficialità  in migliaia di motivi di sperpero e di necessità, tra i quali lavori pubblici, sanità, varie forme di assistenza sociale, indennità di disoccupazione, prepensionamenti, cassa integrazione, acquisizione o sostegno ad industrie inefficienti o fallimentari, molte delle quali statali (l’EFIM, nel 1992 aveva debiti per 18.000 miliardi di lire; l’IRI perdite per 5.182 miliardi di lire nel 1992, 556.659 dipendenti nel 1980), difesa, trasporti, pubblica istruzione, università, agricoltura, turismo, e quant’altro. Secondo autorevoli studiosi a questa spesa, spesso strumento di clientele e persino di corruzione, non corrispose un’adeguata contribuzione fiscale, perché la politica decise di rinviarla continuamente nel tempo, accumulando deficit su deficit, anno dopo anno, e coprendolo con l’emissione di titoli di Stato.[xxvii] Tale politica obbligò la Banca d’Italia all’acquisto dei titoli di Stato che rimanevano invenduti fino al 1981, con la conseguenza di immettere moneta in circolazione, quindi causando forte inflazione, gonfiando le cifre del prodotto italiano, e continuando ad alimentare la spesa pubblica, gli sprechi e la corruzione con altro debito nelle epoche successive.

Dunque la spesa non coperta da adeguate entrate ha generato ripetuti deficit che hanno aumentato il debito ed il costo degli interessi su di esso. Ad un certo punto lo Stato ha iniziato ad aumentare la tassazione imposta ai suoi cittadini, continuando però a mantenere elevata e mal gestita la spesa nelle mani dei partiti. L’alta tassazione degli ultimi anni è dunque l’ovvia conseguenza di spese pessimamente gestite in tanti decenni e non sostenute da adeguate entrate. Ne consegue che o le promesse di riduzioni fiscali non si potevano fare fintanto che si manteneva quel modo di gestire, o la politica le avrebbe potute mantenere se si fosse tolta dalla scandalosa gestione delle risorse dei cittadini.

Il debito si ridusse nel 1992, per effetto di forti tagli alla spesa pubblica e di un programma di privatizzazioni che, se consentì al Paese di recuperare credito e di rientrare nel sistema monetario europeo, fu molto discusso e criticato negli esiti economici. Furono scelte complesse, ma avrebbero dovuto costituire il punto di forza e di partenza per successive virtuose politiche che affrontassero i nodi di fondo, i decennali blocchi imposti all’Italia dalla politica che si è fatta sostenere dagli interessi di molte categorie, associazioni, corporazioni e di varie entità economiche e finanziarie. Invece la temporanea chiusura dei rubinetti della spesa pubblica, con le difficoltà che determinò, portò alcuni imprenditori a denunciare l’enorme corruzione sotterranea alla politica. I successivi decenni sono dunque serviti a nuovi e vecchi partiti, di tutti gli schieramenti, per riprendere la corsa alla gestione senza controllo. Una gestione aperta alla corruzione, allo sperpero e strettamente connessa con gli interessi contrapposti e bloccanti. Così, quando alla fine degli anni 2000 il debito raggiunse nuovi livelli record, costrinse ad una nuova richiusura di alcuni rubinetti di spesa, inducendo altri imprenditori a nuove denunce di corruzione, e dando il via ad ulteriori inchieste della magistratura.[xxviii]

I partiti cercano di fingersi inconsapevoli, o di addossarsi reciproche responsabilità, ma il problema rimane sempre quello della corruzione, dell’inefficienza della loro gestione, e dello stretto legame con le clientele e gli interessi delle tante parti nelle quali la politica ha diviso il Paese.

E’ ora di riportare la spesa pubblica ad un controllo, ad una gestione e ad una finalità ben lontane da quelle degenerazioni; ma è anche ora di cambiare la cultura civile del Paese.

Molte persone hanno riposto grandi attese in un governo composto da tecnici, vedendo in esso l’inizio di un indirizzo di importante miglioramento nella gestione e nelle prospettive del Paese. Tuttavia il percorso compiuto da tale governo nel 2012, oltre ad apparire molto doloroso, si è rivelato pieno di insidie e di difficoltà, provocando anche una certa delusione in chi si attendeva immediati e grandi risultati.

In realtà i grandi cambiamenti che il Paese potrebbe affrontare richiedono l’attiva presenza di cittadini che invece finora si sono trovati in una condizione di frustrata marginalità, nauseati dai partiti e colpiti da provvedimenti impopolari senza riuscire a veder nascere un progetto complessivo. Arrabbiati e impoveriti, i cittadini sono rimasti in attesa di cambiamenti che non possono venire realizzati senza una loro consapevole volontà. Finché le istituzioni saranno lo svilito possedimento dei partiti ci sarà una rappresentanza distorta e malata, e mancheranno sempre le potenzialità dei cittadini. Sono loro il motore di un Paese, e dal loro autentico coinvolgimento deve venire il Cambiamento civile e culturale. Nessun governo tecnico potrà mai produrre i risultati ottenibili attraverso la loro consapevole ed indipendente forza. Non si tratta di trovare cittadini dotati di moralità assoluta ed integerrima. Solo il rispetto delle leggi e la rigenerazione delle istituzioni possono generare fiducia, funzionamento della democrazia e buon utilizzo delle risorse di tutti.

E’ indispensabile la nascita di una politica che riesca a costruire un progetto condiviso per il futuro dei suoi cittadini e lo realizzi attraverso di loro: un progetto economico e sociale nel quale si sappia dove vanno a finire le risorse, con quali finalità vengono impiegate e con quale equità e logica rientrano. Una volta definito il progetto condiviso, la spesa diventa condivisibile se i cittadini ne vedono controllata l’efficienza e l’efficacia, se è finalizzata a consentire la costruzione di opportunità di benessere, ossia il miglioramento delle proprie condizioni e possibilità economiche, in modo da riuscire a rimborsare quella spesa. Un progetto coinvolgente e finalizzato ad unire e a generare opportunità future è un traguardo possibile e tutto da costruire, oltre le fiduciose ma limitate possibilità di qualsiasi governo di natura tecnica condizionato dalle convenienze dei partiti, oltre le finalità e le promesse di un governo di schieramento politico condito di competenze tecniche.

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78 C’è spesa e spesa. E  serve un metodo

Va poi considerato il problema di quale sia la dimensione sostenibile della spesa. Negli ultimi anni, mentre il prodotto interno del Paese è oscillato intorno a circa 1.600 miliardi, la spesa pubblica si è mossa attorno agli 800 miliardi di euro. Ne consegue che, se la spesa pubblica equivale a circa il 51% di quanto il Paese produce, quella spesa si traduce in un’altrettanto forte imposizione fiscale sui cittadini. Tale dimensione di spesa deve anche essere relativizzata all’efficienza con la quale viene impiegata, e dunque si ritorna al problema della sua gestione nelle mani della politica. E poi bisogna considerare che attorno a quella gestione si è adagiata pure un’alta burocrazia, che è rimasta a perpetuarsi all’interno di tale spesa e in collegamento con la politica di tutti gli schieramenti succedutisi di decennio in decennio. Il mondo produttivo si lamenta spesso, e a ragione, per l’inefficienza della burocrazia spicciola o di quella che crea inverosimili ritardi per iniziare un investimento o per mantenere un’attività. Ma è purtroppo anche l’alta burocrazia a funzionare male, soprattutto perché non vuole farsi riformare[xxix]. Una porzione dell’alta burocrazia è probabilmente collegata ai metodi gestionali depositatisi e cristallizzatisi attraverso la politica malata. Un collegamento viziato in profondità, ossia persistente nonostante il cambiamento delle maggioranze al potere, e anzi consapevolmente irrobustitosi proprio attraverso il succedersi degli schieramenti nelle funzioni di guida e gestione della spesa pubblica. Un atteggiamento che motiva sia a frenare la razionalizzazione della pubblica amministrazione, sia, soprattutto, ad impedire la realizzazione delle riforme che riguardino la burocrazia stessa, i suoi costi, la sua dimensione, le strutture e i criteri per portarla ad efficienza. Un legame che induce importanti porzioni della burocrazia a non volere applicato su di sé un fondamentale metodo per ottenere l’efficienza: quello di controllare che vengano effettuati i controlli. In tal modo, volente o nolente, molta della burocrazia dei gradi inferiori finisce per conformarsi alle consuetudini e allo stile provenienti dai piani alti, diventati vere e condizionanti “regole” della gestione e della guida amministrativa, al pari di quelle malate imposte dalla partitica.

La politica italiana in tanti decenni ha alimentato a dismisura la spesa corrente, quella di ordinario malfunzionamento dello Stato, gestita e controllata dai partiti per alimentare le clientele, dunque incapace di produrre nuove opportunità per il Paese. Una spesa per investimenti in un progetto complessivo è invece l’indispensabile strumento per costruire traguardi di sviluppo, trasformazione ed evoluzione di un Paese; una dimensione importantissima se coordinata da una politica finalizzata a consentire la vitalità delle attività economiche esistenti, o a facilitare la creazione di quelle che potrebbero nascere. Tuttavia anche questa spesa può generare cattedrali nel deserto, prestarsi ad alimentare clientele e altre finalità che non c’entrano con l’efficiente impiego delle risorse, e proprio per questo motivo necessita di fondarsi su una politica e una gestione completamente diverse da quelle finora realizzate dagli schieramenti.

Gli investimenti devono essere frutto di visione condivisa, di strategie trasparenti, che lascino aperte diverse e molteplici possibilità di sviluppo, estromettendo le logiche di nascosta protezione degli interessi di parte che poi diventano interessi di schieramento, cioè ancora e sempre divisioni. Se questa estromissione si realizza attraverso l’indipendenza e l’efficienza gestionale, allora gli investimenti non sono più una somma contabile di strade, ponti, reti, infrastrutture contestate perché decise senza coinvolgere tutto il Paese, ma diventano i progetti e le idee, scelti con i cittadini tra le varie alternative, valutandone costi e benefici, per un presente ed un futuro completamente nuovi ed affidabili, partecipati, sostenibili, beni comuni in una società responsabile che consenta maggiore qualità e benessere. E’ ovvio che una spesa con queste caratteristiche richiede cittadini di grande apertura mentale, intelligenza, fiducia, trasparenza ed ancora: unione.

E’ altrettanto ovvio che per affrontare a fondo la complessità e la delicatezza di tali ambiti e di molti altri serve un metodo. Penso che un utile metodo sarebbe quello di associare il bisogno di buona gestione, con il desiderio di conoscenza e partecipazione espresso dai cittadini, con la concretezza derivante dalle loro esperienze e con le competenze che potrebbero essere messe a disposizione da molte figure di esperti, in una collaborazione finalizzata a valutare le necessità e le possibili alternative di scelta. Una valutazione ed una disponibilità a collaborare potrebbero realizzarsi all’interno di una forza politica costituita per essere indipendente dagli schieramenti e per unire il Paese nel cambiarlo.

Un fondamentale miglioramento gestionale si otterrebbe mettendo in rete i prezzi d’acquisto dei beni consumati dalla pubblica amministrazione nelle sue diverse sedi di spesa in tutto il territorio nazionale: tale livello di trasparente raffrontabilità provocherebbe un’immediata riduzione dei costi, ma questa volontà politica in tanti decenni non c’è mai stata.

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79 Cosa deve venire dai cittadini?

Siccome troppo a lungo tutti gli schieramenti hanno dato prova della loro capacità di ostacolarsi l’un l’altro, attribuendo le difficoltà alla coalizione avversaria-nemica, facendole ricadere sui cittadini e nel contempo vestendo i panni dei salvatori, catturando il consenso e gestendo disastrosamente le risorse, sarebbe bene evitare di dividersi in litigi sul chi ha ricevuto di più e chi meno, chi ha perso tanto e chi poco, e pensare ad unirsi per costruire il futuro. Ma ancor più è necessario evitare di dividersi sulle ricette economiche, sbandierate da uno schieramento e dall’altro come il toccasana si cui si ritengono possessori, in rinnovate liti con lo schieramento opposto. Alcuni osservatori hanno segnalato che i partiti si dividono, e quindi vogliono dividere, rispetto alla questione di come ottenere la cosiddetta “crescita economica”. Vi sono partiti che la ritengono ottenibile tramite la spesa pubblica, e altri che la considerano possibile solo attraverso il rigore contabile, l’ottenimento dell’efficienza e la riduzione dei vincoli burocratici per liberare iniziative private. Ma a complicare le cose vi sarebbe non solo l’esistenza di partiti che si oppongono alla crescita, bensì il fatto che le posizioni che la propugnano sono presenti con distinguo e varianti in ognuno degli schieramenti[xxx]. Il risultato che ne viene fuori è una classe politica che si divide e divide.

Prescindendo per un momento dal concetto di crescita, sul quale tornerò più avanti, il fatto che vi sia tanta divisione appare un elemento particolarmente nocivo per i cittadini, ma molto utile al perpetuarsi delle classi politiche. Probabilmente sarebbe possibile guardare alle varie ricette con flessibilità e disponibilità, valutandole tutte insieme all’interno di un progetto condiviso di Paese. Ma ciò sarebbe possibile solo se i cittadini non cadessero vittime dell’ottica tipica dei partiti, i quali vogliono far credere di possedere la ricetta migliore, per catturare il maggior consenso sulla base di tale presunto possesso e poi gestirlo come meglio conviene o rimanere bloccati nella litigiosità inconcludente. In realtà solo se si esce dagli schieramenti e si punta ad unirsi si può guardare con mente nuova a ciò che si potrebbe fare sin da subito. Dato che i problemi sono veramente enormi, solo uniti si può sperare di affrontarli e superarli.

La Corte dei conti, sulla base dei calcoli prospettici, già nel 2011 aveva ritenuto che il percorso per i successivi anni sarebbe stato così impervio e così severo per l’Italia, da rendere impossibile quella riduzione della pressione fiscale che molti chiedono come misura necessaria per rilanciare l’economia. E, d’altro canto, molti economisti hanno osservato che, proprio per riuscire a rispettare i nuovi vincoli di bilancio imposti dall’Europa, sarebbe necessario un robusto sviluppo economico; ma tale “sviluppo” non potrebbe verificarsi senza una riduzione della pressione fiscale combinata con scelte che sostengano l’economia e la liberino dagli attuali vincoli e pesi.[xxxi]

Consapevole del circolo vizioso che si crea, e della sottrazione di spazi di manovra per effetto dell’introduzione di quei vincoli, la Corte aveva sostenuto che non sarebbe sufficiente incidere sulla spesa pubblica, ma si dovrebbero ridefinire i confini ed i meccanismi dell’intervento pubblico in economia.

Tra l’altro, la Corte ha evidenziato il fatto che le nuove regole che hanno aggiornato il “Patto europeo di Stabilità e Crescita”, prevedono anche il cosiddetto Semestre europeo. Quest’ultima è una procedura dai tempi molto stretti, la quale richiede la conoscenza delle misure di politica fiscale che gli Stati intendano attuare nel successivo esercizio finanziario, per sottoporle ad una discussione complessiva ed armonizzare i tempi ed i modi della programmazione economico-finanziaria di tutti i paesi membri. Insomma le nuove regole prevedono che si deve correre a tappe forzate verso una gigantesca riduzione del debito.

Ma, soprattutto dopo l’attacco ai debiti pubblici, chi garantisce che i paesi, ossia i cittadini, riescano a correre? La difficoltà dell’attuale situazione è tale che molti paesi europei, e tra questi l’Italia, potrebbero schiantarsi prima di conseguire un risultato, o perché il risanamento a tamburo battente determina il collasso dell’economia o perché si creano enormi disordini sociali. Con possibili effetti a catena anche verso i paesi considerati virtuosi.

I cittadini non vogliono correre dentro ad un tunnel, men che meno senza un progetto che li coinvolga a fondo. Vogliono sapere, capire, avere di fronte una possibilità di partecipare e scegliere per costruire una prospettiva chiara nella quale emergano economia solida, finanza responsabile, opportunità di lavoro, diritti, certezze esistenziali, politiche nuove e trasparenti. Sono esigenze comuni a tutti gli altri cittadini europei. E tuttavia i cittadini italiani dentro al tunnel ci si sono trovati.

Dopo anni nei quali il Paese è stato costretto a subire da parte di tutti gli schieramenti una falsa o parziale rappresentazione di sé, le inchieste giornalistiche hanno iniziato ad approfondire le concrete difficoltà della realtà italiana. Una realtà segnalata anche dai dati forniti nel 2011 e 2012 dalla Banca d’Italia e dall’Istituto italiano di statistica[xxxii], ma visibile osservando direttamente la situazione nella quale si trovano le attività produttive e le condizioni personali di tanti italiani. E’ improvvisamente emersa una difficile o difficilissima condizione finanziaria di molte imprese e delle famiglie: risulta fortemente ridotta la capacità di risparmio, aumenta la difficoltà nel mantenere il tenore di vita, oppure questo si è drasticamente ridotto. In tal modo il circolo redditi-consumi-produzione-redditi si è inceppato. Un circolo necessario nel quale la parola consumi non deve essere riduttivamente intesa come consumismo.

L’Italia ha quasi un quinto delle famiglie a rischio di povertà, una quota di due punti percentuali più elevata di quella rilevata per l’Unione europea. Attualmente gli europei che vivono in famiglie in condizioni di rischio di povertà o esclusione sono 114 milioni, 15 milioni solo in Italia. Il Mezzogiorno è la zona del Paese con i più elevati tassi di povertà, perché vi risiede circa il 60 per cento delle persone interessate da tali condizioni.[xxxiii]

In Italia da tempo molte aziende ed attività stanno fallendo o chiudendo. Nel periodo 2005-2007 80.000 imprese hanno chiuso, nel biennio 2008-2009 altre 30.000 sono giunte allo stesso esito: 110 mila attività che non esistono più.[xxxiv] Mentre risultano crescenti le insolvenze bancarie[xxxv], in alcune regioni molte attività sono strozzate dall’usura o sono cadute nelle mani delle criminalità organizzate.

La differenza tra i tassi di interesse pagati sui titoli di Stato italiani e quelli sui titoli di Stato tedeschi si scarica su chi chiede finanziamenti al sistema bancario. Ciò implica forti difficoltà per le famiglie italiane e per le aziende, le quali devono finanziarsi pagando interessi 3 volte superiori a quelli affrontati dalle imprese tedesche.

La pressione fiscale ufficiale, data dal rapporto tra le entrate fiscali e contributive ed il prodotto ottenuto nell’anno, toccava il 42,6% nel 2010, ma se si considera che l’economia sommersa sottrae risorse, e va ad aggiungersi all’effetto delle manovre finanziarie, alcuni studi prevedono che arriverà al 54%.[xxxvi]

Un giovane su tre non ha occupazione, non sta seguendo corsi di studio o di formazione; al Sud la situazione è ancor più grave.[xxxvii]

Il Paese bloccato paga il debito solo attraverso imposte sempre più alte, e sempre più frequenti: una ricetta che non incoraggia a costruire condizioni migliori di quelle presenti.

Troppi inquietanti scricchiolii e troppi importanti segnali di insopportabilità che dovevano essere adeguatamente considerati prima di arrivare ad un passo dal fallimento.

In Italia la politica è diventata la sgangherata rappresentazione di attori bolliti per un Paese che attraverso di loro si mantiene vecchio, e tramite la loro lunga commedia, diventata tragedia, ha perso molta credibilità e molte opportunità.

Il Paese è rimasto troppo a lungo fermo, illudendosi di potersi affidare a litigiosi giocolieri. Poi, con l’acqua alla gola, col fiato sospeso, ha atteso qualcuno che lo salvasse. Lo shock di sentirsi in quelle disperanti condizioni ha prodotto i suoi effetti. Nella mente di molti cittadini  si è insediata la convinzione che nessun politico e nessuno schieramento possano salvarlo, neanche tutti assieme, perché, dopo aver contribuito a determinare le condizioni in cui il Paese è stato portato, non sarebbero credibili e manterrebbero la propensione alla litigiosità.

Come potrebbero conseguire la riduzione del debito pubblico le classi politiche che si sono azzannate mentre imprese e cittadini conoscevano crescenti difficoltà? Come potrebbe imporre  un percorso di sacrifici una politica abituata in qualsiasi schieramento a decenni di rovinosa e interessata gestione delle risorse pubbliche? Solo dei tifosi o degli ingenui possono credere che gli attuali partiti possano determinare la straordinaria capacità di Cambiamento che servirebbe al Paese. Chiamate a governare, alcune figure di competenza tecnica hanno tentato di introdurre scelte che la finta politica a lungo non ha voluto o potuto fare. Ma tali scelte, se si sono manifestate attraverso grandi difficoltà, hanno ricevuto il plauso di una parte della popolazione e le critica di un’altra, che le ha subite come errori, dovuti alla gravità della situazione o alla tecnicità di chi le realizzava. Una tecnicità incline a vedere nel mercato qualcosa di perfetto e capace di autoregolarsi, piuttosto che come un’entità scarsamente dotata di regole che scarica i suoi squilibri sui cittadini. E’ sull’esistenza di questi squilibri e sulle insufficienze della tecnicità che la politica ha cercato di annacquare le proprie responsabilità.

E’ una storia in parte già vista nei primi anni ’90; la vecchia finta politica sa come posizionarsi, distinguersi o alimentare ostilità in modo tale da prepararsi a beneficiare dello scontento o dell’utilità derivante dalle ricette tecniche, per incassare il massimo vantaggio possibile nelle successive elezioni. Così, dopo che le divisioni sono riuscite a non produrre scelte utili ad impedire il declino economico, le stesse divisioni obbligano ad accettare dure conseguenze, oppure, inducono i partiti a cosmetici trasformismi. I partiti pensano al proprio tornaconto anche quando il Paese è sull’orlo del precipizio, e spiegano che in realtà la loro scelta è fatta proprio per il bene dei cittadini. Qualche tecnico, costringendolo ad una cura che può soffocarlo, può temporaneamente impedirne il fallimento, ma il Paese oltre che salvato va liberato da tutto questo.

Anche qui, come in tutto questo scritto, continuo ad affermare che è molto meno pazza e più utile l’idea di far nascere una forza tra i cittadini, e dei cittadini, i quali si uniscano con la finalità di togliere i partiti dalla gestione economica delle risorse di tutti. Solo così si potrà pensare di costruire un serio futuro per il Paese.

Solo cittadini uniti possono ridarsi credibilità e fiducia.

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80 Non ci servono i distruttori di risorse

Gli aspetti appena evidenziati accomunano i partiti e tutti gli attuali schieramenti italiani. Il loro modo di agire non è più accettabile in un’epoca in cui dovrebbero essere svanite le camicie di forza ideologiche. Purtroppo nella stessa epoca sono emerse, con una forza bestiale, camicie di forza economica e finanziaria che da tempo si stavano costruendo dentro la “civiltà “occidentale.

Tanto le posizioni di destra, quanto quelle di sinistra, come pure quelle che si definiscono di centro o moderate, sono portatrici di esigenze di gestione clientelare che diventano inefficienti e distruttive delle risorse pubbliche, e ciò obbliga la società italiana a restare ingessata dentro ad un sarcofago di interessi malati. Il consenso fine a se stesso è lo scopo che muove tutti i partiti, quando, al di là del vuoto manto idealistico che tutti i partiti si danno, non rimane in loro nessuna importante e concreta visione, né alcuna credibilità da proporre alla società. E’ un’affermazione ovvia per molti: allora, altrettanto forte dovrebbe essere la volontà di superare questo stato di cose.

Essendo la ricerca del consenso l’unico fine cercato, abusando del ruolo ricoperto, i politici ritengono di potersi permettere di sapere già tutto, e di disporre delle migliori ricette, che in realtà sono spesso solo una somma di concetti confezionati a tavolino per obbligare allo schieramento, avendo come alleato obbligato un sistema dell’informazione velocissimo e desideroso di continue novità. E’ la complessità del mondo ad aiutarli nel raccontare ricette schierate, perché, sebbene servirebbe fare il contrario, il caotico muoversi degli eventi induce a rimanere fermi sulle contrapposizioni, così le persone si irrigidiscono duramente su concetti e schemi mentali apparentemente sicuri, mentre sicuri non sono per niente. Dunque, pur provenendo da chi ha venduto spesso frottole, le ricette ben confezionate diventano l’unico sistema a disposizione dei partiti per fingersi sicuri di sapere cosa fare; l’unico sistema pagante per raccogliere quanti più consensi possibili in una logica di divisioni. I partiti hanno mostrato grandissime capacità mimetiche e una consumata scaltrezza, prima nel riuscire a far ricadere sul governo dei tecnici le colpe delle loro decennali inadeguatezze, e poi nell’accusare di irresponsabilità il movimento politico esploso con le elezioni del 2013.

Per uscire dalle falsità e dal blocco creato dai partiti bisogna guardare ai cittadini ed alle loro esigenze per quello che esprimono: esigenze e necessità che devono trovare soluzioni o risposte non illusorie, non fittizie, non ideologiche né di parte, ma molto concrete, sulla base di valori condivisi. Bisogna consentire ai cittadini di capire e di esprimersi, evitando preconcetti utili a creare livore, divisioni, incomprensioni. Serve la definizione di un progetto unitario di Paese. In tale progetto si deve sapere per cosa si spende, come si spende, chi controlla i risultati ottenuti dalla spesa, chi controlla i controllori, e come fare a migliorare ancor più l’utilizzo delle risorse rimaste, e quindi a rendere la spesa più utile per le esigenze concrete dei cittadini. Tutta la politica italiana si trova distante anni luce da questo versante.

La disinvoltura nell’utilizzo delle risorse pubbliche ha coinvolto e coinvolge tutti i partiti, di destra, di centro e di sinistra. Questo è il costitutivo modo di essere dei partiti, ed il loro problema di fondo: un fortissimo limite che si sposa perfettamente con la vecchiaia psicologica prim’ancora che anagrafica delle loro classi dirigenti, costituite da personaggi che, anche se hanno quarant’anni o cinquanta, ma spesso ne hanno sessanta e più, giocano a fare i politici per effetto di una militanza pluridecennale, ragionando con la vecchia abitudine di utilizzare le istituzioni per perpetuare se stessi.

Da quell’abitudine non può venire la concretezza di una logica nuova, indispensabile per superare l’agonia del Paese. Nonostante abbiano sempre affermato il contrario, i politici degli attuali partiti non sono riusciti a considerare le risorse pubbliche come qualcosa di scarso, che deve essere ben speso, a maggior ragione per chi meno riesce a proteggersi dalle difficoltà economiche. Quindi non è una questione di volere il mercato oppure lo Stato, ma di cercare di rendere realmente e lealmente concorrenziale il mercato e di introdurre efficienza e indipendenza nella gestione delle risorse pubbliche. Ciò non è realizzabile finché i partiti vedono nella gestione delle risorse la possibilità di aumentare il proprio peso politico. Il dato di fatto oggettivo è che non sono in grado di gestire, perché la gestione richiede indipendenza, trasparenza e competenza. Solo così diventa efficienza.

L’urgenza è così alta che l’unica cosa da fare è quella di essere positivi e di non scoraggiarsi. E’ possibile unirsi e rovesciare la condizione di dipendenza dagli attuali partiti.

Non servono apatia e pessimismo, ma tanta volontà di mettersi insieme per cambiare insieme, ognuno contando sulle proprie forze, ed insieme alle forze di tutti coloro i quali vogliono cambiare il Paese. I cittadini devono reagire e creare una forza che li unisca per questo riscatto. Questo momento di assoluta debolezza di tutta la politica nazionale lo richiede e lo consente. C’è moltissimo da unire. E moltissimo da costruire.

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81 Privatizzazioni. Cosa ci insegnano la storia passata e quella recente

Non si tratta quindi di muovere facili ricette antipolitiche, periodicamente presenti sulla scena italiana, perché la creazione di un nuovo partito di bei proclami finirebbe per deludere come hanno deluso i precedenti ai quali vorrebbe sostituirsi; quindi sarebbe fumo negli occhi. Né si tratta di pensare solo a governi di tecnici, o ad una superiorità dei tecnici sulla politica, quanto piuttosto di eliminare un modello di politica intesa come gestione spartitoria.[xxxviii]

I partiti devono essere costretti a fare a meno della gestione diretta delle risorse, a beneficio di una politica che abbia come contenuto la trasparenza nell’agire pubblico, il coinvolgimento dei cittadini, la tutela ed il rafforzamento delle loro autentiche libertà.

Nel panico finanziario che sta attraversando l’Europa, e nel caos che si sta muovendo dentro ai partiti italiani, molti politici, dopo aver concorso a determinare la pessima gestione delle risorse pubbliche, rispolverano con decisione l’idea delle privatizzazioni, confondendole anche con il concetto di liberalizzazioni, dividendo i cittadini attraverso l’ideologico utilizzo delle parole. Sicuramente qualcuno gongola nell’ombra per l’inatteso riaprirsi di uno scenario che sembrava accantonato: la cessione ai privati della totalità o della maggioranza del capitale delle aziende possedute o partecipate dallo Stato o da altre pubbliche amministrazioni.

Pur non essendo pregiudizialmente contrari a valutare quanto possa contribuire al miglioramento dei conti pubblici, e sottolineando che non si dovrebbe svendere sull’onda emotiva, alcuni osservatori ritengono che quest’idea non darebbe garanzie di risolvere alla radice la questione della pessima gestione, spesso corruttiva ed illegale, effettuata dai partiti. Infatti, se è vero che la vendita della totalità o della maggioranza del capitale di enti pubblici fornirebbe la liquidità di cui lo Stato ha disperato bisogno, bisognerebbe vedere con quali procedure verrebbe realizzata, e poi non è automaticamente detto che fornirebbe maggiori garanzie riguardo all’efficienza nella gestione di servizi rivolti ai cittadini.

In proposito, nel 2010 la Corte dei conti ha dimostrato che le famose privatizzazioni avviate negli anni ’90, non sono avvenute attraverso procedure trasparenti, non si sono tradotte in efficienza, né in investimenti per il miglioramento dei servizi che prima erano gestiti dallo Stato, ma hanno portato solo a risultati economici ottenuti attraverso l’incremento delle tariffe, che sono diventate superiori a quelle presenti in altri paesi europei.[xxxix]

Molto probabilmente in tanti casi si trattava di aziende che lo Stato non poteva e non doveva gestire, alcune perfino tecnologicamente avanzate e mal vendute, però l’esito di un incremento delle tariffe, che tenga conto del reale costo dei servizi, potrebbe realizzarlo anche un soggetto pubblico gestito con efficienza ed indipendenza dalla politica, con il beneficio che i cittadini continuerebbero a disporre di un patrimonio che fornirebbe nel tempo entrate utili a coprire i debiti, anziché dover passare attraverso tagli o tassazioni.[xl]

Per avere la dimostrazione della possibilità di realizzare efficienza nel pubblico basta andare indietro nel tempo e scoprire quale esempio sia stato l’Istituto per la Ricostruzione industriale, l’Iri, gestito indipendentemente dalla politica durante i suoi primi anni di vita, prima che la politica se ne appropriasse per farlo diventare un carrozzone fabbricante debiti e clientele, grazie alla distruzione realizzata da decenni di partitica gestione.

Il caso dell’Iri è importante perché, oltre ad essere un alto esempio di distanza dai conflitti d’interesse tra banca ed impresa, e tra finanza e politica, esprime una storia finanziaria parzialmente analoga a quella contemporanea. Fu fondato per salvare la Banca Commerciale, il Credito Italiano e la Banca di Roma, che avevano usato i soldi dei depositanti per acquisire le partecipazioni in grandi gruppi industriali, prossimi a fallire dopo la crisi finanziaria del 1929. Trovandosi proprietario di tali banche e delle aziende da queste partecipate, essendo capace di autosostenersi e di costruire redditività, l’Iri divenne un potente strumento di crescita industriale e di trasformazione economica del Paese, purtroppo ben presto affossato.[xli]

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82 La rigenerazione del paesaggio politico e del territorio

I partiti devono fare a meno della diretta gestione delle risorse economiche anche per altri motivi. L’ossessione di arrivare alla gestione e la volontà di ottenerla utilizzando una continua contrapposizione ha impedito loro di concentrarsi sulla direzione da dare al Paese, e di considerare tutti i suoi territori con l’attenzione e la dedizione necessarie.

E’ singolare il fatto che nessuno degli schieramenti, che in tanti decenni si sono azzuffati nella “guida” del Paese, abbia avuto la capacità di guardare all’eccezionale patrimonio ambientale, paesaggistico, storico e culturale, di cui esso era dotato, come al possibile perno fondante di tutta una nuova economia italiana.[xlii] Eppure tutti gli schieramenti si sono esercitati nel segnalarne l’importanza.

La bellezza sopravissuta a decenni di brutali assalti  speculativi, di incurie, di assenze o di distorte interpretazioni legislative, di incapacità pianificatrici e gestorie è la massima risorsa di cui l’Italia dispone. La bellezza, nei suoi tratti di unicità ed irripetibilità, è un valore continuamente cercato, e perfino copiato: proprio perché sempre più scarso è sempre più domandato. Oggi la bellezza e l’autenticità sono cercate in tutto il mondo, laddove ancora si presentino, da centinaia di milioni di persone. Questo aspetto, se fosse considerato assieme al fatto che le risorse naturali costituiscono un enorme e non riproducibile valore, in termini di memoria, di vitalità, di dignità e di potenzialità disponibile per il futuro, dovrebbe far riflettere e indurre a cambiare indirizzo, ossia a realizzare le scelte che non sono mai state compiute.

Dopo anni di scempio, ampiamente documentato e sotto gli occhi di tutti, sembra impossibile pensare a dei cambiamenti di tendenza. Eppure molti cittadini ritengono che questo sia uno degli elementi chiave sui quali si possano esprimere le residue possibilità di fare dell’Italia un Paese che si salva.[xliii]

Serve una rigenerazione dei caratteri del territorio e del paesaggio urbano in modo da recuperarne o ridefinirne un profilo distintivo e possibilmente autentico. In questo modo si possono ricreare condizioni anche semplici di unicità che portino fuori dall’abbandono, dal degrado e dall’incuria. Ma anche dall’alterazione, dal finto e dallo sciatto che si autosottopone a perdita di significato e valore. Si ritiene spesso che dal degrado non possa uscire altro che degrado. Un credibile modo per uscire da tale circolo vizioso è cercare di partire dal degrado per trasformarlo attraverso i cittadini che vogliano riscatto. Condizione essenziale per costruire riscatto e per generare trasformazione è il desiderio di un futuro migliore. Se tale desiderio coinvolge e unisce i cittadini ne risulta un’enorme possibilità di cambiamento.

L’obiettivo potrebbe essere la condivisa ridefinizione degli spazi urbani o periferici, conferendo loro nuova qualità, vivibilità, interesse, in modo da renderli vitali riferimenti per luoghi e territori, contesti ricchi di contenuti più che di contenitori, oggetto di riscoperta di valori, di carattere, memoria, di cura o ripristino ambientale accanto al coerente sviluppo di economie. La finalità di questa rigenerazione dovrebbe essere quella di mantenere la vitalità di economie sane, e nel contempo di orientare tutte le energie a crearne di nuove, concrete e non effimere, per consentire attività, servizi, e profili di benessere, che consegnino sano ed autentico capitale alle generazioni future. In quest’ottica si potrebbero inserire tanto le esigenze di urgente rilancio economico, quanto quelle di costruzione di un nuovo valore Italia, indispensabile per generare i futuri risultati economici e finanziari del Paese.

Sarebbe utile promuovere e facilitare la partecipazione e l’investimento di aggregazioni di economie e di cittadini, più che di strutture di veloce visione speculativa. Una prospettiva di tale genere sarebbe in grado di far emergere l’enorme potenziale di energie presente in tutte le parti del Paese, perfino di indurlo a creare una solidale, fortissima e diffusa guerra contro le illegalità che convivono con il cancro partitico.[xliv]

Altro che questione meridionale. Se il Sud vedesse una prospettiva di questo tipo potersi realizzare attraverso i propri cittadini, correrebbe a proteggerla ed a sostenerla con una tale convinzione da vedervi, non solo un’alternativa alla criminalità ma il vero risollevamento con le proprie forze, il riscatto tanto atteso che obbliga a muovere tutte le proprie grandissime e frustrate potenzialità. Il Sud, soprattutto nei suoi giovani, metterebbe un fortissimo entusiasmo ed un impegno tali che il Nord potrebbe persino invidiare, oppure emulare per riprogettare il proprio. Il Centro Italia non sarebbe da meno, con la sua generosa dotazione di intelligenze e di inutilizzate possibilità.

Non si tratta di proporre né di disporre di bacchette magiche, ma di creare le condizioni perché i cittadini possano essere direttamente coinvolti nel costruire un grande e lungo processo di rigenerazione culturale e morale del proprio Paese.

Altrettanto singolare, ed ancor più irresponsabile, è il fatto che, nonostante ne abbiano straparlato, nessuno degli schieramenti abbia mai guardato alle condizioni di particolare rischio sismico ed idrogeologico del territorio italiano come ad una realtà tanto grave da obbligare a concrete e fortissime scelte politiche, che stabilissero condizioni di sicurezza per la vita e di impulso per le attività dei cittadini. Siccome quelle condizioni sono gravemente pregiudicate, anziché continuare ad esporre milioni di persone a periodici disastri dagli enormi costi umani e materiali, dobbiamo farne una grandissima opportunità di rinnovamento ambientale e di stimolo economico.

Cosa ne facciamo di tante meravigliose bellezze, delle città e dei borghi, di tantissima arte, dei luoghi di produzione culturale, di tante opportunità alterate ma recuperabili, della storia, dell’unicità dei nostri territori, se non ci rendiamo conto delle grandissime possibilità di fare di tutta l’Italia un territorio accogliente, efficiente, nuovamente ed intelligentemente produttivo? Il Paese deve essere visto come un’officina laboriosa, aperta alla collaborazione di tanti cittadini pieni di capacità, e come un territorio nel quale la diffusione di più alti livelli di benessere possa offrire ad ognuno le possibilità di esprimersi al meglio senza doversi scontrare.

Un posto così lo invidierebbero ovunque, e si potrebbe utilizzarne le potenzialità proprio per risanare un debito pubblico. Guarda caso noi lo abbiamo davanti ai nostri occhi. E’ nostro, se non ce lo facciamo sottrarre da qualche ingegnoso.

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82b  Quali politiche? Quale idea di società, di produzione, di territorio?

Perché molti osservatori e ancor più cittadini guardano al turismo e alla qualità del territorio italiano come alle grandi risorse-opportunità trascurate o devastate dalla politica? La risposta è semplice: perché fornirebbero altissime opportunità di lavoro e di qualificazione dell’immagine Italia. Le risorse paesaggistiche-storiche-culturali, non essendo riproducibili altrove, né oggetto di manifattura attraverso macchine che sottraggono lavoro umano, se interpretate con cura, sensibilità e lungimiranza ci consegnerebbero un profilo “industriale” quale nessuna programmazione industriale riuscirebbe a realizzare. Tutto questo significherebbe trovare non l’unica strada, ma una strada fondamentale per sottrarci al declino produttivo conseguente al ruolo dominante raggiunto in brevissimo tempo da economie dai costi produttivi infinitamente bassi e competitivi. Le conseguenze di questo tipo di impostazione sono anche altre. Da un lato significa che più che di politica industriale oggi si deve pensare a come realizzare una avanzata politica e cultura tecnologica, il che implica ragionare velocemente sul come aiutare le imprese e la cultura ad entrare in questa ottica. Dall’altro lato ciò significa anche cominciare a rispondere al fatto che l’aumento dell’età dell’entrata in pensione, combinato con la sottrazione di lavoro da parte delle macchine produce crescente disoccupazione nei settori manifatturieri classici. La disoccupazione fa mancare le entrate dello Stato, e quindi diventa insostenibile il modello storico di uno Stato sociale che spende molto e malissimo per fare cose che o non deve fare più, oppure, se vuole continuare a farle deve essere efficiente, e contemporaneamente mettere in condizione i cittadini di potersi creare da soli la forza economica per mantenere anche un livello di benessere che renda la vita degna d’essere vissuta.

In definitiva si vede che, sebbene le scelte sociali ed economiche debbano avere una scala e un coinvolgimento europeo, bisogna orientare tutte le politiche del Paese nel creare lavori laddove esistono le risorse per farli, e quelle risorse esistono naturalmente in Italia.

In un mondo globalizzato  e appiattito il “prodotto” Italia avrà grandi possibilità solo se saprà distinguersi per un insieme coerente e coeso di fattori di qualità: territorio, turismo, produzioni alimentari, produzioni di design, servizi e cura del patrimonio culturale, infrastrutture e trasporti efficienti e coerenti con la delicatezza del territorio. In questi elementi c’è il motivo del perché ambito produttivo e contesti che vogliono la tutela del territorio devono uscire dalle contrapposizioni e del perché possono trovare importanti motivi di collaborazione.

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83 Dove trovare le risorse? E quali sono le risorse?

Per rigenerare il Paese sono indispensabili almeno due requisiti: bisogna trovare le risorse, ed è necessario che i cittadini italiani vogliano unirsi per cominciare a ripulirlo dalla montagna di fango, dalle macerie e dall’immondizia accumulata dall’inutile e litigiosa gestione che si è annidata nei partiti. I cittadini devono cominciare ad ascoltarsi e conoscerci, come fossero stati costretti per decenni ad essere estranei nella stesa casa.

Dove trovare le risorse? Molti esperti di economia hanno avanzato proposte in tal senso, rivolgendole ad una classe politica che pare volerle bloccare tutte. Ciò avviene per l’incapacità di capire la gravità della situazione o per necessità di dimostrare l’una parte che il ponte di deve fare di legno e l’altra che si debba invece costruire di tavole. Ciò avviene non solo, ma soprattutto a ridosso delle elezioni.

Una tra le proposte più importanti, che non intendo qui sostenere ma solo riproporre per la riflessione che richiede, prevede che tutti i titoli del debito pubblico in circolazione siano portati alla scadenza di 7 anni. In tal modo si creerebbe la prospettiva di un Paese che decide di finanziarsi a lungo termine a tassi più contenuti e agganciati al miglioramento economico, programmando un piano di riduzione del debito e di costruzione di nuove condizioni di ripresa.[xlv] Quei titoli di stato verrebbero emessi dando ai finanziatori l’opzione di scegliere tra la possibilità di acquistare e quella di negoziare un diritto di acquistare porzioni del patrimonio pubblico che venissero posti in vendita.

La proposta in questione ritiene che da tale operazione si possano risparmiare 40 miliardi di euro di interessi, che si potrebbero mettere a disposizione o di una politica di detassazione oppure per precise politiche di stimolo di specifici settori dell’economia. Su quest’ultimo aspetto altri studiosi ritengono che lo stimolo economico sia prioritario, poiché quello fiscale, pur importante, potrebbe tradursi in una preferenza a risparmiare per far fronte alle paure sollevate dalla crisi, cosicché non riuscirebbe a modificare le sorti dell’economia.[xlvi] Dunque, a patto di ridurre gli sprechi e di non aumentare il debito, mentre le riforme vanno fatte perché sono necessarie ma producono i loro effetti nell’arco di anni e non nell’immediato, si potrebbe scegliere di fare una selezionata spesa pubblica, poiché questa incrementa subito il prodotto, ossia sostiene le sorti dell’economia. E’ il rapporto tra spesa pubblica e prodotto che va tenuto sotto controllo per essere coerenti con gli accordi europei. E una selezionata spesa pubblica ha una maggiore capacità di tradursi in prodotto proprio nelle fasi di crisi economica. Tale spesa dovrebbe essere riservata soprattutto a beneficio delle piccole imprese, prevedendo pagamenti a 60 giorni dei loro crediti.

Vi sono anche molte altre serie proposte, ma non intendo qui farne una rassegna che potrebbe comunque essere limitata. Il punto cruciale che mi interessa sottolineare è il fatto che tra i cittadini italiani ci sono grandi intelligenze ed è essenziale unirle per  sfruttarne le potenzialità, anziché dividerle sulla scia di schieramenti che pretendano contrapposizione.

Abbiamo una grande quantità di esperti e competenze di altissimo livello, capacità imprenditoriali e lavorative alle quali il mondo guarda con rispetto. E soprattutto c’è l’esperienza e l’intelligenza nascosta e inascoltata dei cittadini. E allora come mai il Paese è così mal messo? E’ nelle penose condizioni che abbiamo sotto gli occhi perché, volenti o nolenti, lo abbiamo messo tutto nelle incapaci e avide mani di una politica malata, che non si è minimamente curata di tutta questa cultura, di questo eccezionale patrimonio di conoscenze. Non lo ha fatto in nessuno schieramento per un motivo preciso: aveva bisogno di mostrare risultati grossolani e di facile apparenza, non cercava né i grandi né i piccoli cambiamenti, a meno che non producessero un luccichio sfruttabile nelle scadenze elettorali. Uno tra i tanti emblematici e drammatici casi è quello della gestione del territorio italiano: è abbandonato a sé perché è elettoralmente più pagante promettere una miriade di grandi e piccole opere che diano visibilità immediata nei vari feudi. Per la politica malata è sempre meglio spendere in carrozzoni progettuali per interventi scollegati, incompiuti, senza verificare le finalità, i costi, i risultati, originando lo sconclusionato accatastarsi di attività che non costruiscono un nuovo Paese, né rispettano i valori ereditati dal tempo, ma accontentano frastagliati interessi immediati. Ma dove va un Paese così? Il minimo che gli possa capitare è che i partiti, la manipolazione e la speculazione finanziaria gli rendano ingovernabile il debito pubblico. Bisogna ripartire dalle risorse rappresentate dagli stessi cittadini e dall’unione delle loro capacità.

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84 Nuove economie nell’ambiente. La Costituzione ci può aiutare?

Anche per ripensare le politiche del territorio potremmo rapidamente riferirci a quanto stabilisce la nostra Carta costituzionale, e affrontarne gli aspetti tanto sotto il profilo economico quanto dal punto di vista del vivere civile.

La Costituzione all’articolo 9 prevede che la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione, mentre all’articolo 32 stabilisce che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Questi sono i valori considerati all’epoca della promulgazione. Nel loro ambito si trova solo una parte di quell’insieme più ampio di beni e valori che negli ultimi decenni sono stati individuati con il termine di “ambiente”. Si tratta di un concetto ormai essenziale, non solo per comprendere quale sia l’impatto delle attività umane, ma anche per tener conto di alcune sue nuove sensibilità ed esigenze, e dunque per la possibilità e la necessità di costruire un’economia che, tramite la scienza e la tecnologia, o attraverso comportamenti razionali e saggi, si protenda sempre più verso un’equilibrata integrazione con gli elementi naturali. Anche se spesso l’uomo lo dimentica, questi ultimi sono la base costitutiva, irriproducibile e imprescindibile di ogni sua azione sulla Terra.

Un articolo della Costituzione che riconoscesse la rilevanza di un armonioso rapporto tra ambiente ed economia, tra territorio e attività umane, lungi dall’essere motivo di impedimento imprenditoriale, potrebbe aiutare un paese ad individuare un principio guida, capace di delineare la strada per nuovi elevati criteri di prosperità. Tuttavia nulla potrebbe determinare alti e possibili criteri di evoluzione, sia quantitativa che qualitativa, sia di produzione che di benessere, come la consapevolezza dei risultati conseguibili da tale intrecciarsi di esigenze ed opportunità. Opportunità che sarebbero aperte alla collaborazione di tutti i cittadini e di tutte le imprese, sia per quanti la volessero intenderla come nuova frontiera di competizione, sia per chi volesse considerarla come sfera di nuovo benessere e di più elevata compatibilità delle attività umane sulla Terra.[xlvii]

La contrapposizione di posizioni ideologiche, diventata un’errata contrapposizione di interessi protrattasi per molti decenni, ha determinato tra i suoi peggiori effetti la mancanza di una visione condivisa ed equilibrata nell’utilizzo e nell’assetto del territorio. In particolare, visioni reciprocamente conflittuali hanno indotto ad intendere l’ambiente come un impedimento al libero dispiegarsi dell’economia, provocando forti ritardi culturali ed il continuo riprodursi e sovrapporsi di ferite nel paesaggio, nelle caratteristiche degli insediamenti urbani ed industriali. L’ulteriore conseguenza è stata il prodursi di pesanti lacerazioni alla memoria, alla qualità dei luoghi, alla salute, alla qualità dell’agricoltura e della pesca. Tali conseguenze non solo cominciano a risultare evidenti a tutti gli schieramenti, ma si ritorcono anche nei confronti dello stesso mondo produttivo, il quale non ha potuto sviluppare ulteriori potenzialità proprio nella ricerca di più alte compatibilità. Il persistere delle contrapposizioni rende difficile l’indispensabile ricucitura delle ferite al territorio che solo un progetto condiviso potrebbe realizzare.

Un importante progetto di rigenerazione del territorio deve tenere conto anche del fatto che il fattore ambientale è diventato elemento di enorme frontiera competitiva. La ricerca di livelli sempre maggiori di compatibilità delle produzioni e delle attività umane con l’ambiente è l’elemento nel quale investiranno nel futuro le società e le economie mondiali. L’Italia deve programmarsi, avendo aderito, suo malgrado, all’obiettivo concordato nell’Unione europea di raggiungere entro il 2020 il 20 per cento della produzione energetica attraverso fonti rinnovabili, il miglioramento del 20 per cento dell’efficienza e la riduzione del 20 per cento nelle emissioni di anidride carbonica.[xlviii] Quindi non si tratta di fantasie, né di sposare programmi e visioni distintive di qualche parte politica. Al contrario, i partiti hanno fatto di queste, come di altre esigenze del vivere civile, gabbie separate e contrapposte, a beneficio di propagande pronte a catturare le menti ed i loro voti, cosicché non siano libere di costruire la società che sperano se non passando per le inutili logiche degli schieramenti.

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85 Ma l’Europa aiuta?

Si parla di Costituzione e di politica italiana, ma adesso, dopo che per molti anni i partiti ci hanno costretto a guardare stupidamente il nostro ombelico, si scopre non solo che il centro del mondo economico si è spostato in Cina, India, Brasile, ma che l’Europa pone condizioni tanto stringenti da far morire i vecchi spazi di manovra della politica. Al punto che i partiti, che fino a ieri si azzannavano per conquistare la gestione e l’influenza economica, oggi sanno che le risorse sono finite, che il collasso finanziario ha indotto un certo schieramento europeo a definire visioni e logiche che vengono imposte col ricatto ai paesi europei più in difficoltà. Insomma i partiti questo lo sanno ma non riuscirebbero a dirlo e così, non potendo più promettere nulla, non avrebbero nemmeno tanta voglia di candidarsi a guidare governi lungo una strada di lacrime e sangue già segnata e imposta dall’Europa.

Ma che Europa è venuta fuori in breve tempo? Che aiuto dà ai suoi partecipanti di tirarsi fuori con le proprie forze? Offre loro aiuto o li mette con le mani e i piedi legati in una corsa al rigore contabile a qualsiasi costo, anche al punto da generare impoverimento economico e annullamento democratico? Il problema è drammatico anche se visto dal punto di vista di imprese e lavoratori: la crisi finanziaria ed economica morde, e rischiano di essere stritolati comunque, con o senza gli aiuti europei.

Il caso paradossale si è palesato a settembre 2012. La Corte costituzionale tedesca ha ritenuto coerente con la Costituzione l’adesione della Germania all’accordo europeo introduttivo del cosiddetto fondo salva stati, che dovrebbe intervenire con garanzie per sostenere i paesi in difficoltà finanziarie. Tuttavia tale corte ha affermato che il sostegno tedesco dovrebbe essere limitato ad un certo importo, e che tale importo potrebbe essere superato solo se il parlamento tedesco lo decidesse. Dunque, mentre un paese, la Germania, stabilisce che egli è sovrano nel decidere se e come aderire ad un accordo, i paesi finanziariamente più deboli perdono progressivamente la loro sovranità nel momento in cui chiedano aiuti all’Europa. Devono accettarne le condizioni e basta. Non voglio esprimere sentimenti antitedeschi. Stimo molto i cittadini tedeschi come quelli di ogni altro paese europeo. Tuttavia se la Germania o altri paesi pensassero, pur in buona fede, di obbligare tutta l’Europa ad un velocissimo rigore, per allinearla tutta al loro livello contabile, rischierebbero di ammazzare le economie e di bruciare le residue disponibilità all’idea di Europa. In tal modo l’Europa non può funzionare, quindi o tutti i paesi trovano la volontà di rispettarsi, oppure, ecco quanto sostengono studiosi e alcune forze politiche, l’Europa sarebbe costretta ad una separazione in due entità con due monete: una costituita dalle economie più deboli, libere di svalutare per ritrovare immediata competitività, con l’enorme macigno di dover pagare debiti maggiorati perché contratti con l’euro più forte (quindi sia i mutui per la casa che i debiti dello Stato diventerebbero ancor maggiori); l’altra composta dalle economie più forti che si troverebbero con un euro ancor più rafforzato e quindi penalizzante per le esportazioni. Questo in estrema sintesi sarebbe il tratto saliente di un cosiddetto piano B, che secondo alcune visioni dovrebbe essere perseguito nel caso non andasse in porto la ridefinizione degli accordi per una reale unione europea. Peccato che esso porterebbe con sé anche molta acredine, dopo la disperazione. Inutile dire che ciò significherebbe la fine dell’idea di costruire un’entità ampia e coesa, in grado di svolgere un ruolo rilevante rispetto al resto del mondo, e soprattutto di difendere i cittadini dalla potenza di mercati finanziari ed economici senza regole.

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86 Smettiamola di pensare che non si possa fare nulla

Da dove partire per cercare vie d’uscita dai vicoli nei quali ci troviamo? Intanto da una mentalità nuova, da un nuovo modo di guardare al nostro Paese, per provare a vedere opportunità e possibilità: soprattutto peri riprendere le redini del nostro futuro, contribuendo pure a ridefinire il presente e il futuro dell’Europa.

L’Italia, nonostante tutto, oltre che un Paese e una democrazia, potrebbe essere intesa anche come un’enorme azienda, che dovrebbe lavorare nell’interesse dei cittadini e per i cittadini. Purtroppo, grazie al fatto che non è quasi mai stata intesa nell’ottica di un’azienda da mantenere sana e responsabile, chi nei decenni si è succeduto a guidarla ha creduto di essere capace di fare qualsiasi cosa con i soldi di tutti, senza preoccuparsi delle conseguenze. Senza snellirla e darle un progetto. L’Italia è una sottospecie d’azienda con tantissimi luoghi decisionali, confusi e dispersi, tutti gestiti o influenzati dai politici. Invece da decenni, e in particolare in quest’epoca, la complessità dell’economia richiede razionalizzazione, accorpamento, snellimento ed altissime capacità gestionali, necessariamente indipendenti dai partiti, perché questi ultimi sono guidati da tutto tranne che dall’ottica dell’efficienza.

Nel corso del tempo, per effetto di moltissime decisioni dei politici e dei partiti, tutte prevalentemente contraddistinte da logiche di inefficienza, l’Italia ha accumulato il grande debito che si è detto. Tutti i partiti, fino a quelli attuali, l’hanno sovraccaricata di costi e ne hanno dilapidato le potenzialità, senza mai pensare a come portarla verso l’efficienza, fino a farla diventare un’azienda pronta per il fallimento.

I rami di attività di questa azienda sono tanti, ed è interessante osservare il fatto che, ogni volta che alcuni ambiti economici pubblici sono stati ceduti ai privati, questi sono riusciti ad ottenerne un risultato di valore economico. Al contrario i partiti hanno sempre voluto intendere tutto ciò che è pubblico come un terreno di conquista per clientele e sprechi senza fine, dato che viene pagato con le tasse imposte ai cittadini.

Un fatto è certo: i cittadini sono proprietari di beni economici e di servizi pubblici, e pagano il costo del tenerli attivi; ma subiscono il fatto che i politici si sono attribuiti la gestione diretta o indiretta, determinandone il fallimento economico. Cosa devono fare i proprietari di aziende quando si accorgono che sono gestite malissimo? Devono unirsi per togliere dalla gestione chi finora ha prodotto danni e rovinato il patrimonio, e individuare i criteri per farli gestire bene da altri soggetti, stabilendo regole che sottopongano questi ultimi a rigoroso controllo, all’indipendenza dalla politica, a rispondere dei risultati, e al conseguimento di obiettivi sempre migliori.

La gestione nelle mani dei partiti non può indurre le pubbliche amministrazioni a pensare in termini di efficienza, ma al contrario le obbliga continuamente ad indebitarsi. Dobbiamo impedire alla politica di gestire, orientando la gestione a non avere perdite o a conseguire anche un piccolo utile, reinvestibile per migliorare la qualità dei servizi, verificando continuamente i risultati ottenuti.

La redditività e l’efficienza dovrebbero essere un obiettivo possibile anche dell’ambito pubblico e non solo di quello privato. Seguire fino in fondo quest’ottica potrebbe essere un grandissimo cambiamento e un enorme traguardo, perché, anziché svendere, si potrebbero valorizzare le potenzialità di reddito fornite dal patrimonio di cui il Paese dispone.

Seguire una logica di questo tipo, togliendo ogni possibilità di inserimento dei partiti, significherebbe creare punti di forza sui quali impostare una fortissima riduzione delle uscite nel tempo.

Non ci sono ricette miracolistiche, e non è escluso che lo Stato possa o debba cedere alcuni beni al mercato, purché di questo si tratti, e purché nel valutare queste prospettive non ci si divida attraverso preconcetti o posizioni ideologiche e di parte che servono ad irrigidire e a peggiorare le possibilità di affrontare i nodi.

Se i cittadini italiani riuscissero a riunire le proprie migliori energie e volontà, per costruire proposte condivise, forti e concrete, avrebbero creato un’autonoma via d’uscita dai partiti, per valorizzare risorse che rimangano efficienti e sane per il futuro del Paese. I cittadini devono saper reagire con uno scatto d’orgoglio, e smetterla di pensare che non si possa fare nulla.

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87 Un Paese forte se unito ed efficiente. Come un’azienda sana e responsabile.

Credo nel fatto che ci saranno maggiori opportunità di benessere per il Paese intero se lo si vorrà tenere unito, se lo si coinvolgerà tutto assieme su idee e istituzioni nuove che obblighino i partiti a rimanere estranei alla gestione. Solo una forte unione dei cittadini può creare il Cambiamento che serve, e costringere la politica ad occuparsi unicamente di scelte concrete senza influenzarne o gestirne le conseguenze economiche.

Se si vorranno sviluppare le opportunità per il Paese tutto intero, allora potrà rinascere una parte essenziale come il Sud.

Se il Sud rinasce, evolve anche il resto del Paese, perché le componenti della nazione sono in grado di fungere da moltiplicatore della ricchezza e di coinvolgersi nel meccanismo moltiplicativo.[xlix]

Il Sud ha risorse ambientali, storiche, d’arte, di cultura ancora totalmente inespresse. E’così per ragioni storiche, e per la miope e criminale volontà di generazioni di partiti e politici che sono riusciti a tenerlo in quel ruolo di sottosviluppo, buono per farne un bacino elettorale da coinvolgere nel sistema parassitario e imprigionante. I costi di tale sottosviluppo sono stati di tutti, e in particolare dello stesso Sud, che, volente o nolente, è rimasto al gioco impostogli. Un gioco con i caratteri della schiavitù,  al quale il Sud si è tanto adattato da alimentarlo, finendone schiacciato ed umiliato.

Paradosso dei paradossi: anche i partiti dicono da tempo queste cose: ennesima dimostrazione del fatto che da essi può solo venire la parvenza di cambiamento che nulla cambia.

Il Nord, almeno in parte, anche faticosamente e contraddittoriamente, alcune sue risorse le ha valorizzate nel corso del tempo, ed altre le ha compromesse. Ora sta lavorando a conservare  faticosamente l’esistente, oppure rimane limitato da chi vuole indurlo a miopi separazioni, magari tentando di proporle perfino sul piano della divisione delle economie e delle monete. Con questo tipo di interferenze il Nord non può costruire il futuro che merita. Potrebbe persino perdere le posizioni di forza che ha, e che pensa di mantenere staccandosi dal resto d’Italia. Mai visione potrebbe essere più ristretta e autolesionista. E, mentre si propone la divisione dell’Italia come si trattasse di un giocattolo per bambini-partiti viziati, abituati a gridare per volgare stupidità, il Centro rischia di rimanere schiacciato e marginale come fosse un’entità insignificante.

Il Paese non va inteso come un giocattolo da spezzare, ma come un’azienda da risollevare per renderla sana, responsabile e fiduciosa nei propri mezzi, per dotarla tutta insieme di efficienza. Tutti i rami dell’azienda Paese hanno grandi potenzialità, bisogna solo sottrarli alla gestione dei partiti, e coinvolgerli in un fortissimo progetto che metta ognuno in grado di migliorarsi e di contribuire ad una prosperità complessiva, per i cittadini, le imprese, la cultura e le sane istituzioni che lo compongono.

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88 Imparare dai casi virtuosi

Se proviamo a guardare alla Germania, possiamo scoprire che, negli ultimi 20 anni, quel grande paese ha investito 1.300 miliardi di euro pubblici per unificare il suo Est all’Ovest.[l] Quest’ultimo ha scelto di pagare più tasse dell’Est per sostenere l’unificazione, cosicché a molti anni di distanza dall’unificazione il reddito e le condizioni economiche delle due entità si assomigliano molto, pur essendo partite da fortissime differenze, assimilabili a quelle esistenti tra Nord e Sud Italia. Va anche detto che la Germania ha potuto anche contare sull’aiuto fornitole dall’Europa, e questo elemento dovrebbe essere considerato proprio in una fase di grandissima crisi europea.

Ad ogni modo il caso tedesco segnala due cose. La prima: se un Paese è coeso, può ottenere grandi risultati e migliorare le possibilità per tutte le sue componenti. Si dirà che gli italiani non sono i tedeschi. Ritengo tuttavia si tratti di argomenti utilizzati da chi non vuole vedere che il nostro problema sono i partiti, ed il ruolo che abbiamo lasciato loro svolgere.

La seconda: l’enorme massa di risorse investite e sostenute da tutto il popolo tedesco, e impiegate col tramite di una grande banca pubblica che ha sorretto il sistema industriale, dimostra che la spesa pubblica, se genera debito, lo provoca in misura tanto può forte e deleteria quanto peggiore è la gestione di tale spesa, ossia se essa è lasciata nelle mani di una politica inconcludente e corrotta. Al contrario, una buona spesa pubblica, e la presenza di una banca pubblica, se fosse indirizzata da una sana politica e gestita da soggetti indipendenti, competenti, trasparenti, sarebbe essenziale per garantire l’ossigeno che manca alle imprese, per determinare l’ampiezza di un fertile terreno economico privato, per consentire l’innestarsi di iniziative all’altezza di tante giovani risorse umane italiane.

Un esempio sottolinea anche le modalità con le quali si possono raggiungere i traguardi: l’eccezionale sviluppo tedesco e di Berlino, è stato sorretto dalle risorse di tutto il Paese, non dai soli berlinesi. Una nuova prosperità italiana, delle sue città e dei suoi territori, non può essere lasciata alle forze delle comunità locali, deve essere costruita da tutti i suoi cittadini uniti.

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89 La ricerca di una nuova politica oltre gli steccati imposti dai partiti

Le elezioni amministrative ed i referendum del 2011 hanno mostrato che qualcosa di parzialmente indipendente ha iniziato a muoversi tra i cittadini italiani, non a caso gli osservatori hanno parlato di movimenti e di realtà che spesso non rientrano nell’alveo dei partiti, anzi tentano di esprimere l’insofferenza raggiunta, segnalando un gran desiderio di costruire una nuova politica.

Nel caso delle elezioni amministrative, una parte consistente dei cittadini italiani ha scelto di dare un segnale non andando a votare per partiti che forse aveva sostenuto fino a poco tempo prima. Altri i cittadini, pur trovandosi di fronte i soliti binari conflittuali costruiti dai partiti, anche attraverso internet, hanno provato a costruire informazione, nuove opinioni, occasioni di autonoma proposta, impegno, intervento critico verso i partiti. Questi ultimi, convinti di essere gli unici possibili dominatori della scena, hanno continuato spesso imperterriti nella loro strada come dinosauri. Così si è prodotto un risultato molto diverso da quello che gli schieramenti si attendevano, ed un segno tangibile delle ansie dei cittadini. [li]

I referendum del 2011, sebbene abbiano consentito un’azione dei movimenti e dei cittadini oltre le posizioni dei partiti, hanno permesso espressioni ancora limitate dal fatto di intervenire solo sugli specifici e limitati argomenti referendari, e sempre con i partiti a delimitare gli spazi di manovra.

Bisogna riflettere sui limiti dei movimenti esterni ai partiti e capire cosa di essi ha funzionato, e cosa li limita. Spesso si ritiene che i movimenti debbano fungere da pungolo esterno ai partiti e contaminante. In realtà sono proprio i partiti a sperare che essi rimangano solo all’esterno, per inglobarli e fagocitarli; dunque ogni pungolo che venga dalla cosiddetta società civile non ha la forza sufficiente a cambiarli a fondo. Non penso che i partiti vadano contaminati, perché questi tentativi sono già stati fatti in passato senza esito; vanno piuttosto isolati nella loro irresponsabile inadeguatezza, archiviati nella loro inefficienza, obbligati a non toccare la gestione delle risorse, e superati da organizzazioni aperte di persone che, attraverso le regole che si danno, si pongano a disposizione dei cittadini ma non degli interessi: qualcosa che non ripeta l’esperienza distruttiva e fallimentare derivante dalla malattia dei partiti.

I movimenti dovrebbero superare posizioni particolaristiche, ancora influenzate da schemi ideologici o da visioni di contrapposizione sociale. Dovrebbero aprirsi a tutte le parti della società, per cercare di unirsi ad esse ed ottenere la forza decisionale che altrimenti sarebbe dispersa in rivoli separati. Dovrebbe essere estremamente forte la volontà di unire la società, più che estrema l’intenzione di seguire posizioni intransigenti; forte la disponibilità a trovare linguaggi e dialogo sulle scelte per affrontare concretamente le difficoltà vissute dalle più diverse fasce di cittadini. Un’unione dei cittadini dovrebbe costruire qualcosa di diverso dalle esperienze passate.

Già negli anni ‘90, in seguito ad analoghe difficoltà finanziarie e all’evidenziarsi della corruzione attraverso le inchieste giudiziarie, nuovi partiti apparvero sulla scena promettendo di cambiare o di governare diversamente dai precedenti. Diversamente da allora non è più sufficiente, anzi probabilmente è ingannevole, promettere moralità ed onestà: sono belle parole, già inutilmente sprecate e credute. Servono invece soprattutto regole che separino la politica dalla gestione ed impediscano il perpetuarsi delle oligarchie; regole che i partiti e gli schieramenti mai costruiranno.

Le elezioni amministrative del 2012 hanno dato una prima scossa alla politica, soprattutto per l’esplosione di un movimento che i partiti hanno voluto interpretare come espressione di antipolitica e di sola protesta. La protesta ha segnalato il livello di rifiuto per la vecchia politica; tuttavia è necessario che oltre alla protesta nascano le proposte, e più ancora la capacità di rendere coeso il Paese, per non lasciarlo affondare all’interno di un contesto di grande frammentazione. Si evidenzia dunque ancor più chiara la necessità che tutte le forze sane, vitali e lontane dalle deviate logiche dei partiti smettano di tenersi fuori dalla politica attiva e si uniscano in tutto il Paese, per creare una loro forte entità, capace di superare la limitatezza degli schieramenti, per costruire un grande Cambiamento.

La necessità di questa nuova entità politica dei cittadini è tanto più evidente in quanto alcuni politici, tra i più pronti a percepire il mutato vento dei tempi e l’ondata di fastidio crescente nella popolazione, dopo averle a lungo cavalcate, cercheranno di smarcarsi dalle precedenti fasi, per proporsi come sostenitori di nuove formazioni dotate di trasversalità, e quindi costruite apposta per tentare di accreditarsi come migliori interpreti di una fase “nuova”, “vicina” agli elettori.

Anche qualora potessero tentare strade nuove, ciò di cui il Paese necessita è il potente sgonfiamento e dimagrimento a cui bisogna obbligare la politica, separandola dalla gestione economica, per attribuire quest’ultima a figure dotate di una competenza sottoposta a forte trasparenza e a verifica dell’efficienza conseguita. Queste figure non dovrebbero venire dalla Luna, ma potrebbero essere individuate attraverso l’unico strumento di tutela previsto dalla Costituzione. Uno strumento a lungo compresso e la cui importanza proverò a sottolineare fra poco.

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90 Possiamo unirci condividendo le volontà

Ai cittadini è ben chiaro il fatto che nessun effettivo cambiamento è possibile, e neanche ipotizzabile, se si lascia che la mostruosa e pervasiva influenza dei partiti continui a bloccare tutto. Anche le tanto auspicate riforme della pubblica amministrazione e del fisco non potrebbero conseguire i benefici sperati se non potessero contare su questo livello di cambiamento di fondo. Sarebbe come dare al mostro una nuova veste, lasciandolo comunque mostro capace di condizionarci.

Alcuni pensano che serva un leader. E’ semplicistico pensare che sia un leader a cambiare le cose. Veniamo da molti anni di malattia da leaders, una pesante droga che è stata instillata nella mente di troppi cittadini, fino a renderli assuefatti alla convinzione che il fatto di averlo “individuato” basti a garantire di ottenere soluzioni. Con la conseguenza che in troppi si sono allenati al gioco di voler fare il leader, senza poter costruire coesione. Un leader potrà persuadere magnificamente, ma non potrà mai conseguire i risultati ottenibili dalla coesione cercata da cittadini che capiscano che la volontà di unirsi è la loro salvezza.

Alcuni osservatori e commentatori politici sostengono che, per effettuare le scelte indispensabili al Paese, servirebbe una grande coalizione tra gli attuali partiti, in grado di superare le resistenze poste in essere da decenni di veti incrociati, di interessi di parti, di corporazioni e di porzioni clientelari. In realtà questa coalizione non sarebbe altro che un mettersi d’accordo tra logiche che hanno determinato il fallimento: un nuovo mostro somma o modificazione di precedenti mostri e di nuove entità, forse costretto a farci pagare per trovare le risorse, ma difficilmente capace di andare a toccare l’origine della dilapidazione gestionale. C’è un fortissimo rischio: quello che i partiti riescano a realizzare un grande lavoro di cosmesi che mantenga aperta la strada dei litigi e quindi  determini l’impossibilità di unire realmente il Paese su nuovi criteri di trasparenza e di gestione.

Solo un grande Cambiamento che sottragga la gestione economica dall’influenza dei partiti, porti l’efficienza e unisca i cittadini fuori dagli attuali schieramenti può fornire solide garanzie per il futuro.

C’è una bella parola, non ideologica, che ci può aiutare: condividere. Ossia affrontare insieme le stesse difficoltà e costruire assieme le opportunità per ognuno e per tutti. Non è una parola di sinistra, né di destra, né è una parola di centro. E’ una parola da cittadini. Condividere volontà, sforzi, scelte, civiltà, rispetto, progetto. Così l’Italia si può salvare.

Lasciamo che i partiti e gli schieramenti si dividano tra loro e uniamoci come cittadini senza di loro, così saranno costretti a cambiare o a morire.

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91 I conti non tornano; bisogna che siano i cittadini a farli tornare.

Prima di arrivare ad un insieme di proposte concrete, ovviamente aperte a critiche e contributi, vorrei sottolineare un aspetto. Finora le risorse sono partite dai cittadini, e, attraverso l’uso distorto ed interessato delle leggi, sono arrivate alle clientele, ai corrotti, ai corruttori e ai distruttori di risorse. Questo ciclo deve finire e prendere una strada virtuosa, tutta da costruire. Tutto deve partire dai cittadini e deve tornare ai cittadini: sotto forma di possibilità di verifica dei comportamenti, di indipendenza della gestione, di controllo nell’impiego delle risorse, e dell’efficacia delle scelte.

Mi sembra chiaro un punto: se i mali sono le oligarchie, la corruzione e lo sperpero di risorse pubbliche, le medicine non stanno in un particolare sistema elettorale, o in maggiori poteri al capo di governo, in una Repubblica presidenziale, o in un sistema istituzionale di tipo federalistico o composto di autonomie, e neanche nella somma di alcune di queste o di altre idee di riforma, che comunque, un loro positivo contributo potrebbero dare. Piuttosto sono convinto del fatto che la vera necessità sia portare i cittadini e l’efficiente gestione delle loro risorse al centro di tutto il sistema istituzionale del Paese. In tal modo si possono trovare ingenti, se non enormi, quantità di denaro da destinare al progetto di ricostruire l’Italia e il suo futuro, secondo una prospettiva che può generare nuove risorse per effetto dell’efficiente e trasparente gestione.

Le riflessioni qui svolte non tengono conto del fatto che enormi difficoltà provengono anche da un’Europa mal costruita ma capace di dettare programmi che diventano vincolanti quando un paese sia in crisi finanziaria. Inoltre queste considerazioni non tengono conto del fatto che tutto l’Occidente si trova sprofondato, per propria responsabilità, nelle conseguenze economiche di una globalizzazione che ha voluto lasciare priva di regole, finendo per subirne la potenza squilibrante. Affronterò questi argomenti in una seconda parte, assieme all’approfondimento di alcuni aspetti della finanza occidentale, esprimendo la mia opinione in merito a quello che potrebbero fare assieme i cittadini di libero pensiero, europei e occidentali. Dunque, per il momento continuo a guardare alla democrazia, all’economia e alla società italiana per quello che intanto possono fare i cittadini italiani.

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92 Quale sistema cerchiamo per quali obiettivi?

Fin da quando è stata proposta, la democrazia ha alimentato enormi aspettative nei confronti delle sue possibilità. Ma di fronte al continuo manifestarsi dei suoi limiti, si è generata un’altrettanto continua insoddisfazione e delusione nei cittadini che l’hanno sperimentata. Svariate dottrine e culture politiche, giuridiche e sociologiche hanno lavorato ai suoi vari problemi, dedicando molta attenzione ai meccanismi, all’organizzazione dei poteri, ai sistemi elettorali. Sebbene gli aspetti critici non siano pochi, né facilmente superabili, attualmente una delle maggiori delusioni consegue dal fatto che la ricerca del potere politico è finalizzata ad ottenere l’accesso ad una diretta o indiretta gestione economica, potendo produrre enormi danni ad una società, talora senza che i cittadini se ne rendano conto o possano intervenire, e senza che in cambio la politica produca scelte capaci di proteggere i cittadini dagli abusi realizzabili da altri poteri di dimensione globale.[lii]

Credo che si sia dedicata pochissima attenzione all’esigenza, oggi vitale, di separare i ruoli di gestione delle risorse dal potere di indirizzo politico. Di conseguenza, troppo poco è l’impegno che si è posto nel definire precisi criteri che garantiscano l’indipendenza nella gestione delle risorse pubbliche dalla politica, il conseguimento dell’efficienza, e il controllo di verifica dell’efficienza.

A questo punto, se i cittadini non capiscono che la democrazia non è ciò che è stato fatto loro credere, e che abbisogna di nuove regole, hanno solo la possibilità di rimanere a fare i sudditi, nella speranza che non arrivino duri scontri sociali, caos o dittature. Se invece capiscono l’importanza di questi aspetti devono affrontare il problema e impegnarsi, per passare ad un’altra dimensione del vivere civile, che essi stessi devono costruire. Una dimensione nella quale si dà per assodato che dentro la democrazia un enorme potere c’è, e ci si preoccupa di stabilire non solo come sia distribuito o come ad esso si arrivi, ma come si possa obbligarlo ad ottenere le uniche cose che lo renderebbero accettabile: l’efficienza e la trasparenza nell’utilizzo delle risorse per il benessere dei cittadini e la sicurezza delle loro economie.

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93 La conoscenza aperta e indipendente.

Come si possono affrontare difficoltà tanto complesse? Non basta più una politica fatta di improvvisazione, né di retorica convincente. Serve un metodo che consenta l’incontro tra trasparenza, competenza, e verifica dei risultati per migliorarli. Bisogna andare molto in profondità nelle questioni che riguardano tutti i cittadini, per mettere in luce i singoli aspetti che normalmente la politica vuol far credere di conoscere, però lascia volutamente nel vago. Questo suo atteggiamento è funzionale a garantirsi “libertà di manovra” per condurre battaglie su elementi di superficie, utili assieme agli slogan a sostenere visioni forzatamente parziali, obbligando al rigido scontro su di esse. Ciò impedisce ai cittadini di capire che ogni argomento potrebbe essere trattato indipendentemente dagli schieramenti, e che, liberato da tali vincoli, avrebbe maggiori probabilità di tradursi in una soluzione modificabile non per impedire il successo dell’avversario, ma per ottenere risultati di più alto livello.

La cultura aperta, la diffusione della conoscenza, l’approfondimento di tutte le componenti che caratterizzano ogni questione sociale, sono gli elementi che consentono di trovare le più ampie possibilità di superamento delle difficoltà e di evidenziare e isolare le pretestuose rigidità che sono l’alimento preferito degli schieramenti e una delle principali motivazioni dell’inadeguatezza politica.

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94 Quali doti servono ai cittadini?

E’ ovvio che gli italiani, obbligati al pari se non più dei cittadini di altri paesi occidentali, ad essere divisi per decenni e a sospettare l’uno dell’altro, devono fare dei grandi passi mentali per avviare ciò che serve. Le condizioni di particolare degrado della politica obbligano a tentare ciò che in altre epoche poteva sembrare impossibile. Non mancherà chi lavorerà per contrastare questa maturazione psicologica, intuendone le gigantesche potenzialità di Cambiamento per le società.

Per costruirlo in Italia credo che serviranno importanti doti: volontà di sottoporsi a regole che impediscano alla politica di calpestare le leggi e agli illeciti di gestire le risorse di tutti; intelligenza per vedere le potenzialità; sensibilità; apertura; collaborazione; creatività per andare oltre l’esistente; reciproca fiducia dei cittadini di tutto il Paese; desiderio di allenarsi alla libertà mentale; molta tenacia; soprattutto abbandono della difesa di interessi particolari; volontà di tutelare le risorse dei cittadini, morali e finanziarie, preziose e comuni, opportunità per sviluppare le libertà di ognuno. E poi moltissima volontà di costruire insieme il nuovo e di guardare avanti.

Altre importanti sensibilità potrebbero far compiere un grande passo psicologico ai cittadini.

Sarebbe molto importante che evitassimo di individuare nelle parole, ma anche nei precedenti orientamenti politici, elementi sui quali fare leva per cercare distinguo, colpevolizzazioni e particolarismi, che obbligherebbero a rimanere nel solco di una rovinosa e malata disponibilità allo scontro.

Sarebbe estremamente proficuo renderci disponibili ad aspettare un attimo prima di partire a controbattere sulle parole altrui, cercando piuttosto di concentrare l’attenzione sulla volontà di ascoltare e capire l’esigenza che manifestano, per vedere se in esse troviamo punti di contatto con le necessità che si esprimerebbero nel nostro pensiero. In sostanza sarebbe fondamentale il fatto di passare dall’abitudine a far prevalere ad ogni costo la nostra posizione, alla volontà di segnalare disponibilità ad unirci fuori dalla conflittualità, pensando prima ancora che a confrontarci sulle possibili strade da prendere, all’importanza di costruirle insieme per conferire loro maggiore forza, determinando benefici che diventerebbero disponibili e potenziati per ogni cittadino.

Si potrebbe cominciare ad usare l’indipendenza del pensiero per manifestare la volontà di coesione. Queste due dimensioni sembrano essere in contraddizione, in realtà possono offrire grandi potenzialità, qualora il presupposto sia la consapevolezza che l’unione è uno dei più grandi valori da costruire, perché rende enormemente più forti. E’ un percorso psicologico meno facile delle promesse rivolte a milioni di individualità che poi si muovano separate, ognuna per la propria strada, ognuna in attesa di un leader che conduca contro un altro leader. Si tratterebbe di un’evoluzione che richiederebbe l’intervento della responsabilità di ognuno e moltissima collaborazione, nella consapevolezza che ciò possa attribuire superiori livelli di forza e benessere a tutto un Paese, e quindi anche a milioni di persone non più isolate e indifese di fronte alle crisi, alle mafie o alla corruzione.

Sarebbe un grandissimo passo in avanti se milioni di donne e di uomini italiani, stanchi del presente e desiderosi di creare un grande e responsabile futuro al proprio Paese, scegliessero una strada mentale che li portasse a dire: non voglio più trovare elementi di divisione con altri cittadini che come me non sanno come fare per salvare l’Italia, ma desidero in tutti i modi mettermi a disposizione di una mentalità nuova, che contribuisco a creare, mettendomi in sintonia con milioni di altre persone, per generare fondamenta nuove, unite e solide per tutto il Paese, quindi per le nostre regioni, le nostre città, le nostre attività, le nostre famiglie, il nostro futuro. Indipendentemente dalle differenze.

Un primo importante livello di ben essere sarebbe già a disposizione nel vedere formarsi un’intenzione collaborativa, sale della vera crescita di un Paese. Si genererebbe una disponibilità a collaborare per essere tutti più liberi e meno deboli, senza omologazioni né dirigismi, ma con un percorso condiviso, ed una direzione individuata insieme per essere costruita insieme. Più che in qualcosa o in qualcuno serve il credere nella trasparente forza di cittadini uniti per i cittadini.

L’incontro tra cittadini mossi e rafforzati da una volontà di unione deve avvenire in ogni città ed in ogni regione per un progetto che sia di autentico Cambiamento, italiano ed europeo.

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INDICE

Capitolo  1) ITALIA. DOVE SIAMO

Capitolo 2) ITALIA. DOVE POSSIAMO ANDARE

VAI AVANTI A:

Capitolo 4) UNA PROPOSTA PER UNIRE I CITTADINI FUORI DAGLI SCHIERAMENTI

PARTE SECONDA

Capitolo 5) I RISCHI DI UN’EUROPA  SENZA POLITICA

Capitolo 6) I RISCHI DI UNA FINANZA SENZA REGOLE

Capitolo 7) I RISCHI DI ECONOMIE SLEGATE DAI VALORI DELLE SOCIETA’

 Capitolo 8) LA CRISI DELL’OCCIDENTE E DELLE SUE DEMOCRAZIE

Capitolo 9) LA RIGENERAZIONE:  LA CONDIVISIONE DI REGOLE PER LE LIBERTA’ ED IL BEN  ESSERE

APPENDICE SULLA CORTE DEI CONTI

Nota sul metodo.


[i] Leonardo Sciascia, A futura memoria, (se la memoria ha un futuro), Gruppo editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas, 1992, p. 25.

[ii] Pino Aprile, Terroni, ed Piemme 2010. Lorenzo Del Boca, Polentoni. Come e perché il Nord è stato tradito, ed Piemme 2011. Emilio Gentile, La Grande Italia. Il mito della nazione nel XX secolo, Laterza, 2011.

Alberto Abruzzese e Germano Scurti, in L’identità mediale degli italiani. Contro la repubblica degli scrittori, Marsilio, 2001,hanno sottolineato che forse la cultura italiana ha insistito anche troppo sui presunti motivi di una crisi di identità nazionale, al punto da contribuire essi stessi ad alimentare il senso di crisi, e a indurre la società a rimanere attaccata a posizioni ideologiche aggrappate al passato.

[iii] Michele        Polo,   Crimine          organizzato,   una     zavorra          alla     crescita,         nel       sito      La             voce http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002331.html.

[iv] Gianfranco Viesti, Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è, Laterza, 2009.

[v] Rapporto Svimez 2011 sull’economia del Mezzogiorno, consultabile online nel sito http://www.svimez.it/.

Sergio Rizzo, I fondi UE a rischio che il Sud utilizza solo per un decimo, Il Corriere della Sera, 19.8.2011. Antonio Vastarelli, Sui consumi è già recessione. Il Mezzogiorno sta per esplodere, Il Mattino, 21.8.2011.

[vi] Si veda l’illuminante e documentata indagine televisiva condotta da Riccardo Iacona, Il Popolo, Presa diretta, RAI3, 25.9.2011, consultabile online nel sito di RAI3.

[vii] Elisabetta Ambrosi e Alessandro Rosina, Non è un paese per giovani, Marsilio, 2009.

[viii] Franco Bechis, Italia, che euro-fregatura: l’Unione ci deve 6,5 miliardi all’anno, Libero, 22.4.2011, Libero   http://www.libero-   news.it/news/720397/Italia__che_euro_fregatura__l_Unione_ci_deve_____miliardi_all_anno.html

[ix] Gianfranco Viesti, Ma i problemi restano, e, dello stesso autore, E’            tempo di        scelte  per      il         Sud, articoli pubblicati nel sito indipendente di informazione e analisi economica La voce (http://www.lavoce.info/articoli/pagina965.html).

[x] Dario di Vico, in Piccoli, La pancia del Paese, Marsilio, 2010.

[xi] Natascia Porcellato, Il Nord Est boccia la manovra e “alza la voce” con il Governo, Osservatorio sul Nord Est, Demos&Pi per Il Gazzettino, 13.9.2011.

[xii] Loreto Di Nucci, Ernesto Galli Della Loggia (a cura di), Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell’Italia contemporanea, Il Mulino, 2003; in quest’opera Giovanni Sabbatucci ha approfondito Il ruolo della Grande Guerra come fattore di divisione.

Ulderico Bernardi, Un’infanzia nel’45. Nel Veneto della guerra civile, Marsilio, 1999.

[xiii] Roberto Chiarini L’ultimo fascismo. Storia e memoria della repubblica di Salò, Marsilio, 2009; dello stesso autore Il 25 aprile, Marsilio, 2005.

[xiv] Edmondo Berselli, Post italiani. Cronache di un paese provvisorio, Laterza, 2003.

[xv] Michele Ainis, L’assedio. La Costituzione e i suoi nemici, Longanesi, 2011. L’autore esprime interessanti osservazioni anche in Stato matto. L’Italia che non funziona (e qualche proposta per rimetterla in moto), Garzanti, 2007.

[xvi] Natascia Porcellato, Il Nordest dei pessimisti: “altri due anni di crisi” e Risparmio, ogni mese il 54% consuma tutto lo stipendio, Osservatorio sul Nord Est, indagini svolte su incarico de Il Gazzettino, consultabili nel sito di Demos & Pi.

[xvii] Amartya Sen, in Identità e violenza, Laterza, 2006, sottolinea il fatto che classificare le persone unicamente sulla base della religione o della cultura è un’importante fonte di conflitto potenziale nel mondo contemporaneo. In realtà, così facendo, si trascura di osservare che quegli stessi individui, appartengono contemporaneamente ad altri gruppi, accomunati da legami economici, sociali, politici, o da altro genere di legami culturali. Inoltre l’autore sostiene che l’insistenza sull’idea di appartenenza e di identità, conseguente al fatto di nascere in un particolare background sociale, non esprime libertà culturale, non essendo frutto di una scelta. Ma la libertà di scelta è proprio ciò di cui la nostra società ha bisogno sopra ogni altra cosa, per affrontare le difficoltà e le complessità contemporanee.

[xviii] Paolo Rumiz, La secessione leggera. Dove nasce la rabbia del profondo Nord, Feltrinelli, 2001.

Massimo Mucchetti,  Il grande intreccio padano e il sottile veleno della politica. Da Torino a Padova il groviglio tra banchieri, manager  e  grande finanza. Il Corriere della Sera, 30 aprile 2010, (http://www.corriere.it/economia/10_aprile_30/grande_intreccio_padano_b7d4f814-541d-11df-a5b5-00144f02aabe.shtml.

[xix] Anche la cultura dei dialetti potrebbe fornire grande contributo di umanità, se fosse utilizzata per esprimere sensibilità universale, come fecero Luigi Meneghello e Andrea Zanzotto.

[xx] Simone Weil (1909-1943), nel “Manifesto per la soppressione dei partiti politici”, Castelvecchi, 2008, compì una feroce analisi dei partiti politici, criticando l’idea che fossero gli unici strumenti possibili per giungere a comporre le istituzioni sociali. L’autrice riteneva che i partiti, con il proprio costringere gli aderenti a sottomettere la propria intelligenza e la propria autonomia di giudizio, finiscono per creare uno sbarramento tra i cittadini e le istituzioni, piegando queste ultime al proprio interesse e determinando la degenerazione della democrazia, attraverso l’educazione continua alla faziosità e la rinuncia dell’autonomia pensante.

[xxi] Il Patto di Stabilità e Crescita è sottoscritto dai paesi che aderiscono all’Euro, maè aperto all’adesione degli altri Stati membri non aderenti all’Euro; al 2011 avevano aderito al Patto i governi di Bulgaria, Danimarca, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania.

[xxii] Corte dei conti, Rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica pagine 37 e seguenti, 42 e seguenti,  e  50  e    seguenti,     (http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sezioni_riunite/sezioni_riunite_in_sede_di_controllo/2011/delibera_28_2011_contr.pdf). A pagina 42 del rapporto la Corte evidenzia che Il Documento di economia e finanza (DEF) 2011 emanato dal governo italiano prevedeva nel biennio 2013-2014 il peso maggiore delle misure correttive.

Il Documento di Economia e Finanza 2011 si trova nel sito http://www.mef.gov.it/primo-piano/primo-piano.asp?ppid=26691.

[xxiii] Stefano feltri, Lettera della Bce, la vera storia, 12 maggio 2012 Il Fatto quotidiano.

[xxiv] Nel sito della Fondazione Astrid, alla voce Fondazioni bancarie,si trova una vasta rassegna stampa: http://www.astrid-online.it/Disciplina/Rassegna-s/index.htm.

[xxv] Corte dei conti, Rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica pagine 37 e seguenti, 42 e seguenti,              50       e          seguenti,          consultabile     nel       sito            http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sezioni_riunite/sezioni_riunite_in_sede_di_controllo/2011/delibera_28_2011_contr.pdf.

[xxvi] Nel sito http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/qef_31/QEF_31.pdf si trova l’analisi di Maura Francese e Angelo Pace, Il debito pubblico italiano dall’Unità ad oggi. Una ricostruzione della serie storica, Banca d’Italia, ottobre 2008. Al cap. 4, “Serie storica del debito pubblico italiano”, nella figura 2 si trova la curva espressa attraverso il logaritmo naturale ( cioè quel numero che dato come esponente alla base e =2. 71828… fornisce la potenza, che in questo caso è il valore del debito), moltiplicato per milioni di euro, del valore assoluto del debito pubblico italiano, dal 1861 agli anni successivi all’introduzione dell’euro, avvenuta nel 2002.  Facendo i calcoli del logaritmo naturale si vede che il debito pubblico italiano è passato da circa 3 miliardi di euro degli inizi degli anni ’60 a circa 22 miliardi di euro del 1971; nel corso degli anni ’70 è cresciuto progressivamente fino a circa 160 miliardi di euro del 1981; nel corso degli anni ’80 e fino agli anni 1992-1993, (anni della firma e dell’entrata in vigore del trattato sull’unione europea di Maastricht ) cresceva fino ad avvicinarsi al valore di 1200 miliardi di euro, poi continuava a salire, seppure in misura più contenuta, anche nel ventennio successivo.  Gli autori analizzano il rapporto tra debito e prodotto italiano (Pil) e il corrispondente rapporto per Stati Uniti, Inghilterra e Germania (grafico di Figura 12 tabella C, pag. 29). Il raffronto evidenzia che il rapporto debito/Pil italiano passa da un valore inferiore al 40% negli anni ’50 e ’60, cresce fino al 60% negli anni ’70, nella prima metà degli anni ’80 arriva all’80%, nella seconda metà raggiunge il 100%, e nei primi anni ’90 raggiunge e supera il 120%. Scende fino a valori intorno al 110% nella prima metà degli anni 2000.

La Germania, che nel 1990 ha conosciuto l’unificazione della sua parte ovest con quella est, aveva un rapporto debito/Pil del 40% negli anni ’80, del 60% negli anni ’90 e intorno al 70% nei primi anni 2000.

La Ragioneria Generale dello Stato ha pubblicato La Spesa dello Stato dall’Unità d’Italia, anni 1862-2009, consultabile nel sito http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Servizio-s/Studi-e-do/La-spesa-dello-stato/La_spesa_dello_Stato_dall_unit_d_Italia.pdf.

Nel      sito      dell’Istat http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20100422_01/testointegrale20100422.pdf si possono leggere le Tavole di Notifica dell’indebitamento netto e del debito delle Amministrazioni Pubbliche secondo il Trattato di Maastricht.  A pagina 3, figg. 1 e 2 si trovano grafici illustrativi della progressione italiana dell’indebitamento netto (valore aggregato cui è necessario far riferimento per la verifica del rispetto dei criteri di convergenza fissati a Maastricht. Si tratta di un aggregato più ampio rispetto al deficit pubblico poiché, secondo i criteri elaborati dall’Ufficio statistico dell’Unione europea Eurostat, esso deve far riferimento al conto delle amministrazioni pubbliche, che è riferito ad entrate e spese effettivamente conseguite e sostenute), degli interessi passivi e del saldo primario (differenza tra entrate e spese escludendo gli interessi passivi), tutti in rapporto al Pil, e del rapporto debito/Pil, nel periodo 2006-2010. Per la partecipazione alla fase finale dell’Unione Europea, il Trattato di Maastricht stabilisce che il rapporto fra l’indebitamento netto della P.A. ed il Pil non possa essere superiore al 3%.

Come si vede dal seguente prospetto (che riporta i dati, con Procedura Deficit Eccessivi (PDE), del prospetto1 di pagina 2 del lavoro dell’Istat), aggiornato al 22 aprile 2010, l’Italia manifestava questo andamento:

 Principali aggregati di finanza pubblica. Anni 2006-2010 (*)(Dati in milioni di euro e valori percentuali) Anni                                                                                       2006 (a)                       2007 (b)        2008 (b)                               2009 (c)                     2010 (d)Indebitamento netto PDE                                    -49.403                             -23.191                          -42.575                      -80.800                        -77.945Indebitamento netto PDE sul PIL                 -3,3                                    -1,5                              -2,7                            -5,3                                  -5,0Debito pubblico (e)                                       1.582.081               1.599.755         1.663.452        1.760.765              1.838.614Debito pubblico sul PIL                                           106,5               103,5                              106,1                          115,8                           116,9Interessi passivi PDE                              68.578                                77.126                      81.161                            71.288                                  76.317Interessi passivi PDE su PIL                                 4,6                            5,0                                5,2                              4,7                               4,9Saldo primario                                                          19.175                         53.935                         38.586                         -9.512                        -1.628Saldo primario su PIL                                         1,3                               3,5                               2,5                              -0,6                             -0,1PIL                                                                           1.485.377                1.546.177        1.567.851        1.520.870                   1.572.388Fonti: per il Debito Pubblico Banca d’Italia; per i dati di previsione Ministero dell’Economia e Finanze.(*). Eventuali mancate quadrature sono dovute agli arrotondamenti.a) dati definitivi, b) dati semidefinitivi, c) dati provvisori, d) dati di previsione, e) dati definitivi per gli anni 2006-2009.

Il prospetto evidenzia un rapporto debito/Pil crescente negli anni 2008-2010. In questo periodo la crisi finanziaria del 2008 ha contratto il Pil (e verosimilmente ha comportato una riduzione delle entrate fiscali sul reddito prodotto), ma il Paese ha continuato lungo una linea di incremento del debito, con interessi passivi che oscillano sui valori degli anni precedenti. Inoltre si nota che non è rispettato il vincolo derivante dal Trattato di Maastricht che stabilisce che il rapporto fra l’indebitamento netto della pubblica amministrazione ed il Pil non possa essere superiore al 3%.

Nel suo sito il Sole 24ore ( http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-12-14/nuovo-record-debito-pubblico-114523.shtml?uuid=AY9T1arC&fromSearch) il 12 dicembre 2010 pubblicava l’articolo Bankitalia: debito pubblico record, si riducono le entrate fiscali, nel quale si scriveva: “Nuovo record per il debito pubblico italiano, che nel mese di ottobre ha raggiunto i 1.867 miliardi di euro, contro gli 1.844 miliardi del mese di settembre. È quanto si legge nel supplemento  al  Bollettino  di  Finanza   Pubblica di  Bankitalia.
Rispetto all’ottobre 2009 – si legge nel documento – quando il debito delle amministrazioni pubbliche era a 1.804,5 miliardi, il debito è aumentato di circa 63 miliardi. L’aumento è ancora più alto se si calcola l’incremento dall’inizio dell’anno: rispetto ai 1.763,6 miliardi di fine dicembre la crescita   è    stata    di  104     miliardi,  con     un   incrementodel  5,9%.
Bankitalia segnala che il debito delle amministrazioni locali a ottobre 2010 ha raggiunto quota 111.365 milioni, in calo di 1.035 milioni rispetto ad agosto. Il debito degli enti locali è ascrivibile per 41.239 milioni alle Regioni, per 9.137 milioni alle Province e a 49.338 ai Comuni. A settembre – si legge nel documento – le amministrazioni locali del Nord Ovest segnalano un debito di 30.646 milioni (…), il Nord Est a 16.583 milioni (…), il Centro a 30.386 milioni (…), il Sud a 24.989 milioni    (…)    e    le   Isole     a   8.760   milioni (…).
Sul fronte delle entrate fiscali, Bankitalia dice che nei primi dieci mesi del 2010 le entrate tributarie del Bilancio dello Stato si sono attestate a 294,307 miliardi di euro, riducendosi dell’1,8% (-5,2 miliardi) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il confronto a distanza di un anno è influenzato dal fatto che nel 2010 si è notevolmente ridotto il gettito delle imposte sostitutive introdotte con il decreto anticrisi del novembre del 2008, che nel 2009 aveva in larga misura natura una tantum.”.

[xxvii] Carlo M. Cipolla, Storia facile dell’economia italiana dal medioevo ad oggi, Mondadori, 1995.

Tonia Mastrobuoni, La lunga marcia del debito italiano, La Stampa, 13 agosto 2011.

Paolo Tordi, Simone Bemporad, Tanto paga Pantalone. Storia del caso Efim, Pieraldo editore, 1995. Massimo Mucchetti, Tesoro e banche centrali, il divorzio è     finito?,    Corriere   della    Sera  del  6   giugno    2010, http://archiviostorico.corriere.it/2010/giugno/06/Tesoro_Banche_centrali_divorzio_finito_co_9_100606053.shtml.

[xxviii] Alfio Mastropaolo, Antipolitica. All’origine della crisi italiana L’Ancora del mediterraneo, 2000.

[xxix] Mario Sechi, intervento nel corso della trasmissione televisiva Omnibus di La7, del 27.8.2012.

[xxx] Angelo Panebianco, Si fa presto a dire crescita, Corriere della Sera 29.8.2012.

[xxxi] L’articolo redazionale del sito di analisi economica indipendente La Voce, Tornare a crescere,    un       obbligo  per l’Italia,   http://www.lavoce.info/articoli/-conti_pubblici/pagina1002371.html.

[xxxii] Utili in proposito la relazione della Banca d’Italia La condizione finanziaria delle famiglie   e   delle   imprese http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/relann/rel10/rel10it/economia_italiana/rel10_14_condizione_famiglie_imprese.pdf .

Indagine dell’Istat relativa agli anni 200-2011, Risparmio, reddito e consumi delle famiglie,

http://www.istat.it/dati/catalogo/20110523_00/grafici/4_1.html

In proposito Michele Polo, Crimine organizzato, una zavorra alla crescita, nel sito LaVoce, http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002331.html, e Di Gennaro e La Spina (a cura di), I costi dell’illegalità, Camorra ed estorsioni in Campania, Bologna, Il Mulino, 2010.

[xxxiii] Rapporto annuale Istat La situazione del Paese nel 2010, a    pg 22,  consultabile     nel  sito http://www.istat.it/dati/catalogo/20110523_00/sintesi_2011.pdf,    e    Rapporto La   povertà      in Italia, http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/povita/20110715_00/.

Importanti le osservazioni di Francesco Daveri, Una nuova regola: non paga Pantalone, nel sito LaVoce, (http://www.lavoce.info/articoli/-conti_pubblici/pagina1002328.html).

[xxxiv]  Crisi,  Confesercenti:  su  famiglie  stangata  dalla   manovra da   33   miliardi,   Il   Messaggero,    17.9.2011       articolo  consultabile      online   nel  sito http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=163308&ctc=0&ordine=asc.

[xxxv] Boom delle sofferenze bancarie: +21,2 mld (pari al +40%) nell’ultimo anno, comunicato pubblicato online nel sito Cgia di Mestre,

http://www.cgiamestre.com/2011/10/boom-delle-sofferenze-bancarie-212-mld-pari-al-40-nell%e2%80%99ultimo-anno/.

Cgia Mestre: “Aumento tassi costato a imprese 2,6 miliardi”, La Repubblica 1 ottobre 2011, http://www.repubblica.it/economia/2011/10/01/news/aumento_tassi_costato_a_imprese_2_6_miliardi-22516484/.

[xxxvi]  Dati dello studio della   CGIA di Mestre: Pressione fiscale shock: nel 2014 quella reale supererà il 54%, consultabile nel sito dell’Associazione

http://www.cgiamestre.com/2011/09/pressione-fiscale-shock-nel-2014-quella-reale-superera%E2%80%99-il-54/.

[xxxvii] Banca d’Italia, Economie regionali. L’economia delle regioni italiane. Dinamiche recenti e aspetti strutturali, rapporto annuale novembre 2011, consultabile online nel sito http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/ecore/2011/analisi_m/1123_economieregionali/economia-delle-regioni-italiane.pdf. Ho considerato  quanto pubblicato  dall’Istat a   gennaio  2012: http://www.istat.it/it/archivio/51884.

[xxxviii] Angelo Panebianco, Il vento forte dell’antipolitica, Il Corriere della Sera, 24 luglio 2011.

[xxxix] Corte dei conti, Obiettivi e risultati delle operazioni  di  privatizzazione  di  partecipazioni  pubbliche,   a    pg7,    8, 194;   http://www.corteconti.it/opencms/opencms/handle404?exporturi=/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_centrale_controllo_amm_stato/2010/delibera_3_2010_g_relazione.pdf&%5D.

In proposito l’articolo La Corte dei conti svela il lato oscuro delle privatizzazioni, Il Giornale, 27 febbraio            2010,  nel sito  http://www.ilgiornale.it/economia/la_corte_conti_svela_lato_oscuro_privatizzazioni/finanza-azioni-energia-euro-inflazione-privatizzazioni_tariffe_corte_conti/27-02-2010/articolo-id=425552-page=0-comments=1.

[xl] Massimo Mucchetti, Acquedotto pugliese. Se sale il voto sul debito, Il Corriere della Sera, 24 giugno 2011.

[xli] Massimo Mucchetti, Ci vorrebbe un Beneduce, articolo del 27.3.2004, Il Corriere  della Sera,  nel sito  http://archiviostorico.corriere.it/2004/marzo/27/VORREBBE_BENEDUCE_co_9_040327133.shtml. Dello stesso autore Lo Stato, da imprenditore a cassettista, articolo del 25.4.2005, Il     Corriere   della  Sera,   nel  sito http://archiviostorico.corriere.it/2005/aprile/25/Stato_imprenditore_cassettista_ce_0_050425222.shtml.

[xlii] Salvatore Settis, Paesaggio, Costituzione Cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile, Einaudi, 2010.

[xliii] Sul tema Andrea Garibaldi, Antonio Massari, Marco Preve, Giuseppe Salvaggiulo, Ferruccio Sansa, La colata. Il partito del cemento che sta cancellando l’Italia e il suo futuro, Chiarelettere, 2010; Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella, Vandali. L’assalto alle bellezze d’Italia. Rizzoli, 2011.

[xliv] Pietro Grasso, Alberto La Volpe, Per non morire di mafia, Sperling & Kupfer, 2009; interessanti le valutazioni a pagina 280 e seguenti.

[xlv] Michele Fratianni, Antonio Maria Rinaldi, Paolo Savona, Una cura doppia per il debito, Il Sole 24 ore, 28.8.2012.

[xlvi] Gustavo Piga, Liberi di spendere. Bene, e Come uscire facile facile da questa crisi con la politica economica, pubblicati nel sito http://www.gustavopiga.it.

[xlvii] Il Centro studi di Confindustria ha sottolineato la rilevanza delle nuove tecnologie, della sostenibilità ambientale, del risparmio energetico e dell’innalzamento del valore fondato sulla conoscenza nel suo convegno Effetti della crisi, materie prime e rilancio manifatturiero. Le strategie delle imprese italiane, del 9 giugno 2011.

Luca Mercalli, in Prepariamoci, Chiarelettere, 2011, mette in luce la necessità di una nuova intelligenza collettiva che conduca ad un programma di scelte di cambiamento, per affrontare le varie crisi del nostro tempo.

[xlviii] Marco Ferrando, Obiettivo 20-20-20, Il sole 24 Ore, 18 settembre 2011. Si veda anche   il  sito  del   Parlamento  europeo  http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=IM-PRESS&reference=20081216IPR44857&language=IT.

[xlix] Luca Meldolesi, in Il nuovo arriva dal Sud. Una politica economica per il federalismo, Marsilio, 2009, individua gli anelli mancanti delle politiche economiche e amministrative del Sud.

[l] Riccardo Iacona, Il Popolo, Presa diretta, RAI3, 25.9.2011, consultabile online nel sito di RAI3.

[li] Ilvo Diamanti, Mappe – Il movimento che rende visibile il cambiamento del Paese, La Repubblica, 27 giugno 2011. Massimo Franco, Segnali dal Paese, Il Corriere della Sera, 13 giugno 2011,   http://www.corriere.it/editoriali/11_giugno_13/franco-referendum_07d6f530-957f-11e0-822f-1a3a3d1370d0.shtml

[lii] Alfio Mastropaolo, La democrazia è una causa persa? Paradossi di un’invenzione imperfetta, Bollati Boringhieri, 2011.