Capitolo 6) I rischi di una finanza senza regole

135 Uno sguardo al visibile e all’“invisibile”

Il mondo da tempo sperimenta grandi e visibili difficoltà: disoccupazione, lavoro incerto, fortissima competizione produttiva e commerciale, conflittualità,  instabilità sociali e politiche di grandi aree, terrorismo, cambiamenti climatici, criticità ambientali o energetiche. A queste componenti si è aggiunta un’ulteriore potente presenza: quella di una  porzione dominante del sistema finanziario, che ormai pone in secondo piano l’originaria funzione di fornire i capitali per sostenere le economie. Anzi, sapendo utilizzare ogni criticità globale o locale come occasioni di profittabilità sganciata dall’economia, finisce per scaricare gli effetti del proprio strapotere sulle sane fondamenta economiche. Si tratta di un fenomeno che amplifica le difficoltà affrontate da molte economie del mondo, occidentali o meno.

La dimensione di potenti forze, non regolate da nessuno, influenza o stabilisce i destini economici e finanziari di miliardi di persone. Pochissimi soggetti dispongono di strumenti e meccanismi finanziari condizionanti. Il fatto che questi pochi soggetti non si possano vedere mentre agiscono, rende più complessa e grave la situazione, perché la non visibilità accentua la mancanza di consapevolezza della gravità, con la conseguenza che, passata l’intensità della minaccia, ci si dimentica della sua pericolosità. La seconda conseguenza è che tale  invisibilità viene utilizzata da una malata e finta politica, per scaricare sulle responsabilità dei “mercati” le proprie gravi incapacità e responsabilità. In tal modo i cittadini si trovano in una condizione di estrema debolezza, perché non ricevono protezione dalla politica.

I politici si sono convinti di essere capaci di gestire quelle risorse e si sono abituati a fornire un’interpretazione degli eventi che ritengono oggettiva, mentre in realtà è frutto di posizioni ideologiche precostituite e finalizzate ad acquisire il massimo consenso possibile. La grossolanità e l’improvvisazione del loro agire oggi è resa molto più evidente dalla velocità e dalla potenza delle forze che agiscono attraverso i meccanismi e  gli strumenti di cui si è dotato il sistema economico-finanziario occidentale, diffuso su scala planetaria. Sono le forze che hanno determinato ripetute fasi di grande difficoltà, sperimentate da ben prima della crisi del 2007-2008. Infatti, sia pur in differenti contesti socio-economici, nei decenni passati ne hanno sperimentato la drammaticità alcuni paesi asiatici o del Sud America, ed altri paesi ancora, e si può proseguire a ritroso nel tempo, sempre con le opportune distinzioni, fino almeno alla famigerata “crisi” del 1929. Una crisi alla quale il presidente americano Roosevelt rispose con un grande programma di investimenti pubblici, capace di produrre importanti effetti fino al 1937, quando si decise di passare a forti tagli alle spese pubbliche, ad aumenti nel prelievo fiscale, e ad una riduzione del credito per timore di incrementare l’inflazione, che provocò una forte recessione.[ii] In questi anni siamo ritornati ad una politica e ad una tecnocrazia che effettuano  scelte simili a quelle realizzate molti decenni fa ma non sanno come fare ad affrontare le difficoltà vissute dai cittadini.

Penso che i cittadini di ogni parte del mondo debbano trovare il modo di costruire una nuova risposta alle loro fondamentali esigenze di protezione; bisogni che attengono al rispetto delle libertà e della dignità di esseri umani. Libertà che non hanno nulla da ottenere dalle manipolazioni finanziarie né dalle ideologie, né dalle piccole logiche che ispirano tanti politici, protesi a catturare il consenso per mantenere il proprio partito nella gestione, ma incapaci di creare coesione e condivisione, di cercare la trasparenza, l’efficienza, e di rendere meno fragile l’esistenza dei cittadini.[i] E’ la condizione che oggi accomuna le donne e gli uomini europei, illusi e delusi da partiti che si sono appropriati della democrazia per disporre in modo fallimentare delle risorse di tutti.

In tutto il mondo occidentale, i cittadini, delusi da tante promesse, sono in balìa della mediocrità della politica e delle divisioni da essa determinate, fattori che concorrono ad alimentare l’instabilità finanziaria e a complicare la criticità delle economie. E’ evidente la mancanza di una politica autorevole, povera di potere gestionale, ma ricca di competenza, di capacità aggregativa, di velocità decisionale, di volontà di definire regole che rendano più forti i cittadini e più robusta la società. In sua assenza dominano la scena una distorta interpretazione della libertà di mercato, di cui parlerò oltre, e una degenerazione della finanza, dotatasi di potere incontrastato, nascosto e furiosamente distruttivo.[iii] Entrambe compromettono l’esistenza di sane e robuste economie.

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136 I debiti pubblici sotto attacco

I debiti pubblici dei paesi europei economicamente e finanziariamente più deboli sono stati sottoposti ad attacchi che l’opinione pubblica e i mezzi d’informazione definiscono “speculativi”. Il circolo vizioso a cui sono stati sottoposti è brutalmente semplice e duro: gli enormi debiti pubblici vengono interpretati da chi li finanzia come un fattore di rischio per la reale possibilità che essi incrementino sempre più, cosicché i paesi indebitati potrebbero non riuscire a pagare gli interessi o a restituire il capitale che hanno chiesto a  prestito. Così vengono colpiti dalle vendite di titoli messe in atto da giganteschi capitali, i quali accettano di finanziare (comprare) nuovo debito pubblico solo se esso garantisce interessi sempre più alti. Questo elemento obbliga al circolo vizioso  dell’aumento del debito pubblico e della riduzione del valore dei titoli di Stato già emessi. Una volta acquistati tali titoli si trovano nel bilancio di molte banche, cosicché la loro perdita di valore, posta in relazione col capitale di queste ultime, determina la riduzione della loro capacità di finanziarsi per offrire credito. Nelle fasi più acute delle crisi le banche finiscono per non prestarsi più il denaro, e così non ne prestano alle attività economiche che ne avrebbero necessità. Ciò segnala che non circola la fiducia, il valore più importante, senza il quale l’economia muore. [iv]

Contestualmente molti paesi vivono condizioni di disoccupazione o di crescente incertezza del lavoro, di contrazione o debolezza economica che coinvolgono lavoratori dipendenti ed imprenditori, grandi imprese e piccole attività economiche, artigiani, lavoratori autonomi, liberi professionisti, e in particolar modo moltissimi giovani. Appare allora cruciale il fatto che la politica riesca ad effettuare scelte che consentano di ridurre il debito pubblico, colpendo corruzione e sprechi, selezionando la spesa, costruendo efficaci riforme per l’efficiente e trasparente gestione delle risorse, per favorire lo sviluppo delle attività e delle iniziative dei cittadini, aprendo tutti i settori alla libera concorrenza ma proteggendoli sopratutto dalla sleale concorrenza.

Se la politica non mostra questa capacità allora non si manifestano le prospettive per un futuro di ripresa dei paesi, le economie si indeboliscono, diminuiscono le entrate e non si riescono a ridurre i debiti. In definitiva si diffondono valutazioni ancor più pessimistiche che alimentano e rendono difficilmente governabile la spirale degli eventi negativi. Questa involuzione, incidendo nelle sorti di milioni di famiglie ed imprese, può coinvolgere diversi ambiti nazionali collegati tra loro dalla stessa moneta, quindi è in grado di produrre gravi conseguenze ad un livello sovranazionale, contagiando un continente intero. Si manifesta dunque un’aggressione alla tenuta economica e sociale delle democrazie occidentali.[v]

Un debito pubblico, se è stato mal gestito, dovrebbe poter essere corretto attraverso scelte faticose ma sopportabili, invece la brutalità di questi attacchi assume una dimensione disumana, per le conseguenze che determina sulle economie e sui cittadini di uno o più Stati. Una dimensione che si traduce in un’aggressione alla democrazia, in quanto determina un condizionamento tanto forte da scardinarne l’autonomia e da pregiudicarne la libertà di scelta. Com’è possibile che un debito pubblico, frutto di scelte criticabili ma anche di aspettative democratiche sia in balìa di meccanismi tanto forti da impedire correzioni umanamente accettabili? Bisogna andare a vedere come funzionano questi meccanismi.

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137 La macchina che trasferisce il rischio

Se un debito pubblico è continuamente crescente, un paese può essere considerato sempre meno credibile nella sua capacità di rimborsare il prestito che chiede. Ci sono poche eccezioni a questa “regola” non scritta. Una è costituita dagli Stati Uniti, i quali hanno il più alto debito al mondo: circa 14.000-15.000 miliardi di dollari a fine 2011. Il fatto che tale debito sia sottoposto all’intervento del governo, che ne controlla il valore attraverso inflazione e svalutazione, e che sia acquistato dalla stessa Banca centrale americana (Federal Reserve o Fed), la quale ne garantisce il valore, induce le agenzie americane di valutazione a considerarlo sostenibile.

L’altra eccezione è quella che siano i cittadini a finanziare il proprio debito, come fa per esempio il Giappone; in quel caso la credibilità c’è, e infatti quel paese può permettersi uno dei più alti debiti al mondo senza che nessuna speculazione gli si scateni contro.[vi]

La credibilità di un paese quindi è ciò che viene comprato e venduto nel mercato dei debiti pubblici.

La cosa appare ovvia ai comuni mortali, quando pensano alla logica d’acquisto e vendita all’interno di un normale mercato. Però, nel caso dell’acquisto o vendita dei titoli di Stato, le cose non sono così semplici e tranquille come avverrebbe se si andasse in un qualsiasi mercato, per esempio ortofrutticolo. In quest’ultimo i prezzi dovrebbero dipendere dalla domanda e dall’offerta di frutta o verdura di buona o scadente qualità. Nel caso dei titoli di Stato dovrebbe verificarsi lo stesso principio, infatti il loro prezzo dovrebbe determinarsi nei mercati regolamentati (chiamati primari) nei quali lo Stato mette all’asta le nuove emissioni, e nei mercati (chiamati secondari) nei quali avvengono gli scambi di titoli già precedentemente emessi. In realtà, da non molti anni il prezzo dei titoli di Stato dipende da un altro prezzo che nasce in un mercato differente e parallelo, la cui formazione non è aperta alla conoscenza degli Stati né delle istituzioni finanziarie centrali. Quindi è un mercato totalmente privo di regole di trasparenza, di controllo del rischio, di solvibilità delle parti contraenti, di garanzie che escludano la possibilità di condurvi operazioni oscure e manipolative, che provochino alterazioni dei prezzi o determinino crolli finanziari complessivi. Come può succedere? Vediamo di capire meglio.

Nel mercato ufficiale e primario l’offerta dei titoli del debito pubblico viene fatta dallo Stato solo in alcuni momenti dell’anno, in base alle necessità finanziarie del paese, mentre nel mercato secondario i titoli già precedentemente emessi ed acquistati vengono continuamente rivenduti e ricomprati, indipendentemente da scadenze. Tuttavia, alcune grandissime banche americane ed europee, che si definiscono di “investimento”, avendo necessità di dare un prezzo, istante dopo istante, al rischio che un paese riduca la propria capacità di rimborso, hanno costruito un proprio “mercato” parallelo, che in realtà è un ristrettissimo circuito, nel quale non scambiano titoli di Stato ma contratti che influenzano il valore di questi ultimi.

Si tratta di un circuito finanziario che tali soggetti possono gestire come vogliono, almeno fino a quando mancherà un accordo tra Stati per l’introduzione di regole che conferiscano trasparenza, garanzia e stabilità ai mercati. Vediamo allora di capire, da cittadini curiosi, cosa siano questi contratti, da chi vengano scambiati, e quali finalità si ottengano per il loro tramite.

Le grandissime banche d’investimento acquistano e vendono continuamente molti diversi strumenti finanziari, ognuno col proprio grado di rischio, e, tra questi, anche i titoli di Stato o le obbligazioni emesse da società private di tutto il mondo per le proprie necessità di finanziamento. Tali banche hanno pensato di costruire contratti che “assicurassero” grandissimi investitori, fondi con natura speculativa, o altre banche, tutti acquirenti di titoli di Stato, dal rischio di peggioramento della capacità di rimborso dei titoli che essi detenevano nei propri bilanci. Per effetto di questi contratti “assicurativi” tali bilanci potrebbero apparire meno rischiosi, quindi sarebbero meglio considerati dal mondo finanziario, consentendo sia di finanziarsi ad un costo inferiore, sia di dedicarsi ad ulteriori attività rischiose, sia di far apparire migliore la propria rischiosità. Il tutto con conseguenti benefici sulle proprie quotazioni azionarie.

Tra i vari soggetti che cercano protezione dai rischi vi sono gli “hedge funds”, fondi che pur avendo l’obiettivo di tutelare la redditività ottenibile dall’investimento, spesso ottengono tale risultato attraverso una forte componente speculativa. Si tratta di fondi di investimento alternativo, arrivati nel 2011 ad amministrare un valore complessivo pari a 2.000 miliardi di dollari, facendo ampio ricorso al debito, basando la propria attività sui guadagni ottenibili da operazioni di arbitraggio, ossia dalle differenze di prezzo esistenti  su di una stessa attività finanziaria acquistata in un mercato e rivenduta in un altro, oppure dalla complessa combinazione di più operazioni finanziarie in modo da essere indifferenti rispetto alle direzioni del mercato, e rendere più stabili i rendimenti ottenibili.[vii]

Per ottenere tali risultati tutti questi soggetti finanziari utilizzano anche operazioni inverse a quelle che le persone non esperte di finanza potrebbero ritenere proficue: quindi, per ottenere un guadagno, non hanno necessariamente bisogno di comprare ad un prezzo di 10 per “attendere” che si verifichi un aumento del valore fino a 12, ma possono guadagnare comunque anche vendendo al prezzo di 10 qualcosa che non posseggono, “attendendo” che perda valore fino a 8, guadagnando sulla differenza di 2 che si crea tra la vendita al prezzo più alto ed il riacquisto al prezzo più basso.

Ma tali soggetti come possono vendere titoli che non abbiano precedentemente acquistato? Possono farseli prestare da altri soggetti, così sono in grado di venderli, con il fine di riacquistarli ad un prezzo inferiore e poi restituirli; oppure possono utilizzare particolari contratti, che talora sono dotati di precise regole per garantire la solvibilità di chi li impiega, ma in alcuni casi non lo sono. Questi ultimi appartengono alla categoria dei contratti derivati, chiamati così poiché in generale derivano il loro valore dal valore di una merce (come petrolio, oro, grano) o di uno strumento finanziario (valute, azioni, indici, tassi di interesse) al quale sono agganciati. I contratti derivati utilizzano un effetto di leva finanziaria, ossia il guadagno o la perdita che tali strumenti possono consentire sono amplificati rispetto a quelli che si otterrebbero operando direttamente attraverso la merce o lo strumento finanziario dal quale derivano. Quindi attraverso gli strumenti finanziari derivati si possono effettuare operazioni che, se per esempio richiedono l’impiego di un capitale pari a 100, possono produrre guadagni o la perdite decuplicati, come se si impiegasse un valore pari a 1000 dello strumento finanziario a cui sono collegate, senza tuttavia che sia necessario il materiale possesso di quest’ultimo. Già quest’ultimo elemento configura qualcosa di estraneo all’esperienza dei cittadini, anche se in sé non determina nulla di diabolico, in quanto l’aspetto veramente preoccupante di uno strumento dipende dal fatto che esso sia dotato o meno di regole che impediscano danni o abusi, e gli abusi provengono sempre dall’assenza di trasparenza combinata con la potenza esercitata dalla dimensione del capitale impiegato. Per trovare un’analogia che consenta di capire dove stiano i problemi basta pensare all’invenzione dell’automobile: anche gli autoveicoli, se mantenuti in assenza di regole di guida, possono diventare uno strumento pericoloso; quindi il vero problema sta nell’esistenza di un sistema di regole, e nella sua efficienza nel proteggere da rischi e abusi, non nello strumento. Ne consegue che la leva di alcuni strumenti derivati, anziché essere condannata a priori, potrebbe essere perfino apprezzabile se venisse riservata solo agli investitori dotati di piccoli capitali, proprio per contrastare lo strapotere dei grandi operatori finanziari.

Dagli aspetti qui accennati appare evidente il fatto che i soggetti finanziari maggiormente dotati di capitali e di potere condizionante, operando con tante varietà di strumenti, e movimentando grandissime masse di denaro, anziché dover “attendere” le variazioni dei prezzi, riescono a determinare violente discese o rialzi nei valori, e questi ultimi, in assenza di una regolamentazione che prevenga da posizioni dominanti e da oscillazioni esasperate, possono essere particolarmente nocivi e costosi per la stabilità dei debiti pubblici o dell’economia dei beni e dei servizi realmente prodotti.

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138 La piramide (c’è banca e banca, rischio e rischio, politica e politica)

Quando si sente parlare di strumenti finanziari poco conosciuti come i contratti derivati si percepisce sorgere un’automatica ostilità verso le banche, che diventa aperta ostilità quando il loro modo di operare si tramuta in costi o in sottrazione di ossigeno per la vita delle aziende e delle famiglie, o in sistema non trasparente per dominare e alterare il mercato dei capitali. Tuttavia si dovrebbe considerare che il mondo finanziario non è composto solamente dalle banche ma da molti dei soggetti indicati poc’anzi, e inoltre si dovrebbe valutare che le banche non hanno tutte la stessa natura. Va fatta quindi una distinzione. Semplificando molto, le attività svolte dalle banche si potrebbero suddividere in due categorie: quelle di natura prevalentemente commerciale e quelle d’investimento o d’affari. Mentre le prime consistono soprattutto nella raccolta di denaro per prestarlo a imprese e cittadini, guadagnando sulla differenza tra i tassi ai quali prestano denaro ed il tasso che riconoscono a chi deposita denaro, le seconde consistono nell’utilizzo del proprio denaro, e di quello dei propri clienti, per trovare continuamente operazioni profittevoli, di qualsiasi natura, anche totalmente scollegate con il finanziamento dell’economia che produce beni e servizi.

Una netta distinzione  tra banche commerciali e banche d’investimento venne introdotta negli Stati Uniti successivamente ai numerosi fallimenti provocati dalla crisi finanziaria del 1929, per evitare il verificarsi di pericolosi circoli viziosi, come il fatto che le banche collocassero presso i propri clienti titoli emessi da imprese loro affidate, le quali poi avessero utilizzato i fondi derivanti da tale collocamento per rimborsare i prestiti precedentemente ricevuti dalle banche. Si è trattato di una regola introdotta per evitare pericolosi e ingannevoli abusi.

Negli Stati Uniti tale netta distinzione è stata soppressa alla fine degli anni ’90, cosicché si è diffuso un modello di banca universale, la quale potesse svolgere tutte le attività, compresa quella assicurativa. Tale modello, già  presente in Germania, ha influenzato la struttura delle banche di tutta Europa, mentre negli Stati Uniti ha consentito concentrazioni di banche sempre più grandi, al punto da essere considerate non fallibili, o meglio, tanto forti da poter assumere rischi sempre crescenti.

In un contesto internazionale disponibile a vedere le banche come strutture che potessero indifferentemente svolgere attività commerciali o di investimento anche molto rischioso, sono state  maggiormente sottoposte a regolamentazione le prime, lasciando ampia libertà di manovra alle seconde, cosicché, in mancanza di adeguati controlli, queste ultime si sono autoconsentite pericolose e smisurate possibilità di operare. Mentre le prime attività sono vitali per il sistema economico e non devono fallire, altrimenti si interrompe il flusso di credito che sostiene la produzione di beni e servizi, le seconde non sono funzionali a tale sistema ma sono indotte ad assumere rischi molto alti, anche a danno dell’economia reale o della tenuta finanziaria degli Stati.

Quindi le banche possono scegliere di avere natura prevalentemente commerciale o esclusivamente d’investimento, ma tra di esse vi sono ulteriori differenze che riguardano le loro dimensioni, il patrimonio di cui dispongono, la clientela a cui si rivolgono, il tipo di operazioni che svolgono, la diffusione su scala locale o nazionale, internazionale o globale. Ne consegue che le banche più piccole o quelle che abbiano natura esclusivamente commerciale devono rivolgersi alle più grandi, che abbiano natura di banche d’investimento, per accedere ad operazioni che solo le seconde costruiscono e gestiscono, perché quella è la natura che le seconde si sono autoattribuite.

Quindi già in questi aspetti si vede che il sistema finanziario mondiale non individua un mercato a cui partecipino soggetti dotati di pari possibilità, ma determina una configurazione a piramide, in cima alla quale c’è una punta particolarmente forte e condizionante, gestita e controllata dai pochi dominatori che vi si sono insediati.

Successivamente alla crisi finanziaria del 2008 le banche d’investimento statunitensi, sull’orlo del fallimento, hanno accettato di trasformare la loro natura per accedere ai preziosi prestiti offerti dalla Banca centrale americana. Nonostante abbiano accettato di sottoporsi ad un maggiore controllo, hanno ripreso ad effettuare le operazioni altamente rischiose che realizzavano prima della crisi, continuando ad approfittare delle garanzie offerte dallo Stato per svolgere la loro attività. Questo aspetto è cruciale per capire su quali soggetti ricadano le maggiori critiche, e su questo elemento uno Stato dovrebbe intervenire, probabilmente riservando le proprie garanzie solamente alle attività bancarie con natura commerciale, e poi andando a valutare bene quali rischi si possano determinare dietro ad attività che non vogliono trasparenza, ma sono dotate di una potentissima forza condizionante. Tuttavia uno Stato non interverrà mai se i propri cittadini non sanno cosa sta succedendo. Per esempio i cittadini statunitensi dovrebbero riflettere sul fatto che al vertice della banca centrale americana c’è un organismo federale, nella cui composizione sono entrati anche alcuni rappresentanti delle stesse banche d’affari considerate tra le principali generatrici della finanza  pericolosa, e dunque tra le fondamentali manipolatrici del mercato finanziario e delle sue crisi.[viii] Un’analoga riflessione potrebbero farla i cittadini europei nei confronti delle caratteristiche del sistema finanziario dei loro paesi.

Tutti questi aspetti, e altri ancora, vanno considerati fuori da ogni intento ideologico, per evitare di mettere le banche tutte insieme in uno stesso calderone di responsabilità, individuandole come un indifferenziato mostro che causa danni dei quali la politica non avrebbe responsabilità. In realtà, la volontà degli schieramenti di spiegare i fatti sociali, economici e finanziari in uno schema da male o bene, li induce a far credere ai cittadini ciò che risulta più comodo, perché questi non possano accorgersi del fatto che i disastri della finanza nascono anche dall’incapacità e dall’inadeguatezza della finta politica.

Nella raffigurazione offerta dai partiti non aiutano l’insistenza e la velocità di molta parte dell’informazione, abituata com’è ad adagiarsi su concetti semplificativi e rapidi, da inghiottire come pillole per il mal di testa. Se le pillole non distinguono le cause del dolore esso si cristallizza, così ci si accanisce ed aumenta il loro numero: speculazione, spread, default, diventano pillole somministrate e assunte quotidianamente fino alla saturazione. Di mal di testa in mal di testa le pillole si accumulano, ma non ci si domanda a cosa servano: quindi si pensa di dover segnalare venti volte al giorno l’altalena dei valori assunti dallo spread, ossia la differenza tra i rendimenti dei titoli di Stato, perché così il cittadino sarebbe informato. In realtà, così facendo, lo si illude d’aver capito cosa ci sia dietro alla “speculazione”, e forse lo si persuade del fatto che lo spread potrebbe diminuire cambiando il primo ministro. Al contrario invece lo spread varia solo se un Paese costruisce una prospettiva di politiche che garantiscano la sua tenuta finanziaria ed economica, e più ancora se la Banca centrale dimostra di voler intervenire per difendere i titoli di Stato. Va considerato che lo spread è solo un indicatore, ma studiosi e osservatori hanno messo in luce altri aspetti, i quali meritano attenzione per considerare che la pericolosità di un certo tipo di finanza proviene da qualcosa di ben diverso dalla semplice ”speculazione”.

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139 Swap

Ritorno ai particolari contratti “assicurativi” che vengono costruiti nel mercato parallelo a quello nel quale vengono ufficialmente scambiati i titoli di Stato, e provo ad osservare quali caratteristiche abbiano.

All’interno di quel mercato parallelo, in realtà un ristrettissimo circuito dominato da pochissime banche d’investimento internazionale, alcuni soggetti finanziari si scambiano i Credit default swap (o Cds), contratti della durata prevalente di 5 anni, attraverso i quali viene trasferito il rischio derivante dal possedere i titoli di uno Stato che potrebbe peggiorare la sua capacità di rimborso. In sostanza chi vende tali contratti sembra voler dare protezione dal rischio di difficoltà di rimborso del titolo, mentre l’altro contraente sembra voglia comprare proprio quel rischio.

La parola “swap” significa scambio, e l’oggetto scambiato è appunto quel rischio. Tale scambio appare l’utile strumento che evita ad un “investitore” di avere troppo rischio, trasferendolo a qualcun altro che ne abbia meno e decida di poterne sopportare altro. In realtà l’evoluzione subita da questi contratti li ha portati ad essere molto distanti da questo obiettivo. In che modo? Le banche d’investimento hanno consentito lo scambio dei contratti Cds anche indipendentemente dal possesso dei titoli di Stato.

Ma perché è stato possibile? Perché non esiste alcun criterio che ne regoli il funzionamento, perché la politica non ha voluto preoccuparsi di capire come funzionassero questi ambiti, pensando forse che non si dovesse mettere il naso in questioni “di mercato”. In tal modo il contratto Cds diventa uno strumento acquistabile e vendibile come un qualsiasi altro titolo, quindi assume una quotazione che salendo o scendendo, potrebbe fornire già da sola potenti opportunità di profitto.

E quindi i famosi rischi che fine fanno? Vengono trasferiti da un soggetto finanziario ad un altro. Rimangono a girare, assieme alle vendite e agli acquisti di Cds, senza controllo alcuno sul fatto che i rischi possano essere alimentati proprio per effetto della compravendita di tali contratti. Insomma, per chi possa e sappia come fare, all’obiettivo del trasferimento del rischio si accompagna l’obiettivo della possibilità di guadagnare dai Cds. Quindi dei rischi ci si può temporaneamente non curare, e se, come probabile, indurranno una mandria impaurita a fuggire in preda al panico, potrebbe determinarsi un’ulteriore opportunità per trarne profitto.

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140 Il rischio sganciato e nascosto

Bisogna valutare altri aspetti per capire di più, sempre da cittadini curiosi e interessati, e senza pretesa di aver capito tutto.

Intanto di quali rischi si sta parlando? I rischi più diffusi sono il declassamento, ossia l’attribuzione di un voto peggiorativo, come in una pagella scolastica, da parte di agenzie di rating (ossia di valutazione), che considerino uno Stato meno capace di ripagare il proprio debito; oppure la mancata corresponsione dei rimborsi ad alcune scadenze previste dai titoli; oppure il fallimento (il default) per la totale impossibilità di pagare gli interessi o il debito da parte dello Stato che emette il titolo.

Allora, in caso di peggioramento della solvibilità, “certificato” da un’agenzia di valutazione, o in caso di fallimento del paese che emette titoli di Stato, chi appare protettore dei rischi, attraverso un contratto Cds è disposto a rimborsare l’altra parte per le variazioni che avvengano nel valore dei titoli dello Stato. Quest’ultima parte, in cambio della protezione che sembra ricevere, è tenuta al versamento di somme periodiche, apparentemente come avviene per i premi di un’assicurazione.  Perché apparentemente? In questo particolare ambito, ci sono alcuni essenziali elementi dei quali bisogna tener conto.

Il primo: a differenza di un’assicurazione, nel contratto Cds non è necessario aver subìto un danno perché non è necessario possedere i titoli di Stato, però si ha diritto ad una corresponsione per la diminuzione del loro valore.

Il secondo: tra i molti strumenti inventati dai soggetti che si trovano al vertice della piramide finanziaria, il contratto Cds serve ad essi per ritagliare il rischio, sganciandolo dall’oggetto (il titolo di Stato) da cui deriva, e cederlo al mercato, disinteressandosi degli effetti di questa cessione, ritenendo che essa comporti una tale dispersione del rischio da rendere scarsamente probabili effetti nocivi sul sistema finanziario.[ix] L’utilizzo di tali strumenti, totalmente sconosciuti ai cittadini, sommato alla capacità di creare e modificare continuamente le proprie posizioni attraverso svariate operazioni, consente ai dominatori della finanza che li impiegano di cavalcare il rischio come occasione di profitto. Alla fine di tanti passaggi il rischio gira nascosto e potenziato.

Il terzo: la stessa costruzione del Cds induce soprattutto chi lo compra a cambiare la propria visione del rischio. Infatti, l’acquirente del Cds, pur pagando per essere protetto, in realtà vuole cedere o meglio “vendere” rischio, auspicando che si avveri l’evento rischioso. Infatti il peggioramento della valutazione nella capacità di rimborso dello Stato gli consentirebbe di rivendere il contratto Cds ad un prezzo maggiorato. Allora la sua posizione diventa assimilabile a quella di chi volesse vendere il titolo del debito pubblico, senza apparire tale, ma con due vantaggi in più: l’acquisto del Cds consente di acquisire una posizione protetta ed armata che può durare 5 anni e consente di spendere molto meno danaro di quanto bisognerebbe sborsarne vendendo direttamente il titolo, perché quest’ultima scelta obbligherebbe prima a sostenere il costo di farsi prestare il titolo da vendere.

Il quarto: normalmente se consideriamo un’assicurazione, pensiamo subito a quella contro i rischi per la guida della nostra automobile. Lì, chi guida cercherà di evitare di fare degli incidenti, per non farsi del male e non dover pagare premi più alti, ma sappiamo che non può controllare la pericolosità del traffico. Invece, nel ristrettissimo mercato dei Cds, chi costruisce, vende o acquista il contratto Cds, per i mezzi di cui dispone, sa anche come va il traffico e come possa diventare improvvisamente pericoloso e poi terribilmente governato dal panico; quindi, avendo trovato il modo di “neutralizzare” gli effetti del rischio su di sé, dopo averlo sganciato dai titoli di Stato, lascia che tale rischio circoli incontrollato, potendone perfino beneficiare una volta che esso abbia fatto prendere una direzione al “mercato”.

Ero rimasto al fatto che un contraente sembra voler vendere protezione dal rischio e l’altro sembra volerla comprare, ma le ultime osservazioni indicano che dobbiamo andare oltre la fuorviante sensazione di strumenti finalizzati alla protezione dal rischio. In realtà l’elemento ben più essenziale, ma non evidente, è che con questo meccanismo si è trovato il modo di trasferire il rischio all’interno di un ristrettissimo mercato in cui nessuno sa e vede cosa accade, all’infuori della scarsa decina di costruttori-dominatori di tale ambito.  Quindi qualcuno forse si è protetto, ma il sistema finanziario e quello economico nel loro complesso non sono per nulla protetti, infatti l’utilizzo di questi strumenti induce gli esperti a parlare di possibili rischi sistemici, ossia di conseguenze tali da portare al crollo dell’economia e della finanza globali.

Ma sono proprio necessari questi Cds? Secondo alcuni studiosi il mercato primario dei titoli di Stato europei ha funzionato regolarmente senza i Cds all’incirca fino a metà degli anni 2000. Il silenzioso consenso a tali strumenti è stato offerto in risposta all’idea che essi contribuissero a rendere liquido il mercato dei titoli di Stato. Ma liquido cosa vuol dire? E di questa liquidità chi ha beneficiato?

Nell’ambito dei mercati finanziari il concetto di liquidità di uno strumento non coincide con l’idea di denaro liquido. Infatti la liquidità di un titolo esprime piuttosto il fatto che le proposte d’acquisto del titolo non siano di valore troppo distante dalle proposte di vendita, che sia elevato il numero delle compravendite effettuate, che vi siano costantemente un elevato numero di nuove proposte d’acquisto e altrettante di vendita. Prima dell’avvento dei Cds si poteva trasferire, ossia vendere, titoli di debito già precedentemente acquistati, non vendere il rischio ad essi inerente e basta. I titoli di Stato greci erano caratterizzati da minore liquidità rispetto a quelli tedeschi, per cui chi avesse comprato i primi poteva faticare a trovare velocemente acquirenti a cui rivenderli. Ma tale scarsa liquidità rendeva molto più difficile provocare un aumento nella percezione del rischio. Infatti, se la condizione di scarsa liquidità da un lato era un ulteriore componente di rischio, dall’altro, costituiva l’elemento che costringeva l’acquirente dei titoli, attratto dall’alto rendimento, a doverseli tenere probabilmente fino alla loro naturale scadenza. Ciò era coerente con l’idea che il debito di uno Stato non fosse velocemente scaraventabile in un baratro senza ritorno.

Per effetto dell’introduzione dei Cds, l’obiettivo di chi li compra e di chi li vende non è più l’acquisto e la vendita di titoli di Stato ma il voler comprare e vendere puro rischio, disinteressandosi del destino dei titoli ai quali il rischio è connesso. I gestori dei Cds sono coloro i quali appaiono come prevalenti compratori di tale rischio. Ne consegue che la liquidità introdotta è relativa ai Cds, ed è andata esclusivamente a beneficio dei soggetti che, dominandone il mercato, sono riusciti a creare un meccanismo di trasferimento del rischio. Ma tale liquidità ha prodotto un effetto di trascinamento anche sui prezzi dei titoli di debito, perché il mercato più liquido, quello dei Cds, diventa dominante sul meno liquido, quello dei titoli di Stato. Tutto ciò segnala un gravissimo elemento: i titoli attraverso i quali un Paese finanzia la propria esistenza, subendo il condizionamento determinato da un artificioso mercato, diventano oggetto di una profittabilità sul rischio che può mettere in crisi l’esistenza stessa dello Stato.

Ho detto che la funzione originaria di questo mercato dei Cds appariva quella di proteggere da un rischio, ma fin da subito l’ingegneria finanziaria l’ha piegata ad altre finalità, non essendoci regola alcuna che stabilisse criteri diversi. Così, i soggetti che operano in questo mercato, possono essere attratti dalla compravendita di Cds in quanto tali, per incidere e scommettere sulla variazione del loro valore, senza aver precedentemente acquistato debito dello Stato. Ciò è possibile, in quanto lo strumento Cds si presta straordinariamente bene ad ottenere opportunità di profitto dalle variazioni di valore che può assumere. Variazioni che trasmettono automaticamente la propria influenza  sulle quotazioni dei titoli di Stato.

Allora, per fare un esempio: chi volesse proteggersi dal rischio o scommettere sul rischio di fallimento o sul verificarsi di una riduzione di valore di titoli di Stato per un ammontare pari a 100 milioni di euro, potrebbe comprare un Cds, pagando, per ipotesi, un premio annuo del 5%, ossia 5 milioni di euro, al venditore di Cds. Nel caso in cui il valore di quei 100 milioni di titoli di Stato diventasse inferiore, per esempio 70 milioni di euro, il venditore di protezione dovrebbe corrispondere 30 milioni di euro al compratore del Cds. Un operatore finanziario che avesse inizialmente acquistato protezione rispetto ad un valore in titoli pari a 100, qualora volesse ridurre la quantità di protezione a 80, potrebbe stipulare un altro Cds e vendere ad un ulteriore contraente una protezione per 20 milioni di euro, ricevendone un premio che potrebbe essere di entità superiore a quello inizialmente pagato. Anziché uno, ora ci sarebbero due contratti rispetto ad una protezione sempre sullo stesso ammontare di 100 milioni in titoli, ma il susseguirsi di una compravendita di Cds ad un’altra, ad un prezzo leggermente diverso da quello del primo contratto, potrebbe già determinare una direzione all’andamento del prezzo, ossia del premio del Cds. Non servono molti Cds per creare una direzione, infatti la dimensione del debito pubblico “protetto” da Cds può essere dell’ordine di qualche centesima parte della totalità di esso, ma l’aspetto più criticabile è che tali contratti, attraverso i propri prezzi, sono in grado di segnalare un intensificarsi del rischio. La percezione di questa intensificazione, suscettibile di manipolazioni, è infatti l’elemento che orienta le scelte della vera e propria speculazione, la quale è indotta a vendere i titoli pubblici precedentemente acquistati o a non acquistarne di nuovi, a meno che non offrano rendimenti sempre più alti, determinando la spinta al ribasso del valore dei titoli di Stato e al rialzo del rendimento chiesto su di essi. Di tale conseguenza dovrà tener conto il mercato dei Cds,  così i successivi contratti Cds che saranno stipulati avranno prezzi ancora più alti: insomma il gioco dell’autoalimentazione dei prezzi e del rischio è fatto, e nessuno si è accorto della manipolazione. Né può provarla. Però  il meccanismo si traduce proprio in questo.

Quando un operatore finanziario compra una protezione, per esempio nei confronti di un valore corrispondente a 100 milioni di euro in titoli di Stato, senza aver realmente acquistato quei titoli, ossia senza avere alcun rischio su di essi, tale operatore viene chiamato compratore di un Cds “nudo”. Questa situazione sembrerebbe assimilabile al caso di chi volesse pagare un’assicurazione che copra i rischi non sull’auto propria ma su quella di un altro soggetto, per esempio il vicino di casa; in realtà nel caso dei Cds c’è un’importante differenza: chi paga tale “protezione” senza possedere il titolo rischioso, può essere interessato a provocare un incidente per intascare il risarcimento del danno.

C’è un altro aspetto: la speculazione è costretta a fare continue contrattazioni, seguendo la direzione del rischio che si è creata e contribuendo ad autoalimentarla, mentre la manipolazione si serve di un potente strumento di posizione come il Cds. I contratti Cds normalmente durano 5 anni, e quindi le parti che li hanno stipulati possono rimanere in quella vantaggiosa posizione senza far nulla, a meno che non si accordino per estinguerli, o per far nascere altri contratti necessari a trasferire rischio, i quali potrebbero fornire un ulteriore contributo ad alimentare la direzione del prezzo che nel frattempo si stesse affermando.[x]

Un’ulteriore fondamentale differenza, stavolta con la posizione dello Stato, è questa: ogni 100 milioni di euro di debito più gli interessi, per esempio del 6 %, ossia ogni 106 milioni di euro che i cittadini devono restituire, per chi abbia acquistato il Cds è stato sufficiente spendere 5 o 6 milioni di euro, cioè 21 volte di meno, per essere nella posizione di chi non vuole più tenere i titoli dello Stato o di chi spera di guadagnare sull’aumento del debito dello Stato. Ecco che si evidenzia l’assurda sproporzione di forze in campo. Lo Stato deve risanarsi ma ha bisogno di una forza smisurata per tirarsi fuori dal pantano in cui affoga, con tutte le economie private che rischiano di affondare, e questa stessa smisurata forza sta perfettamente dietro uno strumento finanziario inventato e gestito da una scarsa decina di soggetti. Questo effetto determina una potente leva manipolativa nelle mani di chi utilizza tali strumenti.

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141 Cds e spread

Un momento: con tutto questo parlare di Cds, i titoli di Stato che fine fanno? Chi li compra? I cittadini possono acquistarli, ma se non volessero dipendere dalla tirannia di un sistema finanziario deviato dovrebbero comprarne in misura superiore; tuttavia sono stati indotti a credere di  ottenere guadagni superiori ma spesso irrealistici da altri prodotti dell’industria finanziaria. Poi a comprarli sono soprattutto molte banche, le assicurazioni, i fondi pensione: tutti soggetti che li cercano per il rendimento o per impiegarli come garanzia nella costruzione delle proprie strategie, purché il rischio non appaia improvvisamente troppo alto, perché in tal caso vendono di corsa quello che hanno comprato, sapendo che nella corsa a vedere chi ci rimette è l’ultimo che rimanga col cerino in mano. Infine a comprare e vendere sono proprio i grandissimi soggetti finanziari che dominano il mercato dei Cds, i quali dispongono delle enormi masse di denaro necessarie a svolgere operazioni condizionanti, quando le ritengano fortemente profittevoli. Nel 2009 il 40% del debito italiano era detenuto da investitori professionali italiani, mentre solo il 15% era tenuto dall’investimento di cittadini italiani., il restante 45% era nelle mani di soggetti finanziari stranieri[xi]

Il rischio di un peggioramento della capacità di rimborso del debito pubblico viene percepito, trasferito, alimentato, girato e rigirato, rialimentato molte volte attraverso il contratto Cds, il quale, passando da una grandissima banca ad un grandissimo investitore o viceversa, può essere comprato e rivenduto ad un prezzo più alto in quanto diviene oggetto di un’autonoma occasione di profitto. Tutto questo c’entra qualcosa con il tanto nominato spread? Quest’ultimo è il divario esistente tra l’interesse corrisposto sui titoli di Stato del paese europeo in difficoltà e quello offerto dai titoli di Stato del paese che abbia l’economia più forte e stabile, perciò considerata meno rischiosa all’interno della zona nella quale circola l’euro.

La costruizione di operazioni finanziarie basate sui contratti Cds può essere indotta dall’esistenza di una differenza negativa tra il valore del Cds relativo allo Stato e lo spread. Così una differenza negativa tra il costo del contratto Cds e lo spread segnala che è più vantaggioso vendere protezione tramite i Cds che acquistare i titoli di Stato. Ne consegue che i soggetti che intendano trarne vantaggio sono indotti a vendere Cds (trovando altri soggetti disposti a comprarli) e a vendere i titoli del debito pubblico. Ma, a mano a mano che il “mercato” manifesta disinteresse a tenere i titoli di uno Stato, quest’ultimo vede peggiorata la propria valutazione, e gli operatori finanziari aumentano la domanda di Cds in anticipazione ad un possibile futuro peggioramento della sua capacità di rimborso. L’offerta di protezione invece tende a ridursi o a manifestarsi in cambio di un aumento del prezzo del Cds, ossia del premio pagato per acquistarlo. Lo sbilancio tra domanda ed offerta innalza le quotazioni del Cds. In tale situazione l’incremento nel suo prezzo è un meccanismo tanto forte da attirare appetito “speculativo” direttamente sul Cds, al punto da autoalimentarlo.

Gli Stati, non possono fare nulla per impedire questa alimentazione, anche perché le loro centinaia di milioni di cittadini nemmeno la conoscono, e mentre vengono trascinati sempre più violentemente dentro al vortice della macchina creativa di rischio, dato che il loro debito richiede il pagamento di crescenti interessi, si abituano a sentirla chiamare ‘speculazione’. Lo Stato viene spinto in un vortice, costretto a manovre frettolose e scomposte per cercare di tappare le falle, che si fanno sempre più grandi, mentre lo spread, trascinato dalla salita dei Cds, è costretto a salire, segnalando il peggioramento delle proprie condizioni di finanziamento, e fungendo semplicemente da termometro di una temperatura che viene alimentata altrove. Il paese, vero interessato ad avere minore rischio, non sa come fare a ridurlo quando sia stato centrifugato e gonfiato dalle macchine altrui, né sa come difendersi.

In questo modo un rischio che sarebbe alto ma non incontrollabile, costruisce giorno dopo giorno, sempre più velocemente, la strada per arrivare  al fallimento. Questo esito si realizza mediante la possibilità di un’interessata valutazione ed attribuzione di un prezzo, che induce un’alterata percezione di incremento del rischio e la conseguente volontà di trasferirlo. Un trasferimento che si manifesta in presenza di alcune specifiche e forti condizioni: l’inadeguatezza, la litigiosità e l’incompetenza della politica; la debolezza comune a molti Stati per effetto dei loro debiti; la fragilità di risposta ad attacchi speculativi, l’errata ed insufficiente struttura attribuita ad un’aggregazione di Stati come l’Europa.

In queste condizioni, basta poco affinché si determini un profitto dal rischio connesso alla dimensione di un debito pubblico: è sufficiente imprimere un impulso iniziale per spingere il mercato in una precisa direzione. E’ ciò che succede ad un vaso che sia rimasto a lungo in bilico: basta solo un movimento dalla parte giusta per determinarne il rovesciamento .

La gravità del condizionamento esercitato da “mercati” capaci di esprimere manipolazione suggerisce che, oltre a pensare alla riduzione del debito, gli Stati dovrebbero velocemente costruire strategie più forti, determinando un fronte comune per evitare di lasciare il proprio debito in mano a chi può manipolarlo. Strategie che passino necessariamente attraverso maggiore coesione dei  loro cittadini, e che poi si traducano in efficaci sistemi di regolamentazione dei mercati finanziari.

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142 La finanza degenerata

Nel corso degli anni 2010 e 2011 i cosiddetti “mercati” finanziari hanno mostrato la loro mostruosa capacità di scatenarsi nei confronti di alcuni titoli di Stato per il rischio di fallimento che incorporerebbero. Tale rischio è apparso legato a qualcosa che apparentemente non c’entra con il sistema finanziario: il deterioramento dei conti degli Stati. Ma da dove è venuto questo deterioramento?

Studiosi indipendenti dimostrano che, salvo il caso greco e quello italiano, per molti paesi europei il peggioramento dei debiti pubblici degli ultimi anni è conseguenza del loro essere intervenuti a riparare i danni economici e finanziari provocati dallo smisurato incremento dei valori immobiliari, scoppiati come una bolla dalla fine del 2007 in poi.[xii] Ciò ha significato sia il salvataggio dei sistemi bancari dei singoli Stati, nei quali si erano accumulati insostenibili livelli di debito privato che rincorreva quella bolla, sia il sostegno delle economie, per mantenere livelli di spesa precedenti alla crisi, dovendo però fronteggiare una forte riduzione delle entrate proprio a causa della crisi.

Lo squilibrato funzionamento del sistema finanziario europeo è stato quindi all’origine dell’incremento di molti debiti pubblici. Si è trattato di uno squilibrio verificatosi contemporaneamente in tutta la finanza del mondo occidentale, all’interno della quale quella statunitense ha svolto un ruolo di capofila nel costruire un pericoloso ed impetuoso avvitamento intorno a valori virtuali.

Molte banche statunitensi hanno individuato la possibilità di ottenere guadagni dalla costruzione di forme di finanziamento particolarmente rischiose, come i mutui subprime, ossia finanziamenti di qualità molto inferiore a quelli normalmente erogati (i mutui “prime”).

I mutui subprime, essendo stati concessi per l’acquisto di una casa, a persone che non avevano un reddito sufficiente a rimborsarli, obbligavano queste ultime al pagamento di rate ad elevati interessi per remunerare l’alta rischiosità del loro finanziamento. Gli istituti di credito che li avevano concessi contavano sulla loro rimborsabilità all’interno di un mercato immobiliare che alzava continuamente i suoi valori, al punto da creare nell’opinione degli statunitensi una diffusa ed euforica disponibilità ad acquistare immobili, con l’intenzione di rivenderli ad un prezzo maggiorato prima ancora di aver rimborsato il mutuo. Essendo il mercato così caratterizzato, in caso di mancato rimborso le banche finanziatrici contavano sull’impossessamento di immobili rivendibili ad un prezzo crescente. Le banche erogavano il finanziamento per mezzo dei capitali forniti loro da altre banche d’investimento, specializzate nell’emettere prodotti finanziari simili alle obbligazioni, garantiti dagli stessi mutui subprime, e resi appetibili da un alto rendimento. Di questi prodotti finanziari, chiamati Cdo e indicati spesso come ‘titoli tossici’, parlerò più avanti, per considerarne la pericolosità e la diffusione. Qui dico solo che tali strumenti, confezionati come forme d’investimento, sono stati acquistati e distribuiti in tutto il mondo, anche da molte banche europee, le quali hanno investito in essi oppure li hanno rivenduti alla propria clientela, nel contesto di un mercato immobiliare europeo gonfiato e indotto a rincorrere un’euforia similare a quella americana. Un mercato immobiliare che con i suoi velocissimi insediamenti ha spesso offerto un pesante contributo all’alterazione di molti territori dei paesi europei.

I prodotti finanziari costruiti dalle banche d’investimento, come in un castello di carte, appoggiavano la loro solidità su di un calcolo statistico, il quale riteneva scarsamente probabile il fatto che i contraenti di mutui subprime smettessero tutti insieme di pagare le rate. Invece questo è proprio ciò che è avvenuto. Gli economisti collegano tale evento con il fatto che le rate erano diventate sempre più elevate, dopo che la banca centrale americana aveva dovuto aumentare i tassi d’interesse per timore di un’inflazione collegata all’aumento del prezzo del petrolio. Quest’ultima conseguenza a sua volta si legava alla riduzione della sua offerta sia dopo la guerra in Iraq, sia in seguito ad incrementi della domanda da parte di paesi emergenti come Cina ed India.

Una percentuale molto elevata dei sottoscrittori dei mutui subprime si è trovata nella condizione di non poterli più rimborsare, così il castello di carte è crollato, mandando in crisi prima le banche che avevano erogato i mutui, poi le banche d’investimento che su di essi avevano creato i prodotti finanziari, e successivamente le banche di tutto il mondo, che le avevano offerte agli ignari risparmiatori. Un effetto domino propagatosi a tutto il sistema della finanza mondiale che, controllando gli stessi mercati finanziari, dopo averli a lungo mantenuti in uno stato di consapevole sottovalutazione dei rischi, li ha poi resi furiosamente nervosi e pessimisti.

Quindi il sistema della finanza degenerata qualche anno fa ha creato dei bubboni, cioè ha creato gravissimi rischi che prima non c’erano, ed ha potuto determinarli per effetto dell’assenza di regole protettive della società e dell’economia. E il luogo nel quale ha generato tali gravissimi rischi non è costituito tanto dalle grandissime strutture finanziarie ufficiali, quanto da società sorelle, con sedi in paradisi fiscali, del tutto libere da regolamentazioni prudenziali e dotate di una sorta di invisibilità. Gli studiosi  chiamano questo sistema la ” finanza ombra”. [xiii] Ne accennerò più avanti, perché tali studiosi l’hanno individuata come la vera responsabile delle crisi finanziare degli ultimi anni, e della degenerazione di cui i mutui subprime sono solo un frutto. Per effetto di tale configurazione la finanza ufficiale, non capace né disposta a risolvere i propri danni, ha atteso che gli Stati (cioè centinaia di milioni di cittadini), si indebitassero per salvare molti istituti finanziari dal fallimento; poi ha colpito gli Stati che erano più facilmente aggredibili, accusandoli di essere rischiosi ed inaffidabili, dissoluti e mal gestiti (cosa talora peraltro vera), arrivando ad attaccare anche molte banche e spostando l’attenzione su qualcuno dei paesi più grandi, come l’Italia, fino ad avvicinarne il fallimento.

Dunque dai disastri sociali provocati dalla finanza degenerata si sono originate le risposte di salvataggio messe in atto dagli Stati, le quali hanno generato il forte incremento dei debiti pubblici ed il rischio della loro difficoltà di rimborso, sul quale tale finanza si accanisce dopo averlo scorporato attraverso i contratti Cds.

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143 Dalla politica che dorme o litiga o distrugge le risorse, a cittadini che si uniscano per difendersi

La Banca centrale europea, e pure quella statunitense sono consapevoli della grave pericolosità di questi strumenti nei confronti del sistema finanziario mondiale, e sarebbe auspicabile che informassero la politica per indurla ad opportuni interventi di tutela. [xiiib]Tuttavia i loro organismi direttivi risentono dell’influenza determinata dai vertici delle poche enormi banche dominatrici e manipolatrici sui mercati mondiali. A questo punto sorge spontanea una domanda: i politici queste cose le sanno o dormono? L’impressione è che molti, di tutti gli schieramenti si nascondano dietro ad un’idea di “libero” mercato dei capitali che nei fatti libero non è. Alcuni politici queste cose probabilmente le conoscono, però parlano d’altro o in ambiti troppo ristretti per consentire ai cittadini di capire. La maggior parte dei politicanti finge di sapere tutto, e per questo va a litigare nei dibattiti, attribuendo allo schieramento nemico le responsabilità del debito pubblico, cercando di convincere i tifosi a sostenere la propria visione del mondo, e poi, quando non sa cos’altro dire, accusa la speculazione, così è certa di ottenere facile consenso.

Se i politici non litigassero e non sproloquiassero, vedrebbero che quella che agisce nei famosi mercati finanziari non è solo speculazione, ma piuttosto una pesante e ben nascosta manipolazione, allora capirebbero che devono muoversi in fretta, ed accordarsi per evitare che ciò che avviene nei mercati non regolamentati ricada sui cittadini.

Le possibilità offerte da alcuni strumenti finanziari, chiamati derivati creditizi, hanno fatto sì che le loro contrattazioni esplodessero vertiginosamente negli ultimi anni, in particolare dal 2009 in poi, e che si alimentassero molteplici combinazioni di contemporanee posizioni in acquisto su alcuni Cds ed in vendita su altri: nel 2010 il valore netto nozionale (quello che serve per calcolare premi e rimborsi) di tali contratti era pari a circa 2.000 miliardi di dollari; una montagna inimmaginabile di finto valore, dietro alla quale non c’è produzione reale, ma solo valorizzazione virtuale, finalizzata al calcolo dei rischi e dei profitti connessi alla loro variazione. [xiv] Bisognerebbe rendersi conto del fatto che sui titoli di Stato di 10 paesi mondiali si concentra il 55% di tutto questo ammontare, e che il 12% di quest’ultimo è relativo solo all’Italia. Questo dato segnala più di altri la vulnerabilità di un paese gestito dall’improvvisazione, dall’interesse e dalla litigiosità di tutti gli schieramenti politici.

I Cds danno origine ad un meccanismo di assicurazione e riassicurazione, ossia chi assicura può farsi assicurare da altri, ma ciò determina una catena di rischio nella quale, se uno degli anelli si rompe, tutta la catena salta, prosciugando la liquidità vera, cioè il denaro  disponibile per l’economia e per centinaia di milioni di persone. Tutto ciò fa intuire il senso di mostruosa, irresponsabile, incontrollata scommessa d’azzardo in cui tali soggetti si muovono, come se contassero su valori tali da sovrastare le capacità di risposta degli Stati. Ed in effetti gli Stati non riescono a reagire sui valori del proprio debito, e allora anche il Presidente degli Stati Uniti è costretto ad alzare la voce, per segnalare che, se crolla un paese come l’Italia, l’Europa cade in un baratro, e con essa l’economia mondiale. Strano circolo vizioso: i problemi vengono dalla finanza degenerata e si scaricano sui paesi, e mentre un’inadeguata politica rimane a litigare, o a rimpallare le responsabilità, tale finanza prospera.

In Italia, paese culla d’una politica colpevole di disastri gestionali, di cui ha la responsabilità insieme agli elettori che l’hanno votata in tutti gli schieramenti, si assiste allo spettacolo di qualche politico che si mette a fare improbabili lezioni di finanza. Ecco qual è l’altro vero rischio: una politica degenere come quella italiana complica le possibilità di una finanza degenerata. Una politica degenere è quella che in tanti decenni ha reso agonizzante un Paese, costringendolo ad essere richiamato dalla Banca centrale europea a costruire un piano che preveda tempi e misure certe per il salvataggio del proprio debito.

I cittadini purtroppo o sono arrabbiati, o sono frustrati o sono disorientati ed impressionati dal poco che viene fatto loro capire; l’informazione specializzata ha detto la sua ma per troppo tempo ha condotto battaglie impari con i grandi approfondimenti televisivi di aria fritta, ed è stata messa al tappeto dalle priorità dei quiz a premi, dalle meraviglie della chirurgia plastica femminile, dalla martellante urgenza di qualche pruriginoso massacro familiare.

Durante gli attacchi al debito pubblico molta informazione televisiva ha inseguito i commenti di convenienza rilasciati dai politici di tutti i più importanti partiti, oppure segnalato il valore raggiunto dagli indici di Borsa o dall’euro nel suo cambio con il dollaro; ma tali segnalazioni  equivalgono a continuare a misurare la temperatura quando fuori nevica, mentre seguire i commenti di una politica impreparata corrisponde ad attendere che i partiti sappiano fare qualcosa in più del dire che fa freddo. In realtà sarebbe molto più importante trascurare le posizioni degli schieramenti, che non hanno nulla da dire perché forse nemmeno conoscono l’esistenza di strumenti come i contratti Cds, e dedicare del tempo ad informare approfonditamente i cittadini su questi argomenti, per evitare di considerarli dettagli inspiegabili.

Se, oltre a sapere che il default di uno Stato rappresenta la sua parziale o totale incapacità di rimborsare il debito, i cittadini potessero comprendere quali strumenti lo determinino, sarebbero consapevoli della necessità di sottoporre meccanismi tanto potenti ad una precisa regolamentazione, per vanificarne le potenzialità distruttive. Una regolamentazione servirebbe tanto agli imprenditori quanto ai lavoratori, quanto ai cittadini in generale, quindi non avrebbe bisogno di visioni di sinistra o di centro o di destra. Se questa consapevolezza si sviluppasse, allora potrebbero meglio riflettere, e capire che, per affrontare con efficacia questi temi, non servono le  generiche proteste contro le banche. Le occupazioni delle piazze antistanti le Borse, che si concludano con degli slogan, rischiano di perdere la loro potenzialità. Da esse, e da molti altri ambiti, dovrebbe velocemente partire una diffusa ricerca di unione di tutti i cittadini oltre l’inutile litigiosità degli schieramenti. Questi ultimi sono incapaci di proteggerli, perché attraverso la loro conflittualità si ostacolano a vicenda, quindi ciò che serve è una grandissima forza politica dei cittadini, decisa e molto concreta, che si sviluppi in ogni paese, per unire i vari paesi nello stesso obiettivo di un grande, autentico cambiamento.

Provo a ritornare sul rischio finanziario.

Ciò che con i Cds viene scambiato dovrebbe essere rischio, in realtà può essere anche percezione interessata, certificata da agenzie di valutazione, di un rischio che potrebbe incrementare sempre più per effetto del diffondersi nei “mercati” della sensazione che lo Stato non ce la faccia, fino a portarlo ad un’avverarsi del fallimento. Così tale rischio si trasferisce direttamente sull’economia e sulla società, le quali, non solo non ne hanno bisogno, ma sono le uniche componenti umane in grado di trovare elementi positivi che correggano la rischiosità di un debito pubblico, a patto che vi siano condizioni di tempo, coesione sociale, efficienza, ed una prospettiva sicura di scelte che lo consentano.

Di fatto, attraverso i contratti Cds, l’obiettivo di dare un prezzo al rischio di rimborsabilità, si traduce in uno scopo ben diverso. Le istituzioni finanziarie che comprano i Cds possono far apparire meno rischiosi i propri bilanci, e, così facendo, otterranno una migliore valutazione e credito a condizioni più convenienti. Però chi ha i mezzi finanziari per farlo, potrebbe anche tentare, senza essere visto, di scommettere sempre più sul rischio, facendolo diventare via via più alto, fin tanto che c’è una ragione per continuare a farlo. Alcuni studiosi ritengono possibile addirittura il verificarsi di operazioni concordate tra più soggetti finanziari, in modo che possano determinare maggiore effetto sul mercato.[xv] Simili comportamenti sono difficili da dimostrare e tuttavia altamente probabili, perché il meccanismo è profittevole, incontrollato, duraturo nel tempo, fino a quando non intervengano pesanti manovre di politica economica che determinino duri sacrifici per imprese e famiglie. O fino a quando il paese non vada a picco.[xvi]

Chi acquista o vende rischio attraverso i contratti Cds sa di poter utilizzare vari strumenti con i quali può costruire articolate e meccaniche strategie finanziarie. All’interno delle proprie strategie molti operatori finanziari hanno acquistato titoli di Stato tedeschi, i Bund di durata decennale, considerandoli poco rischiosi, utilizzandoli come garanzia per effettuare altre operazioni, preferendoli ai titoli degli Stati considerati più rischiosi, i quali invece venivano sottoposti ad una pioggia di vendite che ne innalzavano progressivamente i rendimenti. Contemporaneamente gli operatori finanziari hanno iniziato a vendere euro quando hanno intravisto la possibilità di puntare sulla riduzione di valore nel cambio con il dollaro, come effetto della debolezza economica e finanziaria di molti indebitati paesi dell’area europea. Ma a novembre 2011 il rendimento dei Bund è diventato tanto basso, rispetto a quello offerto dagli altri paesi europei, che il “mercato” ha deciso di non essere più così interessato al loro acquisto, creando qualche problema di finanziamento al debito tedesco.

Si è manifestata una nuova variabile di cui la politica ha dovuto tenere conto, a dimostrazione del fatto che, in un’Europa mal costruita, impostata solo su una moneta dalla quale dipendano 17 diversi debiti pubblici, le difficoltà prima o poi arrivano anche per i paesi più forti. E sono difficoltà tanto più gravi perché i “mercati finanziari”, dopo averne saggiato le capacità di reazione e le possibilità di tenuta, hanno anticipato l’idea che un crollo dell’Europa, con la scomparsa dell’euro ed il ritorno alle precedenti valute nazionali, costringerebbe i paesi più deboli ad una fortissima svalutazione, ossia al tracollo per pagare debiti espressi nella precedente moneta. Un tracollo che penalizzerebbe anche i paesi forti, obbligandoli a perdere competitività e a cancellare un mercato unico. Tutto ciò è ricaduto ancora sull’aumento della differenza tra i tassi d’interesse dei titoli dei paesi in difficoltà e il rendimento fornito dai titoli del paese momentaneamente considerato più solido.

La situazione europea è apparsa ogni giorno più seria quando l’Italia si è trovata con un debito molto più pesante di altri sul pericoloso bordo del baratro. Il fatto che l’Italia fosse costretta a correre per evitare di sprofondare, essendo incalzata da baldanzosi compagni ai quali è legata dalla corda monetaria, ha evidenziato il rischio di trascinarli con sé. Molti operatori finanziari hanno capito la pericolosità di quelle condizioni e hanno iniziato a spingere ancora più decisamente le proprie strategie, puntando decisamente sul crollo dell’euro, e quindi vendendolo.

Legati tra loro da una ferrea meccanicità, semplice ed inflessibile, il rischio ed il rendimento ottenibile nel tempo sono i soli riferimenti che guidano il valore di tutti gli strumenti finanziari, valute e titoli di Stato compresi. Riferimenti che portano verso direzioni senza retromarcia quando a giustificarle ci siano gravi condizioni di debolezza. Con una Banca centrale europea incapace di garantire il debito dei paesi, perché limitata dai vincoli imposti dai trattati e dalla politica, l’eventuale retromarcia l’avrebbero avuta gli Stati membri, se non fossero stati condotti da troppi oligarchi senza visione, e non si fossero fatti così dividere.

Insomma il cane si morde la coda, e si fa molto male. Ma chi è il cane, o chi sono i cani?

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144 Le irresponsabilità e l’insostenibilità

Ciò che muove l’attacco ai titoli di Stato non è solo la mancanza di credibilità della politica di un paese, sintetizzata dalla rischiosità del suo debito pubblico, ma la volontà e la possibilità di utilizzare il trasferimento di tale rischio per ottenere profitto, contando sulla fragile configurazione di una struttura come l’Europa. Una configurazione che amplifica pericolosamente le differenti condizioni finanziarie connesse al debito di ogni paese, rendendole perfette per la manipolazione del rischio.

Sotto l’effetto degli squilibri provocati dalla bolla immobiliare dei primi anni duemila e dell’espansione del credito che si sono tradotti nella crisi finanziaria del 2007-2008, alcuni paesi europei si sono fortemente indebitati mentre in precedenza non lo erano: tra questi soprattutto Spagna e Irlanda. Altri, come Grecia, Portogallo, Italia erano già gravemente appesantiti da un forte debito e da una società incapace di cambiarsi. Tutti questi paesi, per potersi finanziare dovevano aumentare il rendimento dei propri titoli, provocando l’ulteriore aumento del loro debito, mentre Germania, Olanda, Finlandia, Lussemburgo potevano tenerlo basso o diminuirlo perché venivano considerati paesi economicamente solidi, efficienti e quindi affidabili nella loro capacità di ripagarlo.

Negli anni la differenza nelle condizioni finanziarie dei paesi europei si è allargata sempre più a forbice, affossando le possibilità di recupero dei primi e rendendo sempre più forti le sorti dei secondi, tra i quali spiccava la Germania. Una differenza tanto squilibrante da attirare l’attenzione di una finanza capace di manipolare e trasferire il rischio, al punto da diventare riferimento condizionante per la vera e propria speculazione che è così indotta ad operare con un’intensità che dipende dall’emergere di nuovi dati, dalla litigiosità, dall’incertezza delle “scelte” dei leaders politici. Scelte che potrebbero bloccare la speculazione e tradursi in costi molto inferiori per i cittadini dei vari paesi, se fossero concordate e programmate secondo una prospettiva credibile, coesa e solida.

Ma al posto di una coesione e di un coordinamento finalizzati al rafforzamento dell’Europa si è assistito a 17 leaders che hanno litigato sul da farsi, o ad alcuni di loro che hanno voluto imporre le proprie scelte agli altri, talora in contrasto con la Banca centrale europea, rischiando di mettere i cittadini di un paese contro quelli di un altro: ciò ha garantito la benzina per la continua alimentazione delle difficoltà.

La bislacca configurazione dell’Europa ha consentito ai manipolatori non sottoposti a regole, di sfruttarla per ottenere profitti, puntando su una fragilità finanziaria, occulta ma potente, a fianco di una fragilità macroscopica ed altrettanto potente: quella politica. Fragilità simili a quelle dei birilli nel bowling: il colpo indirizzato ad un birillo può determinare anche la caduta degli altri.

Mentre la mediocrità della politica condotta dai rappresentanti degli Stati europei si è manifestata in un drammatico e confuso accavallarsi di eventi, i cittadini ne hanno subito i disastrosi effetti, provando disorientamento, paura, indignazione e rabbia. I cittadini non sanno a chi affidarsi. Sono abituati a credere che la politica debba occuparsi dei problemi, ma la politica non riesce ad aiutarli, attorcigliata com’è tra miopia, arroganza, incompetenza. Quindi è una politica che, dopo aver concorso a crearli, non riuscendo ad avere una visione unitaria dell’Europa, quei problemi li aumenta in ogni paese. Il caso italiano è forse il più emblematico.

Il debito pubblico italiano che è stato sottoposto ad attacco può essere inteso come un’estrema sintesi dei problemi dell’Italia e dell’incapacità di tutta la sua politica, di tutti gli schieramenti, quindi delle scelte effettuate dai suoi stessi cittadini, che si sono affidati al centro, a sinistra, a destra, senza che ciò cambiasse nulla, avendo in cambio solo continua ed ossessiva abitudine all’inconcludente litigiosità. Un Paese che ha storicamente voluto l’Europa unita più di altri ma, attraverso la sua classe politica, ha seguito tutti i vicoli ciechi per rimanere duramente bloccato sul proprio vecchio modo di essere, e ha pesantemente contribuito a lasciare l’Europa nello stato di fragilità per non essere ulteriormente costretto a cambiare, e ad abbandonare l’orticello tanto a lungo mal coltivato. La fragilità italiana è quella di uno Stato che ha potuto approfittare dell’entrata nell’euro per far apparire una credibilità superiore a quella segnalata dal proprio debito pubblico. Quindi per un lungo periodo ha beneficiato di minori tassi d’interesse sul debito, senza sottoporlo ad un coeso programma di riduzione. Questo elemento, insieme alla mancanza di grandi riforme nella politica, nell’economia, ed all’incapacità della sua classe dirigente di cercare i nuovi livelli di competitività che l’entrata nell’euro avrebbe richiesto, è diventato l’insieme di pesanti debolezze sulle quali ha profittevolmente scommesso la finanza degenerata.[xvii] La mancanza di credibilità è stata di tutta la politica italiana, che a destra, sinistra ed al centro si è alternata nel mantenere il Paese bloccato ed impantanato nei suoi problemi.

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145 La sovranità nelle mani sbagliate

Questi lati di irresponsabilità si aggiungono alle responsabilità di una parte della finanza; una finanza degenerata e sovranazionale, che non finanzia nulla se non se stessa, e si è data un obiettivo. E’ una macchina che vuole una redditività annua a due o anche a tre cifre, quindi decide di investire sempre meno nell’economia reale, perché quest’ultima non può dare quei rendimenti. Infatti, la sana redditività è un risultato faticoso da conseguire, specialmente qualora vi siano condizioni di leale concorrenza; e più ancora perché la redditività richiede tempi di creazione del valore, attraverso l’assunzione di “normali” rischi, derivanti dall’incertezza della domanda, dalla certezza dei propri costi, dai costi burocratici, dalle variazioni dei prezzi delle materie prime, dalla capacità di ripagare gli investimenti, di rimborsare i finanziamenti e così via. E poi la redditività richiederebbe responsabilità nei confronti del lavoro umano e dell’ambiente. Ma queste ed altre responsabilità non sono valori per tale finanza. Non possono esserlo perché nessuna regola la induce a considerarli.

Questo tipo di finanza, per rendersi meno invisa si definisce “d’investimento”, in realtà è pronta a sfruttare le occasioni che si presentino anche a danno degli Stati, contando sull’assenza di regole garantitale dall’ottusità ed incapacità della politica e dalla non conoscenza e non possibilità di incidere dei cittadini. La sua peculiare idea di redditività la porta a cercare rischi, a manipolarli, per proteggersi, trasferirli e cavalcarli.

I suoi prodotti sono tutti caratterizzati da grande profittabilità proprio perché sono costruiti sugli elementi più profittevoli in assoluto: il rischio e la paura. La paura di perdere è un grande ingrediente di profittabilità per chi sappia cavalcarla, ponendosi dalla parte giusta un attimo prima che esploda l’evento rischioso, beneficiando della poderosa fuga in cui si lancia la mandria.

E’ l’ottica di questa degenerazione della finanza a produrre fortissimi rischi, e ad indurla a confezionarli nel modo opportuno, cosicché non risultino visibili, nemmeno ai conoscitori, che però sanno di quali possibilità disponga chi tiene il banco. Chi gestisce il gioco può scaricarne i rischi sui soggetti esterni al meccanismo: i cittadini con le loro economie. Si tratta di un gioco nel quale lo Stato non è dotato di strumenti di protezione.

In questa condizione la sovranità dei cittadini, già calpestata dalla politica incapace, è ridotta a nulla. Se i cittadini fossero veramente sovrani, anche i loro debiti sarebbero veramente sovrani. In realtà, i debiti dello Stato non sono da questo controllati, anzi sono in balìa di mani sbagliate, tanto politiche, quanto finanziarie, le quali possono farli diventare ancor più instabili ed insostenibili.

Se non ci fosse assenza di regole, i debiti “sovrani” rimarrebbero una legittima forma di finanziamento di cui sarebbe necessaria la riduzione, ma non sarebbero in balìa di una macchina d’azzardo; non si determinerebbero gli enormi danni sociali ed economici che minano le democrazie.

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146 Come far “derivare” disastri dall’assenza di regole

Le protezioni previste dai contratti Cds scattano con l’aggravarsi delle valutazioni sul rischio di insolvenza. Queste valutazioni vengono periodicamente rilasciate per lo più da agenzie americane, le stesse accusate di non aver segnalato la rischiosità delle società che determinò la crisi finanziaria del 2008. Sulla scorta della giustificazione derivante da tali valutazioni, e per effetto della volontà di non rendere noto né quali soggetti stiano proponendo acquisti o vendite di Cds, né per quali quantità, i gestori o i beneficiari di tali contratti sono in grado di orientare il mercato, fissando un prezzo per i Cds che diventa il riferimento sul quale si accoderà il grosso della vera speculazione. Se tale prezzo aumenterà rispetto a quello stabilito con precedenti contratti, segnalerà una prima percezione di sfiducia verso lo Stato. Nel giro di secondi, di minuti, o di pochi giorni, una coerente successione di prezzi darà alla speculazione l’indicazione di quale sia la direzione del vento che fa girare il mercato più liquido, cioè quello dei Cds. Ad esso si adeguerà per forza il mercato regolamentato nel quale vengono scambiati i titoli di Stato.

Così il valore dei titoli di Stato scende, e la stipulazione dei prossimi Cds dovrà segnalare questo incremento della sfiducia, aumentando il proprio prezzo. Tale elemento confermerà il verso intrapreso dalla mandria degli speculatori. Il succedersi di segnali d’ulteriore sfiducia indurrà altri compratori di Cds, o per ragioni di protezione oppure perché potrebbero essere disposti ad acquistarli anche solo per rivenderli a prezzi ancor più alti, alimentando ulteriore deprezzamento nel valore dei titoli di Stato venduti nei mercati secondari, e una richiesta di rendimento sempre più alto in quelli di nuova emissione. Un meccanismo di questo tipo si dà energia da solo, una volta che qualcuno imprima il primo movimento, così che la direzione prevalente del movimento diventa certa e non immediatamente invertibile. Una direzione che inizialmente può oscillare, non essere chiara, e richiedere anche molti mesi per svilupparsi, ma quando il tasso d’interesse chiesto sui titoli di stato supera il costo del Cds, o quando supera una soglia critica, tale direzione si fa via via più precisa e decisa.

Tutti gli attori di questo meccanismo stanno giocando col rischio, e dietro al rischio ci sono i cittadini. L’automaticità di questo meccanismo innalza sempre più il rischio d’insolvibilità percepito dagli operatori finanziari internazionali, che non hanno alcuna motivazione per valutare meglio o diversamente, né possono sottoporsi ad una ragione differente dalla convenienza di vendere velocemente un prezzo che si mostra sempre peggiore per i titoli di Stato, e di acquistarne uno che appare sempre più alto per i Cds. Quindi, se non esistono delle regole che li inducano a differenti valutazioni, non possono essere indotti a ritenere che un paese potrebbe salvarsi se cambiasse tutti i propri politici e sottraesse loro la gestione, se avesse il tempo per costruirsi una solida e credibile prospettiva, se individuasse alcune adeguate e rigorose scelte di spesa pubblica, e se potesse contare sull’intelligente fiducia di altri paesi. Ne consegue che tutte le scelte degli operatori sono esclusivamente affidate a prezzi che appaiono solo capaci di segnalare paura; una paura che può diventare panico, e quindi tutti tendono a liberarsi di qualcosa che appare sempre più rischioso, oppure si rendono disponibili ad un acquisto solo se in contropartita venga offerto un rendimento sempre più alto per compensare tale rischiosità.

Se nel frattempo mutano le condizioni di rischio, gli operatori che hanno alimentato la rincorsa in una precisa direzione, possono modificare la struttura delle operazioni che hanno costruito, delle quali i Cds sono il motore, reimpostando la propria strategia in modo da sfruttare le nuove opportunità di profitto che si presentino loro.

I soggetti che manovrano il “mercato” dei Cds sono tanto liberi da regole che possono perfino accordarsi per ritenere che quello greco non sia un vero fallimento ma un accordo volontario tra finanziato e finanziatore, così da non essere costretti a rispondere delle “protezioni” dal rischio che hanno offerto tramite i contratti Cds. [xviii]  Ma allora, se i Cds perdono il significato di strumento di protezione, la finanza che ha protetto diventa conflittuale con la finanza che si è fatta proteggere o ha scommesso sul fallimento. Ne consegue che i debiti più rischiosi, come quello italiano non sono più “proteggibili”, e quindi si deve correre a venderli ancor più di prima. E così la crisi del debito italiano diventa ancor più difficile da risolvere, e impossibile da capire per cittadini costretti a farsi spiegare da politici ignoranti ma indecentemente scaltri che la decisione d’aver cambiato governo non ha fatto migliorare il livello dello spread.

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147 Ai cittadini non conviene un mondo privo di regole

Ovviamente le società che costruiscono e modificano le proprie strategie finanziarie, utilizzando contratti come i Cds, non solo sono nate con un obiettivo diverso dal sostegno dell’economia sana, ma sono dotate di capitali di spaventosa dimensione, i quali si muovono con rapidità e continuità impressionanti, non appena la valutazione negativa di qualche agenzia internazionale crei i presupposti per lo sfogarsi di un violento movimento dei prezzi.

Osservandone i bilanci dietro compenso, tali agenzie sono abituate a valutare la capacità reddituale e di rimborso dei prestiti chiesti dalle società quotate nelle Borse di tutto il mondo. Forniscono i loro giudizi come se stessero rilasciando certificazioni sul valore di cavalli prima di una corsa, in modo da fornire agli scommettitori il motivo per fare le loro puntate su chi arriva primo e chi ultimo. Ma non appena rilasciano valutazioni nei confronti di paesi che hanno un elevato debito pubblico, si scatena puntuale la manipolazione del rischio che provoca il ribasso del valore dei titoli di Stato. Quindi, se si volesse rimanere nell’esempio dei cavalli, si potrebbe anche dire che, prima della partenza, si sa già quale sarà l’esito della corsa, ma tutti fanno finta di non vedere e continuano a dire che, purtroppo, i cavalli più deboli arrivano sempre ultimi.

Il fatto è che quando si valutano i debiti di uno Stato non si sta parlando di cavalli, e neanche di società quotate, che potrebbero migliorare o peggiorare i propri bilanci anche senza che ciò si traduca in gravi conseguenze per i cittadini.

Con l’aggressione al valore dei titoli di Stato si determinano anche pesanti conseguenze per il sistema bancario più complessivo, ossia per tante banche, piccole, medie, o anche grandi, le quali abbiano a loro volta acquistato tali titoli. Ma se quei titoli riducono il proprio valore allora le banche che li detengono peggiorano le proprie condizioni patrimoniali per ottenere credito, ossia sono costrette a finanziarsi a costi molto più alti, che scaricheranno inevitabilmente sulla clientela, alla quale oltre tutto ridurranno il credito.[xix] Ne risulta che il sistema economico ed imprenditoriale di un paese, nel momento in cui si rivolge alle banche, non solo non può trovare l’adeguato sostegno per trovare i finanziamenti e la liquidità dei quali necessita, ma, attraverso il sistema finanziario, vedrà scaricati su di sé i costi derivanti dall’irresponsabilità della finanza degenerata, e dall’inadeguatezza della mediocre politica nell’affrontare la crisi del debito pubblico. La conseguenza è che tutta l’economia di un paese perde la propria stabilità, e viene trascinata in un vortice di valori che progressivamente si sgretolano. Quindi a rimetterci è tutta una società, perché dietro al rendimento ed al prezzo dei titoli di Stato ci sono milioni di famiglie e di attività economiche, che possono subire tracolli drammatici per parecchi anni, o non risollevarsi più.

Questo è il livello virtuale e pericolosissimo di operatività che si è autonomamente consentita un certo tipo di finanza. Una finanza che non può più chiamarsi tale, nel momento in cui abbatte le economie, anziché aiutarle a svilupparsi. Una pericolosità che non esime la politica dalle sue responsabilità e che evidenzia un’assenza di regole non più accettabile per i cittadini.

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148 I cannibali invisibili

Basta questo per farci capire la gravità di un certo modo di operare? Basterebbe, tuttavia una finanza tanto degenerata e rapace da non badare più alle sorti della produzione e delle economie, in assenza di regole protettive della stabilità e della reale libertà del mercato, non guarda in faccia a nessuno, neanche alle banche stesse. Così le Borse, sorte anche per fornire mezzi di finanziamento alle imprese, finiscono per essere strumento della distruzione di capitali, nel momento in cui intervenga l’azione di potenti capacità manipolative.

Quindi una volta impresso il movimento manipolativo che va a determinare una precisa direzione all’andamento dei valori, grandissimi capitali possono spostare la propria aggressività anche nei confronti delle quotazioni azionarie di banche di medie o anche grandi dimensioni, le quali abbiano nel proprio patrimonio i titoli di Stato dei paesi considerati in difficoltà. Dunque si manifesta una sorta di cannibalistico gioco al massacro che non risparmia nessuno, perché, come esistono contratti Cds nei confronti dei paesi, allo stesso modo esistono contratti Cds nei confronti delle aziende e delle banche di tutto il mondo, e attraverso di essi si ripresenta un’ulteriore possibilità manipolativa, che potrebbe tradursi in una vantaggiosa modalità per attaccarne i valori azionari. Ancora una volta il meccanismo autoalimenta le fasi di ribasso dei valori, perché induce altri soggetti a vendere i titoli considerati rischiosi, inasprendo l’intensità dei movimenti negativi. Quindi si riduce la capitalizzazione di Borsa di tali banche, indebolita assieme a tutto il sistema del credito, trasmettendo ulteriore fragilità alla tenuta dell’economia di un paese o di un’intera area geopolitica come l’Europa.

Non è possibile sostenere alcuna giustificazione, né finanziaria, né tanto meno morale, alla libertà di attacchi che si svolgono totalmente indifferenti alle conseguenze che determinano. Quindi va riconosciuta e regolata, per evitare che possa assumere una dimensione tale da provocare il criminale fallimento dei paesi e delle economie.

In questa riflessione non sto sostenendo alcuna visione ideologica, né scagliando una generica accusa contro le banche o contro i cosiddetti “mercati”, ma piuttosto evidenzio il fatto che i movimenti di questi ultimi provengono dalle decisioni di pochi soggetti, i quali, per la veemenza e l’assenza di trasparenza con le quali agiscono, aggravano le criticità, fino a renderle esplosive.

Quella che agisce è una potenza che non produce efficienza ma distruzione a danno di cittadini che producono e lavorano, o non lavorano perché l’occupazione l’hanno persa, o non trovano il modo di rispondere alle proprie esigenze vitali, o di risparmiare, o non trovano l’umanità e la dignità che potrebbero esprimersi attraverso il rafforzarsi di un’economia e di una società sane. La dimostrazione di questa affermazione sta nel fatto che quando questo gioco diventa troppo pericoloso, ed è ad un passo dal collasso, i giocatori aspettano che ad essere efficienti siano gli Stati, per farsi salvare con i soldi dei cittadini.

Mentre ciò accade, appare sempre meno convincente l’utilizzo del termine speculazione; un utilizzo comodo, che non consente di vedere chiaramente che i “mercati” sono guidati da una possibilità di stabile e non episodica manipolazione, tale da influenzare tutto il sistema finanziario.

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149 Le tempeste finanziarie vengono da sé o, quando mancano gli ombrelli, qualcuno sa crearle?

La domanda che le istituzioni ed i cittadini devono farsi è: siamo in una situazione nella quale ognuno sa in quale oceano sta navigando, oppure le condizioni della navigazione nel mercato finanziario sono artificialmente e sistematicamente alterate, tanto da non poter più parlare semplicemente di speculazione, ma di alterazione di tutto il sistema?

La speculazione è prevista dalla teoria economico finanziaria come meccanismo razionale, regolatore delle inefficienze del “libero” mercato finanziario, al punto che finisce per essere giustificata anche quando è ben evidente che sta agendo qualcos’altro. D’altra parte il diritto punisce come reato la manipolazione finanziaria, intesa come diffusione di notizie false ma apparentemente degne di credito o la realizzazione di operazioni simulatorie o ingannevoli, idonee ad influenzare i prezzi. Siccome in queste previsioni fatica a rientrare la manipolazione del rischio della quale sto parlando, si tende a ritenere che gli eventi manipolativi configurino qualcosa di talmente circoscritto ed infrequente da costituire una patologia estranea al normale funzionamento dei mercati finanziari.[xx] Così si finisce per adagiarsi sul concetto di speculazione, utilizzandolo in tutte le situazioni riconducibili ad un’idea di finanza che si arricchisce alle spalle dei cittadini. In tale generico modo si critica qualcosa che non si conosce e non si vede, intuendone la stortura, dando per scontato che sia il termine giusto da usare anche nei confronti degli attacchi ai debiti pubblici.

In realtà dovremmo riservare il concetto di speculazione solo all’attività di soggetti i quali, non potendo intervenire in alcun modo sul cambiamento di direzione di un prezzo o di un evento, non essendo unici detentori e gestori di strumenti costruiti per non fornire trasparenza né di capitali dalla dimensione condizionante, non avendo la disponibilità di informazioni privilegiate, non essendo in grado di accordarsi con altri, siano realmente incapaci di alterare le condizioni nelle quali avviene la formazione di tale prezzo o di quell’evento, e perciò siano intenzionati ad effettuare le proprie rischiose valutazioni su quale possa essere la direzione che prenderà.

Le caratteristiche operative, le dimensioni e gli obiettivi del ristretto contesto che sta al vertice della piramide finanziaria non possono lasciare spazio ad ingenue riflessioni: ogni giorno in esso circolano miliardi di dollari e di euro. Si può pensare che tale contesto possa rinunciare ad utilizzare la propria dimensione e la propria forza condizionante per costruire occasioni di grande profitto, o che preferisca utilizzare meccanismi grossolani e visibili per conseguirlo? Le sue capacità non sono tanto speculative, ma piuttosto condizionanti e precisamente volte a separare il rischio dall’oggetto da cui nasce, per cavalcarlo attraverso la propria potenza. Questo elemento non individua una speculazione, dunque continuiamo ad utilizzare tale concetto per comodità.

Quando alcuni grandissimi operatori finanziari, anziché assumere dei rischi o controllarli, riescono a moltiplicarli e a scaricarli su altri partecipanti al mercato, determinano una sistematica ed oggettiva manipolazione delle condizioni di rischio: in sostanza ne trasformano gli effetti. Si verificano le condizioni per pensare ad un concetto di manipolazione più ampio, diverso da quello finora previsto e penalmente sanzionato, perché ha presupposti differenti. Una manipolazione che si traduce in operazioni finalizzate a liberarsi dal rischio, per scaricarlo su qualcuno che lo accetta consapevolmente, inizialmente disperdendolo e sovraccaricandolo di significato, per lasciarlo in pasto al mercato, e successivamente farlo ricadere sugli Stati e sui cittadini che non possono fare nulla per difendersi.

Un esempio aiuta a capire: una persona non può controllare né sapere in anticipo se si verificherà o meno un temporale. Normalmente quella persona può decidere di prendere o meno l’ombrello; così effettua una previsione e, se avrà preso l’ombrello ed effettivamente pioverà, avrà il vantaggio di disporre di qualcosa con cui ripararsi, altrimenti l’ombrello diverrà un peso inutile; ma se pioverà e non avrà preso l’ombrello si bagnerà, ossia avrà sbagliato previsione e subirà un costo. Questa previsione è proprio una speculazione, perché la radice latina del termine indica il fatto di osservare ed interpretare, guardare lontano e quindi, metaforicamente, prevedere un andamento futuro.

Analogamente succede per i prezzi di un qualsiasi mercato finanziario. Se un soggetto decide di prendere una direzione rispetto al muoversi di un prezzo che egli non può controllare, andrà in uno dei due versi possibili, comprerà sperando in una salita, oppure venderà contando in una discesa, fin tanto che ritiene ciò sensato, sperando che il prezzo vada proprio nella direzione scelta. Se così accadrà egli ne beneficerà, mentre se il prezzo andrà in direzione contraria ci rimetterà.

Ora, purtroppo, quanto detto non corrisponde a quello che succede, soprattutto, ma non solo, nei mercati che determinano le drammatiche oscillazioni nei valori dei titoli di Stato. Infatti, i soggetti che lì operano non sono assolutamente normali cittadini, né piccole o medie banche ma neanche gli Stati stessi, quindi siamo già di fronte ad una dimensione che chiamare mercato è forse possibile, mentre libero mercato è improprio. In particolare è impropriamente e scorrettamente produttiva dell’idea di speculazione se si considera il fatto che: 1) i soggetti internazionali che effettuano tali operazioni sono un ristrettissimo numero e non consentono ad altri di partecipare all’organizzazione e gestione di questo mercato, ma solo di chiedere di acquistare o vendere i contratti in esso scambiati per il proprio tramite; 2) sono dotati di mezzi finanziari potenzialmente superiori a quelli di cui sono dotati gli Stati che offrono i propri titoli; 3) costruiscono e scambiano i loro contratti Cds con altri soggetti che hanno un analogo interesse a prendere una precisa direzione, ma per andare in quella direzione possono utilizzare anche altri strumenti; 4) queste operazioni non sono sottoposte ad alcuna regola di trasparenza e di garanzia che impedisca la creazione di spirali esplosive ed autoalimentative di un rischio fuori controllo; 5) non è possibile sapere chi faccia le proposte d’acquisto e vendita di Cds, né per quali quantità; 6) mentre nel mercato dei titoli di debito pubblico chi fa le proposte di vendita è lo Stato, e chi fa le proposte d’acquisto sono gli investitori, nel mercato dei Cds, entrambe le proposte, d’acquisto e di vendita sono gestite dai soggetti che emettono i Cds, determinando spesso un divario molto alto tra l’una e l’atra proposta, cosicché il prezzo, oltre che provenire da un conflitto d’interesse, a mano a mano che si concludono nuovi Cds, subisce dei salti che incrementano la percezione di un rischio crescente; 7) il mercato dei Cds, attribuendo, istante per istante, un prezzo al rischio di fallimento del paese, influenza pesantemente i prezzi che si formano nei mercati dei titoli di Stato, i quali invece si aprono per le aste solo a certe scadenze durante l’anno; 8) tale influenza è possibile perché quei soggetti hanno costruito apposta, e solo per sé, strumenti finanziari che, con l’aumentare dei loro scambi, cambiano la propria funzione e diventano, non più solo trasferimenti di un rischio ma cause di rischio sempre più alto, che obbligano gli Stati a modificare rendimenti e quotazione dei propri titoli, 9) l’aumento del prezzo del Cds, implica possibilità di guadagno per chi abbia acquistato protezione senza possedere i titoli e la voglia rivendere; 10) di fatto, i soggetti che costruiscono i Cds, determinano ma non controllano quel rischio, perciò esso sfugge dalle loro mani, mentre la direzione verso la quale si muove il prezzo diventa obbligata e di non immediato né facile ritorno, perché alimenta la pressione di altri operatori che seguono il verso intrapreso, rendendolo ancor più certo; 11) l’esistenza di automatismi nella gestione delle contrattazioni di Borsa fa sì che, al raggiungimento di determinati livelli di prezzo, scattino ordini di vendita automatica dei titoli presso grandi investitori, interessati a fare reale speculazione, come i fondi pensione, i fondi d’investimento, le compagnie d’assicurazione, quindi chi intendesse muovere una manipolazione verso una direzione, saprebbe a priori che il “mercato” la seguirebbe; 12) gli Stati, che per definizione dovrebbero sapere cosa succede alle proprie finanze, sono costretti a rimanere in balìa di un meccanismo di determinazione e trasferimento del rischio nel quale non possono intervenire, e dunque, per debolezza, ignoranza, irresponsabilità della politica si trovano ad accettare la prospettiva del fallimento; 13) l’unica forza contraria alla direzione impressa da tale meccanismo può provenire da un intervento della Banca centrale che sia finalizzato ad acquistare i titoli di Stato per sostenerne il prezzo, ma la sua efficacia dipende dalle funzioni assegnatele, dalla capacità di immediata reazione, dalla sua dotazione di denaro, dalla solidità dell’organismo politico nel quale si situa; 14) i litigiosi interventi della politica conferiscono ulteriore forza al meccanismo di determinazione e trasferimento del rischio.

Allora, tornando all’esempio del temporale: se il soggetto che esce di casa fosse dotato di poteri superiori, totalmente ed unicamente propri, sapendo già che gli consentono di provocare il temporale, anziché prendere l’ombrello, potrebbe essere perfino indotto a trovare il modo di rendere la perturbazione più certa possibile, aggravandola fino a farla diventare un’alluvione, per trarne il massimo beneficio nei confronti di altri sprovveduti senza protezione. Il massimo beneficio possibile, esclusivamente proprio, di nessun altro. Avrebbe dunque realizzato una manipolazione delle condizioni nelle quali si svolge l’evento. Ciò è quanto accade anche nel “libero” mercato dei capitali. E proprio con il termine di ‘manipolazione’ si può indicare l’operatività di una finanza priva di regole, che può condurre ad un’alterazione della percezione del rischio, con conseguenze sul funzionamento dei mercati, sulla tenuta delle economie, sulla vitalità delle democrazie, sulla dignità dei cittadini.

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150 La prova provata

Molti tra studiosi ed osservatori ritengono che non si possa dimostrare una responsabilità dei Cds nel causare gli attacchi ai titoli di Stato. Quelle posizioni ritengono che l’utilizzo di tali contratti, e i movimenti di capitali che si scatenano sui debiti pubblici, rientrino semplicemente nell’ambito dell’“autoregolamentazione” dei “mercati”, i quali, siccome si accorgerebbero di un’inefficienza degli Stati, darebbero vita ad un loro auspicabile e profittevole intervento, per forzarli a correggersi. Credo che dietro a queste posizioni si celi molta rigidità ideologica, coperta da pregiudiziale approvazione per l’attuale configurazione dei “mercati”, senza valutare bene se in essi tutto sia così libero ed efficiente come si vuol far credere.

Un mercato è efficiente se ha meccanismi di trasparenza molto forti, proprio ciò che nei Cds manca in radice: quindi se si vuole sostenere che la manipolabilità non è dimostrabile perché non è visibile, allora si cade in forte contraddizione, visto che le regole di trasparenza e garanzia, da tempo adottate nella costruzione e gestione di altri strumenti finanziari, sono state stabilite proprio per evitare manipolazione ed eccessiva alimentazione di rischi. Nessuna ideologia dirigista le ha imposte, ma solo la volontà di tutelare chi compra e chi vende, sebbene bisognerebbe verificare se tali regole funzionano e se vengono fatte rispettare da organismi forti e autorevoli.

Studiosi probabilmente indipendenti, e perfino analisi provenienti dalle autorità di controllo delle Borse hanno tentato di segnalare alla politica i limiti derivanti dall’assenza di regole. Ma l’interpretazione che ne è stata fatta finora ha ampiamente “sottovalutato” il problema.[xxi] Anzi la politica appare interessata da altro, e tutta affannata a fingere di proporre soluzioni, tagli, manovre, e a litigare furiosamente senza un progetto, mettendo paese contro paese. Ovviamente la manipolazione non deve far altro che stare ad aspettare dietro ai suoi Cds, che lavorano in silenzio e proficuamente, tanto meglio quanto più i litigi della politica aggiungono instabilità ed inerzia decisionale.

Ma cosa dicono alcuni esperti della materia? Sostengono che il prezzo formatosi nel mercato dei Cds potrebbe influenzare non i titoli di Stato dei paesi più solidi, ma solamente quelli dei paesi più deboli e solo nelle fasi di maggiore turbolenza. Siccome questo è proprio il problema, questa affermazione dimostra la causa.

Per giunta, tali studiosi affermano che la liquidità creata dai Cds renderebbe più instabile solamente il mercato dei titoli dei paesi più deboli, cosicché quando questa mancasse, perché possono generarla solo i pochi soggetti che hanno costruito tale mercato, l’effetto per gli altri operatori sarebbe assimilabile a quello di una mandria, la quale, non sapendo quali siano le ragioni che fanno aumentare il prezzo e quindi il rischio, seguirebbe a testa bassa la direzione indicata dal prossimo segnale di rischio. Ne deriverebbe un segnale di fuga, ossia di vendita dei titoli e richiesta di rendimenti sempre più alti per renderli ancora appetibili, ma proprio per ciò segnalando che sono sempre più rischiosi. Questa è l’altra prova della causa del problema.

Dunque ricapitoliamo: i Cds sono nati per dare più facilmente un prezzo al rischio e quindi faciliterebbero il continuo formarsi di prezzi di acquisto e vendita relativamente a titoli del debito pubblico che altrimenti sarebbero stati più difficili da smobilizzare dai bilanci delle banche; ma proprio il fatto che tali prezzi siano determinati solo da chi li costruisce, rende evidente la possibilità di utilizzare i Cds per determinare il prezzo dei titoli dei paesi più in difficoltà, ma anche di influire sui movimenti delle valute, con l’obbligo, per il resto della comunità finanziaria, di accettare per buoni prezzi che si sono determinati con modalità tali per cui non si può verificare nulla.

Ma allora non si potrebbero eliminare questi Cds? Gli esperti ritengono che tali contratti, una volta che siano entrati nelle strategie degli operatori finanziari, determinerebbero ulteriori sconquassi se venissero eliminati, perché modificherebbero nuovamente la percezione del rischio connesso ai debiti pubblici. Ecco la gravità della situazione: i debiti pubblici, cioè le risorse, la vita, il futuro delle democrazie e dei cittadini sono condizionati dagli strumenti di una finanza degenerata.

Nel momento in cui gli esperti mettono in luce questi aspetti, dimostrano ciò che, per effetto di un’ideologica difesa del “libero” mercato finanziario, frettolosamente si esclude: un meccanismo di manipolazione del rischio, anziché renderlo sostenibile, induce a guadagnare sul rischio crescente, vincolando il “mercato” in una spirale di rischio che si autoalimenta, fino a rendere il mercato perpetuamente instabile e condizionato.  Ossia si arriva al fallimento dei paesi più deboli.[xxii]

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151 Risposte concrete

Se il debito pubblico è un male che va corretto, non è più accettabile l’idea di lasciarlo nelle mani di un meccanismo che lo complica fino a farlo scoppiare. Quale sarebbe l’efficienza ottenibile da tale logica? Nessuna, perché se si volesse la restituzione di un debito non si dovrebbe provocare il fallimento del debitore.

Nel consentire “mercati” così grezzamente e pericolosamente configurati, i cittadini, i loro Stati, le loro democrazie, le loro economie stanno lasciando decidere le proprie sorti ad una macchina d’azzardo. Una macchina che obbliga ad una rincorsa sempre più disastrosa. Una macchina le cui caratteristiche sono conosciute solo dai suoi costruttori, ed i cui effetti appaiono ogni volta che ne azionano i meccanismi.

Non è più possibile affidare quelle sorti ad un meccanismo incontrollabile e volutamente privo di regole, o a regole che non siano finalizzate a trasparenza, stabilità, responsabilità, sostenibilità.

Un mercato finanziario nel quale chi chiede finanziamento al proprio debito pubblico sia impossibilitato a trovare il modo di migliorarlo nel tempo, e venga costretto ad indebitarsi ulteriormente, per effetto della posizione di forza assunta dall’altro lato del mercato, non è libero, ma condizionato e fallimentarmente condizionante. Il paradosso è che quel mercato si disinteressa totalmente di come faccia lo Stato a migliorare i suoi conti: gli interessa sapere che ci sia rendimento ma non troppo rischio; oppure se ve n’è troppo, trasferirlo e poterlo incrementare per farne occasione di profitto.

Non è eticamente giustificabile, né finanziariamente efficiente, che qualcuno possa pensare di fare denaro mettendo in gioco la tenuta degli Stati, né dell’economia reale che sta dietro ad essi. Questi sono valori troppo grandi e fondamentali, espressione dell’esistenza e delle fatiche di cittadini, imprenditori, lavoratori, i quali hanno necessità di un solido e sostenibile contesto sociale per il proprio futuro; una solidità che proprio la finanza sana afferma di cercare. Ne consegue che tutta la finanza che non è finalizzata a questo risultato deve essere regolamentata, per la necessità di dare certezza a quei valori.[xxiii] Non c’è possibilità di confutare queste esigenze tramite alcuna giustificazione ideologica, perché non ne esiste nessuna di sufficientemente robusta, o capace di dimostrare che superiori benefici si possano ottenere diversamente.

Il rischio del determinarsi di grandi sconquassi finanziari ricade tanto verso imprenditori quanto verso i lavoratori, verso i consumatori o i disoccupati, tanto verso i più deboli quanto nei confronti dei meno deboli, tanto verso i giovani che non vedono futuro, quanto verso chi teme sia compromesso il presente. Il debito pubblico che viene sottoposto ad attacco manipolativo e speculativo è una questione che riguarda le democrazie, quindi esse devono intervenire per difendersi. Ma se la politica che tali democrazie esprimono non sa dare risposte, allora i cittadini devono unirsi per organizzarsi e perfezionare il funzionamento tanto della democrazia quanto delle istituzioni che intorno ad essa si muovono, creando nuovi e più efficaci strumenti di protezione. Un modo attraverso il quale proteggere i titoli di Stato potrebbe essere quello di consentire alle banche di avere una valutazione più elevata, per accedere al denaro fornito dalla Banca centrale, qualora fossero detentrici di titoli di Stato sia di paesi forti, sia di paesi deboli, e li tenessero fino alla loro naturale scadenza. Potrebbe essere utile anche la definizione di un valore limite ai tassi di interesse sui debiti pubblici. L’obiettivo dovrebbe essere la protezione delle democrazie e delle economie per impedire al sistema finanziario di distruggerle, non rattoppare il sistema finanziario senza guardare alle sue negative ricadute su democrazie ed economie.

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152 Il “libero” Occidente che vende debiti e crea da solo le proprie instabilità

Le precedenti riflessioni non nascono da adesione a precostituite visioni ideologiche e politiche, e non sono pregiudizialmente ostili né alla finanza, né alle Borse, né all’economia occidentali, ma fortemente critiche verso l’incapacità della politica di intervenire per impedire che esse diventino strumenti distorcenti, distruttivi e prevaricanti. Se si cercassero ulteriori esempi di strumenti finanziari capaci di manipolare ed alterare la presunta “libertà” del mercato finanziario non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta. Sono molti e molto diffusi, solo che i cittadini non sono informati della loro esistenza. Soprattutto i cittadini non sanno dell’esistenza di un sistema finanziario “ombra”, individuato da alcuni studiosi come la vera causa della crisi finanziaria degli ultimi anni, che invece normalmente si ritiene provenga dalla diffusione statunitense dei mutui subprime. [xxiv]Ma cos’è il sistema finanziario ombra? E’ un sistema che non si vede, non ha regole, costruisce prodotti pericolosissimi, non stabilisce la propria sede fiscale nei paesi occidentali, ma nasce dal sistema finanziario ufficiale condizionandone il funzionamento con la sua gigantesca e deviata potenza.

Nessun cittadino sensato vorrebbe investire nei debiti altrui, invece il mondo finanziario degli ultimi anni ha costruito e venduto un’enormità di strumenti, detti di cartolarizzazione (o securitization), i quali si basano su questo principio.

Soprattutto negli Stati Uniti, ma in parte anche in Europa, grandi banche d’investimento ed altri soggetti finanziari creano società veicolo (Special Purpose Vehicle), dalle quali ricevono un corrispettivo in cambio della cessione dei propri crediti di difficile esigibilità: mutui sulla casa (soprattutto i più rischiosi, i subprime), prestiti sull’acquisto di auto, sul consumo, obbligazioni emesse da imprese o qualsiasi altro tipo di crediti. Molti di questi crediti vantati dalle banche in realtà rappresentano soprattutto debiti dei cittadini, i quali sono stati indotti a contrarli proprio dalle prime. Le società veicolo costituiscono il sistema bancario ombra, sono specializzate nell’utilizzare tali debiti, riunendoli in un pacchetto che serve da garanzia per l’emissione ed il rimborso di titoli (chiamati Asset Backed Securities o Abs, ma possono assumere anche altri nomi), che vengono ulteriormente impacchettati, per esempio in obbligazioni garantite da debito (chiamate CDO, Collateral Debt Obligation), e vendute alla clientela.

In  questo modo si ottengono vari effetti: i prestiti fatti in passato, anziché giacere nel bilancio di un istituto finanziario in attesa del rimborso, possono dare origine a ricavi con i quali esso farà ulteriori prestiti; l’investitore non può più capire quale sia la natura né la rischiosità dello strumento acquistato, quindi è indotto ad acquistarlo essendo attirato dal rendimento promesso; la banca vede migliorata la propria valutazione da parte delle agenzie di rating, quindi può ottenere più vantaggiosamente credito; incrementa il valore della quotazione di Borsa e ai managers vengono corrisposti stipendi e azioni agganciati all’ottenimento dei risultati. L’assoluta mancanza di trasparenza ha indotto a qualificare tali strumenti come ‘titoli tossici’.

La cartolarizzazione costituisce un’altra forma di manipolazione, perché  altera la percezione del rischio, introduce instabilità e sottrae libertà al mercato finanziario.  Infatti, se i crediti ceduti dalla banca sono rischiosi come i mutui subprime, qualora aumenti la quantità dei debitori che non riescono a rimborsare i finanziamenti, aumenta anche la percezione del rischio di tali strumenti, e chi può -le società che ne conoscono la pericolosità- se ne libererà, originando un crollo a catena del sistema finanziario, in cui gli ultimi a sapere sono i cittadini e le imprese. Le banche andrebbero incontro ad un fallimento, poiché perderebbero il denaro che hanno prestato dando il mutuo e quello che devono restituire ai clienti, mentre gli investitori, subendo la svalutazione dei titoli acquistati, vedrebbero i propri soldi andare in fumo.

Molti studiosi si stanno chiedendo quali siano le principali cause che fanno passare le società occidentali dalla stabilità all’instabilità e come si possa fare a portare le economie su strade più tranquille. Tra i principali imputati ritengono possano esserci un’eccessiva crescita del credito, scelte di politica monetaria troppo preoccupate a frenare l’inflazione, oppure un sistema finanziario che incentiva meccanismi che amplificano le salite e le discese dei valori finanziari. Ad alcuni studiosi appare chiaro un aspetto: le fasi di crisi iniziano spesso con cadute precipitose dei prezzi dei valori immobiliari o azionari. In queste fasi, l’automobile sulla quale si muove l’economia, che sembrava procedere spedita, si trova bruscamente in un terreno accidentato e pieno di curve. Allora l’auto inizia a sbandare, a fermarsi, si crea l’incertezza che richiama desiderio di non rischiare, e questo crea un circolo vizioso che rimbalza subito sulla salute dell’economia.[xxv]

Le società occidentali devono riflettere e decidere di conseguenza: sofisticati meccanismi finanziari come quelli della cartolarizzazione, nascondendo il loro vero contenuto, hanno prodotto una forte riduzione dell’attenzione al rischio, ed un’altrettanto forte disponibilità a correrlo da parte delle banche tra il 2000 e il 2008. Ma se le banche erano disposte a correre rischi quando tutto sembrava andare sempre più illusoriamente bene, esse hanno alimentato continua ed ingannevole crescita del mercato immobiliare, trainando una fittizia crescita economica, cioè non suscettibile di costruire stabilità. Ciò è avvenuto senza che un’adeguata regolamentazione finanziaria potesse svolgere un’azione protettiva, o senza che gli organismi che avevano il ruolo ed il potere di controllare lo facessero nel modo adeguato. Tali aspetti evidenziano quanto sia pericoloso un sistema finanziario che si inventa di alimentare artificiosamente l’acquisto di case, auto, consumi, istruzione, e quant’altro, inducendo i cittadini a debiti che non sono più in grado di permettersi, e ciò perché il sistema economico, trasferendo progressivamente la produzione fuori di casa propria, laddove il lavoro costa meno, non può più offrire occupazione stabile, ossia opportunità di reddito, certezza economica e sociale ai cittadini. Ne risultano sistemi economici e finanziari che si stimolano nel costruire instabilità e rischiosità, mentre nulla li induce a orientare le loro potenzialità alla robustezza e alla sostenibilità delle società.

Gli strumenti di cartolarizzazione sono stati la causa nel 2008 della crisi finanziaria nell’ambito della quale si è verificato il fallimento della banca americana d’investimento Lehman Brothers. Il grande disastro finanziario che ne è seguito ha comportato la perdita di lavoro per 8 milioni di americani; a 9 milioni di persone è stata pignorata l’abitazione; la Banca Centrale americana avrebbe effettuato prestiti per 7.700 miliardi di dollari al sistema bancario sull’orlo del collasso, senza che ai cittadini americani fosse data informazione delle scelte intraprese.[xxvi]

I conoscitori di questa materia, riportando le stime della Banca centrale americana, affermano che la cartolarizzazione si troverebbe dentro ad un sistema finanziario nascosto e parallelo, che a inizio 2011 avrebbe raggiunto valori dell’ordine di 16.000 miliardi di dollari, superiori ai circa 13.000 mila miliardi di dollari che compongono il sistema finanziario regolamentato e visibile.[xxvii]

Ma perché può verificarsi tale smisurato espandersi di strumenti finanziari così pericolosi e dentro ad una finanza così oscura? Per trovare un indizio di risposta basta osservare che le società veicolo, fondamentali scatole per la costruzione di tali strumenti, vengono costituite apposta al di fuori del territorio statunitense, con lo scopo di occuparsi solo dell’acquisto dei crediti da cartolarizzare, in modo da non essere sottoposte alla tassazione federale dei redditi. Ecco una prova del nove della non libertà del mercato finanziario: un mercato obbligato dentro finti binari di libertà condizionata o forse anche tiranneggiata, tranne che per pochi che sanno come fare a costruirsi le invisibili vie di fuga, fondate sull’assenza di regole o su scappatoie alle regole; un’assenza da sfruttare all’insaputa di miliardi di esseri umani, imprese sane comprese, banche sane comprese. Una finanza nascosta e senza argini, un mondo parallelo, irreale e pericoloso.

Qualcuno potrebbe domandarsi come mai la politica non si renda conto della gravità di questi aspetti, al punto che verrebbe da chiedersi se il Presidente degli Stati Uniti ne sia consapevole. Non è detto che egli non ne sia consapevole, ma è probabile anche che molti rappresentanti politici siano fortemente orientati da forze,  le quali, motivate da interessi e giustificate da posizioni ideologiche, impediscono l’introduzione di regole per continuare a rimanere nelle posizioni di potere di cui dispongono. Una situazione di questo tipo dimostra solo una cosa: è importante che i cittadini americani ed europei siano consapevoli di quanta trasparenza, libertà e stabilità manchino ai mercati finanziari, e soprattutto del fatto che le loro condizioni di vita e le loro economie, più ancora dei loro investimenti, possono essere a rischio per effetto di azioni manipolative. Considerando che la manipolazione sviluppa virus che compromettono la solidità di economie interconnesse, dell’una o dell’altra parte del mondo, i cittadini devono pretendere dalla politica un intervento coordinato proprio su questi aspetti. Tuttavia, più ancora, i cittadini devono prendere consapevolezza del fatto di essere accomunati da una stessa necessità di proteggersi. Devono quindi iniziare a costituire nuove aggregazioni politiche che sappiano costruire una società più robusta e sicura.

Purtroppo se mancano regole guida, che solo una politica vicina ai cittadini può introdurre, la finanza non sa contenere i rischi dei propri strumenti, e finisce per scaricarli sui cittadini e sulle economie.

Un altro esempio della capacità del sistema finanziario di cercare ricadute positive per sé ma potenzialmente negative per i cittadini, è fornito dalla decisione di talune banche di indurre gli enti pubblici e le aziende private all’acquisto di strumenti finanziari ( altri tipi di derivati) che avrebbero dovuto proteggerli dal rischio di variazione dei tassi d’interesse o di cambio. Le perdite accumulate da enti ed imprese in Italia sono dell’ordine di decine di miliardi di euro, e si teme che siano state addirittura scollegate dall’andamento dei tassi d’interesse, tanto che la magistratura italiana dovrà fare valutazioni molto importanti. [xxviii] Il fatto che la magistratura abbia stabilito l’annullabilità di alcuni contratti derivati venduti dalle banche ad enti locali italiani,  dimostra che la democrazia prevede sistemi di tutela ottenibili attraverso la giustizia, però essi sono lenti e faticosi, e prima che portino a qualche risultato, possono essersi verificati grandi danni patrimoniali. Ai cittadini invece serve un efficiente sistema di protezione a priori, quale solamente l’introduzione di regole di tutela può fornire.

Per introdurre tali regole, senza farsi guidare da ideologie o da complicati e contraddittori tecnicismi bisogna riflettere sulle caratteristiche dei mercati finanziari, e sulle finalità delle regole. Infatti se le regole diventano lo strumento per riprodurre i conflittuali interessi delle banche dei singoli Stati, e se vengono introdotte senza verificarne la rispondenza all’esigenza di proteggere i cittadini e di fornire sostegno alle loro attività, possono tradursi in meccanismi addirittura deleteri per lo stesso sistema finanziario. Un chiaro esempio in tal senso è stata la scelta di imporre alle banche europee requisiti di dimensione del loro patrimonio legati al fatto di detenere titoli di Stato dei paesi deboli, senza invece considerare se tali banche detenessero i famigerati ‘titoli tossici’, autentico buco nero dei rischi creati dallo stesso sistema finanziario.[xxix]

Anche le banche hanno da tempo deciso di darsi autonomamente delle raccomandazioni, quelle stabilite dal Comitato di Basilea, un organismo internazionale che definisce parametri ai quali le banche dovrebbero attenersi per evitare di rendere troppo fragile il sistema finanziario. Tuttavia tali linee guida non hanno impedito le crisi, né le hanno risolte, perché non sono intervenute nelle cause squilibranti, segno evidente del fatto che il sistema finanziario non riesce ad impedire a se stesso di degenerare provocando disastri alle economie e alle democrazie.

Un mercato finanziario in cui chi compra non può sapere cosa compra è un mercato libero? O è invece un mercato di incompleta e potenziale falsa libertà, di grande inganno e manipolabilità che tiene vincolati i destini delle persone e delle loro attività? Se i cittadini non possono nemmeno sapere cosa si nasconda dentro a certi strumenti finanziari, che però ricadono sulle loro economie, si può ancora dire che il mercato nel quale vengono venduti sia libero, oppure la scarsa conoscenza è un altro ingrediente che, assieme all’assenza di trasparenza, consente alle democrazie di essere più fragili?

Le regole vanno introdotte perché siano a beneficio di tutta la società, ossia dei suoi cittadini. Ma dobbiamo anche cominciare a pensare al mondo nella sua globalità, non dimenticando che la finanza, ombra o ufficiale che sia, ha da tempo deciso di ottenere i propri profitti dalle attività speculative o manipolative sul valore delle materie prime, determinando pesanti effetti sulla vita delle popolazioni più povere della Terra, oltre che su quelle dei paesi un tempo più ricchi.

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153 Dall’indignazione alla costruzione dell’unione

Tutta l’impostazione tecnocratica europea e mondiale guarda al debito pubblico come al problema dei problemi, il quale, se non viene risolto, determinerebbe gli attacchi della manipolazione; però chi decide sulla base di questa visione dovrebbe guardare al fatto che il debito pubblico, malattia curabile, è aumentato anche per coprire le scellerate e rischiosissime scelte del sistema finanziario degenerato, e, una volta gonfiato, è diventato un’occasione di profitto, dunque lasciandolo peggiorare al livello di male incurabile. E’ il grande paradosso di questi tempi, segno di un Occidente rimasto tanto grossolanamente impostato da avere la salute minata dalle fondamenta, lasciando i cittadini confusi, divisi, arrabbiati ed impauriti. Un Occidente così grossolano ha finito per lasciare un grandissimo spazio alla finanza degenerata, diventata tiranno e decisore pubblico. Una finanza la quale, avendo tutt’altri obiettivi che quelli di preoccuparsi della solidità dell’economia, della vitalità della sanità pubblica o della cultura, del futuro delle pensioni o dei giovani, sale sul piatto della bilancia nel quale c’è il rendimento e fa andare per aria l’altro sul quale c’è la democrazia ed i suoi cittadini.

Una finanza degenerata non è però cieca, anzi è selettiva. Anche gli Stati Uniti hanno aumentato il debito pubblico con la stessa motivazione di molti paesi europei, ma hanno deciso di stampare denaro per coprire tale debito, e successivamente di ritenere accettabile una sua dimensione ancor più voraginosa, con il risultato che la comunità finanziaria, al di là di un’apparente e scontata preoccupazione, continua a ritenere tale paese ancora e sempre solvibile. Ovviamente non ho nulla contro tale paese, ma, se è vero che tale debito è protetto da un’unione politica e dalla garanzia della banca centrale, è anche opportuno rilevare il fatto che il più grande debito al mondo è trattato diversamente dagli altri: un elemento che dovrebbe rendere critici oltre che consapevoli gli stessi cittadini americani.

La Grecia era senz’altro in una condizione di debito molto grave in relazione alla sua capacità di reddito, ma forse avrebbe potuto recuperare in modo meno duro, se non vi fosse stata una forte possibilità di manipolazione, ed una contemporanea pessima gestione della politica europea. Ed allo stesso modo Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia avrebbero potuto ritrovare una strada virtuosa senza dover sottoporre cittadini ed economie a frettolose manovre dalle durissime conseguenze, ad un impoverimento che aggiunge fragilità all’economia, lasciando spesso immutata l’incapacità gestionale della politica.[xxx]

In Grecia un essere umano si è dato fuoco davanti ad una banca, molti bambini sono sulla soglia della fame, nelle strade si alternano guerriglie, disperazione, marce ideologiche estremistiche. Tutto questo bisogna ritenerlo la conseguenza inevitabile dell’indebitamento o c’è da riflettere in tutta Europa, per unirsi ed agire con costruttiva determinazione? Se si ragiona con mente indipendente si può anche dire che, quando la situazione è drammatica, appare evidente la stortura delle soluzioni proposte da organismi finanziari, banche, banche centrali. Questi soggetti pretendono che il “malato” ripaghi tutto a condizioni sempre più penalizzanti. Il caso dell’Argentina è emblematico: alla tragica esperienza di una lacerante dittatura sono seguiti anni di pesanti e distorte ricette economiche e finanziarie, chieste dal Fondo monetario internazionale, e seguite da politici irresponsabili. Il paese è fallito ed è stato costretto a sopportare un impoverimento diffuso, vedendo la propria sovranità rimanere sulla carta ma non sui valori reali.[xxxi]

Allora bisogna domandarsi: cosa devono fare i cittadini per evitare che si ripropongano queste conseguenze? Si può riflettere sull’esasperazione di un meccanismo finanziario tanto perverso e deviato, da essere in grado di distruggere un paese, la sua gente, le sue economie, la loro possibilità di risollevarsi. Da questo punto di vista assumono significato le posizioni di quanti considerano accettabile il rimborso di un interesse sostenibile e congruo con il capitale chiesto a prestito, ma non di un interesse che comporti il fallimento di un paese.

Ricette sempre uguali e solo penalizzanti, sperimentate in varie parti del mondo per fronteggiare drasticamente i debiti pubblici, hanno dimostrato di condurre sempre allo stesso esito: la fine economica di un paese dopo quella finanziaria. Ricette di estremo rigore economico provocano il ripiegamento dell’economia, la svendita dei beni pubblici, la chiusura delle imprese private. Sono ricette punitive che non tengono conto delle condizioni dei cittadini, e spesso neanche delle vere cause del debito pubblico. Chi le propugna spesso non punta alla protezione dei cittadini, ma insegue visioni vestite di tecnicità o influenzate da schieramento ideologico. Bisogna trovare soluzioni di qualità più elevata, avendo come riferimento l’efficienza e la sostenibilità, per non giungere alla distruzione del tessuto sociale ed economico. Servono aggregazioni tra paesi tanto robuste da essere immediatamente capaci di proteggere i cittadini dalla perversa rigidità di meccanismi finanziari che guardano tanto avidamente all’immediato presente da distruggere il futuro.

La Grecia, arrivata al collasso ed al fallimento, se nel 2011 avesse venduto i suoi titoli avrebbe dovuto pagare un interesse del 45% sul debito. Tale interesse è divenuto del 5% attraverso il caotico intervento di “sostegno” europeo; però il paese non produceva un reddito del 5%, anzi nel 2012 era inferiore al -5%. Le misure economiche introdotte nel 2010 e nel 2011, il pesante aumento dell’Iva, i tagli agli stipendi dei lavoratori pubblici e alle pensioni, hanno prodotto la riduzione della spesa pubblica, ma nel contempo provocato un fortissimo effetto recessivo, cioè hanno affossato le speranze di ripresa dell’economia, fagocitando le entrate fiscali e annullando gli obiettivi di riduzione del deficit. I numeri segnalano l’orizzonte a cui si arriva: la svendita del paese.[xxxii] E’ una situazione molto pericolosa, che assomiglia molto a quella vissuta dalla Germania che uscì dalla prima guerra mondiale: fu sottoposta alla restituzione di colossali debiti di guerra, tentò di farvi fronte stampando grandi quantità di moneta, tagliando drasticamente la spesa pubblica e aumentando la tassazione. Il risultato furono anni di povertà e di iperinflazione che, nel turbine dei rivolgimenti sociali e politici dell’epoca, portarono alla dittatura di Hitler. Quella storia mostra quanto le situazioni estreme siano le migliori per chi voglia catturare il consenso attraverso inganno, demagogia, violenza.

La situazione estrema cui siamo sottoposti nella nostra epoca è assimilabile a quella di una guerra, non più condotta con le armi fisiche, ma subita con le armi di una finanza degenerata e manipolante. I paesi sono sottoposti ad una drammatica corsa alla forzata riduzione del debito sotto la pressione esercitata dagli attacchi ai loro titoli di stato. Nell’osservare questa corsa qualcuno sembra voler vedere solo il traguardo di miglioramento contabile a cui sarebbero costretti anche i meno virtuosi. Si tratta di un traguardo che alcuni paesi hanno raggiunto negli anni passati, quando condizioni del mercato finanziario completamente diverse hanno permesso loro di rafforzare le proprie economie e di effettuare importanti riforme. In tal modo hanno potuto evitare disumanità e disperazione, e oggi non sono toccati dalle conseguenze della guerra finanziaria. In realtà la guerra finanziaria obbliga a brutali e frettolose terapie economiche, che tolgono sovranità ai paesi impoverendo i cittadini. Il risultato che ne scaturisce è un’insostenibilità che produce instabilità sociale. Una terapia imposta dalla minaccia armata dei mercati finanziari può far morire i pazienti ad essa sottoposti o esasperarli, senza contare il fatto che i beni pubblici, che prima o poi i paesi in difficoltà sono costretti a privatizzare, potrebbero passare anche nelle mani di capitali di illecita provenienza.

E’ necessario chiedersi: può ritenersi libero ed efficiente un mercato finanziario che con il suo modo di operare si permette di portare interi paesi al collasso e di provocare effetti in tutto il mondo? E’ libero ed efficiente un mercato in cui tali paesi non sappiano quanto rischio stia aggiungendo chi scambia il loro debito senza garanzie di prudenza e trasparenza? Se un mercato non è trasparente è rovinoso per tutta l’economia, dunque è capace di sottrarre libertà e di diventare potente fattore di impoverimento.

Che tipo di mondo produce un mercato di questo genere? Quale tipo di mondo possono ottenere i cittadini se, anziché farsi guidare dalle divisioni, si uniscono fuori dalle posizioni interessate e cercano di proteggersi costruendo regole?

Le scelte di un paese non devono essere determinate dall’irrazionalità imposta dai mercati finanziari, dunque il debito dei paesi non può essere lasciato nelle mani di mercati senza regole né criteri.

Appare fondamentale la necessità che i cittadini acquisiscano un pensiero indipendente. Ma questo possono farlo solo se escono dagli sterilità degli schieramenti, e si uniscono per impedire un uso aberrante, deviato e distruttivo della libertà.

E’ evidente che il contesto nel quale pochissimi soggetti muovono le loro forze non è un libero mercato dei capitali, mentre è totalmente priva di vincoli la loro capacità di determinare danni che ricadono direttamente nei confronti di centinaia di milioni di cittadini, ognuno ignaro di non essere così libero come è stato indotto a credere. Si tratta di danni e di responsabilità oggettive, che non hanno bisogno di essere spiegate ed incanalate dalle visioni dei partiti, perché così mettono i cittadini l’uno contro l’altro, impedendo loro di unirsi per costruire azioni veramente efficaci.

Non si può non provare tristezza ed indignazione per la situazione in cui è stato portato il popolo greco, non meno ingannato dai partiti di quello italiano, irlandese, portoghese, spagnolo. Ma altri popoli europei si sentono ingannati dai partiti, e pure i cittadini statunitensi.

Unendosi politicamente, sia i cittadini dei paesi europei più in difficoltà, sia i cittadini dei paesi che si considerano più solidi, potrebbero essere enormemente più capaci di difendersi e di costruire un solido futuro. Possono farlo solo se passano dalla rabbia e dall’indignazione ad una lucidità costruttiva che li renda pronti all’unione. L’unione ha un’incredibile potenza; ma richiede menti nuove, in ogni paese, e tra paese e paese.

Solo i cittadini uniti possono costruire regole che proteggano dalla manipolazione del rischio e dei mercati, e nello stesso tempo ridefinire precisamente i ruoli della politica, sottraendola dalla possibilità di gestione e distruzione delle risorse pubbliche. Dato che tale manipolazione pone potenzialmente tutti i paesi sotto il proprio mirino, bisogna fare ogni sforzo per accordarli in modo da impedirle di provocare disastri disumani ed immorali in tutto il mondo. Considerato il totale fallimento degli attuali partiti, il ruolo dei cittadini, in tutti i paesi, diventa essenziale.

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154 La salute minata dalle fondamenta. Le vere minacce alla sicurezza

Questi argomenti riguardano tutti i paesi, occidentali o meno, anche perché le loro economie sono ormai inevitabilmente interconnesse. Allora ci si può chiedere: ma che ci sono stati a fare governi ed opposizioni di sinistra, di destra o di centro se non si sono occupati di queste cose, se non si sono  impegnati per affrontarle a livello internazionale? Viene da pensare che qualcuno di essi le abbia trascurate per ignoranza o per incapacità, o che si sia nascosto dietro alla vuota forza ideologica delle parole o delle demagogie, o perfino dietro a qualche interesse sconosciuto ai cittadini. E’ possibile che i politici del mondo occidentale non riescano ad accordarsi per stabilire alcune regole che arginino un potere distruttivo che minaccia le fondamenta di tutti i loro paesi?

Si può estendere la riflessione. Si può pensare alle migrazioni di milioni di esseri umani colpiti da sete, carestie, guerre. E’ assurdo che qualcuno induca a vedere in loro una minaccia per il benessere del mondo occidentale. Sarebbe più sensato intravvedere negli attacchi finanziari e nella stupidità degli schieramenti politici, finalizzati all’irresponsabile gestione delle risorse e alla divisione dei cittadini, le vere grandi minacce alla stabilità ed al benessere dei propri paesi. Gli esseri umani che sono costretti a fuggire dai loro territori sono anch’essi sottoposti a condizionamenti, e pure a fortissimi debiti pubblici; ma non hanno più possibilità di risollevarsi. Bisognerebbe allora domandarsi se le stesse politiche dei paesi occidentali non abbiano finito per essere, oltre che il motivo del proprio impoverimento, anche ragione di quello altrui, quindi anche delle migrazioni. Ma questo ancora una volta possono farlo i cittadini che cerchino l’indipendenza del proprio pensiero e vogliano coalizzarsi per cambiare qualcosa che non funziona. Se così facessero potrebbero cercare nuove politiche, per costruire regole in grado di rafforzare le libertà, e, consentendo ai paesi più poveri di essere più stabili e capaci di autosostentarsi, genererebbero effetti di sicurezza e sostenibilità sul mondo occidentale molto più alti di quelli forniti da qualsiasi barriera o legislazione punitiva.

Sono i cittadini che devono iniziare a distinguere quali siano le minacce reali, e come fare ad affrontarle, tutti assieme.

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155 La finanza e il poker

C’è un fondamentale meccanismo di leva finanziaria (o leverage) attraverso la quale le banche moltiplicano le proprie possibilità di operare, ed è espresso dal rapporto tra le attività da esse possedute (titoli di Stato, obbligazioni societarie e azioni) ed il loro patrimonio (espresso dalla differenza tra il valore delle attività e quello dei debiti, ossia obbligazioni proprie, depositi dei clienti e di altre banche). Ogni volta che aumenta il valore di un titolo azionario posseduto da una banca, questa vede diminuire tale rapporto, perché il patrimonio aumenta più delle attività, e quindi è indotta ad indebitarsi per acquistare titoli in misura multipla e sufficiente a riportare il rapporto ai valori voluti. Allo stesso modo, se il titolo posseduto si deprezza, la banca è indotta a venderne in misura multipla alla diminuzione di valore, amplificando e esasperando il deprezzamento del titolo. In realtà gli studiosi hanno visto che le grandi banche di investimento cercano di aumentare la propria leva, fino a portarla ad essere anche 30 o 50 o più volte il proprio patrimonio nelle fasi di ascesa dei prezzi, diminuendola bruscamente nelle fasi di calo. In questo modo si determina un meccanismo di fortissima amplificazione delle oscillazioni dei prezzi delle attività finanziarie, che induce ad acquisti o vendite per quantità multiple degli aumenti o delle riduzioni di valore dei titoli, secondo un processo che si autoalimenta, determinando pesanti impatti sulle economie e la società.[xxxiii] E’ evidente la mancanza di adeguate regole protettive della stabilità di queste ultime.

Attualmente i mercati finanziari sono dotati di regole che hanno forti effetti sui piccoli investitori e sulle piccole o medie attività economiche, ma non sono capaci di conferire fondamentale stabilità ad essi stessi, e quindi non possono consentire protezione ai cittadini, né solidità alle fondamenta economiche delle società. L’attuale configurazione dei mercati finanziari è paradossale: vogliono fluidità anche su ciò che da essi è mantenuto oscuro e manipolato, non solidità, né stabilità. Secondo alcuni studiosi molto importante nel rendere deviato il vertice della piramide finanziaria è il sistema di incentivi retributivi legati ai risultati ottenuti attraverso le stock options: in sostanza ai managers viene offerto gratuitamente il diritto di acquistare ad un determinato prezzo azioni della società per la quale lavorano, cosicché siano interessati ad aumentare il valore di mercato di tali azioni per trarre profitto dalla differenza tra il prezzo al quale hanno diritto di acquistarle e il prezzo al quale possono venderle. E’ chiaro che l’obiettivo di tale profitto induce i managers ad agire in modi che possono trascurare la pericolosità del modo di operare delle società che conducono, disinteressandosi della solidità economica futura, dei lavoratori e degli squilibri che possano derivare al complessivo sistema economico e finanziario.[xxxiv] Secondo altri osservatori i mercati finanziari restano fragili perché condizionati da un sistema che è finalizzato a difendere gli azionisti più che a rendere solide le banche. Così, banche scarsamente dotate di capitale economico investibile nel sostegno all’economia reale, sono indotte ad impiegare in attività “speculative” la liquidità che ricevono dalle banche centrali.[xxxv]

Una liquidità non finalizzata alla stabilità determina la creazione di euforiche crescite di carta, oppure di paure senza freni che distruggono ricchezza reale, e si traducono in enormi trasferimenti di ricchezza dalle mani reali di molti cittadini a poche mani virtuali e manipolatrici. Un meccanismo in grado di stravolgere il normale procedere delle economie, incidendo pesantemente sulla loro tenuta. E’ come se, quando si costruisce o si smonta una finestra all’interno di una casa, contemporaneamente si materializzasse la possibilità di realizzare o distruggere immediatamente tutta l’intera parete che la circonda. Così, attraverso questo meccanismo, in un tempo brevissimo si inducono gigantesche masse di denaro a costruire grattacieli di denaro virtuale, ma qualora in cima a tali grattacieli venga a mancare la fiducia, ad essa si sostituisce il panico, tiranno che determina crolli più veloci delle risalite, e fagocita i valori realmente costruiti dall’economia. Ne deriva una finanza che esprime un’entusiastica disponibilità a dar credito ad operazioni rischiose, a cui si sovrappone un’indisponibilità a far circolare il denaro, essenziale all’economia, quando si verifichi il crollo dei valori e della fiducia. Uno strabico insieme di disponibilità al rischio ingiustificato e di indisponibilità alla stabilità, che non esprime più alcuna efficienza né razionalità del sistema finanziario, e finisce per soffocare il sistema economico.[xxxvi]

Una finanza di questo tipo ha anche l’ipocrita pretesa di essere fondata sull’oggettività di analisi che non sono per nulla tali, essendo pagate da chi le cerca per giustificare le proprie operazioni.

I mercati finanziari sono macchine nervose, e dentro a tali macchine alcuni protagonisti molto nervosi sono le agenzie di valutazione ( o rating). Si tratta di agenzieprivate, spesso  incapaci di segnalare le reali ragioni di rischio, al punto che inducono un’eccessiva reazione solo quando queste ultime siano già scoppiate, cosicché le aggravano.[xxxvii]

Gli esempi di questa incapacità previsionale sono eclatanti: la crisi del credito del 2007-2008 non fu prevista dalle agenzie di rating, anzi, fino ad un attimo prima del suo scoppio, tutte le valutazioni sulle banche americane, successivamente fallite, segnalavano valori di affidabilità tra i più alti. Un altro esempio è altrettanto grave: soltanto dopo che l’emirato di Dubai bloccò i rimborsi delle sue obbligazioni, ed i giornali finanziari ne diedero la notizia, le agenzie di rating si accorsero di quale fosse la sua crisi e ne declassarono i titoli. Gli studiosi segnalano che, una volta scoperto di non essere riuscite a prevedere una crisi dei debiti pubblici (o sovrani), tali agenzie si sono messe alla frenetica ricerca di altre possibili crisi dello stesso tipo: hanno trovato la Grecia ed altri paesi europei con alti deficit, ed hanno iniziato il processo di declassamento.[xxxviii] Tutto ciò ha portato ad un significativo aumento dei tassi sui titoli di Stato dei paesi che hanno ricevuto le “attenzioni” delle agenzie di rating. Ma allora quegli autori si chiedono: perché la Banca Centrale Europea utilizza ancora le valutazioni prodotte da tali agenzie per accettare o rifiutare le garanzie presentate dalle banche dei singoli paesi europei?

Quegli stessi autori, già a fine 2009, avevano visto in questi elementi gli ingredienti che avrebbero trasformato una crisi locale in una crisi del sistema nel suo complesso; avevano perfino segnalato alla politica la possibilità di agire subito per spegnere l’incendio, spendendo molto meno di quanto i cittadini di tutta Europa avrebbero dovuto spendere, se si fossero ritardate le decisioni. Parole al vento, come poi si è visto.

La politica degli attuali partiti e dei loro schieramenti non è costitutivamente fatta per gestire, perché vuole dimostrare agli elettori di avere in mano le migliori ricette in assoluto. Così utilizza anche le crisi per la finalità di vincere le elezioni ed arrivare a garantirsi l’unica cosa a cui ambisce in tutte le democrazie occidentali: influenza nella gestione economica.

La politica si trova a giocare una partita a poker, senza preoccuparsi di farne pagare le conseguenze ai cittadini e di avere di fronte a sé giocatori molto più forti: i costruttori di una finanza deviata, abituati ai giochi rischiosi, detentori del banco, dotati di mezzi e strumenti condizionanti. Questi ultimi giocatori batteranno sempre la politica, se i paesi non si uniscono attraverso cittadini indipendenti di pensiero, e disposti ad aiutarsi attraverso unioni più grandi.

Di fronte alle entità appena evidenziate le istituzioni statuali si muovono con estrema fatica e lentezza, seguendo altri meccanismi economici: i governi possono tagliare la spesa pubblica o razionalizzarla; effettuare scelte fiscali per indirizzare le entrate e le uscite; rendere concorrenziali e competitivi alcuni settori o efficiente la pubblica amministrazione; sostenere una buona spesa pubblica per investimenti in tecnologie, ricerca ed infrastrutture, per incrementare il prodotto interno o per cercare una crescita qualitativa, ma abbisognano di uno sviluppo dell’economia per riuscire a sostenere tali spese. Le banche centrali possono abbassare i tassi di interesse per contenere l’inflazione e tentare di stimolare l’economia, oppure, al contrario, alzarli per contenere le tendenze all’incremento dei prezzi. Ma gli strumenti di azione politico-economica sono spesso spuntati ed in contrasto tra di loro, e si muovono in mezzo a disoccupazione, debito pubblico e debolezza dei sistemi economici, impoverimento e difficoltà finanziarie: gli spazi di manovra sono quasi sempre strettissimi.

Appare evidente l’enorme sproporzione tra la complessità e la debolezza di questi meccanismi istituzionali e la cieca potenza delle forze che muovono enormi capitali finanziari. [xxxix]

Nella misura di quella sproporzione c’è l’oggettiva dimensione di poteri che, per effetto del loro esercitare il proprio dominio in tutto il mondo senza limiti e criteri, e per le conseguenze che determinano senza possibilità di reazione in tempi umani, tolgono dignità e libertà a miliardi di persone.

Chi ha dato questa configurazione alla finanza? Se l’è data da sé, com’è giusto che sia per ogni soggetto che svolga impresa, potrebbe dire qualcuno. Indubbiamente chi svolga un’attività imprenditoriale è libero di fare le proprie scelte, però, quando il suo agire determina un fortissimo impatto sulla società, la libertà di scelta del soggetto imprenditivo lede l’esistenza e la libertà d’azione dei cittadini, tra i quali vi sono anche moltissime altre attività economiche. Allora la prospettiva cambia completamente, non rimane più nell’ambito di una generica libertà dell’impresa, e richiede l’introduzione da parte delle democrazie di criteri di responsabilità e di umanità utili ad evitare che possano generarsi  danni anziché benefici. Ecco sorgere la necessità di regole costruite a misura dei cittadini, ed ecco l’importanza fondamentale dell’unione dei cittadini, i quali devono essere attori principali di una politica non ideologica, per non esporla a critiche di parzialità e non indebolirne la possibilità di proteggere la stabilità ed il benessere della società.

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156 Un solo grandissimo interesse per unirsi fuori dalle divisioni

 Negli Stati Uniti, tre anni dopo la crisi dei mutui subprime, una legge di 2000 pagine, la Dodd-Frank, ha introdotto il divieto per le banche commerciali di fare compravendita di titoli in proprio oltre un certo limite, e una commissione di studio si è riunita per valutare le cause della crisi finanziaria del 2008, producendo ben tre relazioni. Gli esperti della materia ritengono che tali provvedimenti non siano andati ad incidere nei punti critici del sistema finanziario, lasciandolo invariato e capace di riprodurre analoghe o peggiori falle. [xl]

Il fatto che ciò sia accaduto segnala un’inadeguatezza della politica di cui molti indignati cittadini statunitensi iniziano ad avere consapevolezza. Un sistema finanziario privo di regole ha potenzialità talmente distruttive dell’economia e della democrazia che richiederebbe una risposta molto seria alla gravità delle minacce che genera. Secondo alcuni esperti osservatori una legge come la Dodd-Frank quando si è tradotta addirittura in tre relazioni, ha evidenziato una volontà di non giungere a quanto sarebbe veramente servito: i dati non sono stati messi a disposizione degli economisti e della politica perché le parti interessate temevano di divulgare la drammatica realtà delle condizioni in cui naviga la finanza internazionale.

Con i poteri di cui disponeva, quella commissione avrebbe potuto raccogliere e mettere a disposizione dei ricercatori i dati necessari per rispondere ai fondamentali interrogativi sulla crisi: le società hanno volutamente spinto i propri managers ed operatori ad assumere troppi rischi? L’eccessiva assunzione di rischi era conseguenza delle garanzie messe a disposizione dallo Stato? Gli organismi di vigilanza del mercato finanziario erano consapevoli dell’incontrollata espansione del credito facile, ne valutarono le conseguenze o furono indotti a sottovalutarle? Chi erano gli acquirenti finali dei prodotti finanziari più rischiosi, e perché li compravano? Ci furono frodi?

Gli esperti che segnalano questi aspetti hanno individuato un limite nella stessa struttura della commissione, composta da funzionari nominati e non da esperti, i quali si sono scontrati senza nemmeno riuscire a mettersi d’accordo sulla definizione di mutuo subprime e sul calcolo di quanti mutui fossero in circolazione negli Stati Uniti al momento della crisi. Una successiva inchiesta sui lavori della commissione ha appurato che i commissari erano stati guidati da ragioni politiche più che dalla volontà di appurare i fatti. Insomma, prima di disporre dei dati relativi alle cause della crisi dei subprime, le misure da prendere erano già state decise ed approvate. A seconda del partito di appartenenza, l’obiettivo dei componenti la commissione era sostenere o contrastare quella legge, cosicché essa non ha modificato nulla di importante, ma è servita alle finalità di parte, elettoralistiche e propagandistiche, ossia di schieramento.

Gli esperti ritengono che in quelle 2000 pagine non siano stati affrontati i delicati aspetti che si sospettano essere all’origine della crisi: la possibilità che le agenzie di valutazione, essendo meno severe con i potenti emittenti, siano riuscite ad orientare gli investimenti degli obbligazionisti; la dipendenza di una finanza-ombra dalla liquidità e dalle garanzie ottenute dalla finanza ufficiale, a sua volta garantita dallo Stato; le caratteristiche di un sistema finanziario che incentiva l’eccessiva assunzione di rischi nel mercato monetario da parte dei fondi d’investimento; la retribuzione ad incentivo che induce a cercare rischi molto forti. Con la conseguenza che le poche conseguenze pratiche della legge, o non hanno niente a che fare con le cause della crisi finanziaria (come il divieto di fare compravendita di titoli in proprio oltre un certo limite) oppure si attuano a distanza di un decennio dall’emanazione della legge (come l’introduzione di limiti massimi all’indebitamento delle società finanziarie).

Se dagli Stati Uniti ritorniamo al di qua dell’oceano, troviamo le interessanti valutazioni di altri studiosi, stavolta inerenti la finanza europea.[xli] Dalla fine degli anni novanta e per tutti gli anni duemila, la City di Londra, principale centro finanziario d’Europa, ha beneficiato di una particolare combinazione di fattori: ha tratto enormi vantaggi dall’integrazione dei mercati finanziari europei, e li ha potenziati con la scelta di mantenere un favorevole trattamento fiscale. In tal modo il sistema finanziario del Regno Unito, non aderendo all’euro, ha trovato il modo di rimanere non regolamentato, e, proprio per questo, capace di svolgere un ruolo determinante e condizionante sull’andamento dei mercati finanziari. Il governo e l’opinione pubblica inglese hanno a lungo appoggiato tale condizione, vedendo nella fortuna della City un vantaggio per l’intero paese. Una condizione di favore pesantemente incrinata dalla crisi, e sottoposta alle forti critiche diffusesi tra i cittadini inglesi in merito al ruolo giocato da banche e società finanziarie.

In questa situazione, agli inizi del 2011, l’Unione Europea ha intrapreso un ciclo di nuova regolamentazione, fortemente ma nascostamente osteggiato da alcuni ambienti della finanza, istituendo autorità europee di vigilanza sui mercati finanziari, che dovrebbero creare un regolamento unico, potendo vigilare direttamente su alcuni attori del mercato, e quindi in prospettiva anche sulla City.

Alla luce delle riflessioni svolte da indipendenti studiosi sui poteri di queste autorità, appare evidente che la crisi dei debiti pubblici, assieme all’euro può far crollare l’Europa ed il suo faticoso ma fastidioso tentativo di dare trasparenza a mercati finanziari che pochi soggetti vorrebbero drogati da euforia o da pessimismo: due condizioni di instabilità che garantiscono perpetua manovrabilità e profittabilità a chi ne domini i meccanismi.

Alla fine di queste considerazioni si “scopre” qualcosa che taluni osservatori hanno messo in luce da molto tempo. Ossia che tutto il mondo occidentale è caratterizzato da analoghi, anche se differenziati, mali: crediamo che le litigiosità e le inadeguatezze di una politica bloccata da schieramenti ed intereressi esistano solo in un paese feudalmente gestito come l’Italia, e invece risultano essere diversamente ma pesantemente condizionanti anche negli Stati Uniti. Inoltre si capisce che i tentativi di introdurre regole di stabilità e trasparenza dei mercati finanziari sono impediti da pochi soggetti che li manipolano o condizionano attraverso potenti forme corruttive, mentre i cittadini, che ne beneficerebbero grandemente, non ne conoscono l’importanza.

Questi fatti non consolano, anzi segnalano in quale grave condizione versino le democrazie. Dimostrano che tanto i cittadini greci, quanto quelli spagnoli, portoghesi, irlandesi, italiani, francesi, inglesi, tedeschi o statunitensi siano rappresentati da democrazie in vario modo svuotate di contenuto ed efficacia, perché prigioniere di oligarchie che hanno l’obiettivo di proteggere esse stesse. Questi elementi segnalano quanto poco liberi ed informati siano, e quanto essenziale sarebbe per tutti loro, indipendentemente dalle condizioni economiche e sociali, il fatto di potersi accordare da cittadini non schierati, per definire essenziali regole di tutela delle loro libertà, di rafforzamento delle loro democrazie, di stabilità delle loro economie.

Questo livello di progresso mentale non richiederebbe adesione agli schemi di alcuna posizione ideologica, perché tutte le posizioni sono frutto di pensieri parziali, e, anche se attualizzati e rielaborati, restano limitati nella loro volontà di dividere i cittadini in categorie che spiegano solo in parte la realtà. Sono schemi capaci di condizionare le menti senza liberare i cittadini. Ma tale progresso non richiederebbe nemmeno l’adesione a schemi intermedi alle posizioni ideologiche, a terze vie. Non richiederebbe nessuno schema, né alcuna posizione ideologica. Il vero progresso richiederebbe solo un’alta libertà di pensiero dei cittadini e la loro volontà di unirsi per aiutarsi in ogni paese, per essere in grado di rispettarsi oltre i confini dei singoli paesi, sulla base della condivisibile necessità di difendere le proprie e le altrui esistenze, le proprie e le altrui economie, il proprio e l’altrui futuro, la comune stabilità globale.

Penso che sarebbe un gravissimo errore ritenere troppo grandi gli interessi in gioco per poterli affrontare. Al contrario, bisogna iniziare quanto prima a liberare il pensiero dalle gabbie per informarsi, unirsi ed attivarsi, contando su un’informazione indipendente che può aiutare i cittadini nella costruzione di tale  unione.

L’inadeguatezza mostrata dalla politica di tutti i paesi occidentali, di tutti i partiti, sta offrendo condizioni straordinariamente importanti per costruire un grande cambiamento, sia per i cittadini di qualsiasi paese, che possono rompere il guscio ed uscire, sia per quell’informazione, che può sostenerli e da essi trovare sostegno per la diffusione di nuova consapevolezza e di nuove libertà.

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157 Stabilità e sostenibilità per le economie e gli esseri umani

Le Borse possono risentire negativamente di un conflitto che si apre per la democrazia nei paesi nei quali si produce petrolio, e possono valutare negativamente un debito pubblico che cerchi di creare sviluppo in uno Stato, ma possono autoalimentare euforia se i consumatori si fanno convincere dall’idea di acquistare case che non possono comprare per la possibilità di rivenderle ad un prezzo più alto. Il tipo di mondo che producono operatori senza regole è qualcosa di alterato, dove tutto è artificialmente impostato per apparire in un correre sempre bene o sempre solo male; ma la società ha bisogno di evolversi, per rispondere alle profonde e concrete esigenze degli esseri umani e delle loro economie, che non devono rimanere vincolati da artifici.

Cosa sono le Borse? Quale funzione può e deve avere i sistema finanziario? Si tratta di ambiti e strumenti che devono rimanere nelle mani oscure di una finanza senza senso, che scavalca i confini degli Stati per distruggerne le risorse, oppure sono contesti apribili e regolabili per evitare continue instabilità su scala mondiale, cosicché possano avere un ruolo positivo nel funzionamento delle economie? Siccome la finanza ha deciso di interferire pesantemente con la possibilità di sopravvivenza delle democrazie, è giusto che i cittadini prendano consapevolezza della forza che possono determinare e si uniscano per difendere se stessi e le proprie economie, perché la finanza può essere finalizzata a svolgere bene un’utile funzione. Per il momento vi sono fortissime e nascoste pressioni affinché non nascano adeguate regolamentazioni, cosicché domini la manipolazione e sia impedita un’essenziale trasparenza. Qualcuno potrebbe mettere in dubbio che il sistema finanziario sia veramente così malato, però è stata la stampa specializzata a rivelare che ogni mese i managers di poche grandissime banche internazionali si riuniscono per decidere in merito all’andamento degli strumenti finanziari derivati.[xlii] Se poi si considera che tre agenzie compongono il 95% del finto “mercato” della valutazione finanziaria, che due di esse sono possedute da analoghe proprietà, che gli indici relativi a tutti i Cds del mondo occidentale sono di proprietà di una sola società, che le grandi banche o società di investimento dispongono di sistemi automatizzati che eseguono migliaia di operazioni in pochi secondi così da dominare e alterare la percezione del mercato, ci sono solidi argomenti per considerare che il funzionamento delle Borse si sorregge su un’assenza di trasparenza di fondo, e su uno strapotere che diventa distruttivo per le economie e le democrazie.[xliii]

Aspetti come questi inducono posizioni esasperate a sostenere l’idea che le Borse o le banche vadano abbattute. Però, così facendo, si fornisce ad un’ideologia la motivazione per vedere le Borse come il male del mondo, cosicché un’altra ideologia reagisce difendendole per sostenere i presunti pregi dell’attuale funzionamento. Si alimenta dunque uno scontro tra schieramenti che cattura il pensiero dei cittadini, li divide, impedendo l’unione che serve, e li mantiene vittime indignate, condizionate e impotenti. Lo scontro tra posizioni separate e incomunicabili  porta a mantenere tutto così com’è, cioè ad un sistema distruttivo per i cittadini e le loro economie, o, al massimo, all’introduzione di qualche regoletta che non dia troppo fastidio a chi domina nascostamente la scena e non vuole essere disturbato. Non penso che quella sia la strada che serve ai cittadini.

Siccome non sono interessato a sostenere alcuna ideologia, ma a guardare le cose da cittadino, spiego meglio dove penso si possa arrivare.

Ci sono due elementi da considerare. Il primo: in tutto l’Occidente è ormai chiaro che se non si riesce a sottoporre la finanza a regole di stabilità e responsabilità, ma la si lascia generare ingannevoli e condizionanti strumenti, essa conduce in una giungla artificiale e malefica che è la fine dell’Occidente stesso; una landa di autosottoposizione alla povertà e all’incertezza che crea squilibri e conflittualità. L’economia muore e con essa gli esseri umani.

I paesi possono accordarsi per trovare correttivi condivisi al funzionamento delle Borse e della finanza mondiali, per sottrarle a manipolazione e a violenti strappi che sconquassano la vita degli esseri umani e determinano il disastro per le economie.

In assenza di trasparenza e di garanzie la possibilità di manipolazione è certa, e si traduce nell’alterazione interessata della percezione del rischio, e nella modificazione della domanda e dell’offerta, ossia della libertà di scelta. Quindi non si tratta di sottrarre libertà ai mercati ma di tutelare i cittadini. E’ necessario impedire la libertà distruttiva, ed è indispensabile proteggere la libertà costruttiva. Bisogna tutelare la stabilità delle democrazie, delle economie, delle esistenze, per evitare che siano compromesse dalla velocità di propagazione di avidità e panico non coerenti né con la dignità degli esseri umani né con l’umanità della creazione del valore. Deve essere consentito il manifestarsi di una sana prosperità dell’economia, che sia coerente con le esigenze di solidità della società.

Potrebbe essere utile individuare meccanismi di smorzamento degli eccessi nelle oscillazioni dei valori, agendo soprattutto nei confronti della grandissima dimensione dei capitali -perché quell’elemento è capace di condizionarne il funzionamento- con l’obiettivo di conferire ai mercati finanziari un respiro compatibile con i movimenti ed i tempi dell’economia reale. Secondo alcuni studiosi anche una tassazione sulle grandi dimensioni manipolative potrebbe svolgere questa funzione.[xliv] L’indipendenza di pensiero dei cittadini è fondamentale, per sottrarre tali proposte da intenti di superficiale o ideologica critica al sistema dei capitali, delle Borse, della “speculazione”. In tal modo si eviterebbe di cadere nell’inutile e logorante battaglia tra greggi malati di schieramento, che vogliono impedirsi a vicenda di avere il sopravvento, e così si fanno condurre nell’inconcludenza.

Non servono le ideologie per capire che non è accettabile una finanza capace di bruciare, ossia di appropriarsi, di montagne di capitali dietro ai quali ci sono anni di lavoro e risparmi; di imporre ai governi ed alle banche centrali l’impiego di enormi quantità di denaro, aggravando i debiti pubblici che vorrebbe colpire; di obbligare al sacrificio milioni di persone che perdono attività produttive, lavoro, abitazioni, certezze, servizi, benessere. La libertà di un simile mostro è un’inaccettabile follia, non giustificabile da alcuna idea di mercato, se non da quella di un mercato effettivamente senza libertà.

Questo argomento evidenzia la necessità di orientare il sistema finanziario ad una trasparente concorrenza fatta di valori legati alla responsabilità, alla stabilità, alla protezione delle economie; e suggerisce alla finanza più seria, che voglia recuperare fiducia e solidità, di indirizzarsi ad una forte eticità.

Il secondo elemento da considerare è questo: come la finanza deve essere sana, anche l’economia deve rimanere sana, ed è opportuno che sia fondata su alcuni criteri che le impediscano di diventare giungla di autodistruzione. Un’economia ed una finanza sane sono utili, e necessitano di reciproca stabilità per conferire altra stabilità. Sono soprattutto gli esseri umani ad aver bisogno di stabilità e fiducia, per costruire il proprio futuro proteggendosi dall’impoverimento e dalla distruzione della propria dignità.

Fiducia, responsabilità, trasparenza, affidabilità, stabilità, sostenibilità, sono componenti fondamentali per l’economia e la finanza, e non sono beni facilmente acquistabili nelle Borse, ma siccome sono valori essenziali, devono essere i cittadini e le loro economie ad imporli per farli prevalere. Anche le Borse ne trarrebbero vantaggio, probabilmente non chi le domina. Di sicuro ne beneficerebbero grandemente l’economia e gli stessi cittadini. Non sono necessarie ideologie per ottenere questo risultato. Basta la volontà di riconoscerne la vitale necessità; quindi è essenziale la nascita di una grande forza civile che voglia conseguire quel risultato. Una forza ottenibile solo con l’unione dei cittadini.

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INDICE

Capitolo  1) ITALIA. DOVE SIAMO

Capitolo 2) ITALIA. DOVE POSSIAMO ANDARE

 Capitolo 3) ITALIA. COME POSSIAMO FARE?

Capitolo 4) UNA PROPOSTA PER UNIRE I CITTADINI FUORI DAGLI SCHIERAMENTI

PARTE SECONDA Capitolo 5) I RISCHI DI UN’EUROPA  SENZA POLITICA

VAI AVANTI A:

Capitolo 7) I RISCHI DI ECONOMIE SLEGATE DAI VALORI DELLE SOCIETA’

 Capitolo 8) LA CRISI DELL’OCCIDENTE E DELLE SUE DEMOCRAZIE

Capitolo 9) LA RIGENERAZIONE:  LA CONDIVISIONE DI REGOLE PER LE LIBERTA’ ED IL BEN  ESSERE

APPENDICE SULLA CORTE DEI CONTI

Nota sul metodo.


[i] Amartya Sen, Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, Mondadori, 2000.

[ii] Federico Rampini, L’incubo della recessione. Rischiamo come l’America del ’37, La Repubblica, 18 agosto 2011.

[iii] In proposito le interessanti valutazioni di Mario Deaglio, Inevitabile richiamo alla realtà, La         Stampa 22.5.2011, nel sito http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8759&ID_sezione=&sezione= .

[iv] Angelo Baglioni, Il rischio della       crisi di liquidità, nel sito La     voce, http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002492.html.

In proposito gli interessanti articoli di Paolo      Manasse, Il pasticcio di Bruxelles, e My name is    bond, Eurobond, nel sito di analisi economica indipendente La Voce

http://www.lavoce.info/articoli/pag       ina1002234.html.

[vi] Ellen Brown, Giappone: ricostruzione finanziaria. Le conseguenze economiche della catastrofe nucleare, (traduzione di Erica Saltarelli) nel sito della rivista di studi geopolitici Eurasia, http://www.eurasia-rivista.org/giappone-ricostruzione-finanziaria-le-conseguenze-economiche-alla-catastrofe-nucleare/9348/.

[vii] Steve Eder, Jenny Strasburg, Hedge Funds bounce back, The Wall Street Journal, 18.4.2011, consultabile          online             nel        sito      http://online.wsj.com/article/    SB10001424052748704204604576269       11405             6 530484.html.

[viii] Qui riprendo le argomentazioni svolte da Joseph E. Stiglitz, in Bancarotta, p.202, Einaudi, 2010.

[ix] Jeffery D. Amato, Jacob Gyntelgerg, CDS index tranche” e prezzaggio delle correlazioni

di rischio creditizio, Rassegna trimestrale BRI, marzo 2005, consultabile online nel sito

http://www.bis.org/publ/qtrpdf/r_qt0503ita_g.pdf.

[x] Luca Amadei, Simona Di Rocco, Monica Gentile, Renato Grasso, Giovanni Siciliano I Credit Default Swap. Le caratteristiche dei contratti e le interrelazioni con il mercato         obbligazionario, n. 1 febbraio            2011,   Commissione   Nazionale per   le Società e la  Borsa, consultabile online nel sito http://www.consob.it/main/consob/pubblicazioni/studi_analisi/discussion_papers/dp1.htm.

Andrea De Zordo, La gestione del rischio di credito. Sviluppo ed applicazione degli strumenti derivati su crediti. Tech Report n. 19, Alea Centro di ricerca sui rischi finanziari, Università di Trento, aprile     2004, consultabile online nel     sito http://aleasrv.cs.unitn.it/techalea.nsf/188275B5EA86598DC1256E6F0058E8F4/$FILE/DeZordo.pdf.

[xi] Iulia Stanislav Eminescu, Structure of Government debt in Europe 2009, Eurostat 3/2011,

uhttp://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-SF-11-003/EN/KS-SF-11-003-EN.PDF.

[xii] Paul De Grauwe, Il nuovo patto? Non funzionerà, nel sito La voce,

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001931.html.

Francesco Giavazzi, Luigi Spaventa, Dove la Commissione sbaglia, nel        sito La voce     http://www.lavoce.info/dossier/pagina2960.html.

Angelo Baglioni, Andrea Boitani, Leva delle banche: maneggiare con cura, nel sito La voce, http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001572.html.

The high- level group on financial supervision in the EU Chaired by Jacques de Larosière, Report, consultabile online nel sito

http://ec.europa.eu/internal_market/finances/docs/de_larosiere_report_it.pdf.

[xiii] Nouriel Roubini, Stephen Mihm, La crisi non è finita, Feltrinelli, 2010.  Raghuram G. Rajan, Terremoti finanziari, Einaudi, 2012.

[xiiib] Wolfgang Münchau, È ora di abolire i credit default swap, Il Sole 24 Ore,

2.3.2010,http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2010/03/analisi-abolire-credit-default-swap.shtml?uuid=2c593fe0-25cc-11df-a13d-158f9b56f08f.

Rossella Bocciarelli, La spinta di Draghi alla regolamentazione dei Cds,Il Sole 24 Ore,8.3.2010, http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2010/03/draghi-credit-default-swaps-basilea.shtml.

Unione europea, Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio sugli strumenti derivati OTC, le controparti centrali e i repertori di dati sulle negoziazioni, 4 novembre 2010, pubblicata online nel sito del Senato italiano

http://www.senato.it/documenti/repository/lavori/affarieuropei/dossier/XVI/Dossier%2057-DN.pdf.

[xiv] Luca Amadei, Simona Di Rocco, Monica Gentile, Renato Grasso, Giovanni Siciliano I Credit Default Swap. Le caratteristiche dei contratti e le interrelazioni con il mercato         obbligazionario, n. 1 febbraio 2011, Commissione Nazionale         per le Società  e la Borsa, consultabile online nel sito http://www.consob.it/main/consob/pubblicazioni/studi_analisi/discussion_papers/dp1.htm.

[xv] Richard Portes, Ban Naked CDS, Euro Intelligence,            March 18, 2010, nel    sito  http://www.eurointelligence.com/article.581+M5d67dac9f1f.0.html.

[xvi] Massimo Mucchetti, Derivati. Come le banche tuteleranno i titoli di stato dalla speculazione dei Cds, Il         Corriere della   Sera,   16.5.2011, http://archiviostorico.corriere.it/2011/maggio/16/Derivati_Come_banche_tuteleranno_titoli_ce_0_110516017.shtml, e Debito pubblico e speculazione: i tranelli contro il salvataggio dell’euro, Il Corriere della Sera, 14.5.2010.  Elysa Fazzino, Gli hedge fund Usa scommettono contro i bonds italiani, nel sito de Il Sole 24 Ore, http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-11/hedge-fund-scommettono-contro-151016.shtml?uuid=Aa4AlGnD.

John C. Hall, Opzioni, futures e altri derivati, Prentice-Hall International, Ed. Il Sole 24 Ore, 2000.

[xvii] Alesssandro Penati, Debito, speculazione, banche. La mappa della crisi globale. Cosa si rischia e come uscirne, La Repubblica 25.8.2011.

[xviii] Andrea Franceschi, La Grecia e il paradosso dei Cds: chi ha scommesso sul default non può riscuotere la vincita, Il Sole 24 Ore, 28 ottobre 2011,

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-10-28/grecia-paradosso-scommesso-default-141141.shtml?uuid=AanUAoGE&fromSearch. Dello stesso autore, Niente rimborsi per i Cds greci e ora la “grana derivati” rischia di penalizzare l’Italia. Ecco perché, Il Sole 24 Ore, 31 ottobre 2011, http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-10-31/niente-rimborsi-greci-grana-121342.shtml?uuid=AalUfUHE.

[xix] Angelo Baglioni e Rony Hamaui, Se la crisi di Atene entra in banca, nel sito La voce,

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001675.html.

Marco Onado, Quanto costa B. alle banche, Il fatto quotidiano, 2 novembre 2011. Giuseppe Chiellino, L’effetto spread pesa sulle PMI, Il Sole 24 Ore, 4 novembre 2011.

[xx] Francesco Guariniello,  Gli  abusi di mercato. La manipolazione di mercato: fattispecie penale ed amministrativa, in Magistra, Banca e Finanza – www.magistra.it – ISSN: 2039-7410, 16 ottobre 2006.

[xxi] Luca Amadei, Simona Di Rocco, Monica Gentile, Renato Grasso, Giovanni Siciliano I Credit Default Swap. Le caratteristiche dei contratti e le interrelazioni con il mercato obbligazionario, CONSOB n. 1 febbraio 2001,

http://www.consob.it/main/consob/pubblicazioni/studi_analisi/discussion_papers/dp1.htm .

Darrell Duffie, Is There a Case for Banning Short Speculation in Sovereign Bond Markets? Banque de France Financial Stability Review, Special Report on Over-the-Counter Derivatives, May 25, 2010. http://media.hoover.org/sites/default/files/documents/ShortsellingBdF.pdf.

Richard Portes, Ban Naked CDS, Euro Intelligence,    March 18, 2010, nel   sito  http://www.eurointelligence.com/article.581+M5d67dac9f1f.0.html.

Hung-Gay Fung, Jot Yau, Gaiyan Zhang, Do Credit Default Swaps Predict Currency Values?Social Science Research Network,October        2009,  http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1497584.

[xxiii] Guido Rossi, Il potere (indisturbato) delle banche, Il Sole 24 Ore, 22.5.2011, pubblicato nel sito http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-05-22/potere-indisturbato-banche-144552.shtml?uuid=AaMGVXZD.

[xxiv] Nouriel Roubini, Stephen Mihm, La crisi non è finita, Feltrinelli, 2010.

[xxv] Tommaso Monacelli, Dall’autostrada ai    tornanti, nel sito La     voce, http://www.lavoce.info/articoli/-europa/pagina1002557.html

[xxvi]Vittorio        Da      Rold,   Il         vero    conto  del      salvataggi      o          delle   banche           americane,            Il         Sole    24       Ore,    http:// www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-12-02/vero-conto-salvataggio-banche-133752. shtml?uuid=Aa0uEeQE.

Joseph E. Stiglitz, Bancarotta, Einaudi, 2010.

[xxvii] Nicola Borzi, Il fratello segreto di Wall Street, Il Sole 24 Ore 28.4.2011,          http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-04-28/fratello-segreto-wall-street-063647.shtml?uuid=AaLadVSD. Mara Monti, Banche ombra”, a giugno la stretta, Il Sole 24 Ore, 20 febbraio 2011,http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-02-20/banche-ombra-giugno-stretta-081206.shtml?uuid=AaXw6x9C. Claudio Gatti, I titoli a rischio conquistano Wall Street. Perché non deve ripetersi, Il Sole 24 Ore 26.4.2011, http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-04-25/titoli-rischio-conquistano-wall-220341.shtml?uuid=AaooLxRD&fromSearch.

Vittorio Carlini e Nicola Borzi, Gli uomini d’oro dei derivati

Il Sole 24 Ore 27.4.2011, http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-04-26/uomini-derivati-212806.shtml?uuid=AaFGxCSD.

James M. Peaslee, David Z. Niremberg, Federal income taxation of securitization transactions and related topics, Frank J.Fabozzi Associates.

[xxviii] Isabella Bufacchi, Fabio Pavesi,Allarme-swap da 2.500 miliardi – Stretta sui controlli: Usa più avanti, la Ue arranca ancora,Il Sole 24 Ore, 28.4.2011,   http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-04-28/allarmeswap-2500-miliardi-stretta-223516.shtml?uuid=Aa2VGlSD.

Marcello Frisone, Laura Serafini,Swap, in Italia conto da 52 miliardi Il Sole 24 Ore 1.5.2011, http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-05-01/swap-italia-conto-miliardi-144011.shtml?uuid=AatfAVTD.

Sofia Fraschini, Derivati, sentenza shock per le banche, Finanza e Mercati, 8.9.2011.

[xxix] Angelo Baglioni, Prestiti della Bce e deposit facility, nel sito La voce. Marco Onado, Andrea Resti, Ricapitalizzazione delle banche: non sparate sull’Eba, nel sito La voce. Umbetto Cherubini, Contro l’Eba, nel sito La voce. Massimo Mucchetti, Banche, morire per Basilea?, No, grazie, Il Corriere della Sera,  1.12.   2011. Dello stesso autore, Rischi sovrani. Scontro tra Authority sui bilanci delle grandi banche, Il Corriere della Sera, 21.11.2011.

[xxx] Angelo Baglioni, Andrea Boitani, Massimo Bordignon, Grecia, peggio di così non si poteva fare, nel sito Lavoce, http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002375.html.

[xxxii] Dimitri Deliolanes Come la Grecia. Quando la crisi di una nazione diventa la crisi di un intero sistema, Fandango Libri, 2011.

Francesco Daveri, Come finirà la saga dei debiti sovrani, nel sito La voce,

http://www.lavoce.info/articoli/-conti_pubblici/pagina1002554.htm.l.

[xxxiii] Angelo Baglioni, Andrea Boitani , Leva delle banche, maneggiare con cura, nel sito La voce,

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001572.html.

[xxxiv] Joseph E. Stiglitz, Bancarotta, Einaudi, 2010.

[xxxv] Si veda la posizione di Giovanni Barone Adesi nell’articolo di Marcello Foa, Verso un’altra rivoluzione francese, pubblicato nel blog indipendente Il cuore del  mondo, 18.3.2010, http://blog.ilgiornale.it/foa/2010/03/18/verso-unaltra-rivoluzione-francese/.

[xxxvi] Mark Whitehouse, Crisis Compels Economists To Reach for New Paradigm, Wall Street Journal, 4.11.2009, http://online.wsj.com/article/SB125720159912223873.html, articolo molto interessante sulle tesi di John Geanakoplos.

[xxxvii] Paolo Gila, Mario Miscali, I signori del rating, Bollati Boringhieri, 2012.

[xxxviii] Paul De Grauwe, Grecia, come scongiurare l’effetto domino, consultabile online nel sito di approfondimento economico La voce, http://www.lavoce.info/articoli/-europa/pagina1001466.html.

[xxxix] Luciano Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi. Einaudi, 2011.

[xl] Luigi Zingales, Una grande occasione persa, Il Sole 24 Ore, 3.9.2011,

http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2011-09-23/grande-occasione-persa-231858.shtml.

[xli] Nicolas Véron, La   vigilanza europea che fa paura alla City, nel sito La voce, http://www.lavoce.info/articoli/-europa/pagina1002179.html.

Francesco Vella, Il coraggio di cambiare le regole,

http://www.lavoce.info/articoli/-europa/pagina1000657.html

[xlii] Nicola Borzi, Wall Street fucina dei contratti ad «alta opacità», Il Sole 24 Ore, 27.4.2011, http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-04-26/wall-street-fucina-contratti-213024.shtml?uuid=AaSHxCSD.

Louise Story, A Secretive Banking Elite Rules Trading in Derivatives, The New York Times, 11.12.2010, http://www.nytimes.com/2010/12/12/business/12advantage.html?src=me.

[xliii] Neil Unmack, Shannon D. HarringtonMarkit Buying Owners of iTraxx, CDX Credit Indexes (Update3), Bloomberg, November 14, 2007, pubblicato online nel       sito http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=newsarchive&sid=awvPyvPEPnug&refer=asia.

Bruno Biais, Paul Woolley, High Frequency Trading, March 2011, consultabile online nel sito

http://idei.fr/doc/conf/pwri/biais_pwri_0311.pdf. Angelo Baglioni e Rony Hamaui , La borsa delle alleanze, nel sito La voce, http://www.lavoce.info/articoli/pagina2306.html.

Michele Buono, Effetto valanga, documento della trasmissione Report del 30.10.2011, Radiotelevisione italiana, RAI3, http://www.report.rai.it. Guido Rossi, Se i mercati non meritano tanta fiducia, l Sole 24 Ore, 4.12.2011.

[xliv] Il premio Nobel per l’economia James Tobin, nel 1972 propose una tassa che prevedeva di incidere, in modo contenuto, su tutte le transazioni realizzate nei mercati valutari per stabilizzarli (penalizzando le speculazioni valutarie a breve termine, che non tengono conto dei valori fondamentali dell’economia), procurando entrate da destinare alla comunità internazionale. Nel 1997 Ignacio Ramonet, redattore di Le Monde diplomatique, riprese l’idea della Tobin tax con un editoriale intitolato Disarmare i mercati, proponendo un’associazione per l’introduzione di questa tassa, che venne chiamata ATTAC (Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie per l’Aiuto dei Cittadini). Heikki Patomäki, ha approfondito gli effetti dell’instabilità finanziaria internazionale e ha proposto possibili correttivi non ideologici in Democratising globalisation. The leverage of Tobin tax, Zed Books, 2001. Lo stesso autore ha proposto una bozza di trattato per la tassazione mondiale delle transazioni valutarie.

Interessanti le osservazioni di Emiliano Brancaccio in Brevi note sul testo di legge per la istituzione di un’imposta europea sulle transazioni valutarie, in Quale Stato, Quaderni n.7, suppl. al n.1/ 2003, il quale ritiene che nessuna delle posizioni critiche verso questo tipo di imposizione ponga un veto all’adozione dell’imposta quale misura iniziale e complementare ad un programma più ambizioso di interventi.

Marco Pagano, Crisi fiscale, contagio e futuro dell’euro nel sito indipendente di      informazione     ed analisi         economico giuridica  LaVoce, http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001699.html.