PARTE SECONDA Capitolo 5) I rischi di un’Europa senza politica

128 Oltre i confini italiani.

Il tentativo di unire i cittadini con una proposta che affronti l’inefficienza determinata dagli attuali partiti considera la specifica realtà italiana, sebbene le motivazioni del superamento degli schieramenti possano estendere la propria valenza  anche oltre i confini di un Paese. In realtà il tentativo in questione richiede di tener conto di ulteriori elementi, superiori alla dimensione e alle entità concernenti un singolo Stato. Si tratta di fenomeni tanto potenti e condizionanti da stravolgere le società dell’intero Occidente. Per affrontare tali fenomeni servirebbero politiche che coinvolgessero unitariamente tutto l’Occidente. In realtà non solo quest’ultimo è diviso, ma la stessa fragile configurazione dell’Europa, anziché tradursi in dimensione protettiva, diventa fattore di alimentazione delle difficoltà. La seconda parte di questo tentativo sarà pertanto dedicata a  considerare ulteriori aspetti:

1) le difficoltà derivanti ai cittadini per effetto della mancanza di un’autentica unione politica europea;

2) il ruolo di una parte della finanza nel determinare l’instabilità delle economie degli Stati;

3) l’autodistruzione delle economie occidentali che rincorrono costi non coerenti con la tenuta delle proprie società;

4) la necessità di rinnovare e aggregare le democrazie occidentali attraverso l’unione dei cittadini, in un’ottica di ripensamento dei rapporti con le altre culture e civiltà.

Tutti i paesi occidentali si stanno domandando quali siano le magiche ricette, capaci di far uscire le economie e le società dal declino che esse drammaticamente sperimentano; tutti stanno invocando un’idea di crescita che non è per nulla certo si riesca a costruire. Ma, prima ancora di ragionare del come si possa ottenere una crescita, o di valutare quali crescite siano necessarie, bisogna vedere quali aspetti, da molto tempo, stanno caratterizzando l’intero l’Occidente.

Quindi, da cittadino che vuole informarsi per capire di più, cercherò di leggere, come meglio posso, alcuni aspetti della realtà economica e finanziaria. Li ho colti grazie ai lavori di studiosi ed opinionisti, molti dei quali autorevoli ed indipendenti, altri probabilmente più orientati, ma comunque meritevoli di essere letti qualora il significato delle loro analisi porti in una direzione che prescinde da schieramenti ed ideologie, esprimendo solo utile pensiero, a disposizione delle valutazioni dei cittadini.

Non ci saranno concetti o numeri ostici, anzi saranno piuttosto semplici, ma legati tra di loro per osservare alcuni aspetti economici, finanziari e politici che rendono squilibrate e fragili le attuali società occidentali. Ne risulterà che i cittadini, pur appartenendo a differenti strati sociali, si trovano in una comune condizione di debolezza, che consegue alla cattiva gestione delle loro risorse, alla riduzione delle opportunità di lavoro o di impresa, alla slealtà competitiva, all’attacco ai debiti pubblici, alla compromissione dei loro diritti. Tale mistura di negatività comporta l’aggressione del presente e la sottrazione del loro futuro. Si tratta di componenti che provengono da una grave assenza di regole che proteggano le libertà, l’esigenza di benessere, la configurazione delle democrazie. L’assenza di tali regole, se da un lato segnala la necessità di politiche di livello superiore a quelle di un singolo Stato, dall’altro evidenzia la necessità di visioni civili di ampio respiro, e di grandi unioni di cittadini che vadano oltre la ristrettezza degli schieramenti o delle convenienze interpretative. Per tale motivo anche in questa parte la riflessione non condurrà ad interpretare gli eventi globali secondo visioni politiche precostituite, ma ad osservarli il più possibile per quello che sono, tentando alcune proposte.

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129 La crisi dell’Europa. Patti per cittadini o per greggi nazionali da confondere?

Centinaia di milioni di cittadini europei sono tenuti a rispettare un Patto, definito di Stabilità e Crescita. Si tratta dell’accordo stipulato nel 1997 dai rappresentanti politici dei paesi aderenti all’Unione Europea per obbligarli al rigore di bilancio, quando le condizioni economiche e politiche, mondiali ed europee, erano ben altre.

In base a tale Patto, gli Stati membri devono continuare a rispettare nel tempo due obblighi, ossia:

1) il deficit pubblico, cioè la spesa pubblica non coperta dalle entrate annuali, non deve essere superiore al 3% del prodotto ottenuto dal paese nell’anno;

2) il debito pubblico, accumulato nel corso degli anni, non deve essere superiore al 60% del prodotto ottenuto nell’anno.

Siccome ad aprile 2011 l’ufficio statistico delle Comunità europee, l’Eurostat, ha fatto i calcoli, e sono cifre semplici da capire, sappiamo come stavano i vari paesi membri rispetto alle richieste di questo Patto. Possiamo allora fare alcuni raffronti nei deficit: nel 2010 la Spagna aveva un deficit pari al 9% del prodotto ottenuto, la Francia era al 7%, il Belgio al 4%, la Germania al 3%, la Grecia al 10,5%, l’Italia era al 4,6%, del proprio prodotto; in totale solo 2 paesi sui 17 che adottavano l’Euro avevano un deficit vicino al valore richiesto.[i]

Per quanto riguarda il debito pubblico, il requisito considerato più critico ed importante, alcuni raffronti ci dicono che: nel 2010 la Spagna aveva un debito pari al 60% del prodotto ottenuto nell’anno, la Francia era all’82%, il Belgio al 97%, la Germania all’83%, la Grecia al 143%. L’Italia era al 119% del proprio prodotto, cioè aveva un debito che superava del 19% quello che aveva prodotto in quell’anno. In totale solo 3 paesi, su 17 che adottavano l’Euro, avevano un debito pubblico al di sotto del valore richiesto dal trattato. Il valore dell’ammontare di debito accumulato negli anni, misurato nel 2010, risultava essere di 1.800 miliardi di euro per l’Italia, 640 miliardi di euro per la Spagna, 1.600 miliardi di euro per la Francia, 2.080 miliardi di euro per la Germania.

Qualche acuto osservatore, ha fatto notare che la Germania, non contabilizzando 428 miliardi del suo debito pubblico, ben il 17% del totale, lo faceva apparire inferiore al valore che esso realmente aveva: quindi se si fosse considerata anche questa porzione, il debito tedesco sarebbe salito a 2.500 miliardi di euro, diventando il 97 % del prodotto conseguito nel 2010.[ii]

Quasi tutti i paesi che adottavano l’Euro nel 2010 stavano già violando, da due o più anni, gli obblighi previsti dal Patto. Il Regno Unito, che non adottava l’Euro al pari di Svezia, Danimarca e di 9 paesi dell’est europeo, aveva un deficit uguale al 10,4% ed un debito pari all’80% del proprio prodotto.

La rigidità degli obblighi imposti dal Patto è stata criticata dagli studiosi, quando si è manifestata tutta la sua inadeguatezza a seguito della “crisi” finanziaria iniziata nella seconda metà del 2007. Infatti, il Patto di Stabilità richiede maggiori tagli alle spese pubbliche quando i paesi sono in una fase di difficoltà economica, ossia quando i loro prodotti si riducono, mentre invece proprio in quel momento avrebbero bisogno di un’efficiente spesa pubblica che sostenesse l’economia. E’ chiaro che obbligarli ad una rigida riduzione del deficit, che non tenga conto delle specifiche condizioni economiche, equivale a penalizzarne le potenzialità di risollevamento.

Il drastico taglio della spesa, se non adeguatamente controbilanciato da manovre che rivitalizzino le capacità produttive e di reddito, soprattutto negli Stati che sono più in difficoltà, può innescare un nefasto circuito, che di stabile non ha nulla, anzi determina fragilità economica e finanziaria che si può riverberare anche ai paesi apparentemente più virtuosi. Ossia si facilitano le condizioni per la recessione globale, il declino delle attività economiche come conseguenza della diminuzione della domanda di beni e servizi, la riduzione dell’occupazione e del reddito disponibile, la diminuzione dei valori dei titoli, il denaro che non circola, con forti riflessi sulle condizioni materiali della popolazione.[iii]

Le prescrizioni di un patto mantenuto immutato negli anni hanno progressivamente complicato le acque nelle quali si sono trovate a navigare le economie europee dopo la crisi finanziaria. Tra il 2010 e il 2011 molti paesi europei sono caduti in grandi difficoltà, e le manovre di rigore economico e finanziario alle quali alcuni di essi sono stati sottoposti per ricevere aiuti li hanno cacciati in un vicolo dal quale non riescono a uscire. Quella che qualcuno riteneva una difficoltà confinabile ad alcuni paesi, nel corso del 2012 si è dimostrata una malattia economica capace di contagiare anche gli altri, complicandosi anche sotto il profilo finanziario. Ciò è inevitabile, considerata l’interdipendenza delle economie europee. Tra il 2011 e il 2012 anche i Paesi considerati più solidi non sono apparsi più così certi di riuscire a rimanere indenni dalle difficoltà determinate da una situazione economica e produttiva fattasi più complessa e deteriorata. In un tempo brevissimo tutto è cambiato.

Con una similitudine si potrebbe visualizzare meglio la situazione. Ipotizziamo di avere 17 persone sovrappeso, chi molto, chi troppo, chi poco, tutte collegate da una corda e obbligate ad una corsa, per alcune molto affannosa. Se, mentre corrono, vengono obbligate ad una stessa cura che le faccia velocemente ridurre tutte ad un identico peso di 60 chili, avremo che chi pesa per esempio 80 chili, anche se con fatica, potrebbe riuscire a sopportare il dimagrimento. Invece chi pesa più di 100, o perfino 130 chili, potrebbe essere colpito da infarto, e rischiare la vita. E’ chiaro che la drammatica caduta di una di queste persone, essendo legata agli altri da una stessa corda, può trascinare anche i compagni in una rovinosa caduta. Ecco questa corsa è la rappresentazione dell’Europa, obbligata ad una cura dimagrante che è il famigerato Patto; legata da una corda monetaria, ma non da un forte salvavita politico ed economico.

Ma il Patto europeo non era stato stipulato anche per la  cosiddetta crescita?

Gli obblighi previsti dal Patto, anche se sono stati sottoposti a successive parziali modifiche, hanno dato origine ad un meccanismo del quale le popolazioni europee non sono state informate, né prima  né dopo che tali vincoli venissero firmati. Tali obblighi hanno espresso numeri che, anziché diventare il punto di riferimento per migliorare gradualmente e cooperativamente i conti di tutti, hanno determinato rigidi strumenti che non garantivano da soli alcuna crescita, né alcuna tutela dei cittadini, anzi, potevano impedirla o addirittura peggiorare ancor più le condizioni dei paesi in una fase economica particolarmente critica.

In più, il conseguimento delle percentuali stabilite dal Patto è dipeso dalle scelte e dalla coerenza delle classi politiche, che potevano essere stabili ma incapaci; pronte a indicare un nemico nello schieramento antagonista e ad attribuirgli la responsabilità per le scelte non effettuate; ingannevoli così da non rendere evidenti le reali necessità del paese; dissipatrici; corrotte e arroganti; irresponsabili nel mostrare grandezze che il paese realmente non aveva.

In generale, al di là del loro dichiararsi di destra o di sinistra o di centro, le classi politiche sono ispirate da logiche legate solo alla propria sopravvivenza elettorale ma non a pensare all’intero paese e contemporaneamente a migliorare le condizioni dell’Europa intera; così sono abituate a considerare i cittadini come greggi trasportabili da una parte o dall’altra, inducendoli a seguire una direzione anche quando sono mutate le condizioni dello stretto sentiero sul quale vengono portati. In sostanza sono spesso manifestazione di una politica che in ogni Stato finge di rispettare i cittadini. Ciò perché ogni oligarchia guarda all’interesse del proprio partito prima che a quello del proprio paese, e a quello del proprio schieramento nazionale prima che a quello di avere una forte Europa nell’interesse di tutti.

Attraverso gli interessi degli schieramenti, e dei singoli partiti interni ad ogni Stato europeo, il sentiero nel quale sono condotti i paesi è venuto a trovarsi in mezzo a due dirupi: da un lato i tagli richiesti da rigidi vincoli, successivamente ai disastri combinati dalla classe politica o da quella finanziaria, dall’altro il debito pubblico attaccato da una finanza senza scrupoli.

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130   Patti buoni per la manipolazione

In tutto questo i cittadini europei quale possibilità hanno di esprimere un ruolo o di difendersi?

Bisogna riflettere sulle caratteristiche di quell’incompleta e fragile aggregazione che chiamiamo Europa. Un’Europa che i cittadini danno per scontata, ma che non esiste come effettiva e coesa entità politica.

Nel momento in cui si decise la creazione di un mercato ed una moneta unica, molti politici europei sottolinearono euforicamente che l’apertura e l’unione di mercati all’interno di un continente avrebbe portato crescita ed occupazione per tutti gli aderenti. In realtà gli esperti di economia avevano messo in luce l’esistenza di forti differenze tra paese e paese. Proprio quelle evidenti differenze avrebbero richiesto un’Europa compiutamente politica, che fosse in grado di tenerne conto per mitigarle e rafforzarle tutte insieme, evitando di farle diventare, come è successo, gravi fragilità.[iv] Alcuni economisti avevano segnalato che una moneta unica europea non sarebbe stata sostenibile in assenza di precise condizioni, individuate come essenziali dalla teoria economica: tuttavia la scelta dell’unione monetaria fu fatta comunque.

Dopo la caduta del muro di Berlino, i politici che vollero la creazione dell’euro si accordarono sull’unificazione della Germania dell’Ovest con la parte ex comunista, in cambio della sua rinuncia al marco. Attraverso quell’accordo tutti i paesi membri si impegnarono ad un’Europa più coesa.

A distanza di molti anni quell’intenzione di coesione pare venuta meno, dato che i leaders di molti paesi sembrano non essere più così disposti a sostenere il prezzo e le conseguenze dell’unione monetaria. Però le banche di tali paesi sono state a lungo disponibili ad investire nei titoli di Stato dei paesi più in difficoltà, come la Grecia, per l’alto rendimento che fornivano.

Nel frattempo è fortemente cresciuto il numero dei nuovi paesi aderenti all’Europa, e dei politici interessati alle prospettive di benessere che essa poteva offrire, più che all’idea di contribuire a rafforzarla attraverso un’unione politica. Qualche paese ha volutamente spinto per l’allargamento dell’Europa, vedendo in ciò il modo per allontanare nel tempo la prospettiva di una seria unione politica.[v] In un contesto intenzionalmente orientato ad evitare un’unione politica, mentre soffiava il vento di una progressiva e ideologica eliminazione di regole dai mercati, i condizionamenti determinati dalle più forti strutture economiche e finanziarie dell’Occidente trovavano un’ideologica opposizione e generavano crescente e diffuso impoverimento: un carburante che si è fortemente prestato ad alimentare egoismi nazionalistici e idee di chiusura regionalistica, anziché a sostenere una maggiore coesione politica.

Mentre questo quadro impediva progressi istituzionali, la Comunità europea accettava il compromesso di creare una Banca centrale che avesse come principale preoccupazione il controllo dell’inflazione, ispirandosi al ruolo espresso dalla banca centrale tedesca prima dell’unificazione europea.

Ritenendo che altre tappe di maggiore unificazione sarebbero inevitabilmente seguite, la Comunità europea imponeva come condizione la riduzione dei debiti pubblici, trascurando di dare altrettanto peso ad altri elementi essenziali come il livello di indebitamento verso l’estero, l’incontrollata espansione del credito, un’armonizzazione delle politiche finanziarie nei vari paesi, condizione fondamentale per avere un bilancio comune ed una stabilizzazione delle differenti situazioni economiche negli Stati membri. Questi ultimi profili non furono voluti, perché avrebbero richiesto una completa unificazione politica, così ebbero la meglio le resistenze e i veti di molte politiche nazionalistiche o regionalistiche, alimentate da oligarchie e burocrazie timorose di perdere ruoli e poteri nei rispettivi paesi d’origine. Priva di un’unificazione politica l’Europa è rimasta una debole somma di democrazie senza essere un’unione dotata di una completa legittimazione democratica.[vi]

A partire dal 2002, con un dollaro che si indeboliva via via sempre più nel cambio con l’euro, e con una spiazzante competizione del lavoro dei paesi all’epoca considerati emergenti, gli Stati europei meno capaci di impostare politiche di competitività, ammodernamento, riduzione dei propri debiti, peggioravano il loro confronto con la Germania, che invece delocalizzava gran parte del suo apparato produttivo nei paesi ex comunisti, creando un forte sistema industriale centrato su di sé, utilizzando manodopera a costi inferiori a quelli mediamente presenti nei paesi del meridione d’Europa. La produzione tedesca trovava uno sbocco tanto nelle economie europee più deboli, quanto nei paesi emergenti del sud est asiatico o in Brasile, e si traduceva in crescenti investimenti in Russia. Alla sua posizione di punta riuscivano ad agganciarsi anche altri paesi del Nord Europa, e, parzialmente, la Francia.[vii]

In seguito all’adozione dell’euro la Spagna, la Grecia ed il Portogallo hanno iniziato ad indebitarsi perché la moneta unica ha offerto ai paesi aderenti una credibilità che non meritavano nel momento in cui entrarono in Europa. Per effetto di tale credibilità le banche internazionali prestarono, al settore pubblico ed a quello privato di quei paesi, più soldi di quanti essi ne potessero restituire. Tale situazione si è protratta per anni, facendosi accompagnare dall’impennata dei valori finanziari avvenuta negli anni 2000. Dopo aver inseguito gli Stati Uniti in una fase di vertiginoso ed illusorio gonfiarsi dei valori finanziari ed immobiliari, nel 2008 tale bolla scoppiava al di là dell’oceano e si riverberava al di qua dello stesso, provocando il crollo della finanza e la crisi dell’economia. Le ragioni del crollo si riproponevano anche in Europa, costringendo molti governi ad una forte spesa pubblica per il salvataggio di banche sull’orlo del fallimento e di settori economici al collasso. Le ripercussioni di tali enormi spese sull’entità dei debiti di alcuni paesi europei furono evidenti negli anni successivi, facendo emergere valutazioni via via meno positive sulle loro capacità di rimborso.

A distanza di qualche anno dalla “crisi ” finanziaria del 2008, l’Europa è apparsa chiaramente divisa in due aree: una, quella composta dai paesi che, attraverso la tenuta della loro economia, riducevano l’indebitamento e perciò contavano su migliori tassi di interesse, con benefici per le decisioni d’investimento e i consumi; l’altra quella dei paesi con le economie ferme o quasi collassate, che, per effetto del loro indebitamento, si ritrovavano a dover pagare interessi più alti sui propri titoli di Stato, dunque trovandosi sempre più indebitati, e sempre meno capaci di sviluppare nuova ricchezza, ossia sempre più costretti a tagliarsi le gambe secondo il famoso Patto di Stabilità. Si è così parlato di un’Europa a due velocità.

L’euro ha quindi finito per accrescere le differenze tra i paesi dell’Unione: tra quelli che sono riusciti a beneficiarne per il modo in cui si sono organizzati e riformati, e quelli che sono rimasti agganciati ad una società corrotta, ingessata, invecchiata, o contraddittoriamente globale. Tra questi ultimi, spagnoli e irlandesi si sono affidati a bolle immobiliari che hanno alimentato gravi squilibri, greci, italiani e portoghesi non sono riusciti a sviluppare la loro economia.

La Banca Centrale Europea, avendo come suo principale obiettivo il contenimento dell’inflazione, ha cercato di perseguirlo operando con rigida attenzione sul tasso d’interesse di breve termine, dunque aumentandolo quando ha ritenuto necessario contenere i prezzi. Quest’ultima scelta, mentre si è perfettamente attagliata alle necessità dell’economia tedesca, che ha rischiato perfino l’innalzamento dell’inflazione per effetto del suo espandersi, ha creato grandi problemi alle economie ed alle finanze dei paesi più indebitati, i quali, oltre ad essere economicamente stremati o bloccati, hanno visto diventare più onerosi i prestiti alle piccole imprese ed alle famiglie.[viii]

A partire dal 2010 questo tipo di Europa ha iniziato ad essere oggetto di attacchi molto decisi. Non essendo attrezzata attraverso un’unione politica, né convinta a rispondere con fermezza, un’Europa divisa, squilibrata, condizionata da alcune figure politiche, è rimasta a palleggiare una situazione che si è fatta velocemente critica, fino a poter crollare. Uno scenario drammatico, perché prima ha provocato il progressivo indebolimento e poi ha aperto la scena a possibili fallimenti di alcuni dei paesi dai debiti più fragili. Un orizzonte che può comportare gravi conseguenze anche per i cittadini dei paesi che si ritengono più forti. Questo aspetto dimostra che l’euro, all’interno di una debole unione, non caratterizzata da omogenee condizioni economiche né da forti fondamenta politiche, ha potuto provocare più danni che benefìci. Tuttavia questi ultimi sono stati decantati dalla politica, illudendo che la circolazione di capitali e merci avrebbero automaticamente determinato ulteriori solidità.

Il fatto di aver stabilito, tramite il Patto di “Stabilità”, la necessità di raggiungere un certo rapporto tra debito pubblico e prodotto non ha protetto gli Stati dal rischio di eccessivo indebitamento, perché quel rapporto è stato abbassato attraverso il ricorso ai capitali esteri che hanno finanziato la spesa privata e alterato la crescita del prodotto. In tal modo i Paesi europei si sono trovati squilibrati ed esposti, mentre la loro competitività era resa indifendibile dal divieto di svalutare la moneta  imposto dal trattato di Maastricht. L’Unione europea si è impedita così lo strumento più veloce per riequilibrare i conti con l’estero; uno strumento fondamentale per proteggersi da una fase di profonda debolezza finanziaria, quale nessun politico aveva messo in conto.

Cosa cambia per un paese se può o non può utilizzare la svalutazione della sua moneta? Se può realizzarla rende immediatamente più convenienti le proprie merci, le quali saranno quindi più competitive e consentiranno un riequilibrio della bilancia dei pagamenti, ossia della differenza tra quanto il paese importa e quanto esporta. La svalutazione non può durare a lungo, altrimenti si pagano di più le merci importate e si finisce per importare anche inflazione; tuttavia potrebbe porre le basi per una successiva fase di risanamento del paese, impedendo nel frattempo forti contraccolpi sociali. Infatti, in assenza di svalutazione, l’unica strada percorribile sarebbe quella del contenimento della spesa attraverso le cosiddette politiche restrittive. Se la spesa nazionale si riduce, alcune imprese devono chiudere, aumentano disoccupazione e mobilità del lavoro, e ciò porta a ridurre salari e stipendi, traducendosi in una lenta china che potrebbe rendere le merci più competitive, anche se i cittadini avrebbero meno soldi da spendere. Nel tempo ciò determinerebbe un aumento delle esportazioni e una riduzione delle importazioni.  In un’aggregazione di Stati legati da niente altro che una moneta, un simile percorso può provocare una cura molto dolorosa per i paesi più deboli e mantenere benefici, consistenti e temporanei, solo per i paesi economicamente più forti.[ix]

Perché si è fatta la scelta di tale Patto di Stabilità? Forse perché i cittadini europei, senza saperlo, sono stati vittima tanto dello scontro tra ideologie contrapposte, quanto di posizioni politiche intermedie, che si sono affidate a rapporti numerici per ottenere dei risultati che, alla prova dei fatti, non hanno per nulla protetto i cittadini. Per cui, mentre qualche schieramento era favorevole a contenere l’indebitamento pubblico perché significava contenere il ruolo dello Stato, qualche altro schieramento non era favorevole a contenere l’indebitamento estero perché significava contenere il ruolo dei mercati finanziari. E così, forse qualcuno ha voluto vedere nell’intervento dello Stato un bene oppure un male a priori, e nel mercato un ambito inevitabilmente positivo, per cui il fatto che i capitali circolassero da un paese all’altro doveva essere necessariamente considerato con favore, senza verificare in quali condizioni avvenisse. In realtà proprio la circolazione non equilibrata dei capitali ha favorito un indebitamento privato, con effetti ai quali ha dovuto provvedere lo Stato, indebitandosi. Due indebitamenti ritenuti entrambi accettabili e finanziabili, ma sottoposti successivamente alle aggressive attenzioni di un certo tipo di finanza.

Qualche autorevole economista si è posto altre domande: dov’erano Germania, Francia, Italia nel momento in cui la Grecia stava facendo esplodere il proprio debito?  Dalle sue risposte si capisce qual è stato lo stile dei rapporti tra i “leaders” europei: nel 2002 quei tre paesi si sono opposti all’idea di dare all’organismo europeo Eurostat i poteri di controllo sulla veridicità dei bilanci; nel 2003, dopo che Irlanda e Portogallo sono stati criticati per il fatto di non aver rispettato il patto di stabilità, analoghe critiche sarebbero toccate anche a Francia, Germania e Italia, ma quest’ultima è stata loro complice nel chiudere un occhio sui conti sbilanciati, soprassedendo e pensando di poter ottenere un analogo trattamento sul proprio squilibrio contabile. In questo modo si è rotta la credibilità del Patto di Stabilità, e la Grecia avrebbe percepito la situazione come un implicito assenso a fare maggior debito. Insomma c’era un patto scritto nero su bianco, ma, se non lo rispettavano alcuni, allora anche gli altri potevano non rispettarlo, e una mano poteva lavare l’altra.[x]

Il mancato rispetto di quel patto ha evidenziato una contraddizione: quella tra la libertà di non rispettarlo, che alcuni paesi si sono consentiti per non deprimere le proprie economie, e l’obbligo del suo rispetto, anche a costo di manovre fortemente penalizzanti, che alcuni di essi hanno successivamente imposto ad altri paesi. Ne è risultato che i patti finora costruiti dall’Europa hanno avuto il sapore di qualcosa che non serve a migliorare la vita dei cittadini, ma vincoli che vengono applicati di momento in momento come vogliono i sottoscrittori più forti, in base alle esigenze elettorali delle oligarchie partitiche nazionali.

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131  Le lenti distorte e gli interessi strabici

Nel 2010, nel momento in cui in Grecia si è reso evidente il fatto che una maggioranza politica aveva alterato la contabilità, non facendo apparire la reale dimensione del debito, la speculazione, o meglio la manipolazione finanziaria, ha iniziato a colpire i titoli di Stato, soprattutto greci, ma anche quelli di Portogallo, Irlanda, Spagna, e parzialmente, Italia. Contemporaneamente è iniziata una fase di confusa e rigida discussione, nella quale alcuni politici europei, nell’imminenza di scadenze elettorali, si sono spinti a fomentare i propri elettorati in una corsa ad aspre critiche di stampo nazionalista verso i paesi meno virtuosi.  Molti commentatori hanno visto il manifestarsi di una tendenza ad alimentare le vecchie posizioni antieuropee di partiti contrari ad un’unione politica e favorevoli al mantenimento di deboli legami. Una tendenza che si è accompagnata con una miope ed egoistica sottovalutazione della realtà e dei forti legami esistenti tra le economie e la finanza dei vari paesi. Entità inevitabilmente interconnesse, ma debolmente proteggibili.

Alcuni osservatori hanno messo in luce il fatto che un’eventuale dissoluzione dell’euro avrebbe riportato la Germania al marco, dunque ad una moneta drammaticamente forte e penalizzante per le esportazioni, ma anche condotto al fallimento molti istituti di credito tedeschi, detentori di grandi masse di titoli di debito dei paesi europei più deboli.[xi] Altri economisti hanno valutato che se la Germania avesse immaginato di lasciare l’euro, per ricapitalizzare il sistema bancario e per salvare le proprie aziende ogni cittadino tedesco avrebbe dovuto contribuire con circa 6-8 mila euro solo nel primo anno, per un ammontare pari al 15-20 per cento del prodotto tedesco. Altri ancora hanno evidenziato che anche la Germania ha bisogno di un mercato unico europeo per mantenere le sue esportazioni, e che essa ha potuto contare anche sul sostegno europeo per unificarsi in una fase economica molto meno difficile di quella attuale. Eppure la politica ha ignorato la razionalità di queste osservazioni e si è infilata nel tunnel di slogan che hanno catturato ed irrigidito il consenso sugli interessi nazionali e non su una visione ed una coesione europea.

Sulla scia di  queste considerazioni gli osservatori hanno visto negli atteggiamenti e nelle scelte dei politici dei paesi più forti una miopia e un interessato strabismo tali da amplificare le difficoltà e produrre l’effetto di un boomerang, sia verso i paesi più deboli, sia, inaspettatamente, verso i più forti. [xii] Così il fatto di avere a lungo atteso prima di accordarsi per un parziale fallimento della Grecia, ha provocato per la stessa Germania un costo e un rischio notevolmente più elevato rispetto a quello che si sarebbe concretizzato con un immediato salvataggio.

Nel pieno della confusione, alcuni istituti di credito europei tra i più importanti al mondo hanno deciso di vendere una notevole quantità di titoli di Stato dei paesi europei più deboli, e tra questi quelli italiani.[xiii] Come interpretare segnali come questo? Fuggire dal rischio di un paese, che dovrebbe essere amico, per limitare la propria esposizione verso i titoli di un altro? E’ utile una scelta di questo tipo o peggiora le cose anche per quegli istituti ed il loro paese?

Nel momento in cui agisco, se dimentico di essere legato da una corda ad altri compagni di viaggio, e penso solo alle conseguenze sui miei interessi, peggioro la situazione perché il mio comportamento (vendo i titoli), oltre a rendere più fragile un paese che appartiene alla mia stessa area economica, determina un effetto valanga che domani potrebbe essere molto più difficile affrontare anche per me. Se agisco così è perché non ho in mente una strategia comune, che veda tutti coinvolti e concordemente partecipi; vado avanti a testa bassa per la mia strada, pensando di togliere le banche di casa mia dai problemi che esse stesse hanno concorso a creare, per far vedere ai miei elettori che sono il più bravo. Ciò equivale a dire: gli altri paesi se possono ci seguiranno, sennò ne pagheranno le conseguenze. Una condotta così rigida mi induce a fare la voce grossa, per imporre ad un paese dopo l’altro scelte che mettano velocemente al riparo i loro debiti per non veder peggiorare il mio. Ma sto recitando la parte del gendarme che mette in riga i dissoluti: una parte che mi costa molto più del provare a trovare soluzioni coordinate e concordi. In realtà non voglio vedere che, sbattendo la porta, assieme alla maniglia che mi rimane in mano, fra qualche tempo mi crollerà addosso tutta la parete della casa.

Attraverso troppa lentezza, contraddittorietà decisionale e confusione, l’Europa è giunta ad un faticoso accordo per la costituzione di fondi finalizzati al prestito e salvataggio dei paesi più in difficoltà. Essendo costituiti con il contributo di tutti i paesi membri, tali fondi dovrebbero disporre di dotazioni di denaro molto consistenti per essere realmente capaci di difenderli. Ma alcuni tra i paesi più floridi non hanno voluto aumentare il proprio contributo per non incrementare il proprio debito, e non peggiorare la valutazione circa la propria solvibilità.

Analoga difficoltà ha trovato anche l’idea di costituire un’agenzia europea del debito, che si occupi di finanziare e sostituire una parte dei titoli degli Stati membri con particolari titoli europei, appositamente creati e garantiti da tutti i paesi per consentire loro di finanziarsi ad un unico tasso, migliorando le proprie finanze senza essere esposti ad attacchi, favorendo gli investimenti, le economie e l’integrazione dei mercati finanziari europei.

Tutto ciò ha mostrato i grandi difetti costruttivi dell’Europa e l’assenza di un’adeguata visione politica. L’assenza di visione ha costretto l’Europa ad affidare il destino dei suoi cittadini e delle loro economie non ad una robusta unione politica, capace di rafforzarne la condizione, di determinare sicurezza e di diffondere un ben essere condiviso, ma ad un instabile ed incerto castello di sabbia, basato su squilibrati vincoli, ma facilmente sgretolabile sotto la potenza di meccanismi finanziari privi di regole.

Forse la stessa Germania, che ha costruito la sua unificazione attraverso una fortissima spesa pubblica distribuita in 20 anni di impegno, non sarebbe stata indotta a posizioni così attendiste, così capaci di complicare le cose anche al suo sistema finanziario, se l’Europa fosse stata diversamente costruita. Ma se così fosse stato, anche molti altri paesi avrebbero avuto meno critiche da rivolgere e maggiori benefici da condividere.[xiv]

Molti osservatori ritengono che i trattati europei debbano essere rivisti, e che condivise regole di solidità politica, economica e finanziaria, completamente da costruire, siano ormai indispensabili per tutti i cittadini europei, per irrobustire le loro libertà e la sicurezza delle loro economie. Tali regole sarebbero utili anche ai cittadini che si sono fatti trascinare dagli slogan di leaders politici inneggianti alla volontà di non pagare per le responsabilità dei paesi più indebitati, ma che non considerano i fortissimi danni che deriverebbero dal dissolvimento dell’Europa o dal mantenerla fragile. La facile presa di quegli argomenti ha impedito a molti cittadini di percepire che dietro agli slogan ci sono gli interessi di tanti politici, i quali, in ognuno dei paesi membri, hanno costruito la loro carriera incitando ad uno scontro nei confronti dello schieramento opposto, utilizzando l’Europa come motivo di distinzioni e contrapposizioni sulle quali costruire il successo elettorale della propria oligarchia. Ma una volta che i rigidi argomenti siano entrati nelle strategie dei partiti e dei loro leaders, essi assumono il valore di un investimento, il quale, per rimanere redditizio – ossia per condurre alla vittoria nelle scadenze elettorali – obbliga a non modificare le posizioni assunte per conquistare il consenso. Così, per non perdere la faccia, si sceglie di non rivedere quelle posizioni anche quando sarebbe necessario.

In tal modo, può accadere che cittadini divisi e sottoposti alle distorte lenti di una propaganda che deve seguire la strategia decisa dall’oligarchia, vengano costretti ad incolpare i cittadini di un altro paese, non riuscendo a rendersi conto del fatto che molte delle difficoltà da essi sperimentate originano dalle scelte imposte in tutto il mondo da alcune strutture economiche e finanziarie senza regole. Accade perciò che molte persone non possano capire che è necessaria l’unione di un Occidente di cittadini forti, per trovare il modo di correggere gli effetti distruttivi di benessere derivanti dalla potenza di tali strutture.

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132  Investimenti sbagliati

Partendo dalle mie limitate conoscenze e dalla curiosità di cittadino, riprendo la questione dei famigerati debiti pubblici, per considerare le riflessioni svolte da alcuni studiosi di economia. Ovviamente anche gli economisti hanno le proprie idee in ambito politico e da queste possono farsi orientare o influenzare, ma spesso riescono anche a guardare con lucida ed indipendente oggettività alla situazione. Evitando di selezionarli in base al loro orientamento politico o ideologico, ho cercato di utilizzarne le osservazioni per approfondire la realtà di questo tempo. Pur non avendo ricette concordi, né sicure di risolvere le difficoltà, molti economisti segnalano aspetti che noi cittadini dobbiamo ancora “scoprire”.

Normalmente si crede che nella dimensione dei debiti pubblici europei vi siano solo le spese pagate dai cittadini di anno in anno, per lo svolgimento di attività e gestioni che dovrebbero essersi tradotte in servizi e benefìci. Soprattutto in Italia solo in minima parte sono andate in quella direzione, e l’incapacità gestionale o l’attitudine corruttiva manifestata dalla politica di tutti gli schieramenti hanno avuto un ruolo determinante in tal senso. Secondo alcuni osservatori inefficienza e corruzione hanno prodotto i loro effetti anche in altri paesi europei. In Grecia la politica ha addirittura falsificato il bilancio per non far apparire ai cittadini ed al resto del mondo il grande debito che c’era rispetto al prodotto realmente ottenuto.

La cosa che normalmente non si sa, o non si considera, è il fatto che nei debiti pubblici dei paesi europei non c’è solo una spesa mal gestita; c’è purtroppo molta spesa straordinaria, ossia spesa che in tempi recenti i Paesi sono stati costretti a fare per tentare il salvataggio dell’economia privata dai debiti da essa contratti.

Questo è ciò che è avvenuto dopo il 2007 soprattutto in Irlanda, ma anche in Olanda, Spagna, Grecia, Austria, Regno Unito, Germania, più che in Francia, Portogallo e Italia. Ed è avvenuto sia per il salvataggio di settori privati fortemente indebitati, sia per salvare il sistema bancario che rischiava il collasso dopo aver indotto quei settori a tale indebitamento e alla crisi finanziaria.[xv]

Gli economisti segnalano dunque che, se si utilizza come termine di riferimento il reddito prodotto dai paesi appartenenti all’euro, si vede che l’indebitamento privato è cresciuto molto più del debito pubblico in tutto il periodo che va dal 1999 al 2009.[xvi]

Durante gli anni di espansione economica 1999-2001 e 2005-2007, il debito privato è fortemente accelerato, ed il debito pubblico è sceso; mentre durante gli anni di contrazione dell’economia, 2002-2004 e 2008-2011, la crescita del debito privato è rallentata e quella del debito pubblico accelerata.

Insomma, quando l’economia ha ridotto la propria corsa, o addirittura si è fermata, lo Stato è intervenuto a raccogliere i cocci. Lo ha fatto in due modi. Nel primo, quando l’economia è entrata in recessione, le entrate statali sono diminuite e così è aumentata la spesa sociale. Nel secondo, siccome parte del debito privato, quello delle banche, è implicitamente garantito dallo Stato, quest’ultimo è costretto ad emettere titoli di debito per salvare le istituzioni private. Dunque, la forza che determinerebbe l’andamento ciclico del debito statale sarebbe l’espansione o la riduzione del debito privato.

Secondo autorevoli studiosi, la responsabilità dell’aumento del debito pubblico e privato a livelli non sostenibili non è solo dei governi nazionali, ma anche delle autorità monetarie europee, che tra il 1999 e il 2009 hanno consentito alle banche dei singoli Stati la smisurata crescita del credito bancario, il quale ha alimentato come una bolla l’espansione del settore immobiliare, soprattutto, ma non solo, in Irlanda e Spagna, seguendo e gonfiando irreali valori economici che poi sono scoppiati. Il loro scoppio ha trascinato con sé le sorti del sistema bancario e finanziario, mettendo in serio dubbio la solidità e la sopravvivenza della moneta unica.[xvii]

Altri studiosi pongono l’accento sulla necessità di distinguere i debiti sulla base di quale sia il soggetto che prende i soldi e di quale sia quello che li dà: così si parla di debito pubblico quando ci si riferisce al fatto che i soldi vanno allo Stato, e di debito estero quando si segnala il fatto che i soldi vengono dati dai mercati finanziari internazionali. Un paese si indebita se le spese superano le entrate, e tale questione si intreccia anche con gli scambi che avvengono tra il paese e l’estero. Infatti, se un paese importa beni per un valore superiore a quello dei beni esportati, dovrà farsi prestare dall’estero quanto gli serve a coprire la differenza fra spese e incassi, ossia creerà debito estero.

Quella distinzione è utile per capire che, dopo che per molto tempo il debito tipicamente considerato è stato solamente quello pubblico, le crisi finanziarie degli ultimi anni hanno messo in luce il ruolo svolto dal debito estero e in particolare l’esistenza di un debito privato, ossia contratto per consumi, produzione o investimenti non pubblici.[xviii] Sulla base di tali osservazioni alcuni studiosi ritengono che l’attacco nei confronti dei titoli di Stato di Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda non sia derivato tanto dal fatto di avere accumulato un grande debito pubblico, quanto dal fatto che il loro debito, tanto di recente origine pubblica quanto soprattutto di natura privata, è stato finanziato da prestiti o investimenti direttamente esteri: si tratterebbe cioè di un debito contratto con l’estero.[xix] Il caso italiano sarebbe differente, perché il debito dell’Italia è storicamente di origine prevalentemente pubblica, anche se negli ultimi anni avrebbe assunto anche una crescente natura privata, e si sarebbe determinato in presenza di una contemporanea riduzione della ricchezza delle famiglie.

In tutti i paesi europei economicamente e finanziariamente deboli si sarebbe innescato quindi un meccanismo di spirale del debito, ossia dell’ulteriore indebitarsi per pagare il debito precedente, così, non appena si sono manifestate le condizioni per valutarlo come pericoloso, una parte del sistema finanziario ha deciso non solo che il livello assunto da tale debito non andava più bene, ma addirittura che poteva scatenare la propria potenza di fuoco su tale indebitamento. Ecco che il debito pubblico è diventato non solo spesa straordinaria, ma addirittura spesa provocata da vincolanti meccanismi finanziari e subita dai cittadini.

Almeno per quanto riguarda l’Italia, va detto che, fino a qualche decennio fa, i suoi cittadini erano soliti acquistare i titoli del debito pubblico come forma di ”investimento”. Se non hanno più investito in ugual misura è perché, oltre a non essere incentivati, non si sono resi conto dell’importanza di farlo, venendo attratti dai rendimenti forniti da strumenti finanziari fattisi sempre meno trasparenti e sempre più rischiosi. Probabilmente i cittadini non si sono fidati della classe politica e degli effetti del suo agire sul valore dei titoli di Stato, però oggi è indispensabile considerare che, se non crediamo nel nostro Paese, e nelle sue possibilità di risollevarsi, stiamo preferendo un “investimento” enormemente più rischioso, che consiste nel lasciare il debito pubblico in balìa del volere di altri soggetti.  Ossia siamo preda di un “investimento” che per tali soggetti diventa tanto più profittevole quanto più aumenta la probabilità del nostro fallimento.

Ma qual è stata la capacità dell’Europa di investire direttamente su di sé? La domanda oggi richiama il ruolo svolto dalla Banca Centrale Europea (BCE), una banca che ha garantito il denaro e la solvibilità delle banche private nazionali, ma non quello di cui necessitano gli Stati membri per assicurare la solidità delle democrazie e delle economie. Il dibattito si è incentrato anche sulla necessità di modificare le funzioni di tale Banca. Alcuni osservatori e talune forze politiche ritengono che il fatto di conferire alla Banca europea il ruolo di garante dei debiti dei paesi membri, così come avviene per la banca centrale americana, inglese, giapponese o cinese, oltre a determinare inflazione in caso di emissione di moneta per l’acquisto dei titoli pubblici, costituirebbe un’indebita ingerenza dell’ambito pubblico nell’economia, conducendo a qualcosa di non previsto dai trattati europei. Alcuni economisti e talune forze politiche sostengono invece che tale ruolo andrebbe rivisto, e che l’inflazione sarebbe preferibile al fallimento dei paesi. In realtà si dovrebbe considerare la questione libera da qualsiasi incrostazione ideologica e da qualsiasi convenienza nazionale, pensando che la BCE, al pari della Banca Centrale statunitense, è comunque intervenuta con enormi quantità di moneta per salvare il sistema bancario dal fallimento. Quegli interventi non hanno messo al riparo gli Stati europei dal pesante attacco portato nei confronti dei loro titoli pubblici, anzi tale massa monetaria è entrata direttamente nel circuito di una finanza che in buona parte è degenerata o preoccupata di salvarsi dai propri guasti, e perciò non si preoccupa di sostenere né gli Stati, né le economie.

La moneta ha l’essenziale funzione di veicolare l’economia, e ciò appare tanto più vero nelle fasi difficili, ma il conseguimento delle sue potenzialità dipende dalle condizioni nelle quali viene immessa e da quali sono i soggetti e le funzioni alle quali viene destinata. Dunque la questione dovrebbe essere interpretata fuori dagli schemi del passato, considerando la gravità e drammaticità della crisi del sistema democratico, economico, finanziario e politico. Si dovrebbe agire per creare un sistema che protegga o finanzi direttamente una rilevante parte del debito degli Stati europei  ad un contenuto tasso d’interesse, così da non correre il rischio del loro fallimento, garantendo quelle risorse che a cascata finiscono per alimentare le energie produttive private, ma obbligando tali Stati all’impegno di ridurre i debiti quando l’economia sia in condizioni favorevoli. Ciò costituirebbe una cruciale funzione per la Banca Centrale Europea, un grande obiettivo da realizzare per risollevare le economie europee in fortissima crisi, e un fondamentale traguardo, possibile attraverso l’unione politica dei cittadini europei. Un traguardo tanto essenziale da costituire la priorità delle priorità.

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133  Idee inutili o possibili inascoltate vie di fuga?

Molti studiosi ritengono certo questo elemento: all’interno di un’Europa quasi solamente monetaria, e non politicamente e fiscalmente unita, il Patto di Stabilità e Crescita, così com’è congegnato, pone più problemi di quelli che intende risolvere. Alcuni conoscitori di queste delicate questioni stanno da tempo avanzando proposte che potrebbero correggere le gravi conseguenze della sua rigidità. Queste proposte sostengono la necessità di introdurre procedure utili ad incentivare i governi a risparmi di bilancio che tengano sotto controllo i conti durante le fasi economiche più favorevoli, senza però impedire alle economie dei  paesi di rinvigorirsi proprio quando ne hanno più bisogno, cioè nelle fasi difficili. Insomma, si tratterebbe di seguire un ragionevole principio: nei periodi meno critici bisogna mettere il fieno in cascina, per usarlo con accortezza quando arriva l’epoca delle vacche magre.[xx]

Dunque dovremmo cominciare a pensare che la riduzione del debito è un provvedimento sano quand’è graduale e sostenibile, ma se è brusco ammazza le possibilità di recupero di un paese, e lo porta ad accelerare la corsa verso il fallimento totale, ossia il provvedimento di cura finirebbe per essere peggiore del male che i politici suppongono di riuscire a curare, imponendo tanta drasticità.

E’ come se una persona avesse le gambe ammalate, e, prima di vedere cos’è meglio fare per guarirla, l’avventato chirurgo decidesse che l’unica cosa da fare è tagliarle subito perché il paziente corra meglio.

Sono state proposte alcune idee per la riduzione dei debiti. In Italia qualche studioso ha considerato che la ricchezza privata, in termini di patrimonio finanziario disponibile, si presterebbe per sostenere una notevole porzione del debito pubblico. Così qualche esperto ha proposto di coinvolgere i detentori di considerevoli patrimoni nell’acquisto di titoli di Stato di nuova emissione, aventi una scadenza adeguatamente lunga, tasso analogo a quello fornito dai titoli tedeschi, e garantiti dai beni immobili di proprietà pubblica.[xxi] Altri attenti osservatori hanno proposto la creazione e quotazione in Borsa di una società-fondo immobiliare, per dotarla della parte più facilmente valorizzabile dei 1.800 miliardi di euro che compongono il patrimonio pubblico: stabilendo l’obbligo di acquistarne i titoli in base alla capacità patrimoniale dei cittadini, si ricaverebbe una grande liquidità attraverso la quale si potrebbe tanto ridurre il debito e gli interessi, quanto finanziare la ripresa economica.[xxii]

C’è poi chi guarda al caso dell’Islanda come ad un esempio di capacità di protezione realizzata direttamente dai cittadini, i quali hanno determinato un rinnovamento della politica e promosso un referendum, per decidere di non pagare un debito che era stato contratto all’estero da tre banche e successivamente acquistato dallo Stato per ottenere il loro salvataggio. Però c’è anche chi sostiene che la decisione di un paese di soli 320.000 abitanti costituirebbe un caso che fa riflettere ma non sarebbe assimilabile alla situazione dei debiti contratti dai grandi paesi europei e acquistati dal sistema bancario. Di sicuro quel caso deve indurre a pensare, e a mettere velocemente insieme competenze di studiosi e volontà di cittadini, in una prospettiva di pensiero indipendente e concreto.

Qualche importante studioso ha anche proposto accordi per trasferire presso organismi internazionali porzioni del debito dei vari paesi, scorporandole dai bilanci nazionali, fino a quando i rispettivi governi non abbiano ricreato le risorse utili a ripagarle. Potrebbe essere una potente ed efficace risposta al meccanismo di ingigantimento del debito derivante dall’aumento degli interessi richiesti.[xxiii]

Altre proposte considerare di ripagare il debito attraverso i proventi derivanti da una tassazione concordata a livello internazionale, specificamente rivolta nei confronti delle transazioni finanziarie di rilevante importo, ossia quelle capaci di creare continuo condizionamento dei mercati. Probabilmente in questo modo, i debiti dei vari paesi, da quelli più esposti a quelli meno colpiti, sarebbero sottratti ad un accanimento manipolativo. Potrebbe essere una soluzione molto forte e utile a tutti i paesi, a patto che la politica sia disposta a considerarla seriamente e non si divida sulle solite basi ideologiche.

Altri studiosi hanno scritto appelli e suggerito varie proposte alla politica europea, ma quest’ultima ha litigiosamente preso una linea di rigore mentre la casa prendeva fuoco.[xxiv] I leaders europei non hanno cercato di raggiungere l’obiettivo di spegnere quanto prima il fuoco, ma soprattutto i rappresentanti dei paesi economicamente più forti hanno voluto mostrare al proprio elettorato che la propria via allo spegnimento era la migliore. Ovviamente tutto ciò si è tradotto in un fuoco sempre più alto ed indomabile.

Non si sa quali saranno le strade seguite dai politici europei, però è apparso evidente il caos che sono riusciti a creare. Essendosi accordati su vincoli fortemente penalizzanti, hanno complicato molto la difficoltà delle acque in cui faticosamente navigano i paesi membri. Ma hanno anche ingannato i propri cittadini, nascondendo loro la realtà degli impegni che andavano firmando nelle sedi europee e disattendendoli nelle sedi nazionali. L’Europa che ne è scaturita è un’aggregazione alla quale alcuni paesi non credono più, poiché sono stati indotti a ritenere che potrebbero stare meglio facendone a meno, e nella quale altri invece ancora sperano, individuandola come la costosa àncora di salvezza per tirarsi fuori dalle proprie difficoltà. Tutte queste sono esigenze egoistiche, ispirate da mediocri leader, aggrappati ad un debole presente, incapaci di visioni tanto ampie quanto sarebbe necessario. Visioni che dovrebbero rendere protagonisti i cittadini, per costruire una forte e comune protezione delle loro economie  e cercare un loro più solido benessere.

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134  La visione europea che manca

 La miopia di chi finora ha “governato” l’Europa, per incapacità o per consapevole intenzione, ha sminuito le possibilità dell’Unione europea, condannandola al misero ruolo di pachiderma burocratico senza poteri politici ed economici di peso: un mostro con ventisette oppure diciassette teste e piccolissimi muscoli. Un mostro che ha ventisette spese uguali in tutti i settori, e moltissimi di questi ventisette paesi sono fortemente indebitati senza possibilità di vedere ridotto in tempi brevi e con accettabili costi il proprio debito.

E’ non solo possibile ma addirittura indispensabile e vitale per i singoli paesi componenti, dare all’Europa una configurazione di federazione leggera che si doti di un governo efficiente, trasparente e vicino ai cittadini europei. Per avere un rilevante peso politico ed una consistente capacità di difendere i propri paesi dagli attacchi speculativi, l’Europa deve disporre di finanze basate su di una piccola percentuale del prodotto europeo, alimentate da un prelievo fiscale sostitutivo a quello dei paesi membri, per governare un’unica politica federale in alcune materie. Qualcuno tra i più acuti osservatori e conoscitori della situazione politica europea, sostiene che queste potrebbero essere la stabilizzazione economica, un’unica forza armata europea, le reti di trasporto, la ricerca scientifica, il controllo delle frontiere, le politiche di cooperazione e sviluppo con aree circostanti.[xxv] Agendo in sostituzione delle ventisette dei paesi membri, un’unitaria politica europea potrebbe consentire i forti risparmi di spesa pubblica che nessuno dei paesi membri è in grado di conseguire da solo, permettendo loro di evitare incrementi nella pressione fiscale, e di intraprendere meno dolorosamente il percorso di riduzione dei debito.

L’Europa non è mai stata tanto debole quanto durante gli attacchi ai debiti pubblici, perché le crisi finanziarie ed economiche hanno messo in luce le sue fragilità nate tanti anni prima, quando si decise di fermarsi ad un’unione pressoché solo monetaria. La sua debolezza deriva direttamente dalla volontà di lasciarla fragile. Ne sono responsabili le divisioni in schieramenti e le miopi politiche nazionali, troppo spesso improntate da figure politiche attaccate all’egoistico mantenimento di condizionanti poteri domestici, capaci di ridurre ogni possibilità di sviluppo a piccole ottiche in conflitto tra loro. Di fronte alle grandi difficoltà di un’era nuova quelle classi politiche hanno diffuso in tutta Europa reazioni similmente inadeguate, costruendo il consenso attraverso il richiamo a paure ed a nazionalistiche chiusure per coprire la totale assenza di proposte di evoluzione politica, proiettando e riproducendo tali chiusure nelle istituzioni europee, dove, con ipocrita capacità, hanno ricoperto ruoli e poteri in un modo che ha snaturato le potenzialità e giustificato le critiche di inutilità dell’Europa. In un contesto di richiami alle paure, alle diffidenze, ai nazionalismi o ai regionalismi, e nell’ottica di ogni partito nazionale di puntare all’obiettivo del proprio superamento delle elezioni, si è impedita sempre più la prospettiva di rafforzamento e sviluppo di una solida Unione politica europea. Servirebbe dunque un’unione di popoli rispettosi e solidali, consapevoli del fatto che nessun’altra dimensione all’infuori di un’Europa realmente unita può tutelare meglio le proprie diversità e specificità dalle maglie di una globalizzazione senza regole.

In realtà, se i cittadini europei andassero oltre le logiche degli schieramenti, potrebbero costruire un progetto condiviso, per conferire all’Unione europea essenziali poteri politici ed economici. In tal modo, anziché essere un mostro capace di creare difficoltà, l’Europa diventerebbe un gigante capace di rendere forti tutti i suoi componenti, riducendo i problemi che nessuno di questi, con i mezzi e le forze di cui singolarmente dispone, è in grado di risolvere.

Un’Europa politicamente ed economicamente coesa sarebbe anche un’entità capace di rapportarsi con gli immensi problemi di un’Africa che in 30 anni è cresciuta da 500 milioni a 1 miliardo di persone, e fra 30 anni sarà composta da 2 miliardi di esseri umani o disumanamente disperati. Oggi, per effetto del cinismo e del nanismo politico europeo, anche il fragilissimo destino dell’Africa si muove molto incerto.[xxvi]

L’Europa unita è la soluzione del “Problema Europa”: una soluzione davanti agli occhi che nessun Paese ha voluto per un mal inteso senso di convenienza.

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TORNA INDIETRO A:

INDICE

Capitolo  1) ITALIA. DOVE SIAMO

Capitolo 2) ITALIA. DOVE POSSIAMO ANDARE

 Capitolo 3) ITALIA. COME POSSIAMO FARE?

Capitolo 4) UNA PROPOSTA PER UNIRE I CITTADINI FUORI DAGLI SCHIERAMENTI

VAI AVANTI A:

Capitolo 6) I RISCHI DI UNA FINANZA SENZA REGOLE

Capitolo 7) I RISCHI DI ECONOMIE SLEGATE DAI VALORI DELLE SOCIETA’

 Capitolo 8) LA CRISI DELL’OCCIDENTE E DELLE SUE DEMOCRAZIE

Capitolo 9) LA RIGENERAZIONE:  LA CONDIVISIONE DI REGOLE PER LE LIBERTA’ ED IL BEN  ESSERE

APPENDICE SULLA CORTE DEI CONTI

Nota sul metodo.


[ii] Massimo Mucchetti, Il peccato tedesco sul debito, Il Corriere della Sera, 7.9.2011.

[iii] Paolo Manasse Le conseguenze del patto   riformato, e Alessandro Fontana, Perché non serve il vincolo sul debito, nel sito La voce, http://www.lavoce.info/dossier/pagina2960.html.

[iv] Giacomo Nardozzi, Quel virus che arriva   dalla   Germania, nel sito La voce,

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002499.html.

[v] Sergio Romano, La lunga strategia britannica per impedire un’Unione federale, Il Corriere della Sera, 10.12.2011.

[vi] Il conto dell’euro, editoriale de La Germania tedesca nella crisi dell’euro, Limes n.4/2011.

[vii] Marcello De Cecco, L’euro fa bene alla Germania non alla Merkel, nel sito di MicroMega,     http://temi.repubblica.it/micromega-online/l%E2%80%99euro-fa-bene-alla-germania-non-alla-merkel/.

[viii] Il tasso di riferimento fissato dalla Banca Centrale è il termometro del mercato finanziario perché sulla sua base vengono determinati il tasso d’interesse, applicato dalle banche ai propri clienti, e il tasso interbancario che si applica ai prestiti fra le banche. Quando il tasso ufficiale di riferimento aumenta, si è in presenza di una stretta creditizia, o di una politica monetaria restrittiva, cioè di un’iniziativa volta a ridurre i crediti, in conseguenza dell’aumento del costo del denaro. Quando, invece la Banca Centrale tende a ridurlo, per effetto del minor costo del denaro si determina una tendenza all’aumento dei consumi e investimenti, e per questa strada una crescita dei prezzi (politica monetaria espansiva).

Marco Pagano, Crisi   fiscale, contagio e futuro dell’euro,  nel sito indipendente di approfondimento economico LaVocehttp://www.lavoce.info/articoli/pagina1001699.html e Carlo Favero, Politica monetaria comune ma tassi diversi,   http://www.lavoce.info/articoli/-finanza/pagina1002442.html.

Vladimiro Giacché, I cinque errori della BCE, nel sito de Il fatto quotidiano, 04.08.2011, http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/08/i-cinque-errori-della-bce/102944/ .

[ix]          Rony    Hamaui,           Frau   Merkel            e          gli        interessi          tedeschi,         nel       sito       La            voce,   http://www.lavoce.info            / articoli/ pagina1002711-351.html.

Alberto Bagnai,            Se        cade    anche  il         muro  dell’euro,       nel       sito      http://www.sbilanciamoci.info /Sezioni/globi/Se-cade-anche-il-muro-dell-euro-4411,            e          dello     stesso   autore Anche l’Europa         ha            i suoi (Stati) subprime,http://www.sbilanciamoci.info /Sezioni/globi/Anche-l-Europa-ha-i-suoi-Stati-subprime-3854.

Francesco Daveri, Come finirà la saga dei debiti sovrani, nel sito    La voce, http://www.lavoce.info  /articoli/-conti_pubblici/pagina1002554.htm.l.

[x] Riporto il contenuto delle riflessioni espresse da Mario Monti, nel corso di Ci salverà un podestà forestiero?, trasmissione televisiva di approfondimento e dibattito politico condotto da Gad Lerner, L’Infedele 26.9.2011, La7.

[xi] Francesco Daveri, Come finirà la saga dei debiti   sovrani, nel sito La voce,

http://www.lavoce.info/articoli/-conti_pubblici/pagina1002554.htm.l.

[xii] Federico Fubini, Il passo indietro della Bce per far vincere l’euro con un fondo monetario Ue, Il Corriere della Sera 22.7.2011.

[xiii] Massimo Mucchetti, Chi Scommette contro di Noi, Il Corriere della Sera, 29.7.2011, http://www.corriere.it/editoriali/11_luglio_29/mucchetti_d6d4bd28-b9a0-11e0-9ceb-ac21c519f82b.shtml.

[xiv] Ulrike Guérot, Il problema di Berlino con l’Europa, La Germania tedesca nella crisi dell’euro, Limes n.4/2011.

[xv] Angelo Baglioni e Umberto Cherubini, Non sparate sui debitori, e Quanto costa salvare le banche, nel sito La voce, http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002017.html.

[xvi] Paul De Grauwe, Grecia, come scongiurare l’effetto domino, consultabile online nel sito di approfondimento economico La voce, http://www.lavoce.info/articoli/-europa/pagina1001466.html.

[xvii] Paul De Grauwe, Il nuovo patto? Non funzionerà, Daniel Gros, La lungimiranza  delle regole semplici, Francesco Giavazzi e Luigi Spaventa, Dove la Commissione sbaglia, nel            sito La voce http://www.lavoce.info/dossier/pagina2960.html.

[xviii] Alberto Bagnai, Lo spettro del 1992, nel sito La voce, http:// www.lavoce.info/articoli/ pagina1002453.html.

[xix] Alberto Bagnai, Se cade anche il muro dell’euro, articolo pubblicato nel sito        http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Se-cade-anche-il-muro-dell-euro-4411.   Dello    stesso autore   La       morale della   favola irlandese,       nel       sito      Lavoce,          http:    //www .lavoce.info/articoli/ pagina1002054.html.

[xx] Paolo Manasse Identikit di  un fondo perl’Europa,

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001621-351.html e Le conseguenze del Patto riformato         nel sito La voce http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001927.html.

[xxi] Jean Paul Fitoussi, Gabriele Galateri di Genola, Un prestito forzoso decennale è migliore della tassa      sui       patrimoni,       Il          Corriere           della    Sera,    7         settembre        2011, http://archiviostorico.corriere.it/2011/settembre/07/prestito_forzoso_decennale_migliore_della_co_9_110907040.shtml.

[xxii] Enrico Cisnetto, Fase due, Il Foglio, 16 dicembre 2011; consultabile online nell’interessante sito dell’Autore http://www.enricocisnetto.it/articolo.aspx?id=9063&sez=Primo%20Piano.

[xxiii] Paolo Savona Non programmate una deflazione, Il Messaggero del 19.5.2010, consultabile online nel sito della Fondazione Ugo La Malfa       http://www.fulm.org/SchedaPubblicazioni.aspx?ID_Pubblicazione=513# .

In proposito anche Giuseppe Pisauro, La sostenibilità del nuovo patto, nel sito LaVoce, http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001951.html.

[xxiv] Si veda Lettera aperta ai leader europei, nel sito La voce, 20.07.2011,

http://www.lavoce.info/articoli/-europa/pagina1002447.html.

Si veda anche Proposte per uscire dalla crisi dell’euro, disponibile nel sito La voce, 10.12.2010 http://www.lavoce.info/articoli/-europa/pagina1002047.html

[xxv] Questa proposta ha il suo primo propugnatore  in Donald McDoughall, consigliere economico della Confindustria britannica, che nel 1977 elaborò per la Commissione europea un rapporto sul ruolo della finanza pubblica nell’integrazione europea. Il merito di averla sostenuta con nuovi contenuti in Italia in primo luogo va ad Emma Bonino, e all’economista Marco De Andreis. A tal proposito la tavola rotonda Quale Europa per affrontare le sfide della crisi economico-finanziaria e della globalizzazione?, promossa nell’ambito del XXV Congresso Nazionale del Movimento Federalista             Europeo           svoltosi           a         Gorizia,            11.3.2011.

Nel      sito http://www.radicali.it/sites/default/files/federalismo_fiscale_unione_europea.pdf si può trovare l’articolo di De Andreis Il federalismo fiscale e l’Unione Europea.

[xxvi] Nel sito Onu Italia si può leggere un commento al Rapporto Onu sullo sviluppo umano 2009 Overcoming            barriers:Human          mobility          and     development (http://www.onuitalia.it/FILES/HDR2009_misconceptions). In quel rapporto si legge che quasi un miliardo di persone – una ogni sette esistenti sulla Terra – sono migranti. Ma si afferma anche che la maggior parte dei migranti non attraversa i confini nazionali, ma, al contrario, si sposta all’interno del proprio paese: 740 milioni di persone sono migranti interni; all’incirca quattro volte il numero dei migranti internazionali. Fra i migranti internazionali, meno del 30 percento si muove dai paesi in via di sviluppo verso quelli industrializzati. Solamente il 3 % degli africani si sposta fuori dal proprio paese di origine. Le indagini contenute nel Rapporto dimostrano che l’immigrazione generalmente incrementa l’occupazione nelle comunità ospiti, non esclude i locali dal mercato del lavoro e migliora i tassi di investimento nelle nuove attività e iniziative economiche. In questa ricerca si è scoperto che, in media, i migranti provenienti dalle nazioni più povere, dopo che si sono spostati in un paese sviluppato, vedono il proprio reddito incrementato di 15 volte, raddoppiati i tassi di iscrizione alla scuola, e diminuita di 16 volte la mortalità infantile.

Il Rapporto Onu sullo Sviluppo Umano 2010 individua nuove misurazioni dell’impatto della Povertà, del Genere, e della Disuguaglianza sull’Indice di Sviluppo Umano. L’utilizzo dell’Indice Multidimensionale della Povertà porta a ritenere che circa 1,7 miliardi di persone viva in situazioni di povertà multidimensionale.; di questi,  844 milioni di persone si trovano nell’Asia meridionale e  458 milioni di persone nell’Africa sub-sahariana.  Dati in proposito si possono reperire nel sito della Campagna del Millennio (http://www.campagnadelmillennio.it/mc_08/news_interna.php?id=206).

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