Capitolo 4) Una proposta per unire i cittadini fuori dagli schieramenti

95 Una nuova entità politica che ci faccia passare dalla sudditanza alla sana cittadinanza.

Questo tentativo vuole essere un contributo a disposizione di chiunque abbia a cuore le sorti del proprio Paese, così propone un insieme di elementi di riflessione, approfondibile ed ampliabile da un dibattito che si svolga tra i cittadini, le imprese, la cultura e la ricerca, tra chi ami l’Italia nel Sud, nel Centro, nel Nord, e voglia vederli uniti, aspirando ad un importante ruolo del Paese in un’Europa tutta da costruire. Cittadini provenienti dai diversi ambiti, che vogliano incontrarsi con uno spirito libero dai pregiudizi e dagli schemi della partitica, che si ascoltino e si riconoscano come persone dalla cui esperienza e concretezza si possa partire per definire un programma di Cambiamento in profondità. Persone che capiscono la fondamentale importanza di incontrarsi provenendo da culture ed esperienze differenti, per andare oltre la limitatezza imposta dagli schieramenti.

Credo che siano i cittadini di tutte le fasce sociali, e delle varie realtà che compongono il Paese, a dover mettere a fuoco il programma che vogliono. Sfidando l’idea che i cittadini debbano aspettare le grandi manovre o il balbettio dei partiti, provo ad iniziare a vedere quali possibilità costruttive si determinerebbero attraverso un programma di Cambiamento del Paese che prescindesse dagli schieramenti. Niente di mirabolante né miracolistico, solo elementi di riflessione, molti dei quali nemmeno nuovi e oggetto delle ripetute osservazioni di molti studiosi, però soffocati dall’inconcludente litigiosità e dalla marea di inutili finti obiettivi a lungo imposti dai partiti. Alcuni di questi elementi sono diventati oggetto di dibattito anche in seguito all’attività intrapresa dal governo di natura tecnica insediatosi a fine 2011, e altri potrebbero essere oggetto delle scelte alle quali obbligheranno le mutate condizioni politiche e la straordinaria gravità delle condizioni del Paese.

Mi sembra che gli elementi cruciali potrebbero essere due, tra loro intrecciati: la necessità di un cambiamento istituzionale che determini la separazione della politica dalla gestione delle risorse pubbliche; e l’urgenza di un cambiamento nella visione del Paese, per rivitalizzarne l’economia, per rispondere alla dimensione del debito pubblico, per creare nuove condizioni di libertà per i cittadini e le imprese.

Dalla combinazione di entrambi gli obiettivi potrebbero derivare benefici istituzionali ed economici in grado di rinsaldare il Paese, proiettandolo verso traguardi veramente importanti, che solo i cittadini uniti possono costruire.

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96 I) L’urgenza di un cambiamento istituzionale per una gestione efficiente e indipendente.

97 a) Togliere ai partiti la gestione del denaro pubblico.

Obiettivo primario di una nuova entità politica dei cittadini dovrebbe essere quello di unirli per togliere ai partiti la gestione del denaro pubblico. Un cambiamento normativo potrebbe stabilire che presidenti degli enti, consiglieri di amministrazione, manager di qualsiasi grado, consulenti e tutte le figure di responsabilità non siano mai nominati dalla politica. Tutte queste figure, in ogni ente pubblico, o a partecipazione e finanziamento pubblico, dovrebbero essere selezionate da un organo indipendente dalla politica sulla base della professionalità, e dei risultati ottenuti nel conseguimento dell’efficienza nei ruoli di conduzione e direzione amministrativa. La selezione dovrebbe avvenire in base a criteri di casualità e rotazione, tra candidati di pari merito, i quali siano sottoposti al vincolo del continuo conseguimento dell’efficienza nell’utilizzo delle risorse pubbliche ed al periodico controllo sui risultati ottenuti. Si dovrebbe prevederne la revocabilità per grave inadempienza da parte di commissioni di esperti, anch’essi scelti con criteri di indipendenza dai partiti, a rotazione, ed a costo molto contenuto.

Qualcuno potrebbe obiettare che, essendo gli esseri umani corruttibili, anche le figure di amministrazione selezionate in tal modo potrebbero esserlo. Non ho dubbi circa la corruttibilità di noi esseri umani, ma l’obiezione è molto fragile nella finalità, se si avanzerà per cercare di banalizzare le intenzioni di cambiamento. Infatti, non è in questione la possibilità di trovare esseri umani non corruttibili, ma la volontà di impedire che molti politici, anziché tutelare i cittadini, si servano impropriamente della funzione assegnata dalla Costituzionale ai partiti, utilizzando il ruolo e la legittimazione istituzionale per inserirsi nella gestione, determinando continua capacità di distruzione delle risorse.

Il motivo che induce ad una proposta di questo tipo è l’idea che un rinnovato metodo di selezione ed amministrazione possa apportare molta più efficienza, consentendo di aggredire ed isolare i casi di corruzione, i quali non potrebbero agganciarsi tra loro, né farsi scudo del potere e della protezione riconosciuta al partito o all’uomo politico. Inoltre vi sarebbe molta più trasparenza e possibilità di controllo, determinando per la politica l’obbligo di svolgere un ruolo depurato e prezioso, coerente con la Costituzione, apribile alla partecipazione nell’interesse dei cittadini.

Sarebbe inoltre utile valutare la forte riduzione del costo e del numero dei componenti dei consigli di amministrazione, o addirittura pensare ad amministratori unici, coordinati dalle indicazioni fornite dall’organo indipendente, al quale fossero attribuite competenze di controllo delle procedure di nomina e dell’efficienza conseguita.

Procedure di selezione totalmente nuove comporterebbero nuovi metodi di gestione della pubblica amministrazione e di tutto quanto è ad essa connesso. Vorrebbe dire invertire la proporzione di tempo e attenzione dedicati dalla partitica, che per decenni, attraverso idee caotiche e scarsa competenza, ha impegnato forse l’1% del tempo a discutere della direzione economica e politica del Paese, contro il 99% di tempo ed energie dedicate a “gestire” poltrone, incarichi, nomine, appalti, ed a litigare per tutte queste, producendo una voragine di spesa che ha complicato le drammatiche urgenze del Paese.

Ritengo che questo obiettivo contribuirebbe in modo determinante tanto alla riduzione del debito pubblico, quanto a contrastare il proliferare di illegalità e di organizzazioni criminali, le quali hanno bisogno di una debole e malata politica per continuare ad essere l’altro gravissimo impedimento alla libertà del Paese.

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98 Il controllo sulla gestione. La Corte sconosciuta e nascosta.

Penso che nel funzionamento di un nuovo e trasparente meccanismo istituzionale di individuazione di come si gestisce il denaro pubblico, dovrebbe essere in primo luogo coinvolta la Corte dei conti, organo ausiliare previsto dalla Costituzione, magistratura competente, profonda conoscitrice dei costi e delle necessità di efficienza nella spesa pubblica, degli illeciti che coinvolgono i pubblici amministratori, delle esigenze di equilibrio del bilancio pubblico, dei motivi dello sperpero e degli abusi dei partiti, delle lacune legislative e organizzative, inascoltata suggeritrice di possibili correttivi per il conseguimento dell’efficienza della macchina amministrativa.[i]

L’articolo 100 della Costituzione stabilisce che “la Corte dei conti esercita il controllo preventivo di legittimità sugli atti del Governo, e anche quello successivo sulla gestione del bilancio dello Stato; partecipa, nei casi e nelle forme stabiliti dalla legge, al controllo sulla gestione finanziaria degli enti a cui lo Stato contribuisce in via ordinaria”. La Corte “riferisce direttamente alle Camere sul risultato del riscontro eseguito”, mentre “la legge assicura la sua indipendenza e quella dei suoi componenti di fronte al Governo”. L’articolo 103 specifica che la Corte dei conti “ha giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica e nelle altre specificate dalla legge”.

E’ evidente che le previsioni di questi articoli, seppure non determinino la soluzione già esattamente confezionata, delineano precisamente la via d’uscita: il controllo sulla gestione. E’ il controllo sui risultati che può ottenere l’efficienza: un controllo ed un’efficienza che i politici non possono fare e non vogliono. E ciò perché la gestione seria non è uno scherzo: è l’esatto contrario del disastro che i partiti compiono da decenni ai danni dei cittadini.

Il controllo sulla gestione dovrebbe avvenire non solo a posteriori, ma essere previsto addirittura come principio a priori e obbligo operativo di tutti i ruoli guida, in tutte le amministrazioni, per ottenere l’efficienza delle scelte e dell’agire economico pubblico. Tale obbligo di controllo operativo e preventivo dovrebbe essere introdotto da una legge che prevedesse, sia l’attribuzione della gestione economica e finanziaria degli enti pubblici a soggetti competenti, indipendenti dai partiti, obbligati a rispondere dei risultati, sia la loro selezione attraverso trasparenti criteri e procedure, attribuendo alla Corte dei conti la competenza della loro applicazione.

Introducendo tali figure di gestione indipendente, e estendendo il ruolo di garanzia di legalità, imparzialità, trasparenza, efficienza delle procedure svolto dalla Corte dei conti, si potrebbe conseguire un potente antidoto contro il veleno mortale che da decenni viene somministrato alla democrazia italiana. Si determinerebbero le condizioni per consentire un corretto impiego del denaro pubblico, e per un grande cambiamento a favore del recupero morale e materiale delle forze vive della società.

In sostanza ritengo che il cambiamento istituzionale sarebbe possibile utilizzando le competenze di un organo fondamentale, previsto dalla Costituzione proprio per individuare uno spiraglio di indipendenza da un potere politico che possa generare cattiva gestione. Dunque non si verificherebbe alcuna introduzione di forzature istituzionali o costituzionali che possano far pensare ad un’alterazione del principio di separazione dei poteri, perché la Corte non gestirebbe nulla. Semmai si tratta di consentire a questo importante organo di svolgere tutto il peso e le funzioni assegnategli dalla Costituzione, attraverso una legge che precisi ed estenda le sue funzioni. Appare ovvio che una simile legge non potrebbe mai provenire dai partiti; può solo nascere dai cittadini che si uniscano per costringerli a cambiare.

Questi argomenti inducono a riflettere anche sull’opportunità che soprattutto le figure dei ministri siano dotate di un profilo di competenza e di visione delle esigenze pubbliche che si elevi sugli interessi di parte, non per togliere significato alla politica e ridurre tutto ad un’astratta idea di tecnicità, ma casomai per riportarla ad un superiore significato, depurandola dalla ricerca di finalità che non siano quelle di concretezza, trasparenza, efficacia.

La riflessione intorno a questi profili evidenzia quanto importante sia il ruolo di un organo dotato di forte indipendenza, e quanto essenziale sarebbe estenderne le competenze per garantire l’efficienza e l’indipendenza gestionale: si consentirebbe a tutta l’amministrazione pubblica di assorbirle come regole.

Nonostante nel corso del tempo alcune leggi abbiano tardivamente precisato e individuato le funzioni della Corte dei conti, i partiti hanno limitato in un’angusta nicchia le possibilità di autocura del sistema istituzionale, per continuare a svolgere il pesante ruolo contrario agli interessi dei cittadini., distorcendo ed alterare il ruolo e la finalità profonda e sana per i quali sono state previste le istituzioni democratiche. C’è di più: una legge del 1977 è riuscita a stabilire che il governo potrebbe nominare una porzione dei Magistrati della Corte: ciò dimostra quanto sia pericolosa l’indipendenza di quest’organo sia per la gestione che vogliono fare i partiti, sia per la corruzione, gli illeciti e le organizzazioni criminose.[ii]

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99 L’efficienza. L’àncora di salvezza dei cittadini.

Se alla Corte dei conti fosse attribuito il ruolo di garantire il conseguimento dell’efficienza e dell’indipendenza gestionale dalla politica di tutta la pubblica amministrazione, si darebbe modo alle istituzioni di liberarsi dai condizionamenti bloccanti e malati, si troverebbe un metodo importante per il rispetto dei cittadini e delle leggi, e si comincerebbe a trovare un fondamentale bandolo nell’aggrovigliata matassa italiana.

L’indipendente efficienza nell’amministrazione sarebbe la naturale protezione della Costituzione. Infatti, quando con l’articolo 97 la Carta Costituzionale si riferisce ai pubblici uffici, stabilendo che “sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”, utilizza termini che richiamano implicitamente il concetto di efficienza, che forse, all’epoca della sua ideazione, i costituenti non utilizzavano o consideravano come implicita ed ovvia conseguenza del rispetto delle leggi. Tuttavia, a distanza di molti decenni dalla promulgazione della Carta costituzionale, l’efficienza richiederebbe forse di essere più esplicitamente fissata nella Costituzione, come punto fermo dell’agire pubblico; un obiettivo più preciso della necessità di raggiungere un buon andamento.

Tutta la pubblica amministrazione deve essere portata all’efficienza. Mai come ora è necessario conseguirla e garantirla: diventa l’imperativo di uno Stato e di un’economia che non si condannino a sfaldarsi o che vogliano salvarsi dal fallimento. Se lo Stato rimane unito ma mantiene nei partiti la possibilità di gestire senza efficienza e senza rispetto delle leggi che obbliga a seguire, dietro l’angolo ci sono il fallimento economico o lo strangolamento del suo corpo sano. Se invece lo Stato si sfalda in piccoli staterelli minori non risolve comunque i problemi, perché se non ci si libera del devastante e parassitario morbo, che è il potere economico gestito senza alcuna capacità dai partiti, il problema si riproporrà esattamente uguale in ogni staterello.

Non c’è scampo al problema, se non si tocca il vizio potenzialmente insito in qualsiasi partito, il Paese e le sue parti soccombono comunque: uniti o divisi.

Ma c’è di più: se uno Stato è gestito con efficienza ed indipendenza, non c’è più l’ideologico problema di preoccuparsi di combattere contro statalisti o liberisti. Stato efficiente e liberante, e mercato veramente libero ma leale, lavorano insieme per il benessere dei cittadini. Ecco dove si va a finire se si superano gli schieramenti: li si isola nella loro falsità, nella loro malattia, e a rimanere salvi restano i cittadini, liberi di avvicinarsi gli uni agli altri con forti intenti costruttivi.

Ho pensato alla Corte dei Conti come può farlo un semplice cittadino, cercando nel suo ruolo una forte possibilità di tutelare l’interesse a vedere efficientemente impiegate le risorse pubbliche, vero bene comune da conseguire e preservare. Ho guardato alla possibilità offerta dalla Costituzione di fornire una via d’uscita istituzionale che non scardini nulla, ma che, costringendo i partiti all’autentico rispetto dei cittadini, li porti ad una rinnovata funzione per consentire un’evoluzione della società.

E’ chiaro che la proposta non può essere qui definita nei dettagli, ma anzi, attende il contributo degli esperti e dei cittadini che vogliano fornire concrete proposte nel dibattito sulle scelte di cambiamento.

L’elemento che vorrei sottolineare non è tanto la validità o fattibilità giuridica di una proposta di questo tipo, quanto la dimensione dei benefici economici e civili che un Paese conseguirebbe per gli anni a venire. Senza questa dimensione l’Italia sarebbe costretta a continue e drammatiche scelte di politica economica o fiscale, trovandosi però sempre nelle mani dell’incapacità gestionale dei partiti.

All’intervento sui modi di selezione e controllo di gestori delle risorse pubbliche indipendenti dai partiti, andrebbero agganciate riforme e modifiche legislative quali quelle che la Corte dei Conti propone inascoltata da tempo. Tra queste La Corte suggerisce una revisione della normativa in materia di appalti pubblici, che, come sanno molti imprenditori esclusi dalle gare, e per gli studi fatti in proposito dalla Banca d’Italia e dalle associazioni di categoria, sono il luogo prediletto dei meccanismi corruttivi nei quali si esplicano l’arroganza dei partiti o l’intervento delle organizzazioni criminali.[iii]

Le norme sono complesse o facilmente aggirabili da chi vuole illecitamente aggiudicarsi l’appalto, come dimostrano le indagini che hanno ricostruito i meccanismi corruttivi e di turbativa delle aste. Infatti, solo per fare un esempio, basta ricorrere all’affidamento diretto per lavori di piccolo importo su appalti di scarsa importanza, per aggirare la soglia oltre la quale scattano le norme sull’evidenza pubblica delle gare, e ottenere così punteggio e titoli utili a sbaragliare la concorrenza al momento della valutazione delle offerte presentate per il bando europeo sull’appalto principale.[iv] Sembra qualcosa di secondario, ma, come dice la Corte, dietro a tali meccanismi, gestiti solo dalla politica, ci sono miliardi di euro di soldi di tutti i cittadini, nonché i soldi persi di chi fa o vorrebbe fare onestamente il proprio lavoro.

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100 Cosa resterebbe ai partiti?

Se si pervenisse ad un cambiamento come quello proposto, ai partiti rimarrebbe la funzione costituzionalmente garantita di dibattito sulle scelte di fondo della società, ed il ruolo, sottoponibile al controllo ed alla verifica dei cittadini, di realizzare scelte sempre più affinate affinché chi gestisce le risorse consegua l’efficienza di cui la politica sarebbe corresponsabile. Tutta la pulizia che ne deriverebbe costringerebbe i partiti ad una politica fatta di progetto, di concretezza, e ad una sobrietà che ridarebbe loro credito. Obbligando la politica a perdere il suo condizionante peso sulla società, la si orienterebbe ad una qualità molto più alta, con il risultato di liberare risorse e rigenerare la democrazia.

L’amministrazione pubblica è un’attività complessa in sé, perché ha a che fare con molteplici profili dell’esistenza umana, con moltissime esigenze dei cittadini, con molte norme, con chi le deve applicare. Diventa di una complessità estrema, e maledettamente distruttiva di “bene comune”, quando su di essa grava il peso di una politica che presume di saper gestire, ma non sa gestire. Una politica sganciata dalla gestione sarebbe costretta ad attivarsi, per fornire a chi ha la responsabilità della gestione gli strumenti idonei al soddisfacimento delle esigenze espresse dai cittadini. Oppure sarebbe obbligata a studiare assieme agli esperti nuove strade e nuovi progetti. Sarebbe costretta a capire le difficoltà, non a pretendere di avere ragione sull’avversario, sarebbe pronta ad occuparsi della realizzazione, della verifica e della rettifica delle scelte, a beneficio di una società molto più coesa, più fiduciosa nelle proprie possibilità, più rispettosa dei talenti e del valore delle risorse.

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101 Non è un problema di centro, né di destra, né di sinistra.

Credo che per i cittadini che volessero dare origine ad un’entità politica totalmente nuova nei modi e nell’approccio alla cosa pubblica, non avrebbe alcun senso fare riferimento alle storiche distinzioni tra centro, destra e sinistra. Ciò perché le questioni del lavoro, della sanità o della previdenza, della spesa pubblica, degli stimoli all’economia, dell’immigrazione, dei trasporti, dell’urbanistica, dell’ambiente, dei rifiuti, dell’energia, della ricerca, dell’innovazione tecnologica, della formazione culturale, della giustizia e delle criminalità organizzate, del credito o dell’usura, della trasparenza o della partecipazione, hanno a che fare con i cittadini, ma non trovano soluzione se sono ricondotte ad una logica di schieramenti armati l’uno contro l’altro. Quella logica si autolegittima nell’esasperazione di un inefficiente conflitto fine a se stesso, che non permette di vedere una soluzione oltre gli schieramenti, anzi si perpetua nel continuo sforzo di impedire all’avversario-nemico il raggiungimento di ciò che propugna, creando timore e avversione per le sue posizioni. La malata o finta competizione che si determina tra gli schieramenti è funzionale ad alimentare il  mantenimento o l’ottenimento della gestione, ma non determina comunicabilità, coesione e benefici per i cittadini.

E’ invece necessario andare direttamente al cuore delle questioni per quello che sono, spogliate di mascheramenti che giustificano continue sfumature e differenziazioni. Queste ultime sono il pretesto per generare in ogni schieramento la retorica, l’inganno, lo spreco, talora il malaffare, l’esclusione, la democrazia di facciata, frustrante e pericolosamente inconcludente. Anzi rendono lo Stato debole proprio come vogliono le criminalità organizzate.

Si potrebbe addirittura dire che, se i “problemi” si manifestavano già prima dell’esistenza dei partiti, la nascita e le mutazioni di questi ultimi non hanno consentito di affrontarli meglio, ma li hanno cristallizzati per consentire la “gestione” del mantenimento dei “problemi” e della propria esistenza.

Il cancro determinato, consapevolmente o meno, dai cittadini attraverso i partiti non si toglie eliminando i partiti. La politica è dentro i cittadini, ma sono i politici ammalati di partitica e di gestione a rovinare la politica.

Bisogna obbligare i partiti ad un totale Cambiamento, per farli diventare servitori dell’esigenza di efficienza nell’indipendente gestione delle risorse dei cittadini. Dietro a questo obiettivo vi è una possibilità di enorme rinascimento morale di tutta la società e di tutte le persone che non vogliano sentirsi sudditi. E’ indubbiamente facile dirlo, e più difficile realizzarlo, però i cittadini possono provarci, sapendo che la loro condizione richiede sforzo e impegno, non più una delega troppo a lungo rilasciata per sufficienza, baratto o ricatto.

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102    b) I candidati.

Deve essere previsto il divieto di candidare persone che siano state condannate in primo grado o siano imputate nell’ambito di processi per reati contro la pubblica amministrazione o il patrimonio, reati tributari o societari, o nei quali si manifestino legami con le associazioni criminali. La necessità che le istituzioni siano credibili è un aspetto troppo importante per la democrazia, quindi chi fosse imputato non dovrebbe assumere ruoli di governo, accettando di uscirne e di dedicarsi a dimostrare di non avere responsabilità, senza che questo fatto implichi colpevolizzazioni a priori né argomentazioni persecutorie.

Una nuova entità politica potrebbe impegnarsi ad introdurre l’obbligo del certificato antimafia per il candidato. La necessità di preservare le risorse pubbliche è così alta che dovrebbe diventare prevalente rispetto ai risultati elettorali, al punto che si potrebbe prevedere l’estromissione dal collegio del partito che abbia candidato persone elette e poi risultate condannate per i reati appena descritti.

Chi viene eletto dovrebbe impegnarsi a svolgere solamente quell’attività, e per un tempo limitato.

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103    c) Efficienza totale e diffusa.

La velocità e complessità dell’attuale società non consente più alla politica di permettersi tempi lunghissimi per prendere decisioni. Efficienza sotto questo profilo significa trovare il modo di essere molto vicini alle istanze dei cittadini, ma rendere enormemente più veloci i procedimenti di scelta. Bisogna quindi intervenire per snellire e rendere efficienti tutte le strutture, assembleari o burocratiche, ed i loro procedimenti. L’ottica di snellimento ed efficienza va perseguita tanto nei confronti dello Stato, quanto delle Regioni, che non possono continuare ad essere un pachiderma analogo al potere centrale.

Un Parlamento composto di due Camere che fanno la stessa identica cosa, intralciandosi e impedendosi l’una contro l’altra, dilata i tempi di approvazione delle leggi mentre non fornisce garanzia dell’efficienza che serve. Quel meccanismo, pensato per avere maggiori garanzie che la democrazia non producesse improvvise scelte lesive della libertà,  non funziona più, né se raffrontato con i tempi di internet, né perché catturato e snaturato da una politica malata. Rinnovare la democrazia e la politica significa non solo obbligare quest’ultima a grande concretezza e immediatezza decisionale, ma anche modificare un sistema istituzionale e gestionale in modo tale che sia stimolato a rendere efficienti le proprie strutture e sia rapido nell’introdurre i correttivi atti a farle funzionare meglio. Tutto questo non può venire da schieramenti che impediscono l’uno i progetti di riforma istituzionale dell’altro nel timore che avvantaggino la parte avversaria. Questo è un altro grande motivo per il quale è necessario superare malate logiche di contrapposizione che bloccano l’evoluzione della democrazia.

Da anni la politica promette tagli a sprechi che sono sempre parametrati su presunte spese future, ma così per decenni non ha mai tagliato nulla ed ingannato molto. La spesa pubblica va ridotta in modo differenziato in base alle necessità di efficienza dei singoli ambiti, e rispetto a quanto effettivamente sostenuto nell’anno precedente.

Al vincolo del conseguimento della migliore erogazione di servizi al cittadino con il minor costo, ed alla dimostrazione del criterio utilizzato per conseguirla, dovrebbe essere obbligato per legge ogni grado della pubblica amministrazione, a partire dal ministro. Quest’ultimo dovrebbe indicare pubblicamente l’obiettivo di efficienza e trasparenza cui si sottopone, con l’obbligo di raggiungerlo entro l’anno successivo, fornendo un sintetico e quantificabile rendiconto pubblico annuale dei risultati conseguiti nell’anno. E’ esattamente il contrario di ciò che alcune norme sembravano perseguire anche nel recente passato.[v]

In tempi di particolare difficoltà economica, efficienza significa anche individuare un ragionevole tetto agli stipendi delle funzioni pubbliche più elevate e alle pensioni pubbliche e private dei livelli più alti. [vi]

Tutti, partiti compresi, affermano che la burocrazia e l’illegalità uccidono l’Italia, ma la burocrazia pesante, complicata e lenta, è lo strumento costruito da decenni di malata politica fino all’attuale epoca, per avere la “gestione” del Paese nelle proprie mani, ossia per “essere vicini” con una miriade di condizionanti legacci alle iniziative che provenivano dai suoi cittadini. E’ per tale motivo che le attività imprenditoriali non riescono a nascere né a svilupparsi, anzi sono talora costrette ad avere una letale palla al piede che altri paesi europei non hanno. Assieme alla sottrazione della gestione delle risorse alla politica, questo aspetto è l’altro complicato fattore che può essere aggredito solo da cittadini indipendenti dagli schieramenti.

Un fondamentale elemento di efficienza è la trasparenza nei criteri di spesa. Si devono poter confrontare tutti i costi d’acquisto dei beni consumati dalle pubbliche amministrazioni, quindi devono essere pubblicate in una piattaforma telematica nazionale le offerte, le scelte e i criteri di aggiudicazione delle forniture.

Per ottenere l’efficienza da un punto di vista decentrato si dovrebbe indurre le amministrazioni a fare riferimento agli esempi di eccellenza italiana ed europea, ponendoli come virtuosi obiettivi a cui tendere nel raffronto con i propri risultati, coinvolgendo e ponendo i cittadini al centro del loro conseguimento.[vii]

Efficienza significa anche trasparenza e possibilità di far emergere il sommerso. In questa ottica sarebbe corretto consentire ai cittadini la detraibilità di molte delle spese sostenute per prestazioni di servizi alla persona o per la manutenzione dei beni posseduti. Più in generale, il fisco dovrebbe essere improntato a rendere conveniente la trasparenza, e orientato in base al complessivo progetto di evoluzione del Paese.

L’efficienza dovrebbe manifestarsi anche nei momenti di consultazione popolare, quindi si potrebbe introdurre il referendum propositivo, ridurne il quorum per la validità alla maggioranza dei partecipanti, prevedendone l’effettuazione contemporaneamente alle elezioni per evitare assurde moltiplicazioni di costo.

L’efficienza dovrebbe essere l’obiettivo di tutti gli ambiti della pubblica amministrazione che attualmente sono oggetto di nepotismo, di clientele, di inamovibilità, di irrevocabilità. Quindi si potrebbero seguire strade innovative, alcune delle quali già proposte da esperti e studiosi: prevedere il sorteggio al posto delle lottizzazioni, la rotazione delle cariche, la mozione di sfiducia nei confronti degli alti dirigenti, dei presidenti, dei rettori, e altro ancora, nell’ottica di impedire la creazione di ambiti di inaccettabile privilegio, pienamente sorretti e cercati dai partiti.[viii]

Questi argomenti richiamano anche le questioni inerenti lo stipendio ed il vitalizio dei parlamentari o dei consiglieri regionali, il loro numero, la cumulabilità di pensioni da parte di persone che abbiano rivestito cariche pubbliche. [ix] Sarebbe necessario uscire dalle norme che hanno previsto forme di privilegio, riconducendo i compensi e le prerogative a valori umani e compatibili con la gravissima situazione economica del Paese. La finalità non dovrebbe essere quella di accanirsi in modo grossolano contro i politici, ma di modificare qualcosa che non funziona, non è sostenibile, induce allo sperpero.

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104      d) Lo stile, il metodo, la trasparenza di un partito dei cittadini.

La nuova entità politica dovrebbe sottoporsi ad un contatto aperto e trasparente con i cittadini, per impedire la creazione di altre oligarchie che si perpetuino secondo la logica della gestione e dell’autoprotezione; dovrebbe obbligarsi a non determinare al proprio interno né costi né comportamenti che limitino la trasparenza del metodo e delle scelte. La logica dovrebbe essere quella di una collaborazione di persone che non cercano la gestione ma si interessano solo alla discussione sui progetti verso i quali indirizzare il Paese. In sostanza si tratterebbe di cercare il vero leader: le idee condivise per un profondo Cambiamento e la volontà di mantenersi uniti per  condurre il Paese a preservare le risorse, la legalità, la credibilità, la solidità, la fiducia, il futuro.

Se tali prospettive saranno costruite direttamente dai cittadini, se saranno capaci di creare coesione, se determineranno trasparenza ed efficienza, avremo trovato un leader forte ed autorevole, e non correremo né il rischio di un leder inamovibile, né che il Paese dipenda dalle qualità di una singola persona.

Tale nuova entità, potrebbe costituire da punto d’incontro delle esigenze presenti tra gli imprenditori, tra i cittadini che lavorano o che cercano occupazione, con le proposte che circolano nelle università, nei centri di ricerca, nei vari ambiti della cultura, coinvolgendo tutti questi contesti nella costruzione di soluzioni nuove ed inedite. Dovrebbe costituirsi un laboratorio di proposte aperto a contributi ed aggiustamenti che vengano da tutti gli ambiti della società che in questi anni sono stati messi in conflitto tra loro. Un laboratorio che non pretenda di possedere le uniche proposte giuste, dato che la grande complessità delle questioni esclude l’esistenza di ricette valide in senso assoluto, ma nello stesso tempo evidenzia nodi nei quali si incrociano i destini di moltissime persone. Dovrebbe nascere un’ampia comunità di cittadini che vogliano conoscenza e concretezza, si liberino degli schemi per rispettarsi, cerchino di unirsi per un profondo amore verso il proprio Paese, e per la voglia di collaborare a farlo risorgere.

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105      e) Trasparenza e partecipazione.

 E’ un segno di inciviltà indurre a credere che una democrazia debba necessariamente costare. La politica costa sempre più perché si affida a modalità sempre più dispendiose per convincere gli elettori a credere nel suo vuoto di progetti. La politica non deve avere gli attuali costi e, per consentire ricambio ed evoluzione, non dovrebbe essere un mestiere.

Perché ciò avvenga la politica non deve più essere un’enorme organizzazione mediatica, né un insieme di apparati, ma una possibilità aperta di coinvolgimento senza circolazione di denaro ed  interessi nascosti. La proposta di togliere la gestione economica ai partiti è finalizzata a questo obiettivo.

Più ancora che la scelta dei propri rappresentanti bisogna consentire al cittadino la verifica di cosa fanno i propri rappresentanti. Andrebbero tuttavia ridefiniti i modi della selezione nella rappresentanza dei cittadini, ed una contenuta rieleggibilità in modo da ostacolare il prodursi di oligarchie. Dovrebbero essere previsti  un  contenuto numero di firme per la presentazione di nuove entità politiche, e medesime regole di presentazione tanto per le liste già esistenti quanto per quelle che si presentino per la prima volta ad una competizione elettorale.  Sarebbe utile vietare le forme di pubblicità elettorale perché  la bontà dei programmi non dipende dal marketing, mentre l’aggressività di quest’ultimo si traduce in un ingannevole strumento il cui costo ricade sulla spesa pubblica o dipende dall’entità dei finanziamenti privati, la quale non è indicativa della bontà dei programmi. I cittadini devono  tuttavia essere informati in ugual misura delle posizioni di tutte le entità politiche in competizione, soprattutto nelle concrete questioni che riguardano l’efficienza della pubblica amministrazione. In un’epoca di drammatica condizione economica del Paese, i rimborsi per le spese elettorali andrebbero fortemente ridotti e resi uguali per tutti i partiti, perché le disparità non c’entrano nulla con la libertà d’informazione, oppure eliminati, perché non continuino ad essere una tassazione occulta.

E’ molto importante ed educativo obbligare i partiti ad una drastica cura dimagrante mediatica, che li obblighi tutti ad uguali sobrietà e sintesi nell’informazione relativa al proprio programma, in quanto il criterio della proporzionalità alla consistenza elettorale del partito non garantisce né maggiore efficienza né imparzialità nell’informazione politica. Queste ultime sono primarie esigenze dei cittadini, per sapere e decidere come indirizzare la gestione delle loro risorse.

Nell’era di internet sarebbe utile individuare forme nuove e senza costo per la collettività, sostenute da trasparente, responsabile e diffuso autofinanziamento, attraverso le quali si potesse facilitare l’incontro ed il civile dialogo di idee e proposte, per un collegamento continuo e ravvicinato tra i cittadini e le istituzioni.

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106       f) Istituzioni efficienti in rapporto ad un territorio efficiente.

Una forza politica distante dagli schieramenti potrebbe porsi senza scopi clientelari rispetto all’esigenza di complessiva riorganizzazione dello Stato, puntando alla sua efficienza gestionale e a quella delle regioni. Il numero di queste ultime andrebbe ridotto, così come si dovrebbe intervenire sulla quantità di enti, semplificando o riducendo l’azione amministrativa. Alcuni ambiti sembrano emblematici: giungere ad una reale autonomia fiscale dei comuni; snellire l’attività e razionalizzare la quantità di uffici e strutture della pubblica amministrazione; utilizzare le città metropolitane per rapportare e rigenerare le città con il loro intorno senza determinare nuovi contenitori di costo istituzionale; individuare la dimensione di area ottimale per svolgere i servizi in modo consorziato ed efficiente per contenere i costi delle strutture; valutare l’eliminazione di ambiti istituzionali che si traducano in costi superiori ai benefici o in piccoli moltiplicatori di conflittualità.[x]

Il personale pubblico che apparisse eccedente per effetto di un accorpamento o di una riduzione di enti scarsamente utili e costosi potrebbe essere impiegato nella effettuazione di controlli sull’efficienza e sulla realizzazione dei servizi. Si tratta di funzioni che da sempre mancano nella pubblica amministrazione italiana: controlli relativi a funzionamento, diritti, bisogni, merito, miglioramento della qualità, costo del servizio, possibilità di conseguire ulteriori economie e razionalizzazioni. Nulla di dirigistico, solo attività finalizzate all’efficienza, come succede in qualsiasi sana azienda privata.

107     g) L’informazione e la cultura.

 Un’entità politica che nascesse con il dichiarato obiettivo di realizzare un grande Cambiamento fuori dalle logiche partitiche e di schieramento sarebbe la più grande sostenitrice di un grande traguardo culturale: la trasparenza e l’indipendenza dell’informazione, soprattutto quella televisiva, per liberarla dall’asfissiante stato di prigionia e dai costi determinati dalle oligarchie politiche. Trasparenza e indipendenza dell’informazione sono valori essenziali che incidono nella democrazia, quindi i cittadini devono sostenerli per garantire la libertà delle idee, non una finta molteplicità di posizioni che riproduce la divisione cercata dagli schieramenti.

Più in generale, è fondamentale individuare la cultura, la conoscenza, la formazione come decisivi punti di riferimento delle persone, come essenziali priorità capaci di creare libertà, futuro e prosperità, anche economica, del Paese. Ma non c’è cultura utile per un Paese se non la si aggancia al mondo reale, se non si passa dal valore legale del titolo al valore del curriculum formativo, se non si  insegna con passione coinvolgente,  se non si verifica la capacità degli insegnanti di fare il proprio mestiere, se non si premiano i più bravi  e i più capaci nell’insegnamento.

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108      II) L’urgenza di un cambiamento nella visione del Paese per rigenerarne le potenzialità economiche.

 Una nuova entità politica indipendente dagli schieramenti potrebbe coinvolgere i cittadini nella definizione di proposte di grande concretezza e di autentico cambiamento, sia per costruire un progetto del Paese, sia per unirne la società e rigenerarne le prospettive. Qui provo a proporre alcuni degli elementi che potrebbero comporre un programma.

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109    a) Che fare per l’economia e la fiducia?

Il Paese ha un enorme bisogno di fiducia e di scelte concrete e coese. Oltre agli enormi benefici ottenibili dalla sottrazione ai partiti di ogni influenza nella gestione economica, è indispensabile seguire tutte le strade utili a ridare tono all’economia.

E’possibile che una politica di motivata riduzione fiscale, e in particolare sul lavoro, abbia un effetto importante.[xi] A questa deve comunque essere accompagnata un’effettiva razionalizzazione della spesa pubblica, specificandone i caratteri settore per settore. Andrebbe considerato un principio: una spesa pubblica sana non può continuare ad avere centri di attività il cui costo di funzionamento eroda i benefici ottenibili dai cittadini: se così fosse significherebbe avere una burocrazia che non giustifica il proprio costo. D’altro canto, se ben orientata e guidata dall’efficienza ottenibile dal cambiamento di cui si è detto, una spesa pubblica di qualità può svolgere un’importantissima azione di stimolo e supporto allo svolgersi della sana competizione tra iniziative private.

Bisogna guardare alle condizioni di notevole difficoltà dell’economia, spingendo alla definizione di idee e di politiche innovative, che cerchino la rigenerazione e l’evoluzione del Paese nella collaborazione di tutte le realtà produttive, con tutte le fasce generazionali, con chi è escluso dal mercato del lavoro o non riesce a rientrarvi.

L’obiettivo deve essere quello di ridare fiducia agli imprenditori e ai lavoratori, mettendo insieme tutte le idee utili a costruire un contesto quanto più possibile di stabilità del lavoro associata al merito, alla capacità, alla disponibilità alla crescita professionale. Molti studi evidenziano l’importanza di rimuovere i motivi che impediscono l’occupazione femminile, di rilanciare la formazione finalizzata all’avviamento al lavoro, di favorire il lavoro stabile attraverso misure fiscali, di sostenere nel tempo la nascita di imprenditoria giovane, di stimolare l’aggregazione tra imprese o la rete di imprese a fini di approvvigionamento, logistica e distribuzione, di orientare le attività all’innovazione, all’investimento nel capitale umano e professionale, per consentire la stabilità dei progetti personali e familiari di milioni di persone giovani.[xii] La fiducia e il recupero dell’economia dipendono da molti fattori, tra i quali vi sono sia la possibilità che imprese, famiglie, attività svolte da giovani, accedano al credito a condizioni meno onerose e più stabili, sia il fatto che nuove attività si generino. L’attitudine imprenditoriale non si crea, tuttavia, dato che le attuali condizioni economiche sono profondamente diverse da quelle del passato, perché si diffonda sono indispensabili una cultura e una rete giuridica, economica, fiscale e finanziaria che la sostengano e la rigenerino. Studiosi e osservatori hanno proposto di costituire un fondo stabile, non aggredibile dagli assalti della politica, destinato a sostenere la costituzione di nuove imprese volte a realizzare prodotti interamente italiani. La rigenerazione del tessuto di imprenditorialità costituirebbe un fondamentale tassello in un progetto di ridefinizione del futuro del Paese. Secondo altri potrebbe essere strategico il fatto di investire nella diffusione sull’intero territorio italiano della rete telematica ad alta velocità. La politica ha a lungo parlato di questo obiettivo ma ciò che serve è effettuare una valutazione sui costi, le risorse disponibili e il progetto complessivo del Paese nel quale andrebbe ad inserirsi una scelta di questo tipo.

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110     b) La leale concorrenza.

Il Paese potrebbe beneficiare di un mercato realmente concorrenziale in molti settori, se questi non fossero chiusi di fatto da decenni di vincoli, interessi, legami intercorrenti tra i partiti e i molti soggetti, pubblici o privati che di essi si avvalgono dei partiti o degli schieramenti in base a logiche di scambio e reciproco sostegno. L’azione in questo ambito dovrebbe essere profonda, ampia, sottoposta a verifiche nel tempo in merito alle concentrazioni di proprietà, alle possibilità di accesso, alle conseguenze sui prezzi. La logica degli interventi dovrebbe essere quella di verificarne gli effetti, e di ritornare sulle decisioni per correggere le situazioni non coerenti con il raggiungimento e il mantenimento nel tempo di una effettiva e leale concorrenza.[xiii]

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111     c) La rigenerazione del territorio in un progetto sul futuro del Paese.

Una spesa pubblica d’investimento, mirata e sottoposta a controllo d’efficienza, può svolgere una funzione molto importante. L’attribuzione della gestione di tutti gli enti pubblici a figure di esperti indipendenti e sottoposti al controllo sull’efficienza conseguita, può consentire alla politica di ragionare sugli indirizzi di una buona spesa pubblica orientata da azioni coordinate, flessibili e verificate per un progetto che offra nuove opportunità alle economie private e una più elevata qualità di vita al Paese. Si potrebbe intervenire sulle storiche fragilità del territorio e della struttura urbana italiana, traducendole in un fattore che genera importanti e durature ricadute economiche.[xiv]

Poco costosa ma di grandissima rilevanza sarebbe la realizzazione di una valutazione interdisciplinare, che individuasse il quadro generale dei valori e delle criticità che caratterizzano il territorio italiano: ambiti agricoli o naturali, zone di importanza paesaggistica, ambientale e a vocazione turistica, territorio occupato da edilizia e da insediamenti industriali o commerciali o produttivi di varia natura. Attraverso tale valutazione di potrebbe giungere alla cognizione di quali siano le condizioni del territorio italiano, quanto sia il costruito ed il suo stato di salute, l’invenduto, l’edilizia che sta cadendo, l’inutilizzata, quali siano le debolezze infrastrutturali, le necessità dei luoghi, delle persone, delle merci, e dell’ambiente sano per i cittadini, quanta sia la parte carente o priva di servizi, quali siano le caratteristiche, i livelli di qualità e di vivibilità urbana.

Questo lavoro di analisi, mai svolto ma necessario da decenni, dovrebbe servire ad impostare scelte fondamentali, ed il più possibile condivise, per valorizzare le potenzialità del Paese, stabilendo i limiti al consumo di terreno agricolo, indispensabile per la produzione alimentare e per garantire il mantenimento delle risorse idriche. Quindi si potrebbero individuare gli edifici pubblici che siano inutilizzati per valutarne la vendibilità, o quelli che necessitano di adeguamento della struttura e degli impianti alla sicurezza, in funzione di destinazioni e valorizzazioni non effimere, dando il via ad un piano per tempi e finanziamenti che vada in questa direzione. Un’ottica di monitoraggio e di progetto potrebbe estendersi anche all’edilizia privata.

Tutto questo servirebbe a dare un traguardo di grande valore per il Paese, e a disegnare un quadro di respiro e portata nuovi, perché finalizzato ad avviare una riprogettazione e rigenerazione di intere parti di territorio o di città caratterizzate da edifici non antisismici o da rischio idrogeologico, quindi aree particolarmente pericolose o prive di qualità e vivibilità. Si dovrebbero definire interventi secondo un’ottica non dirigista né di facile logica speculativa, ma piuttosto di coinvolgimento di idee, di energie, di economie, di università e centri di ricerca, dove il ruolo principale dovrebbero svolgerlo attori economici medio-piccoli, prevedendo stimoli fiscali, e cercando un rigoroso contenimento dei costi pubblici. In un’ottica flessibile e concreta, dovrebbero essere definite le forme di finanziamento, i soggetti partecipanti, gli obiettivi di rigenerazione dei luoghi vitali per i cittadini, seguendo i criteri più avanzati dal punto di vista dell’efficienza energetica ed ecologica in rapporto all’economicità dell’intervento.

La finalità di questa visione sarebbe fondamentale per offrire un duraturo impulso all’economia, per le ricadute che determinerebbe nella domanda di beni e servizi, per le opportunità di lavoro stabile che si genererebbero, e per l’obiettivo di ripensare e ricreare un profilo di qualità del territorio italiano. Il Paese verrebbe orientato all’ottica di progettare il proprio futuro partendo dalla riscoperta e dall’importanza di un territorio curato e ben gestito, entro il quale cercare nuovi livelli di benessere. Un territorio dentro al quale c’è la risorsa irriproducibile, trascurata e unica della bellezza artistica, storica, ambientale, culturale.[xv] Per essere curata e posta al centro di una sana politica dei cittadini, quella risorsa richiederebbe una cultura e un amore disinteressato che la politica degli schieramenti non può avere. Molti decenni trascorsi nell’incuria e nella mala gestione da essi generata l’hanno sprecata o degradata. Dopo le alluvioni e i dissesti diffusi in tutto il territorio italiano, e sulla scia della catastrofe finanziaria da essi causata, gli schieramenti, tramutatisi in finti responsabili, potrebbero scoprire che si possono affrontare le conseguenze dei propri disastri con nuovi provvedimenti o nuovi slogan. Il punto è: in tutto ciò dove saranno i cittadini?

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112      d) Nuove idee per nuove economie.

In un’epoca così complessa e fragile dobbiamo guardare alla possibilità di far dialogare e collaborare ambiti che finora gli schieramenti hanno tenuto separati e conflittuali. Economia ed ecologia, mondo produttivo e situazioni ambientali che concernono la salute, la sicurezza urbana e lavorativa, paesaggio, turismo, qualità dei trasporti e dell’energia, dell’edilizia e dell’alimentazione, dell’agricoltura e della pesca, della tecnologia e della cultura, e molti altri ancora, sono gli ambiti che devono essere considerati tutti assieme, secondo un’ottica completamente nuova, che è la possibilità di contribuire assieme a ridefinire un’idea di Paese profondamente cambiato, aperto al futuro e ad un nuovo benessere. Tutti quegli ambiti sono facce dell’azione umana, dimensioni che interagiscono con la vita sul Pianeta e, se messe a dialogare, costituiscono enormi opportunità per costruire un nuovo concetto di prosperità, tutto da formulare, perché tutto da delineare fuori dai rigidi schemi, che visioni ostinatamente opposte hanno voluto intendere solamente come confliggenti.

Nel dialogo tra queste facce si misura la possibilità di cambiare la logica dell’agire pubblico e privato. Un dialogo che può svolgersi iniziando a mettere la priorità negli investimenti in ricerca, cultura e tecnologia, ma anche sottolineando l’opportunità di costruire nuovi stili di vita, capaci di generare ricadute positive verso nuove microeconomie, tutte completamente da costruire nel nostro Paese.

Per aprirsi alle possibilità economiche e sociali derivanti da questo dialogo, non bisogna temere di ampliare lo sguardo per fare riferimento a valori più ampi ed articolati di quelli che sono stati classicamente sottoposti a contabilizzazione. Se ci si liberasse da tale timore si potrebbe giungere a un più elevato concetto di sviluppo: si prenderebbero in considerazione la qualità di vita, i rischi per la salute dei cittadini e le modalità per superarli, la valorizzazione dei patrimoni storici e culturali, le possibilità offerte dalla ricerca scientifica, la diffusione di dotazioni tecnologiche che innalzino la qualità ambientale dei trasporti, dei luoghi dell’esistenza e del lavoro. Si genererebbe un’ottica di servizi di qualità e di politiche ambiziose, in linea con i traguardi cercati dai paesi occidentali più avanzati. Dietro a tutti questi ambiti, e lontano dal ridicolo profilo nel quale spesso sono stati inquadrati e marginalizzati, ci sono notevoli opportunità per le aziende e il lavoro dei cittadini. Tutto ciò richiede un grande ripensamento e un coinvolgimento indipendente dagli schieramenti; solo in tal modo si può ricostruire un progetto denso di opportunità e di solido futuro.

In questa possibile ottica, fondamentali dovrebbero essere tanto una nuova impostazione del ruolo delle scelte fiscali, quanto il fatto di prendere come riferimento i casi virtuosi conosciuti dalla scienza economica, dalla pianificazione ambientale e territoriale, dalla tecnologia, per orientare molte regioni d’Italia verso un turismo dotato di servizi, di strutture di qualità ma di leggero impatto, collegandole strettamente ad un’agricoltura e ad una pesca rispettose dell’ambiente e della qualità. Sono risorse essenziali che vanno completamente riconsiderate, per difendere e distinguere le produzioni e l’immagine del Paese, per ridare nuove possibilità all’economia di molti territori, per fare dell’Italia un grande esempio di nuovo turismo, leggero e armonioso, fortemente partecipato dalle iniziative e dalle cure dei cittadini, motivo di manutenzione dei luoghi, di tutela della cultura e di rigenerazione e ridefinizione degli standard di compatibilità delle altre dimensioni economiche. Non dovrebbe derivarne una enorme spesa quanto piuttosto una logica completamente nuova, di forte e preciso incentivo per i cittadini, per le importanti potenzialità che genererebbe. Una prospettiva di questo tipo potrebbe essere graduabile secondo le esigenze di bilancio e della spesa pubblica, richiederebbe un progetto duraturo nel tempo, ma sarebbe anche capace di creare un solido ed importante riferimento all’economia di territori dimenticati, snaturati o decadenti.

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113     e) Dal cambiamento all’efficienza.

 L’Italia non ha via d’uscita: se vuole rimanere al passo con la competizione internazionale, deve rinnovarsi e uscire dallo stato di coma e di vecchio paese bloccato dai problemi e dai contrasti.

Il Paese deve affrontare con attenzione molti elementi critici, tra i quali viene segnalato quello di una produttività del lavoro diventata una delle più basse in Europa. Si dovrebbe puntare molto sugli investimenti in formazione, innovazione tecnologica, ricerca. Tutti i partiti ne hanno parlato a sproposito, però niente si è mosso in questo senso per molto tempo.

Ma il problema concerne la produttività e l’efficienza del Paese nel suo complesso. Appare sempre più importante stabilire il principio che le pubbliche amministrazioni debbano cercare di non indebitarsi, eventualmente consentendo deficit temporanei solo durante le fasi nelle quali l’economia appare più debole, per contrastarne la durata e limitarne le conseguenze sociali, prevedendo un rientro del debito nelle epoche nelle quali siano migliorate le condizioni. Secondo alcuni economisti ciò sembrerebbe più sensato dell’introduzione nella Costituzione di un rigido vincolo di conseguimento del pareggio di bilancio.

D’altra parte potrebbe essere utile non escludere alle pubbliche amministrazioni la possibilità di conseguire utili, anche di piccola entità, in un’ottica di efficienza continuamente controllata e finalizzata al miglioramento dei servizi.

Molte delle situazioni di spreco, derivanti dall’intromissione della politica, potrebbero trasformarsi in fonti di entrate future se fossero gestite con ottica di indipendenza dai partiti e di efficienza; si potrebbe quindi conseguire questo obiettivo, anziché puntare esclusivamente alla vendita dei beni pubblici.

Il caso delle società pubbliche che gestiscono l’erogazione di servizi è un emblematico terreno di scontri e contrapposizioni ideologiche che non consentono di vedere dove sta la causa dei dissesti. Le posizioni che siano contrarie alla privatizzazione, o che al contrario la sostengano, non arrivano al nocciolo della questione, ed è ovvio che sia così, perché non conviene a nessuno dei partiti litiganti andare oltre il contrapposto fumo ideologico che cercano di mettere sugli occhi dei cittadini. Altrimenti dovrebbero mettere in discussione essi stessi ed il loro modo di gestire.

In un’Italia fortemente affamata di entrate immediate, i cittadini rischiano di vedere gli attuali partiti più o meno concordi o litigiosi nel decidere di vendere aziende e società pubbliche che hanno un potenziale di efficienza inespresso. Se, attraverso la proposta di sottoposizione a gestione indipendente ma controllata,  tali società fossero orientate all’efficienza, il beneficio conseguibile, anziché essere contenuto e immediato, come avverrebbe in seguito ad una vendita, diverrebbe stabile nel tempo, consentendo quel recupero di risorse che è quanto serve per cercare di conseguire la riduzione del debito.

Più in generale, il Paese deve dedicare tutte le sue risorse a conseguire l’insieme di fattori composti da efficienza, investimenti, tecnologia, innovazione, ricerca, cultura finalizzata a individuare i talenti, così come stanno facendo i paesi occidentali più avanzati, nell’ottica di sostenere un insieme di valori costituiti da merito, vivibilità, stabilità, solidarietà, coesione, unici veri patrimoni di opportunità per consentire alla società italiana di guardare verso il futuro.[xvi]

E’ emblematico il modo in cui in tante regioni italiane non gestiscono con attenzione la produzione di rifiuti, o meglio dei rifiutati. Non solo le città di Napoli o Roma, ma intere regioni, non esclusivamente del Sud, hanno a lungo dimostrato la totale incapacità dei partiti di affrontare in radice la questione, facendone motivo di spreco, corruzione, slogan propagandistici, litigio e divisione nazionale, in tanti schieramenti che si sono alternati, a tutto vantaggio della “gestione” delle mafie. I beni rifiutati, oltre a dover essere valutati in un’ottica di strategia e pianificazione complessiva che porti ad una riduzione e controllo della loro eventuale pericolosità, se ben valorizzati, costituiscono una grande risorsa, come sanno le aziende private che hanno impostato la propria attività sul loro trattamento.

L’energia è un ulteriore ambito particolarmente delicato e da decenni mal gestito, al quale i disastri di Chernobyl e Fukushima hanno aggiunto emotività e retorica, a beneficio dei partiti e non dei cittadini.

Si sono obbligati i cittadini ad un grossolano sì o no alla reintroduzione dell’energia nucleare, pensando di utilizzarli ancora una volta come truppa da trincea. Ciò è avvenuto perché l’obiettivo è sempre quello di sfruttare la forza della loro inerzia che, una volta sottoposta all’iniziale impulso, si può portare dove si vuole. Come se il formarsi di una maggioranza favorevole al “sì” comportasse immediatamente la produzione di energia a basso costo, sicura e tranquilla per sempre. Come se una maggioranza favorevole al “no” avesse in automatico trovato tutte le alternative già pronte ed economicamente vantaggiose. In questo campo la regina è diventata la retorica, mentre la grandissima assente è la ricerca. Ma la ricerca richiede grande libertà mentale verso direzioni inesplorate, nei confronti di tutte le fonti. La scelta di puntare sulla ricerca implica volontà di destinare risorse, richiede una visione lungimirante; ma esige anche capacità di orientare le scelte pubbliche secondo una programmazione efficiente. Tutte qualità totalmente assenti nelle classi politiche che per molti decenni in tutti i partiti hanno cercato le poltrone e le mani nella gestione, non il bene del Paese. Eppure la scienza sembra ormai aver  sperimentato che, per esempio, il mare è un grandissimo generatore di energia da sfruttare.[xvii]

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114     f) La dignità delle persone.

Ritengo che questi obiettivi siano alla portata di un Paese che voglia cambiare, e che voglia rispondere all’agonia che lo attanaglia. Prima si interviene per determinare un Cambiamento sano e concreto, prima il sistema Italia è in grado di rispondere alle drammatiche situazioni alle quali è sottoposto. E’ triste vedere la crescente quantità di persone che sopportano con dignità ma con difficoltà il fatto di non riuscire a rientrare nel mercato del lavoro o a trovare la prima occupazione, o di non vedere certezza nella propria attività: è necessario individuare politiche concrete che rispondano ad una fondamentale esigenza di civiltà e di coesione del nostro Paese.

La ricerca di efficienza dovrebbe portare un Paese a non illudere di poter fornire servizi a tutti, perché così facendo chi ha veramente bisogno rimane proprio senza l’aiuto che merita. Il laboratorio di idee di quanti abbiano a cuore un’Italia nuova dovrebbe svolgere un grande lavoro per proporre riforme e approcci nuovi, agili, il più possibile efficaci e di riforma del sistema sociale.

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115     g) Generazioni che si aiutano.

 Le pensioni sono un tema complesso che non può essere sbrigativamente affrontato qui, tuttavia voglio riferirmi ad una proposta che trovo interessante.

Alcuni studiosi hanno considerato che le pensioni potrebbero essere collegate allo sviluppo dell’economia o delle condizioni di benessere, piuttosto che al livello dell’inflazione.[xviii] Se si introducesse questo collegamento, quando l’economia andasse bene, anche le pensioni ne beneficerebbero, anziché perdere valore rispetto a quello degli stipendi. Quando invece l’economia del Paese andasse peggio del resto d’Europa, l’adeguamento al costo della vita sarebbe parziale. Ciò determinerebbe un notevole cambiamento rispetto alla previsione di una spesa previdenziale che aumenta ulteriormente il suo peso rispetto al prodotto, sottraendo risorse ad altri essenziali ambiti. Questo principio renderebbe più sostenibile la spesa per le pensioni, collegandola alle condizioni economiche del Paese, e favorendo una più equa partecipazione delle generazioni.

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116   h) L’orticello finanziario.

Il sistema finanziario italiano è un orticello caratterizzato da vecchie e chiuse logiche. E’ un ambito spesso incline a poca trasparenza, condizionato dagli stretti intrecci sui quali è bloccato, influenzato da rapporti con una vecchia e malata politica: sarebbe necessario costruire riforme che lo rendessero trasparente, efficiente e solido, per tutelare i risparmiatori, le imprese, gli investitori, il Paese nella sua interezza. [xix]

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117   i) La possibile partecipazione dei lavoratori.

Consentire la partecipazione dei lavoratori alla proprietà e alla gestione delle imprese costituirebbe una prospettiva che avvicinerebbe l’Italia a quanto sta avvenendo in altri paesi europei, e attuerebbe quanto previsto dall’articolo 46 della Costituzione. Se ciò accadesse i lavoratori sarebbero coinvolti nelle scelte gestionali tanto nelle fasi positive quanto in quelle critiche dell’economia o nei momenti di cambiamento; aumenterebbe la loro partecipazione alla vitalità delle aziende e, attraverso la presenza congiunta di rappresentanti dell’impresa e dei lavoratori negli organi societari, si favorirebbe l’avvio di una maggiore trasparenza delle grandi imprese quotate in Borsa. Tale soluzione andrebbe configurata in modo da garantire unitarietà, immediatezza e condivisione delle decisioni, così da consentire di migliorare tanto la produttività quanto le condizioni del lavoro, permettendo l’azionariato dei dipendenti e determinando una notevole trasparenza a tutela dei risparmiatori.[xx]

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118     l) L’emblema giustizia.

Anche per affrontare questo ambito non bisogna partire dalle litigiose posizioni dei partiti, ma dalle drammatiche conseguenze, umane ed economiche sperimentate dai cittadini per effetto del mal funzionamento della giustizia.

Il quadro della non giustizia o della mala-giustizia italiana è diretta conseguenza della gestione compiuta per decenni da generazioni di politici di tutti gli schieramenti, i quali hanno lasciato incancrenire il sistema ad un livello tale da renderlo indecente per un Paese occidentale. Un sistema che da un lato sovraffolla le carceri senza speranza di reinserimento, e dall’altro determina un’enorme quantità di prescrizioni di reato per l’incapacità di produrre efficienza.

Alcuni politici hanno ulteriormente peggiorato la situazione, inducendo un gravissimo scontro istituzionale, facendolo diventare una fuorviante trincea ideologica, una lacerazione della democrazia, una furibonda e inguardabile contesa, irriguardosa nei confronti delle difficoltà vissute dai cittadini, utilizzate come pretesto per giustificare altre finalità. Alcune scelte legislative hanno addirittura diffuso la convinzione che, per fronteggiare una presunta aggressione della magistratura nei confronti del potere politico, si siano piegate le leggi e la giustizia per dare una soluzione di favore ad alcuni specifici processi. Ne è conseguita la percezione che il potere politico abbia trovato un ulteriore e più evidente modo per scavalcare il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, sancito dall’articolo 3 della Costituzione, e, così facendo, si sia permesso strumenti di privilegio. Lo sconquasso derivato alla credibilità delle istituzioni, il crollo della fiducia dei cittadini, e la loro divisione, sono stati tra i peggiori colpi subiti dalla democrazia.

In tanti decenni le finte riforme dei partiti non hanno affrontato la montagna di problemi complicatisi mentre litigavano per conquistare gli spazi di gestione o di potere. La condizione della Giustizia, se da un lato è emblematica della grave malattia in cui si trovano da tempo le istituzioni, tutte contaminate dal degrado dei partiti, dall’altro segnala che questi ultimi non hanno alcuna legittimità morale per pretendersi riformatori.

I cittadini devono uscire dal conflitto creato dai partiti intorno alla giustizia e seguire le indicazioni offerte dai migliori conoscitori, non politici né partitici.[xxi]

Per superare il disastro istituzionale bisogna cercare razionalità e concretezza, finalizzandole al rispetto dei cittadini e della Costituzione. Il sistema giudiziario italiano va profondamente rinnovato per fargli superare quella che è la sua più grave, costosa ed insopportabile arretratezza: l’inadeguatezza dei suoi organici, delle sue tecnologie, delle sue dotazioni e dell’organizzazione delle sue strutture. Seguire quest’ottica significa realizzare scelte per i cittadini in collaborazione con le istituzioni che compongono la giustizia, le quali per prime devono essere coinvolte e rendersi disponibili nel conseguimento dell’efficienza, in un’ottica di rendiconto snello e trasparente dei risultati conseguiti nell’anno e degli obiettivi da realizzare nell’anno successivo.

Tutti i livelli decisionali della giustizia dovrebbero essere coinvolti in una verifica sulle modalità di esercizio di funzioni e di poteri, per individuare se dentro ad essi si nascondano arretratezze burocratiche, anacronismi, irrazionalità nel numero e nella dislocazione delle strutture, sottrazioni al principio di responsabilità e all’ottenimento dell’efficienza, fine al quale tutti gli organi dello Stato devono essere ricondotti.

Si dovrebbero superare i criteri di gestione di una macchina amministrativa che prevede procedure, tempi e strutture disegnate in un’epoca storica lontanissima, strumenti totalmente inadeguati, che si  traducono in un rispetto solo formale delle leggi, producendo costi insostenibili per cittadini e imprese. In questo contesto bisogna verificare se le dotazioni di mezzi e persone sono adeguate alle esigenze, e utilizzare, laddove possibile, misure alternative alla detenzione, che consentano il reale cambiamento nel comportamento di chi ha commesso i reati meno gravi.[xxii]

Secondo alcuni esperti sarebbe utile introdurre nel sistema giudiziario dei filtri o degli sbarramenti, per evitare che si passi sempre, inevitabilmente, per tutti i gradi di giudizio, dal primo alla Cassazione; oppure si potrebbe stabilire che il giudizio di legittimità sia svolto già nel secondo grado, evitando di ricorrere al terzo. Se si procedesse nei diversi gradi di giudizio solamente in presenza di importanti motivi si eviterebbe al sistema di scoppiare.

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119    m) Una nuova Italia per una nuova Europa.

Dobbiamo uscire dalla miopia e dal provincialismo della politica italiana: cambiare il Paese per renderlo credibile, coinvolgendo gli altri cittadini d’Europa nell’individuare una rotta che ci unisca politicamente per proteggerci. Un’Europa che avesse non solo una banca centrale ed una moneta unica, ma anche un’efficiente politica comune avrebbe un’enorme capacità di contrastare gli attacchi ai debiti pubblici, e di costruire nuove possibilità economiche e civili per centinaia di milioni di persone.

Sostenere le sorti di un’Europa dei cittadini, nuova e solida, leggera di burocrazia ma rafforzata da un’unione politica oltre i vecchi schieramenti, significa riporre fiducia in una coesione federale ed efficiente. Prima ancora che essere una possibilità, è l’unica strada che non serve né a partiti ingannevoli e incapaci, né a fallimentari oligarchie, né a poteri condizionanti e capaci di abuso, mentre è estremamente importante per cittadini che vogliano essere più sicuri e liberi.

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120   n) Rivolgimenti continentali.

La grandissima fase di rivolgimenti dei paesi nord africani e medio-orientali ha segnalato, in modi differenti, un intreccio di nodi politici che esprimono sia le caratteristiche dell’epoca che stiamo vivendo, sia il fatto che i partiti ci hanno abituato a non vedere affrontate questioni rilevantissime. Quegli eventi richiederebbero sempre approcci aperti e trasparenti, mentre il modo confuso ed oscuro di operare delle oligarchie di partito è sempre incline a stringere i cittadini come sudditi entro le strettissime maglie di scelte obbligate, emotive e tardive. I cittadini avrebbero bisogno di conoscenza, apertura, ragionamento, programmazione, valutazione pacata di quali siano le opportunità, le difficoltà, le possibilità di percorsi nuovi e non scontati.[xxiii]

Nell’alimentare paure per il nuovo che con estrema difficoltà si muove nei paesi arabo-africani, o per disperate migrazioni di esseri umani, si impedisce ad una società di capire se, oltre i regimi con i quali la politica italiana ed europea hanno preferito mantenere lunghissimi rapporti di comodo, c’è qualcos’altro, cos’è questo altro e come con esso si possa creare un rapporto di reciproca collaborazione.

I mondi arabo-africano e medio orientale, nei confronti dei quali nutriamo vari timori, stanno cercando riferimenti per costruire un faticoso tentativo di cambiamento. I loro popoli sono spinti da grandi ansie di libertà, prima che da schemi ideologici o da integralismi da guerra terroristica contro il mondo occidentale. Molti partiti occidentali quelle ansie non le sanno vedere, perché continuano ad interpretarle con gli occhi e gli atteggiamenti del passato.

Sarebbe un bel passo in avanti se un’enorme parte di mondo, composta da esseri umani inevitabilmente protesi verso la libertà, potesse trovare, in un paese occidentale rinnovato e aperto, un riferimento utile a passare ad una fase nuova, tutta da costruire, per esprimere una gestione più democratica delle risorse di cui dispone, per diffondere i benefici da esse derivanti e migliorare le condizioni di vita di tante popolazioni. Molta parte di quel mondo potrebbe buttare a mare qualche rigida ferraglia ideologica, che invece rischia di essere oliata dalle nostre chiusure mentali.

I pretestuosi e violenti attacchi contro comunità occidentali segnalano che alcune estreme posizioni politiche tentano di impedire al Medio Oriente ed all’Africa di avvicinarsi all’esperienza democratica europea. E’ un tentativo di sfruttare tanto un momento di forte trasformazione di quelle civiltà, quanto di crisi dell’Occidente.

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121 Conoscere per maturare e evolvere

Nelle analisi giornalistiche si cerca spesso di valutare quale sia l’impatto dei rivolgimenti africani e mediorientali sugli interessi economici italiani ed europei. Indubbiamente quello è un importante lato del problema. Così come è  importante il fatto che una democrazia riesca ad individuare ed isolare coloro i quali avessero intenzioni violente nei confronti dei suoi cittadini. Ma pensare solo a cosa rischiamo dalle immediate conseguenze dei rivolgimenti è riduttivo. Anche domandarci quanto sia affidabile un paese del Mediterraneo in fermento è riduttivo; dovremmo pure noi domandarci quanto siamo affidabili per i cittadini di quel paese, per capire meglio cosa si possa fare per accrescere la reciproca affidabilità e collaborazione: valori che costruiscono rispetto e sicurezza, e che difendono meglio di qualsiasi costosa spesa per innalzare barriere e dispiegare forze dell’ordine.

Dobbiamo guardare oltre, per anticipare e tentare di costruire ciò che ancora non c’è, ma, se ci fosse, potrebbe essere importante per tutti. Pertanto una domanda fondamentale è: possiamo ancora permetterci di non conoscere nulla dei popoli che si trovano a qualche centinaio di chilometri dalle nostre coste? Quei popoli, anziché rappresentare solo masse di potenziali migranti, sono esseri umani che possono avere un’incidenza importante, pesante o leggera, drammatica o costruttiva nei confronti del nostro Paese e dell’Europa. Quelle popolazioni vivono sullo stesso unico Pianeta sul quale viviamo noi; peggio di noi sono colpite dai grandi cambiamenti climatici planetari, da una desertificazione e da una demografia crescente.[xxiv] Necessitano come noi di acqua; vegetazione; cibo; valori; identità; riconoscibilità; futuro. E come noi hanno paure; fragilità; desiderio di essere rispettati; desiderio di non morire; desiderio di tramandare qualcosa di sé.

Sarebbe utile sapere se tra quelle popolazioni c’è istruzione e in quale misura è diffusa; capire se sono veramente omologabili all’interno di uno stesso rigido schema culturale o se invece siano un mondo tutto da scoprire e magari meno ideologicizzato di quanto non si pensi; conoscere meglio le caratteristiche demografiche ed ambientali dei loro territori, le loro esigenze idriche, tecnologiche, alimentari, culturali, infrastrutturali, sanitarie; guardare alle loro produzioni o alle loro potenzialità produttive; valutare sotto quali condizioni i loro mercati potrebbero svilupparsi, e cosa potremmo fare anche senza spesa per accrescere le loro possibilità, cercando di coinvolgerli in una prospettiva che offra opportunità ad entrambi i popoli.[xxv]

Chi ha osservato più a fondo quei paesi, sottolinea che tutti i regimi nordafricani hanno preferito mantenere la popolazione disoccupata e dipendente dal potere, piuttosto che consentire loro l’autonomia che avrebbe permesso di svilupparsi fuori dal controllo statale.[xxvi]

La conoscenza di tali paesi dovrebbe essere strumento informativo basilare, per valutare quali siano le strade utili a farne crescere le economie e le democrazie fuori dalle vecchie logiche assistenziali, che hanno divorato le loro e le nostre risorse senza reale beneficio  per le popolazioni. Dovremmo abbandonare le vecchie categorie mentali che ci riportano a vedere gli africani e gli arabi secondo i gretti stereotipi dell’epoca coloniale. Quegli schematismi, anziché valorizzare le rispettive culture, riescono a mantenere alta l’incomunicabilità, cosicché sulla distanza si costruisce ogni giorno l’autostrada del fondamentalismo delle idee e dello scontro.[xxvii]

Da sempre la conoscenza dell’altro è il miglior mezzo per individuare e riscoprire i punti di contatto e di collaborazione, per scambiare merci e conoscenze, per sviluppare economie, per rispettare culture e valori.

Se nei decenni passati le nostre risorse fossero state ben gestite, cosa consentirebbero di fare oggi, impiegandole anche in minima parte ma con efficienza, assieme ad un mondo che sta cambiando? Lo sperpero di risorse perpetrato dalla politica di tutti gli schieramenti, una volta tradottosi in esaurimento dei mezzi disponibili ai cittadini, ha reso non comprensibili le azioni tentate verso quelle popolazioni. Ciò ha creato facile terreno per le esasperate reazioni degli italiani e degli europei che non riescono più a vivere in società impoverite. Tutto questo fornisce continua benzina ad un conflitto tra spaventati nuovi poveri ed autentici e disperati poveri. Un conflitto che amplifica il suo livore e le sue energie nella direzione sbagliata, perché, anziché raccogliere tutto il suo potenziale nella costruzione di strade unite per il forte Cambiamento, lo sciupa nella sterile alimentazione di ulteriori schieramenti che hanno un secondo nome: enormi debolezze.

Alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia e l’Europa intera erano in una condizione di assoluta e disastrosa povertà, eppure, attraverso un piano di grande sostegno economico venuto dagli Stati Uniti, nei decenni successivi si scambiavano merci e benessere. Anche il Mediterraneo e tutta l’area Nord africana e Mediorientale, alle quali guardiamo con timori e sospetti, possono diventare aree di grande cambiamento economico e sociale. Bisogna saperle accompagnare in un percorso non scontato, che rispetti le culture e offra pari opportunità. Il raggiungimento di questo obiettivo avrebbe un enorme valore, e sarebbe capace di esprimere, in un modo nuovo, lo spirito di una civiltà occidentale che oggi è solo oggetto di tanti falsi e vuoti proclami.

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122 A cosa ci serve la cultura?

Un aiuto fondamentale nella costruzione del Cambiamento può e deve darlo la cultura, faro e strumento essenziale per costruire i rapporti tra gli esseri umani all’interno di un Paese, o tra i vari paesi.

La cultura è conoscenza, ma anche consapevolezza di non sapere abbastanza. Proprio questa consapevolezza obbliga una società a mettersi in discussione, a riflettere per capire dove stia andando e per  quali obiettivi, a valutare se vi siano nuove strade da percorrere, differenti finalità e possibilità da conseguire, difficoltà da superare. Tutto questo ha enormi ricadute economiche e consente grandi evoluzioni umane e sociali. Infatti, nell’avvicinarsi a ciò che non si conosce, si può scoprire che gli elementi di non conoscenza o di diversità potrebbero diventare opportunità sulle quali costruire positivi sviluppi. Dunque la cultura che ci serve è fatta di molteplici aspetti, tutti finora mortificati o dimenticati dalla politica: cultura della legalità, della competenza, dell’innovazione e della tecnologia, del rispetto del territorio e dell’ambiente, dell’imprenditorialità, della trasparenza, del merito, della conoscenza aperta al confronto e alla competizione, ma anche del rispetto umano e della collaborazione.

La cultura, o le culture, si nutrono di differenze e di specificità, non di distanze. Nelle differenze e nelle specificità ci sono i motivi ed i modi dell’essere umano, assorbiti e acquisiti, raramente scelti da ogni singolo individuo. Anziché cercare ossessivamente le presunte ragioni o spiegazioni delle differenze per farne motivo di distanze, sarebbe più utile e più umano accettarle come variazioni nell’adattamento alle esigenze della vita; elementi di ricchezza e di forza, ma anche di debolezza e di piccolezza che caratterizzano l’essere umano: elementi che richiedono rispetto e conoscenza reciproci. Proprio per essere rispettate, le specificità dovrebbero continuamente confrontarsi in uno spirito positivo con altre specificità dell’essere umano, e ciò perché nel confronto e nel rispetto ci sono le uniche possibilità di arricchirsi reciprocamente. In questo conoscersi e rispettarsi ci sono opportunità di grande evoluzione, sia per le economie, sia per la politica. In Italia, in Europa, nel Mediterraneo, e oltre i confini geografici.

O rispettosamente insieme per risolvere e crescere, o conflittualmente divisi per regredire e perdere libertà.

 La politica e la società devono nutrirsi di cultura, altrimenti non trovano strumenti per evolvere e per proteggere gli esseri umani. Più in particolare, la cultura deve essere il fondamentale collante per tenere unito un Paese come l’Italia, e per cambiarlo.

Possiamo toglierci dalla piccolezza di tanti parziali interessi, per guardare all’obiettivo di un grande Cambiamento come eccezionale occasione di sviluppo civile. Attraverso un autentico e profondo Cambiamento tantissimi italiani desiderosi di aria pulita dimostrerebbero di sapersi rinnovare, trovando la forza morale e l’autorevolezza che cercano. Cercando il Cambiamento liberi dai vincoli creati dagli schieramenti i cittadini sarebbero capaci di rispettarsi, di portarsi fuori dallo scontro asfissiante che guarda sempre indietro e sempre al particolare, sempre alla litigiosità costruita ad arte per continuare a dividere tenendo ingessata la società.

Da tempo si discute di una presunta propensione degli italiani alla divisione. E’ una riflessione che va superata. Un popolo deve maturare, non può crogiolarsi nel pantano, sapendo di farsi del male, sostenendo di essere troppo storicamente abituato a rimanere in quella condizione. Un ammalato consapevole della propria condizione non deve aver paura di guarire, si deve impegnare in una autocura, smettendo di ascoltare ammalati tromboni che lo tengono schiavo di quel male.

La storia non può rimanere ferma, deve evolvere: tanto in Italia, quanto in Europa.

L’Italia e gli altri paesi europei hanno immaginato la costruzione di una prospettiva superiore alle proprie dimensioni statuali, ma nello scorrere di un tempo sprecato dagli egoismi e mosso dagli opportunismi, l’idea fragilmente impostata si è dimostrata inadatta alle difficoltà di questo tempo, per cui è necessaria un’unione ben più efficace e forte rispetto a quella originariamente abbozzata. Ritornare agli staterelli sarebbe un micidiale salto all’indietro, incapace di costruire la protezione che serve ai cittadini, siano essi italiani o europei.

I cittadini devono proiettarsi verso traguardi nuovi e concreti, in grado di fornire sane risposte alle enormi difficoltà di quest’epoca.

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123 La vecchia piccola Italia da bruciare

 C’è una vecchia, piccola, mostruosa Italia da bruciare attraverso la Costituzione e attraverso la forza dei cittadini.

Si può partire dalle potenzialità di un’Italia soffocata dai partiti. Le potenzialità nascoste nell’animo della silenziosa maggioranza dei cittadini costituiscono il patrimonio che dobbiamo liberare senza pregiudizi di parte. L’Italia è composta da milioni di persone cresciute nell’idea del far da sé. Un’idea che è stata origine di formidabili capacità costruttive. Ad essa si è accompagnata una forte abitudine alla difesa degli interessi di corporazione, clientelari o di parte, laddove con le proprie forze si riteneva di non riuscire ad arrivare. I partiti questa logica l’hanno alimentata al punto da farne il cancro che sappiamo.

Bisogna superare l’abitudine all’arrangiarsi attraverso la difesa degli interessi di bottega. Il mantenimento di tali interessi, e il suo passare attraverso condizionamenti, imposti o subiti attraverso la politica, impedisce di raggiungere più elevati livelli di sviluppo civile. Siamo al punto in cui, o si considerano le condizioni complessive di tutto il Paese, e ci si risolleva insieme, oppure, ogni giorno che passa le visioni egoistiche e le divisioni obbligano tutti a cadere pesantemente e drammaticamente insieme.

La politica ha troppo a lungo improvvisato e navigato a vista, costringendo tutti i cittadini, ma soprattutto imprenditori e lavoratori a fare altrettanto. Non solo questo non basta più, ma è diventato l’elemento che porta il Paese alla morte civile e alla fine economica. Bisogna costruire un grande progetto che si fondi sulle persone, sulle idee, sulla cultura aperta a conoscere e sulla cultura finalizzata a creare e sostenere l’iniziativa imprenditoriale, la progettazione flessibile, gli investimenti che liberino le energie e ne riproducano altre, in una visione d’assieme che dia fiducia e prospettiva certa e coinvolgente.

Se miriamo a tale obiettivo, siamo finalmente liberi di rovesciare il procedimento logico che normalmente si è fatto, e ancora si fa: anziché guardare indietro per giustificare le divisioni passate e quelle attuali, saremmo liberi di proiettarci nel futuro, per costruirlo, senza altri riferimenti che la voglia di salvare il Paese, migliorandoci.

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124 Serve un Cambiamento mentale

 I cittadini devono uscire dalla frustrazione e dalla rabbia, riconoscersi, rendersi consapevoli del fatto che, pur appartenendo a tante categorie, a diversi ambiti di lavoro o attività, a differenti situazioni economiche e sociali, sono tutti accomunati da uno stesso elemento: il fatto di essere in balìa di una politica che non li rispetta, li usa e li obbliga a dipendere da finalità finte e distruttive. La grande maggioranza dei cittadini può fare un passaggio psicologico ad una condizione nuova e potentissima: quella di poter costituire una forza composta da decine di milioni di persone,  che non sopportano più di rimanere impantanate in quella dipendenza.

Ogni cittadino non ha nulla da perdere, ma solo da guadagnare nel liberarsi ed unirsi insieme alle altre decine di milioni di persone che si trovano nella sua situazione, e non cambia il fatto che non abbia un lavoro o sia riuscito a costruire un’attività economica con le proprie fatiche o con quelle di chi lo ha preceduto. Ovviamente le due situazioni economiche e sociali sono diverse, ma è assolutamente sbagliato insistere su tali diversità; perché sono tutte accomunate da un’identica condizione di impedimento a migliorarsi e a sviluppare le proprie potenzialità. Questo è l’elemento che va posto al centro di una nuova forza politica di rigenerazione del Paese.

Ognuna di queste persone ha solo da perdere se rimane immobile a guardare cosa non succederà, aspettando il prossimo schieramento, il tecnico o il prossimo leader che si sostituisce al precedente, sperando che sia, o temendo che non sia, quello giusto per cambiare qualcosa.[xxviii]

E’ una speranza assolutamente vana. Nulla di importante cambierà, e si lascerà agli schieramenti e alle oligarchie la facoltà di trovare nuovi modi per cercare la divisione dei cittadini e la gestione delle loro risorse.

L’unica dimensione che può garantire un autentico cambiamento è dentro la mente di ognuno. Lì ci sono le possibilità più grandi, se ogni persona riesce a mantenersi un po’ più libera di giudizio, pronta e decisa a cambiare.[xxix]

Serve molta lucidità, molta forza d’animo e coraggio; unendoci intorno alla volontà di guardare dritti all’obiettivo, per obbligare la politica ad una dimensione più concreta e meno ingannevole. Con fiducia in noi stessi.

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125 Il cambiamento non è “partito”, ma partirà

E’ chiaro che dietro i partiti e i loro schieramenti, i giornali e le televisioni da essi influenzati o controllati, si muoverà una gigantesca macchina per fingere di cambiare, utilizzando apposta il termine ‘cambiamento’, ed abusandone, avendone intuito la forza e la capacità di presa nei confronti della stanchezza dei cittadini. In un contesto che tenderà alla frammentazione o alla polverizzazione della proposta politica, i partiti cercheranno anche di trasformarsi in liste dai nomi nuovi e accattivanti, oppure si dichiareranno pronti a unire “tutti” per tentare di catturare l’ansia di rappresentatività e di novità che si agita tra i cittadini: si tratterà di un inganno, di un trucco cosmetico se non andrà ad incidere sulla brama gestionale nascosta dentro alle oligarchie di partito.

Il Cambiamento non è “partito”; non può provenire dagli attuali partiti, né da loro trasformazioni che cambino nome per giocare con le leggi e ricreare ulteriori oligarchie. Il grande Cambiamento può venire solo dalla volontà di unire intorno ad un progetto condiviso. Ma non dovrà trattarsi di un contenitore per riciclarsi, né di una barca sulla quale salire per cogliere la nuova direzione del vento.

Un reale Cambiamento potrebbe partire solo da cittadini stanchi di sentirsi sudditi, i quali costruissero con mentalità nuova ed aperta una loro nuova entità politica, per obbligarsi a non creare un’altra oligarchia. Anziché protestare, anziché rivolgersi promesse, i cittadini dovrebbero coinvolgersi nella ricerca di soluzioni condivise, per raggiungere l’obiettivo di sottrarre la gestione dalle mani dei partiti, obbligando tanto questi ultimi quanto la loro stessa entità ad occuparsi solamente dei concreti indirizzi da dare al Paese.

Bisogna togliere alla politica il ruolo di promessa di favori in cambio della passività dei sudditi, per attribuirle quello di liberazione dei cittadini dai vincoli creati dalle oligarchie. E’ un traguardo enorme ma possibile. In una fase così difficile e caotica, tra tante argomentazioni o grida che proveranno a persuadere per costringere alle distinzioni o allo scontro, il vero grande Cambiamento lo riconosceranno i cittadini che sapranno costruirlo da soli, senza attendere qualcuno che lo confezioni in qualche pacchetto che nasconde altro. Avrà gambe forti se troverà l’aiuto di tanti soggetti che, pur tra le mille difficoltà dell’attuale contesto, tentino di fare un’informazione diversa, ed ambiscano a contribuire alle opportunità di un Paese più forte, aperto e trasparente.

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126 I cittadini possono farcela meglio senza questi partiti

 Questo è solo un tentativo, un contributo che ne auspica altri, nella creazione di una nuova entità che voglia cambiare a fondo il modo di fare politica, per provare a dare un solido futuro al Paese.

Probabilmente queste riflessioni saranno interpretate in un modo che tenderà a farne cadere il significato nel vuoto, cosicché, si perdano nell’assordante urgenza delle contrapposizioni alle quali i partiti sanno riportare. Qualcuno potrebbe interpretare questo tentativo come un’espressione di antipolitica. Come ho già detto in precedenza, so bene che le persone che si sono dedicate alla politica non sono tutte uguali, ma ciò non toglie che i partiti e troppi politici abbiano saputo usare e stravolgere il potere loro conferito dalle leggi per calpestare la legalità, conducendo ai disastrosi risultati che sono sotto gli occhi dei cittadini. Le critiche che potranno venire dai partiti saranno risibili, perché l’antipolitica, la demagogia e il populismo nascono proprio da essi stessi. La demagogia ed il populismo si nutrono della mancanza di rispetto verso i cittadini, coltivando divisioni e contrapposizioni per ottenere la gestione. L’esatto opposto di quanto propongo.

Alcune delle riflessioni qui esposte non costituiranno novità per i cittadini. Molte di esse trovano origine nelle analisi effettuate da studiosi o osservatori che ringrazio per il loro lavoro di approfondimento e informazione. Queste riflessioni non pretendono di contenere verità assolute, né di essere l’unica proposta possibile, ma esprimono il desiderio di vedere i cittadini realmente coinvolti nel Cambiamento. In ogni caso vogliono essere idee aperte al contributo di tante persone, le quali, con spirito sincero, in tutti i modi possibili, anche con la comunicazione realizzata attraverso internet, cerchino di unirsi, nella speranza di riuscire ad esplicitare in sedi più ampie e diffuse, una politica che cambi veramente il Paese.

Credo sia indispensabile un diretto impegno dei cittadini per ottenere una politica di tutt’altri costi e tutt’altra dignità non solo perché il Paese è alle strette, ma perché la politica deve smetterla di essere il luogo dove ci si arricchisce distruggendo le risorse ed il bene di tutti.

Le cose qui scritte sono anche la dimostrazione che un tentativo di progetto e di programma politico, se vogliono, i cittadini lo possono creare da soli, facendo a meno degli apparati costruiti dagli attuali partiti, senza necessità di tatticismi o delle loro partite a scacchi; senza passare per la loro protervia che ci riduce tutti alla condizione di manovrabili ignoranti, bisognosi di una sorta di fratello maggiore che fornisce “tutela” e spiega la propria verità. Alcuni dei punti qui presentati come elementi sui quali potrebbe puntare una nuova entità politica, sono probabilmente simili o vicini ad argomenti che si potrebbero trovare persino in qualche programma di destra, o di sinistra, o di centro. Spesso i programmi di tali schieramenti sono apparsi molto diversi sulla carta, per non tradursi in alcun cambiamento, generando sfiducia e lasciando tutto ad imputridire. Dobbiamo passare dalla sfiducia nei partiti alla fiducia in noi stessi e nel nostro desiderio di cambiare, senza illuderci ma anche senza limitarci.

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127  E’ una questione di volontà

Intanto propongo una domanda: riteniamo che sia possibile proteggere la nostra libertà o pensiamo che l’insieme di difficoltà, frustrazione e strapotere dei partiti renda l’impresa troppo faticosa per la nostra volontà?

Ognuno di noi, prima di rispondere, dovrebbe riflettere qualche istante, per sentire dentro di sé se ne ha abbastanza di ciò che la malata politica determina nella propria vita.

Se non ne ha abbastanza, se ritiene che tutto sommato gli stia bene così, o che non si possa fare niente, può continuare a godersi le meravigliose sorti che si prospettano per sé e per il futuro dei propri figli.

Se invece ritiene che in queste idee ci sia qualcosa di positivo e utile per il Paese, e che si possano costruire nuove regole che lo cambino in profondità, allora gli chiedo di contribuire con altre idee, con approfondimenti, e soprattutto con la volontà, diffondendo il più possibile questo o altri tentativi che aiutino ad unire, e a creare qualcosa di completamente diverso da ciò che finora gli attuali partiti hanno determinato, qualcosa che sia capace di ottenere il Cambiamento di cui abbiamo estremo bisogno.

Un grande Cambiamento, alla massima profondità consentita dalla Costituzione, per le libertà ed il benessere di tutti, per ricostruire le possibilità del Paese, è qualcosa che i cittadini devono provare a creare: solo se verrà da loro, potranno dire che il Cambiamento sta partendo e che lo stanno costruendo con le proprie mani.

Credo che di tempo e di frustrazione ne sia passata a sufficienza. Di qui a poco una goccia potrebbe diventare un mare.

Se saremo uniti potremo rigenerare il Paese. Uniamoci per le nostre famiglie, per le nostre economie; per il merito e l’efficienza. Uniamoci per un benessere tutto da costruire prima che svanisca definitivamente, uniamoci per il nostro futuro; uniamoci per essere più forti. Uniamoci per non dipendere dalla malattia dei partiti, uniamoci per le libertà ancora tutte da proteggere.

Uniamoci e ricostruiamo.

Coraggio.

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INDICE

Capitolo  1) ITALIA. DOVE SIAMO

Capitolo 2) ITALIA. DOVE POSSIAMO ANDARE

 Capitolo 3) ITALIA. COME POSSIAMO FARE?

VAI AVANTI A: PARTE SECONDA

Capitolo 5) I RISCHI DI UN’EUROPA  SENZA POLITICA

Capitolo 6) I RISCHI DI UNA FINANZA SENZA REGOLE

Capitolo 7) I RISCHI DI ECONOMIE SLEGATE DAI VALORI DELLE SOCIETA’

 Capitolo 8) LA CRISI DELL’OCCIDENTE E DELLE SUE DEMOCRAZIE

Capitolo 9) LA RIGENERAZIONE:  LA CONDIVISIONE DI REGOLE PER LE LIBERTA’ ED IL BEN  ESSERE

APPENDICE SULLA CORTE DEI CONTI

Nota sul metodo.


[i] Invito a leggere nell’appendice le caratteristiche di competenza ed indipendenza della Corte dei conti,   che   si  possono  trovare nel  sito http://www.corteconti.it/comunicazione/corte_in_sintesi/funzioni/.

[ii] Si tratta del D.P.R. 8 luglio 1977, n. 385; sul punto si veda quanto scrive Michele Ainis, in L’assedio, La Costituzione e i suoi nemici, Longanesi, 2011, a pagina 215.

[iii] Francesco Decarolis, Cristina Giorgiantonio e Valentina Giovanniello, L’affidamento dei lavori pubblici in Italia: un’analisi dei meccanismi di selezione del contraente privato, Banca d’Italia, dicembre 2010.

Confindustria italiana, nella Relazione annuale del Presidente del 27 maggio 2010 ha osservato che “(…) nessuna fornitura o appalto deve avvenire senza gara pubblica: non servono pesanti procedure, basta la luce della piena pubblicità delle scelte di spesa, ad ogni livello di governo. In questo modo diventerebbe impossibile assegnare lavori e commesse ad amici e compari, pagare prezzi gonfiati. Ciò non solo consentirebbe cospicui risparmi ma, di fatto, non meno importante, darebbe una vera sterzata verso la moralità.”

[iv] Un esempio dei meccanismi illeciti posti in essere per aggirare la normativa degli appalti è illustrato dall’articolo di Leo Amato Il “sistema” degli appalti a colpo sicuro sul Quotidiano  della   Basilicata.it   del       15.01.2011 ,     disponibile online  nel  sito http://ilquotidianodellacalabria.ilsole24ore.com/it/basilicata/matera_policoro_appalti_lopatriello_comune_illuminazione_2938.html.

[v] Sergio Rizzo, nell’articolo Il sistema di appalti segreti degli alti funzionari pubblici, Il Corriere della Sera 11 ottobre 2010 scrive che è stata emanata una norma che consente ai dirigenti generali dello Stato di «segretare» i contratti pubblici. Si tratta del comma 10 dell’articolo 8 del decreto legge 78/2010 convertito nella legge 122 del 30 luglio 2010.

[vi] Mario Giordano, in Sanguisughe. Le pensioni d’oro che ci prosciugano le tasche, Mondadori, 2011, compie un’indagine che dà la misura dello scandalo.

[vii] Un’idea dell’atteggiamento mentale necessario ad andare nella direzione dell’efficienza è fornito dal libro di Massimo Cirri e Filippo Solibello, Nostra eccellenza. L’Italia che reagisce. Sindaci, imprenditori, insegnanti, preti, vigili urbani, medici, cittadini, Chiarelettere, 2008.

[viii] In merito proposte molto interessanti sono esposte da Michele Ainis nel suo La cura, Chiarelettere, 2009.

[ix] Per quanto riguarda le indennità dei parlamentari si può consultare il sito ufficiale della Camera dei deputati http://www.camera.it/383?deputatotesto=4&conoscerelacamera=4.

[x] Pierluigi Cervellati ne Il tracollo dell’urbanistica, Utopieconcrete, 2009.

[xi] Una posizione a sostegno della leva fiscale per stimolare la crescita, assieme ad una esemplificazione dei differenti impatti ottenibili negli scenari ipotizzati, si trova espressa nel sito   di  discussione   economica  e  politica    noiseFromAmerika http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/1847?theme=print, a firma di Lodovico Pizzati e Michele Boldrin. Utile strumento di analisi anche il libro di Collettivo noiseFromAmerika, Alberto Bisin, Michele Boldrin, Sandro Brusco, Andrea Moro, Aldo Rustichini, Giulio Zanella, Tremonti, Istruzioni per il disuso, L’ancora del Mediterraneo, 2011.

[xii] Andrea Garnero, Glenda Quintini e Stefano Scarpetta, Un nuovo stage contro la disoccupazione giovanile, nel sito indipendente di informazione e analisi economico giuridica  La voce http://www.lavoce.info/articoli/-lavoro/pagina1002158.html.

Tito Boeri ha avanzato alcune proposte in La crisi non è uguale per tutti, Rizzoli, 2009 e, assieme a Vincenzo Galasso, in Contro i giovani. Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni, Mondadori, 2009.

Interessanti l’analisi e le proposte di Francesco Daveri in  Non basta la fiscalità di vantaggio per il Sud, La Voce http://www.lavoce.info/articoli/-lavoro/pagina1002139.html

Altre proposte vengono da Giuseppe Ciccarone, Maurizio Franzini, Enrico Saltari in L’Italia possibile. Equità e crescita, Brioschi editore, 2010. Gli autori sono redattori del sito indipendente di approfondimento       economico    sociale e   giuridico  NelMerito  http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=1015&Itemid=73.

[xiii] Ilvo Diamanti, Fra concorrenza e protezione. Indagine sull’atteggiamento degli italiani nei confronti del mercato, Demos & Pi per Comitato Scientifico e Ufficio Studi nazionale di Confindustria,    febbraio   2006,  nel       sito http://www.demos.it/2006/pdf/concorrenza_protezione_2006.pdf.

Alberto Heimler in Concorrenza e corruzione: una relazione virtuosa, nel sito indipendente di approfondimento    economico   sociale  e   giuridico    NelMerito (http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=1048&Itemid=43).

[xiv] La proposta di un intervento sistemico, di grande respiro e non episodico sul patrimonio edilizio nazionale è stata avanzata dai Radicali Italiani, nel convegno Piano casa, rottamazione edilizia e riforma della legge sul governo del territorio – Convegno di Radicali Italiani, Roma 6 aprile 2009, e successivamente nel convegno Seminario sulle politiche urbanistiche e infrastrutturali, Roma 24 luglio 2009. L’argomento richiederebbe specifici approfondimenti sugli profili e gli impatti economico-finanziari connessi a tale proposta.

[xv]   Andrea Garnero,   Oltre   il Pil,     nel   sito   LaVoce http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001480.html. Nel gennaio 2008, il presidente della Repubblica francese ha chiesto ad una commissione, composta da economisti di rilevanza mondiale e presieduta dai premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, di studiare e proporre alternative al Pil, disponibile online nel sito http://www.stiglitz-sen-fitoussi.fr/en/documents.htm.

[xvi]  Il sito dell’Eurostat, nella sezione relativa alle statistiche economiche 2010, a pagina  13 riporta gli  obiettivi chiave delle    politiche  europee    da  perseguire  entro  il   2020   http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-GK-10-001/EN/KS-GK-10-001-EN.PDF ().

[xvii]   Intervista  ad Adriano Piglia,   Centro Studi   Safe,  consultabile      online   nel  sito http:/ / master. Safeonline .it / comunicazione/videoteca_scheda.php?id=6.

[xviii] Tito Boeri e Agar Brugiavini,   Pensioni  alla  svedese,   nel  sito LaVoce, http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002394.html.

[xix] Francesco Vella, Capitalismo e finanza, Il Mulino, 2011.

Marco Onado, La Consob e i furbetti del mercatino, nel sito indipendente di informazione e analisi economica La voce (http://www.lavoce.info/articoli/-categoria48/pagina1002149.html).

Emilio Barucci in La tutela del risparmiatore e la crisi finanziaria: un punto sottovalutato, nel sito indipendente di approfondimento economico sociale giuridico NelMerito    (http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=1238&Itemid=71).

[xx] Giacomo Bosi, in Più democrazia partecipativa contro i furbetti del mercatino nel sito La voce http://www.lavoce.info/articoli/-finanza/pagina1002162.html.

[xxi] Mi sono limitato a considerare quanto sostengono grandi magistrati italiani, impegnati in prima persona e in prima linea contro le organizzazioni criminali. Tra questi, Roberto Scarpinato e Nicola Gratteri, i quali, pur avendo segnalato nei dibattiti e nelle pubblicazioni quali provvedimenti sarebbe necessario prendere, sono rimasti inascoltati dalla politica.

[xxii] Nicola Gratteri, La giustizia è una cosa seria, Mondadori 2011.

[xxiii] Tra gli acuti e indipendenti osservatori del mondo arabo, Paola Caridi ha scritto Arabi invisibili, Feltrinelli, 2007. Scrive anche nel sito di giornalisti indipendenti Lettera22 (http://www.lettera22.it/.

[xxiv] Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura – Istituto sperimentale per lo studio e la difesa del suolo – Centro Nazionale di cartografia pedologica, e Ministero delle politiche agricole e forestali -Istituto nazionale di economia agraria, Atlante nazionale delle aree a rischio desertificazione,       consultabile online        nel       sito http://www.minambiente.it/export/sites/default/archivio/allegati/desertificazione/Atlante_desertificazione.pdf.

[xxv] Jeffrey Sachs nel suo Il bene comune. Economia per un pianeta affollato, Mondadori, 2010.

Giorgio Lagrasta e Carlo Milani in I fattori scatenanti delle rivolte in nord Africa nel sito La voce (http://www.lavoce.info/articoli/-internazionali/pagina1002272.html)

Giulio Sapelli, Perché salvare il Corno d’Africa vuol dire salvare anche noi stessi, Il Corriere della Sera, 30 luglio 2011.

[xxvi] Zaki Laidi La Tunisia e la tragedia araba, nel sito di LaVoce

http://www.lavoce.info/articoli/-internazionali/pagina1002104.html.

Laura   Bottazzi  e  Rony   Hamaui I   veri  perché della   rivoluzione egiziana , http://www.lavoce.info/articoli/-internazionali/pagina1002142.html.

Fawaz A. Gerges, La tempesta perfetta; Tunisia, Lorenzo Declich, La rivoluzione modello; Dario Fabbri intervista a Graham Fuller Lo scontro di civiltà è una nostra invenzione., articoli pubblicati ne Il grande tsunami, numero 1/2001,Limes.

[xxvii] Mi sembra che in proposito giungano preziose le parole di Silvio Ceccato in Ingegneria della felicità. Per vincere i grandi e piccoli nemici che s‘annidano nella mente, Rizzoli, 1990. A pagina 25 scriveva: “(…) la violenza prende vita quando la differenza non è tanto vissuta come mia, di me che vorrei promuoverla, coltivarla, quanto di voi che non mi volete eguale, mi giudicate negativamente, mi chiudete le vostre strade (…). Almeno in una cosa sarò simile a voi: se io soffro, soffrirete anche voi. Così si danneggia o si distrugge la cosa che non si ha, si blocca l’attività che non si è chiamati a svolgere. La condanna cade su un’altra persona, sulla famiglia, sull’intera società, su uno Stato, sull’umanità, che mi hanno “emarginato””. Silvio Ceccato è stato lo studioso che ha introdotto in Italia la conoscenza della cibernetica (l’origine greca del termine indica l’arte di guidare), scienza della comunicazione e dell’autoregolazione.

Giordano Bianchi, Martina Marafatto, Una possibile coabitazione tra Oriente e Occidente “nei microcosmi    dimenticati   tra  Gibilterra  e   la  Persia”,   intervista a Monika Bulaj,disponibile online  nel    sito      http://www.monikabulaj.net/ita/?p=324, in relazione alla mostra fotografica Aure, allestita nel Teatro Miela di Trieste nel 2008. In questo lavoro l’autrice sostiene che i punti di contatto tra le culture arabo islamiche e quelle europee sono molti, densi di ricchezza e bellezza,  però vengono intenzionalmente negati e nascosti, perché “è conveniente (…) e più facile parlare di scontro, alimentandolo tramite lo stereotipo”.

[xxviii] Ilvo Diamanti, Italia, un Paese sospeso tra indignazione e sfiducia. La Repubblica 24.10.2011, consultabile nel sito http://demos.it/a00641.php.

[xxix] Penso che nell’impegno per il Cambiamento sarà essenziale la voglia di autenticità che le persone metteranno. In proposito mi sembrano molto utili le riflessioni che Vito Mancuso sviluppa in La vita autentica, Raffaello Cortina editore, 2009, e in particolare nel paragrafo “Il punto fermo (che non è immobile)”.

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