Capitolo 7) I rischi di economie slegate dai valori delle società

158 Occidente e Oriente di fronte a difficoltà diverse (o parzialmente comuni?)

Un’economia per essere stabile deve dare la possibilità di intraprendere e di lavorare; deve consentire l’inclusione,  dovrebbe produrre certezze esistenziali e riuscire a distribuire un benessere ambientalmente sostenibile nel tempo: tutti elementi che mancano sempre più fortemente nelle economie occidentali. Infatti, molte di esse stanno vivendo un prolungato e progressivo declino, che si esprime attraverso la contrazione del tessuto produttivo, l’esclusione di strati di popolazione dal lavoro e dall’inserimento nella società, talora dall’informazione e dalla cultura, il restringimento delle fasce sociali, la diffusione di impoverimento. Il declino che riguarda tanto l’Europa quanto gli Stati Uniti, ha riflessi e ricadute strettamente legati alle famigerate crisi dei debiti pubblici. Si possono osservare alcune delle difficoltà che tali riflessi pongono alla politica, partendo da quanto accade negli Stati Uniti e confrontandolo con quanto succede in Europa.

La Banca centrale americana (Federal Reserve) è stata costretta a diventare il primo detentore del debito pubblico, acquistandolo e mettendo in circolazione 2,5 miliardi di dollari al giorno, per 9 mesi di seguito fino a giugno 2011. Una svalutazione che ha determinato il forte incremento dei prezzi delle materie prime, tutte espresse in dollari, di cui è acquirente il mondo intero. L’intervento della Federal Reserve è stato realizzato pure nell’intento di stimolare la crescita e l’occupazione statunitense, anche correndo il rischio di provocare un rigonfiamento a bolla dell’economia. Tuttavia, anziché andare a conseguire tali risultati, la grande massa di denaro che è stata messa in circolazione è andata a riversarsi nelle Borse.[i]

Tra i maggiori acquirenti di tale debito pubblico vi sono anche le grandi banche cinesi e quelle giapponesi. La banca centrale cinese da un lato è diventata grande acquirente dei titoli del debito statunitense, dall’altro ha cercato di mantenere tendenzialmente fisso il proprio cambio, in modo da tutelare la vendibilità dei propri prodotti ed il valore dei titoli posseduti.

La Cina, diventata un enorme sito di produzione per le imprese occidentali, soprattutto quelle americane, teme che le condizioni delle economie occidentali e dei loro debiti provochino ricadute sulle proprie esportazioni; perciò vorrebbe sostituire parte della domanda estera con un aumento dei propri consumi ma non riesce a conseguire tale obiettivo, perché il timore che un’impetuosa crescita produca inflazione la induce a limitare il credito.[ii]

D’altro canto la politica statunitense, quando cerca di stimolare i consumi interni di beni, anche se fa aumentare le vendite dei produttori americani, dato che per buona parte tali produzioni avvengono nei siti trasferitisi in Cina, finisce per accrescere la domanda di lavoro in Cina ma non le opportunità di lavoro negli Stati Uniti. D’altro lato la dimensione del debito pubblico induce la stessa politica statunitense a ritenere necessari forti tagli alle spese statali; e allora i partiti si dividono in un conflitto ideologico su quali tagli realizzare, se all’assistenza sociale e sanitaria, alla cultura o alle spese militari.

In Europa i debiti pubblici costringono i partiti ad analoghi conflitti. Fatte le dovute distinzioni, anche le economie europee si trovano di fronte a simili condizioni, perché molti dei settori manifatturieri che le caratterizzavano sono ormai svaniti o trasferiti in società caratterizzate da costi enormemente inferiori, e quindi il declino si traduce in crescenti difficoltà per le società europee ed in minori entrate per gli Stati.

In estrema sintesi si può affermare che l’Occidente, acquistando un crescente numero di beni prodotti dalla Cina, trasferisce il proprio denaro a tale economia, la quale è capace di risparmiarlo ed accumularlo, tramutandolo in enorme risorsa disponibile per l’acquisto di grandi quantità di titoli di Stato o di imprese o di infrastrutture occidentali. Tuttavia questo argomento può essere esteso.

Tre delle quattro maggiori economie del mondo, Cina, Germania e Giappone, sono economie creditrici e finanziatrici del consumo compiuto da altri stati. Esse riescono a fornire beni e servizi a paesi in deficit, perché caratterizzati da un’alta domanda e da una decrescente capacità produttiva. Questi ultimi paesi prendono in prestito per finanziare i propri consumi ma hanno fortemente perso competitività. Così ci sono livelli di consumo eccessivamente alti negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in molte altre economie, e livelli molto bassi dei consumi in Cina, in altre economie orientali, in alcune economie avanzate come Germania e Giappone.

La Cina rimprovera gli Stati Uniti per la loro imprudenza finanziaria; la Germania critica gli altri paesi europei, ritenendoli incapaci di scelte fiscali che tengano il passo che essa ritiene efficiente. Un passo che le servirebbe anche per continuare a vederli importatori dei suoi prodotti, ottenuti tramite l’impiego di una manodopera a costo molto competitivo, resasi disponibile nei paesi ex comunisti.

I paesi creditori sembrano dettare legge nel mondo perché possono minacciare di chiudere l’erogazione del credito, ma la loro condizione di forza, frutto dell’avanzo commerciale, dipende dall’altrui capacità o volontà di essere acquirenti in debito. Secondo alcuni osservatori si dovrebbe ammettere che alcuni paesi si sono troppo indebitati, perché troppo credito è stato messo a loro disposizione da altri paesi apparentemente prudenti, in realtà corresponsabili della crisi nata tra il 2007 e il 2008.[iii]Imporre ai debitori strade obbligate e penalizzanti non sarebbe una buona idea quanto riscoprire con urgenza un reciproco interesse ad una regolazione condivisa.

Questo intreccio evidenzia il fatto che la riduzione a tappe forzate dei debiti pubblici europei, obbligando a scelte che si traducono in forte compromissione del benessere dei cittadini, esprime un’incapacità d’azione politica dei paesi, che si associa ad una loro peggiorata difficoltà d’azione economica. Quest’ultima è diretta conseguenza delle logiche imposte al mercato globale: un mercato che ha velocemente fatto fuggire le produzioni, per spostarle laddove era possibile trovare i costi più bassi, soprattutto quello del lavoro, determinando il progressivo impoverimento delle società.

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159 Inganni che si pagano a caro prezzo

In una situazione di pericoloso squilibrio finanziario ed economico l’unione politica degli Stati Uniti rappresenta un elemento di forza di cui l’Europa non dispone.

Agli occhi dei cittadini del vecchio continente l’Europa dalla fragile configurazione appare aver costruito degli inganni, che ora vengono pagati a caro prezzo. In proposito, particolarmente forte appare l’inganno d’aver utilizzato l’idea di una crescita europea, senza averla sostenuta attraverso conseguenti scelte politiche. Infatti, nei programmi economici europei l’obiettivo dichiarato risulta essere sempre quello della “crescita”. Ma se la politica avesse almeno voluto conseguire la stabilità delle economie, allora sarebbe stato indispensabile tutelare le produzioni europee dalla sleale competizione, derivante dall’importazione di prodotti realizzati al di fuori dell’Europa ed ottenuti grazie a costi del lavoro enormemente inferiori a quelli europei. Una slealtà che ha comportato la progressiva distruzione del tessuto produttivo e sociale europeo.

Questo è un problema patito da tutto l’Occidente, a causa delle scelte che l’Occidente stesso ha effettuato. Così facendo ha scavalcato i costi derivanti dai traguardi raggiunti dalla libertà umana, attraverso molti decenni di regole sociali, faticosamente conseguite tramite accordi tra chi ha deciso di produrre e chi ha fornito lavoro e competenze, tra le esigenze di consumo e quelle di tutela dell’ambiente, tra chi rischia denaro e chi rischia salute e sicurezza. Il punto non è solo capire se e come tali accordi siano modificabili, ma fare attenzione a non dimenticare la tenuta delle struttura sociale ed economica di tanti paesi. Tale tenuta deve essere l’obiettivo da proteggere. Un obiettivo che l’Occidente non può raggiungere se insegue costi altrui. Infatti, l’inseguimento è diventato un assorbimento di inadeguati costi altrui, che oltre  a comportare la distruzione del proprio tessuto industriale e produttivo, sta trascinando anche le società nella china di un progressivo autodisfacimento.

Il paradosso di tutti i paesi occidentali, a maggior ragione di quelli indebitati, è che, per fronteggiare la riduzione dei propri debiti pubblici, vorrebbero la crescita del prodotto, al punto che spesso viene segnalata l’esigenza di un incremento demografico per alimentare i consumi. Però la crescita, misurata attraverso il grossolano indicatore economico che è il prodotto interno lordo (o PIL), appare sempre più stentata, ed in alcuni casi addirittura inesistente.

Già da parecchi anni le economie occidentali soffrono del fatto di essere mature, ossia hanno progressivamente ridotto la loro corsa a consumare i beni dei quali sono dotate, e ambiscono ad una  diffusione di benessere non esclusivamente materiale, più che al solo consumo di prodotti realizzati in enormi quantità. E’ per tale ragione che alcuni studiosi propongono di orientarsi verso una valutazione del benessere conseguito più che ad una contabilità della produzione realizzata.

Ma le società dell’Occidente sono drammaticamente sottoposte al dirompente e progressivo declino economico che impedisce loro di proteggersi, rinnovarsi e rigenerarsi. Da tempo in esse si riducono le attività produttive, l’occupazione, la distribuzione di ricchezza ed il benessere, per effetto del loro porsi alla ricerca dei più bassi costi di produzione espressi da altre società, senza che nessun altro criterio le induca a considerare la congruità, l’adeguatezza di tali costi al valore economico espresso e richiesto dalle proprie specifiche società. Tale ricerca si è tradotta in una corsa, contraddittoria, potente e squilibrante, a beneficio di paesi, un tempo chiamati emergenti, oggi definibili rampanti, nei quali tutto apparentemente migliora e sfavilla, perché lì i costi di produzione, soprattutto quello del lavoro, ma anche molti altri, sono irraggiungibilmente inferiori a quelli occidentali, e quindi molte produzioni si sono spostate e continuano a spostarsi lì, provenendo da un Occidente nel quale sono ritenute non più convenienti.

Ritengo che i cittadini occidentali debbano prioritariamente agire in questo ambito, proteggendo centinaia di milioni di esistenze, le loro imprese ed attività, attraverso una fondamentale regola di libertà economica, in assenza della quale, tutte rischiano di subire una sleale competizione: bisogna riconoscere e tutelare i costi che siano coerenti con il valore necessario alla tenuta di una specifica società.

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160 Dall’Oriente con furore, o dall’Occidente con dolore?

L’economia occidentale, non essendosi sottoposta ad una riflessione sulle condizioni che ne consentano la sopravvivenza, sta perdendo di vista il fatto che, in assenza di regole, alcuni dei fattori che hanno guidato la propria corsa sono diventati cause della propria autodistruzione. Infatti, rimanendo schiavo della ricerca del costo più basso per produrre, e avendolo trovato in paesi fino a poco tempo fa poverissimi ed arretrati, molto lontani dalla storia sociale e produttiva nordamericana ed europea, il modello economico occidentale sta andando dritto a determinare il progressivo impoverimento e quindi la morte delle proprie società, perché non ha capito che deve tutelare il valore sociale del costo di produrre nel proprio territorio.

Siccome era troppo elevato il divario, tra i costi per produrre nei paesi sviluppati e gli analoghi bassissimi costi presenti nei paesi emergenti o in via di sviluppo, troppo grande era il vantaggio di correre a produrre nei secondi. Però il disagio sociale creato nei primi è stato drammatico e continuo. D’altra parte appare troppo lontana la possibilità di un progressivo aumento dei costi nei paesi chiamati emergenti – in realtà ormai emersi – perché possano ritornare competitive molte delle aziende occidentali.

Si può considerare un esempio del livello di costi che regge la società cinese. Nei primi anni ’90 un giovane cinese, dopo essersi specializzato, ed aver analizzato le caratteristiche e le necessità del mercato, iniziava una piccola attività nel settore agroindustriale. Nel 2011, a 20 anni dall’impianto dell’azienda, impiegava 1800 dipendenti, ed era pronto ad assumere in un solo anno 100 nuovi laureati, pagando gli operai 2.000 yuan al mese. [iv] Dato che nei 10 anni precedenti al 2011 un euro equivaleva ad un cambio compreso tra i 7 e gli 11 yuan, e che in tal periodo l’imprenditore aumentava gli stipendi dal 10 al 15 %, tale retribuzione in tutti quegli anni è oscillata tra i 248 euro del 2002, i 158 euro al mese dei momenti di cambio più favorevole alla Cina (gli anni 2005-2008) ed i 220 euro mensili del 2011. Siccome egli retribuiva i piccoli produttori agricoli con 60.000 yuan all’anno, significa che, anche considerando stabile nel tempo tale retribuzione, dal 2001 al 2011 ha versato a tali suoi collaboratori un valore compreso tra i 4.700 ed i 7.400 euro l’anno.

Se pensiamo che la Cina è composta da 1 miliardo e 300 milioni di persone, 200 milioni delle quali risultano essere nel pieno di una fase di relativo arricchimento, una porzione relativamente piccola delle quali risulta perfino milionaria rispetto ai valori europei, ci troviamo di fronte ad una sbalorditiva realtà, ormai costruita in un percorso durato parecchi anni, costituito anche di lavoratori talora coinvolti nella redditività dell’azienda, di sindacati che hanno una funzione di mediazione con chi la guida, di famiglie che investono fortemente nella formazione dei figli, di giovani che sono rapiti da un sogno di sviluppo e competizione continui, di una società che è attratta da alcune nostre produzioni, di tante realtà abbagliate dalla mole di capitali industriali e finanziari che sono  improvvisamente apparsi a loro.

La Cina teme di non riuscire a controllare più la mostruosa dimensione del meccanismo che la sta percorrendo a folle velocità; un meccanismo che ha dimostrato di non rispondere più agli strumenti monetari, e che è in piena vertigine edilizia. Se si verificasse un gigantesco rigonfiamento dei prezzi a mo’ di bolla, questa metterebbe a rischio l’eccezionale sviluppo economico dei dieci anni precedenti al 2011.[v]

Si tratta di qualcosa di cui nessuno sa valutare le proporzioni, anche perché nella storia umana non si è mai verificato un tale incremento della produzione, con un cambiamento e spostamento della ricchezza per un così alto numero di persone tutte assieme.

Nel frattempo l’Occidente continua la sua ricerca del più basso costo di produzione, rivolgendosi ad altre aree del pianeta: Vietnam, Corea, Cambogia, Indonesia, forse Messico. Ma basta andare in Serbia e in Marocco per trovare costi del lavoro che sono rispettivamente un quarto o meno di un decimo di quelli italiani. [vi]

Mentre impiego questi numeri voglio evitare gli argomenti facilmente e grossolanamente ostili verso altre economie e in particolare verso la Cina, perché sono le scelte dell’Occidente che hanno affidato la possibilità di uno squilibrato e improvviso benessere a paesi che l’hanno accolta con grande favore. Piuttosto vorrei riflettere su di un fenomeno che vediamo un po’ troppo da lontano, e che pure i cittadini cinesi affermano di non sapere dove possa condurre con tale velocità. Dalle loro dichiarazioni traspare un sentire ammaliato dal luccichio, improntato da una disposizione a vedere il tumultuoso sviluppo secondo un’ottimistica armonia tutta da verificare, retaggio di una cultura millenaria ma disincantata, propensa ad assimilare aspetti di culture diverse dalla propria per declinarli secondo la propria visione, fiduciosa o desiderosa di proseguire verso un benessere diffuso a tutta la popolazione.

Si può affermare che quella cinese sia una realtà troppo varia e complessa per essere letta solo attraverso la dimensione delle retribuzioni che ho indicato; però quelle cifre segnalano la sproporzione delle convenienze economiche, cercate ed imposte a se stesso dall’Occidente, con conseguenze non più sostenibili in casa propria.

Nelle teorie che impostarono intorno al 1848, Marx ed Engels prevedevano che ”nella società comunista il lavoro accumulato è soltanto un mezzo per ampliare, per arricchire, per far progredire il ritmo d’esistenza degli operai”. [vii] Quelle parole, se sono rimaste a fondamento di partenza del comunismo, non aiutano più a capire cosa sia diventato nell’attuale Cina. Forse un peso ancor più rilevante lo hanno i brevi pensieri espressi da Confucio, il quale, facendosi accompagnare in carrozza da Jan Yu esclama: “che popolo numeroso”. Jan Yu allora chiede: “dato che è così numeroso che si deve fare?”.  “Arricchirlo” risponde Confucio.  “E quando fosse ricco che si dovrebbe fare ancora?” “Istruirlo”.[viii]

Confucio, vissuto più di 2500 anni fa in un’epoca segnata da anarchia, diffusa corruzione, instabilità politica generata dalle guerre tra Stati feudali, anziché tentare la costruzione di un sistema filosofico, invitava i suoi discepoli a riflettere su se stessi e sul mondo, approfondendo la conoscenza di un passato dal quale trarre insegnamento, per rafforzare l’etica personale e politica, la correttezza delle relazioni sociali, la giustizia, il rispetto dell’autorità familiare e gerarchica, l’onestà e la sincerità. E’ probabile che la Cina abbia utilizzato questo suo riferimento spirituale, per decidere di seguire la strada che, per il momento, l’ha portata dritta ad incontrarsi con la logica occidentale.

Anche se tralasciassimo il fatto, non secondario, che da qualche tempo in Cina non ci sono più solamente operai, dunque le basi teoriche di Marx sono andate a farsi benedire, sembra che il mondo ex comunista, mantenutosi fintamente tale, sia diventato il più grande sostenitore delle idee capitaliste al di fuori dell’Occidente. Più in generale, per enormi paesi il capitalismo sembra diventato l’unica soluzione per alimentare, e poi parzialmente e non equilibratamente, arricchire popolazioni che così non diventano incontrollabilmente libere di pensare ad altri obiettivi che non siano quelli della convenienza economica.

Però basta tornare dalla Cina in Europa, per vedere che i pronipoti dell’ideologia comunista, quando sono presenti, fuori dai luoghi di una produzione in via di chiusura in troppe parti del mondo occidentale, continuano ad incitare operai sfiniti e sfiduciati ad una lotta di duro schieramento contro un nemico. Contemporaneamente, imprenditori che per lungo tempo hanno visto nel comunismo il nemico, vanno in Cina perché lì possono trovare opportunità che nell’Occidente non trovano più. Dunque basta che le consuetudini ideologiche si spostino di qualche migliaio di chilometri perche possano trovare alternativamente la causa di tutti i propri mali, oppure il miglior alleato, da tenere ben stretto, e con cui obbligatoriamente convivere, visto che fornisce la soluzione indispensabile alle proprie necessità o alla propria vocazione produttiva e redditiva.

Probabilmente in tutto l’Occidente, e particolarmente in Italia, sarebbe sensato abbandonare la contrapposizione di comodo determinata dagli schieramenti, perché questi ultimi sono ingannevoli tanto per i cittadini che producano, quanto per quelli che lavorino o rischino di non lavorare più. Quegli schieramenti impediscono di trovare strade condivise, e di vedere un altro inganno: il mercato fintamente “libero”, obbligando ad inseguire i costi sproporzionalmente bassi espressi da alcune società umane, consente soprattutto a grandissimi soggetti economici di approfittarne, ma compromette l’esistenza di un’enorme quantità di iniziative produttive e di lavoro all’interno delle società occidentali, dunque altre possibilità di benessere, e soprattutto altre libertà e dignità umane.

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161 Riconoscere il valore  della tenuta delle economie e delle società

Ritorno alla questione della competizione spiazzante determinata dai minori costi di produzione, e alle strategie adottabili per rispondere ad essa. Personalmente non trovo sufficiente sostenere che tale competizione si sia spostata sul piano degli investimenti in tecnologia, ricerca e formazione, perché questo argomento, se segnala in quale ambito si giochi la partita produttiva globale, evidenzia i fortissimi ritardi culturali e politici di un paese come l’Italia, ma non affronta il profilo della slealtà. Anzi, dimostra che lo spostamento delle produzioni a beneficio di paesi non occidentali si è fondato su differenze di costo così forti ed immutate al passare degli anni, da determinare una super competitività che ha consentito il loro rapido evolversi anche sotto il profilo tecnologico.

Non credo nemmeno che sia una soluzione sempre facilmente percorribile l’idea che basti convertire le produzioni occidentali verso nuovi mercati. E’ sicuramente una strada auspicabile, ma, qualora lo spiazzamento competitivo abbia già fatto entrare le aziende in una fase di difficoltà, spesso questi spazi di manovra non sono affatto semplici; senza considerare il fatto che richiedono importanti investimenti, costi, tempi non brevi. In molti casi non sono proprio possibili, con la conseguenza però che le persone perdono stabilmente il proprio lavoro e con esso la fiducia nelle proprie possibilità.

Non mi sembra rilevante neanche il fatto di considerare che, in presenza di un’eventuale protezione delle produzioni europee, la Cina non avrebbe consentito ad alcune aziende europee l’acquisizione di qualche piccola azienda cinese. Ovviamente ciò è vero, ma dimostra solo che la posizione che tali aziende erano riuscite a costruire in una particolare nicchia di mercato ha consentito loro di proiettarsi in un’acquisizione e non solo nello spostamento della produzione in terra cinese. Si tratta di casi non infrequenti che tuttavia non scalfiscono il punto in questione, ossia l’auto spiazzamento delle economie occidentali conseguente alla ricerca di costi di produzione non coerenti con la struttura sociale in cui esse si sono originate.[ix]

La sleale concorrenza il mondo occidentale ha finito per farla a se stesso, ed essa è andata ad accordarsi con il sogno di potenza economica di paesi che appartengono ad altre civiltà. Questi ultimi non possono certo preoccuparsi di essersi sostituiti all’Occidente, nella produzione di merci che esso chiede ad un costo del lavoro più basso di quello che tiene in piedi le proprie società. Dunque il punto, sul quale l’Occidente deve porre attenzione, è la tutela del valore del lavoro e della produzione svolti nei propri territori, il benessere sociale che si trasmette attraverso quel lavoro e si incorpora nei beni e nelle attività che esso può realizzare.

Alcune posizioni politiche, anche provenienti da schieramenti opposti, hanno già tentato di affrontare questi temi, ma senza riscuotere successo, molto probabilmente perché troppo forte è stata l’immediata, intuitiva ed emotiva difesa del concetto di “libero” mercato. Tanto forte da essere ideologica, cioè da costruire un sistema di semplici e granitiche idee, non discusse né discutibili perché intuitivamente considerate benefiche e quindi accettate come dato di fatto.

L’unica strada che ritengo percorribile per uscire dalla  crisi del mondo occidentale, e dalla crisi dei suoi rapporti con altre civiltà, è quella di ripensare da cittadini, tutti il più possibile uniti, il sistema degli scambi economici tra aree del mondo, superando gli schematismi imposti dalla misera politica degli schieramenti.

C’è un grandissimo valore nel mantenere possibile la produzione di una merce in Occidente ai costi delle sue società; ma tale valore non può risultare evidente all’uomo occidentale se utilizza come parametro di valutazione solamente il contenuto materiale di tale merce, e la ricerca del costo minore per ottenerlo. Infatti, se un imprenditore domani chiuderà l’attività, come altri suoi colleghi hanno già fatto, il suo dipendente non saprà dove andare ad esprimere la sua competenza, quindi il suo benessere sarà compromesso; in breve tempo il disagio diventerà frustrazione e poi aggressività. Significa allora che le merci che egli produceva alle dipendenze dell’imprenditore, e che entrambi non producono più, ora si possono ancora trovare perché provengono da contesti sociali che hanno costi notevolmente inferiori, ma tali merci importate non incorporano il valore del lavoro né gli altri costi occidentali, quindi non esprimono il livello di benessere richiesto e soddisfatto dai costi delle merci prodotte dall’imprenditore insieme al lavoratore occidentale.

Le due merci saranno forse confrontabili per la parte materiale, ma l’estrema diversità dei loro costi, valutate nell’Occidente nel momento in cui escano dalle rispettive produzioni, più che segnalare una non competitività del prezzo più alto, quello occidentale, segnalano una non rispondenza del prezzo più basso alla necessità di tenuta sociale europea o nordamericana, incorporata e soddisfatta dal prezzo più alto.

Deve essere l’Occidente stesso a saper riconoscere e proteggere la dimensione di benessere e di tenuta delle società, evidenziata dal proprio maggior prezzo, riconoscendo che nella differenza di valore espressa da un prezzo enormemente più basso c’è un disvalore che sottrae o distrugge sostenibilità.

Bisogna riflettere sul fatto che ciò che chiamiamo semplicemente “costo del lavoro” in realtà identifica un insieme di valori, sui quali si basano la convivenza e la dignità umana, la continuità operativa delle iniziative imprenditoriali, la vitalità dei territori, e quindi anche la tenuta o meno degli standard sociali di cui si nutrono le democrazie. Se tali valori vengono intesi solo come svantaggiose entità materiali, dunque come dimensioni scavalcabili nel raffronto con i costi di altri contesti sociali, arrivati molto più tardi ad un’evoluzione, si apre la strada al progressivo sgretolarsi delle società europee e nordamericana.

In questo campo l’Europa ha totalmente fallito, perché si è fatta orientare da uno sbrigativo calcolo, a beneficio del fraintendimento ideologico, dimenticando il corretto apprezzamento del valore sociale del lavoro ma anche la fondamentale importanza di mantenere la vitalità produttiva dei propri territori. Questi ultimi elementi, oltre che costi, sono componenti implicite e fondamentali della tenuta delle istituzioni democratiche ed economiche, riferimenti essenziali per la robustezza di una società, determinando la solidità o la distruzione della famiglia, il riconoscimento o lo svilimento della persona.

E’ per effetto di tale distorta logica occidentale, sostenuta dalla pessima gestione degli schieramenti politici, che in questi anni le imprese italiane ed europee hanno assistito alla brutale ristrutturazione internazionale dei mercati; molte hanno dovuto chiudere la propria attività, mentre buona parte di quelle che sono attive, pur essendosi riprogrammate e riorganizzate, a costo di enormi sforzi, hanno perso per sempre quote molto ampie del loro fatturato, a favore di paesi che invece le hanno definitivamente fatte proprie.

Ovviamente anche l’evoluzione tecnologica continua a sottrarre molto del lavoro direttamente eseguito dall’uomo, per cui bisognerebbe pure cominciare a riflettere sulle conseguenze che si stanno producendo nelle società avanzate, e a come reinterpretare questo elemento rispetto alle necessità di vita, di reddito e di coinvolgimento degli esseri umani.

Tuttavia qui voglio porre l’attenzione soprattutto alla logica di inseguimento dei minori costi produttivi. Essa è il motivo che obbliga tutta la società ad una pazzesca e frustrante rincorsa ai tempi e ai costi produttivi, e anche ad un costosissimo pronto soccorso: quell’aiuto della collettività, o welfare, che in realtà appare brutalmente messo in discussione, se non si proteggono sia i valori umani, che in senso lato sono anche economici, sia quelli della democrazia dall’attacco della finanza degenerata.

La ricerca dei minori costi ottenibili in molti paesi emergenti o in via di sviluppo, non ha prodotto solo effetti benèfici, come spesso si ritiene. Oltre ad avere utilizzato diffusi livelli di povertà, ha spesso determinato o accresciuto le disparità sociali, senza rendere più equilibrato il progresso di tante popolazioni. Quest’ultimo aspetto spesso non si vuole o si riesce a vedere, mentre l’attenzione è colpita dal proliferare di luccicanti grattaceli che spuntano come i funghi nelle metropoli orientali, e quindi gli occhi occidentali tendono a sintetizzare ciò che appare come un’evidente crescita di ricchezza. Di sicuro una ricchezza si è formata, però bisogna vedere se è reale o anche fittizia, da chi viene, a chi va, ed in quale misura va. Prima o poi, in molti dei paesi considerati emergenti ma ormai emersi, questi aspetti si renderanno più palesi, e chissà se, e come, verranno interpretati. Intanto i cittadini occidentali possono e debbono agire per affrontare le difficoltà che trovano origine in Occidente, cercando soluzioni che potrebbero determinare benefici anche oltre i suoi confini.

Se l’Occidente non riesce a vedere le ricadute su di sé del continuo trasferire produzioni al di fuori dei propri territori,  significa che è disposto a soffocare i propri cittadini e le proprie economie, fino a farle morire. Ritengo sia invece giunto il momento di rivedere molto velocemente tale disponibilità, senza attendere la disattenzione di una politica che finge di sapere cosa fare, e invece complica le difficoltà, dividendo e litigando.

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162 La particolarità italiana

In questo discorso l’Italia rappresenta un caso a parte nel mondo occidentale. La presenza di istituzioni deboli e spesso piuttosto tolleranti verso l’illegalità, orientate da partiti occupati a litigare per altri obiettivi e incapaci di progettualità, ha fatto sì che la produzione a costi del lavoro spiazzanti e sleali non fosse solo quella realizzata a migliaia di chilometri di distanza, ma anche quella che si svolgeva direttamente nel territorio italiano. Migliaia di attività produttive illegali, spesso create e gestite da non italiani, hanno messo fuori mercato la creatività, l’unicità e l’autenticità artigianale della produzione italiana, sottoponendo molte persone a forsennati ritmi di lavoro, a disumane condizioni di vita, al superamento della normativa fiscale, riuscendo nell’aggiramento delle inefficienti maglie di una burocrazia che, purtroppo, riesce talora a bloccare o soffocare le economie trasparenti e sane. Come risultato si è determinata da un lato la morte di molte storiche attività produttive, e dall’altro la creazione di ghetti, gestiti dalla criminalità organizzata, dal traffico di persone, dalle scommesse, dal riciclaggio, dal disagio, dall’odio, dalla xenofobia, dallo scontro sociale: ottimi terreni per la grossolana propaganda degli schieramenti che dietro hanno sempre i partiti.[x]

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163 Non protezionismo ideologico ma protezione della libertà e della sostenibilità

Chi ritiene che difendere il valore del benessere derivante dai valori e dai costi di produzione occidentali significhi fare del protezionismo contrario al libero mercato, abusa nello stesso tempo tanto del termine ‘protezionismo’ quanto del concetto di ‘libero mercato’. Nel primo caso perché ciò che l’Occidente deve proteggere non è un prodotto minacciato dal prezzo stracciato di un altro produttore che parta da simili costi, ma un modo di produrre che ha richiesto molti decenni per arrivare a definire un sistema di regole che tutelassero i lavoratori ed i produttori, l’ambiente e la sicurezza, costruissero forme di previdenza sociale e di protezione sanitaria, sicurezza per i consumatori e dignità per chi produce. Tutti questi elementi sono componenti essenziali della società, del benessere di chi lavora e di chi produce nei paesi occidentali. Per cui la società occidentale deve tenerne conto, anche aggiornandoli, e considerare che, o tali elementi non si sono sviluppati nei paesi nei quali in questi anni è stata rapidamente spostata la produzione, o le diversità dei prezzi esprimono un’enorme distanza di costi necessari a tenere in piedi società storicamente diversissime.  Ma se le società sono così diverse non ha senso continuare a sostenere un’idea di libero mercato che non consideri questo fondamentale elemento, e le obblighi tutte a subire l’incongruità di costi non propri, che diventano parametro globale per un calcolo orientato al ribasso.

Nella Cina del 2011, una persona che guadagnasse 60.000 yuan all’anno, lavorando almeno 12 ore al giorno, senza altri costi che quelli del proprio lavoro e delle materie prime, iniziava a costruirsi un’economia come poteva fare un piccolissimo imprenditore italiano tra la fine degli anni ’50 e gli inizi dei ’60. Anche considerandolo immutato nel tempo, quel guadagno, per effetto del cambio tra yuan ed euro, nei precedenti 10 anni equivaleva ad un valore compreso tra 4.700 e 7.400 euro annui. Un valore non raffrontabile con quelli necessari in Europa o negli Stati Uniti per condurre una vita dignitosa. Considerando che il nucleo familiare costruito da quel lavoratore cinese necessitava di 30.000-40.000 yuan annui per vivere, cioè tra 2.750 e 5.700 euro annui, e che tale nucleo, destinava 10.000 yuan all’anno, cioè un sesto del suo reddito, per far studiare il figlio alle scuole medie, si ha un’idea più precisa e non ideologica delle differenze tra la società cinese, i suoi costi ed i costi di quella occidentale. Tali diversità segnalano che non ci si può fermare alle sole differenze di costo del lavoro, come purtroppo è costretto a fare un imprenditore occidentale per restare sul mercato, qualora non esistano regole che lo inducano a fare scelte differenti.

Le diversità di costo che caratterizzano le rispettive società, oltre ad essere espressione delle rispettive differenti condizioni di vita, segnalano i livelli di benessere connessi con la possibilità di continuare a produrre e lavorare. Tali diversità vanno riconosciute e rispettate.

Se si riconosce che la produzione altrui è legittima e possibile tanto quanto la propria, bisogna trovare il modo di renderle raffrontabili e compatibili.

Non si tratta di penalizzare intenzionalmente la produzione di altri per avvantaggiare la propria, come avveniva nel ‘700, ma di considerare che, dietro al costo del lavoro altrui, c’è un complessivo basso costo della società altrui: dunque il prodotto che da essa provenga, nel momento in cui entra nella società occidentale, e prima di essere aumentato di un margine di guadagno per chi intenda commerciarlo, deve vedere incrementato il proprio costo perché altrimenti non rispetta valori sociali troppo importanti per essere compromessi. Ossia il contenuto di valori sociali espresso dal costo di tale prodotto deve essere compatibile con il contenuto di valori sociali definito dal costo delle merci dello stesso tipo prodotte in Occidente.

Stabilendo regole che riportino i costi delle produzioni a criteri di congruità e raffrontabilità delle società, si potrebbe costruire una competizione leale e sostenibile, ossia tale da tener conto sia delle diverse condizioni nelle quali si trovino gli esseri umani in ogni società, sia dell’impatto dell’azione umana sulle risorse naturali per garantire opportunità di vita anche agli esseri umani delle generazioni future.

Si può individuare la leale competizione come occasione per l’animo umano di esprimere le proprie potenzialità, attraverso la produzione di merci o la comunicazione di culture, per cercare un ben essere condiviso, ossia un esistere di esseri umani compatibile con l’esistere di altri esseri umani, i quali, partendo da differenti ma raffrontabili condizioni sociali, siano gli uni rispettosi degli altri, in modo da considerare pure le ricadute delle attività umane sul Pianeta. Quindi in questione non è il protezionismo punitivo ma sono la confrontabilità delle società, la sostenibilità e la compatibilità dei loro costi rispetto alle necessità dell’esistenza umana. Anzi, è proprio il tentativo di condire un’idea di protezione con toni astiosi e punitivi a non essere giustificabile, perché cerca motivi ideologici per individuare il nemico in qualcuno che ci sottrarrebbe il mercato per rovinarci. Motivi che diventano l’arma  per la facile propaganda di posizioni politiche.

Le argomentazioni che si oppongono alla protezione dalla slealtà competitiva giungono sempre ad uno stesso scontato e potente esito retorico: quello di criticare le intenzioni ‘protezionistiche’ e i ‘dazi’, additandoli come ferrivecchi di epoche antiche, inadatti alla velocità e alla flessibilità degli scambi contemporanei, dunque criticabili come inaccettabili freni dello sviluppo economico. In effetti i dazi sono ferrivecchi perché erano stati concepiti per economie chiuse che si dovevano difendere da società nemiche o dalle loro efficienze, non per raffrontare e valorizzare la specificità dei reciproci costi. Secondo i sostenitori del “libero” scambio lo sviluppo economico avverrebbe automaticamente, per effetto di produzioni che si dirigono laddove i costi sono inferiori,  e da lì si distribuirebbero, senza tener conto delle differenze di valore espresse dalle società. Un criterio logico richiederebbe invece di verificare se, anziché essere frutto d’efficienza, un livello tanto basso di costi derivi da una differente storia evolutiva della società, cercando di capire quali conseguenze derivino sulle società dall’assorbimento di costi non propri.

In realtà, a parte la considerazione che gli stessi Stati Uniti fanno impiego di protezioni fiscali ad alcune proprie produzioni, ciò che ha dapprima frenato e poi drasticamente rotto la tenuta delle economie occidentali, portandole al gravissimo declino, è stata proprio la rincorsa ad un costo del lavoro caratteristico di società diverse dalle proprie, facendolo diventare diffuso elemento di inefficienza sociale.[xi]

In un mondo caratterizzato da economie interconnesse ma squilibrate sarebbe necessario consentire a tutte le società la partecipazione alle produzioni ed agli scambi senza essere sottoposte a meccanismi penalizzanti. L’utilizzo di costi del lavoro dieci volte inferiori rispetto a quello delle economie occidentali è proprio il principale meccanismo penalizzante, che si ritorce contro di esse, impedendo il mantenimento di un’estesa e leale competizione. D’altro canto, se volessimo ottenere rispetto e considerazione dovremmo avere rispetto e considerazione per la condizione altrui, e guardare con occhi non solamente occidentali: dovremmo riconoscere che la non accessibilità ad una tecnologia anche parzialmente arretrata, è uno dei fondamentali elementi che escludono le economie del “terzo mondo” dall’accesso ad un equo e sostenibile “libero” mercato.

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164 Come autoingannarsi sulla libertà

Nella mente degli esseri umani, ed in particolare degli imprenditori, il concetto di libero mercato corrisponde ad una dimensione in cui i prezzi dei beni e dei servizi sono determinati dall’incontro tra domanda ed offerta, senza interferenze da parte dello Stato, e senza vincoli in merito alla quantità o qualità di beni da offrire e domandare, o al dove e come organizzare la produzione. Però  tale concetto finisce per giustificare le difficoltà nelle quali si trovi un territorio, il quale dopo aver espresso un’importante storia produttiva, veda progressivamente scomparire le produzioni senza che ad esse se ne sostituiscano altrettante. Ne consegue che la società, cui quel territorio appartiene, è costretta a subire il peso di crescente declino, per essere stata esclusa da un mercato che le ha imposto di adeguarsi a costi non suoi.

La libertà di mercato, non essendo definita attraverso criteri di comparabilità delle differenze economiche che caratterizzano le società, ne prescinde, assolutizzandole, diventando perciò libertà estrema e superficiale perché ideologica, e, contrariamente a quanto in astratto si pensa, penalizzante, perché si traduce in estromissione.

L’estremizzazione della libertà del mercato è indifferente all’importanza di mantenere sia la produzione legata ad un territorio, sia il lavoro agganciato ai costi della società in cui si svolge la produzione; tuttavia queste ultime sono condizioni essenziali perché la società si mantenga vitale, e si possa ragionare di una distribuzione del benessere che la tenga solida. Ma, oltre a questo motivo, perché questi valori dovrebbero essere importanti per la definizione di libertà del mercato?

Un mercato è libero se ogni società ed ogni economia può partecipare ad esso. Però una società ed un’economia che vedono restringere ogni giorno la quantità delle proprie attività produttive e ridurre il numero dei propri cittadini che lavorano, non sono più una società o un’economia libere di partecipare al mercato, anzi vengono progressivamente escluse da esso. Ne risulta che non si può più affermare che il mercato è libero, bensì che crea condizioni di continua estromissione ed esclusione.

L’Occidente non si è accorto del fatto che, sebbene non vi sia condizionamento dello Stato, la libertà offerta dal mercato è solo fittizia. Infatti, nel momento in cui si consente che le produzioni siano condizionate dai costi della società che li abbia più bassi, si determina un meccanismo produttivo di libertà vincolata ed escludente. Un meccanismo cercato dai soggetti economici dotati di maggiore forza di condizionamento, i quali per mantenere la propria posizione necessitano di una globale assenza di regole. Attraverso tale assenza si riduce la libertà di produrre e lavorare coerentemente con i costi ed il benessere di ogni specifica società, quindi si impedisce l’esistenza di una sana e leale competizione che potrebbe disturbare chi nel mercato detiene la posizione dominante.

Dunque da una libertà non definita da criteri comparativi è derivata una libertà distorta ed escludente. Un risultato proprio opposto a quello tanto sbandierato dai fautori del libero mercato.

L’Occidente, forse senza accorgersene pienamente, ha giustificato ed inseguito un’aberrazione di libertà, non considerando che prima o poi si sarebbe ritorta contro di sé. La contemporanea inefficienza di una politica basata sugli schieramenti, dividendo la società o distruggendone le risorse, ha impedito altra libertà, non consentendo la creazione delle migliori condizioni per il rafforzamento e l’evoluzione economica, cosicché ha aggiunto difficoltà ad impoverimento.

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165 E’ sparita la dignità ed è apparso il virus dell’impoverimento

La presunta libertà di un mercato senza regole ha influito nella concezione del lavoro; infatti ha indotto a ritenere che anche il lavoro fosse una merce come le altre. In realtà, anche per molti degli stessi imprenditori è improprio qualificare il lavoro come una merce.[xii]

Il lavoro è un’esigenza materiale e psicologica che ha bisogno di certezze e stabilità per costruire l’esistenza, e necessita di motivazioni più che di rigidità per esprimere le sue potenzialità. E’ quella particolare espressione di energie, abilità, disponibilità e capacità della persona che, traducendosi in un reddito per chi lavora e per chi quel lavoro acquista, sostiene le condizioni materiali e spirituali della società, determinando le basi per la tenuta democratica ed istituzionale di uno Stato. E’ dunque una dimensione importantissima e fondamentale della società, non a caso sottolineata dall’articolo 1 della Costituzione italiana, mentre una sbrigativa ottica occidentale ha indotto ad interpretarla come un costo qualsiasi da impiegare nel processo di produzione, senza considerarne fino in fondo la rilevanza sociale.

Il concetto di un lavoro-merce è stato dominante nel lavoro dipendente, particolarmente nell’ambito della produzione industrializzata, e nelle occupazioni caratterizzate da scarsa specializzazione, ossia da capacità esecutive facilmente trasferibili a lavoratori i quali vivessero in contesti sociali caratterizzati da costi straordinariamente bassi. Tuttavia, ciò ha agganciato la società occidentale al costo del lavoro di società non occidentali, determinando conseguenze che non si sono limitate al solo lavoro dipendente, ma hanno provocato un impoverimento contagiante, che, come un virus lento, ha influenzato le capacità reddituali di moltissime categorie di lavoro, e particolarmente delle fasce di popolazione più giovane. Solo poche realtà lavorative possono dire di non percepire alcun riflesso da questi effetti. Questa è stata una conseguenza non considerata dalla politica, ma la sua sottovalutazione è stata gravissima.

Sebbene gli schieramenti politici abbiano costruito schemi che obbligassero i cittadini a sentirsi di destra, o sinistra o di centro, inducendoli a ragionare senza il proprio libero pensiero, moltissimi di loro sono fortemente accomunati dalle gravi conseguenze dell’impoverimento. Il virus si diffonde tra di loro e non guarda alla destra, né alla sinistra, né al centro.

Le conseguenze di questo virus sono state la progressiva chiusura delle piccole e medie imprese, la continua riduzione dell’occupazione, l’inarrestabile declino di tante aree artigianali ed industriali, cresciute assieme alle attività indotte nel corso di decenni, dismesse nel giro di qualche anno, e abbandonate per l’impossibilità di progettare destinazioni economicamente motivate. Così, si sono susseguite le chiusure di tantissimi laboratori, di vari servizi, di tante attività commerciali, soprattutto di quelle serie e corrette verso il fisco e la burocrazia, arrivate per disperazione ed eroismo a resistere inventandosi l’inventabile, talora affrontando l’usura e le mafie, finendo per arrendersi, lasciando molte periferie e centri urbani in pericolose condizioni di inutilizzo, degrado, invivibilità, impoverimento diffuso e contagiante. Le conseguenze ultime e più drammatiche della perdita del lavoro o del fallimento nell’impresa sono il senso di fallimento esistenziale, e una distruzione nell’animo delle persone. Potenti conferme per alimentare un crescente senso di sfiducia o addirittura la paura del futuro per intere società.

Le scelte compiute da una parte d’Occidente, che non aveva in mente la libertà di produrre e lavorare, ma quella di estromettere o escludere dal mercato, hanno trascinato le sue intere società in un vicolo che si è fatto sempre più stretto e cieco, determinando il soffocamento di imprenditorialità, artigianalità, creatività, professionalità, competenze, interpretazioni del lavoro come contesto di libertà e di sviluppo delle persone. Se si considera che a questi elementi, comuni a tutti i paesi occidentali, in Italia si sono aggiunti la totale inefficienza della politica, un altissimo livello di tassazione, sia per i lavoratori che per i datori di lavoro onesti, lunghissimi tempi per la riscossione dei crediti vantati nei confronti della pubblica amministrazione, gli impedimenti e la sleale concorrenza attuati per il tramite della politica stessa, la spesa pubblica più alta per il più basso livello di servizi e prestazioni realizzate tra i 27 paesi europei, si capisce in quale impossibile mare il Paese sano abbia navigato.[xiii]

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166 Il “libero” mercato che impedisce la leale concorrenza, obbliga all’esclusione e induce allo scontro

Un imprenditore che si trovi a dover competere con merci analoghe alle proprie e importate da paesi aventi un bassissimo costo del lavoro, ha davanti a sé solo due strade: obbligare il più possibile e continuamente la società ed i lavoratori ad accettare stipendi più bassi, fino a renderli incompatibili con un’esistenza dignitosa, e insostenibili per la tenuta della specifica società nella quale ha iniziato a produrre; oppure tentare di resistere, riducendo velocemente e progressivamente la redditività, fino a che essa si annulla e allora deve arrendersi. Dovrà considerare insostenibile la produzione nel territorio nel quale l’ha intrapresa, e accettare che gli sia impedita.

In tale contesto quali possibilità ha il suo lavoratore dipendente? Ragionando per semplificazione,  se egli non accetta di abbassare il prezzo per il lavoro offerto, arriverà un momento nel quale il suo costo sarà considerato insostenibile, e il lavoro che perderà potrebbe non esserci altrove, se molte altre aziende si trovano in simili difficoltà. Va considerato che la sua libertà trova un limite nel reddito di cui necessita per condurre un’esistenza dignitosa nella società nella quale vive.

Una società che trasferisce sempre più le sue produzioni dove costano meno e che importa prodotti ottenuti impiegando un bassissimo costo del lavoro, sembrerebbe una società che costa poco, in realtà è una società che progressivamente non riesce più a sopravvivere. Il trasferimento di quella produzione e l’importazione di quel costo si traduce nella demolizione del proprio tessuto produttivo, rendendo la società sempre più fragile. Infatti ciò può indurre anche le aziende sane a giustificare il trasferimento della propria attività produttiva in mercati che appaiono molto più dinamici e forieri di redditività. Con il risultato che le opportunità di lavoro all’interno del Paese si ridurranno sempre più.

Se molte aziende decidono di chiudere l’attività per l’impossibilità di competere, o di spostarla altrove, può accadere che la società ritenga di dover intervenire con il proprio sostegno, almeno temporaneamente, per far fronte a quella situazione. Ciò si tradurrà in un aggravio di costi per la collettività, dunque per cittadini ed imprese che dovranno pagare maggiori tasse o impedirsi altre scelte, utili, per esempio, per investimenti, tecnologia, formazione, o per quanto potrebbe accrescerne il benessere. D’altro lato, ad un certo punto, tale società dovrà persino escludere il sostegno ai suoi cittadini, per non diventare preda di una manipolazione finanziaria che può far esplodere il debito pubblico. Peraltro, se si riduce il reddito complessivo di quella società vi saranno minori entrate fiscali, quindi i soggetti che la compongono dovranno affrontare un debito pubblico sempre meno sostenibile.

Cosa sono queste, se non riduzioni delle libertà di cittadini e imprese, tutti obbligati a partecipare passivamente al mercato per consumarne i beni, ma progressivamente a rischio di  essere esclusi dalla possibilità di svolgervi un ruolo attivo?

Questi aspetti a parer mio dimostrano quanto il presunto libero mercato globale non sia veramente libero per tutti i soggetti che lo potrebbero comporre, ma solamente, ed in misura estrema, per alcuni di essi. Quindi è condizionato e condizionante per tutti gli altri “partecipanti”.

Un contesto di questo tipo, anziché essere visto nell’ottica delle conseguenze che provoca su tutti i cittadini, si è prestato alle esasperate interpretazioni di forze politiche le quali, inseguendo la propria utilità elettorale, hanno semplicemente puntato ad alimentare uno scontro inconcludente e deleterio, fonte di continue divisioni. Finiscono per pagarne le spese occidentali impoveriti, messi gli uni contro gli altri, o disperati esseri umani, in fuga dai regimi di paesi sottosviluppati che lo stesso Occidente ha ampiamente sostenuto, persone che sperano di trovare altrove la libertà e le condizioni di cui non dispongono nei luoghi d’origine. Quando raggiungono l’Occidente sognato scoprono che il benessere è svanito pure lì.

Quale futuro possono avere società nelle quali gli esseri umani si trovano gli uni contro gli altri? Se le società occidentali non sapranno unirsi, se non sapranno rivedere i criteri di funzionamento del mercato, della finanza, della politica, per renderli funzionali alla sana esistenza dei cittadini, se non sapranno costruire strategie di inclusione e partecipazione, potrebbero vedere avvicinarsi il caos di rivolte sociali che si sviluppino e trasferiscano da un paese all’altro, e di continente in continente.

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167 La libertà di lavorare e di produrre in società sostenibili

Nel mondo occidentale le produzioni sono avvenute con modalità che si sono continuamente modificate per effetto di una lunghissima e faticosa sequenza di conflitti ed accordi, fino a costituire un modello di costi, in primo luogo del lavoro, che tenesse conto di tutte le esigenze espresse dalle sue società. Tutto il mondo occidentale né è permeato e per tale ragione i suoi costi, seppur differenziati, sono di entità simili, mentre i costi che caratterizzano la produzione in altre società sono incomparabilmente lontani, spesso inferiori anche 5-10 volte rispetto ai valori occidentali. Siccome dietro al costo del lavoro, dell’ambiente, della sanità, della sicurezza, della qualità, ci sono valori che determinano livelli di vita, di produzione e di benessere della società occidentale, nulla vieta che tali componenti possano essere conquistate anche dalle aree del mondo che non le abbiano ancora acquisite. Non si tratterebbe di un processo facile, né scontato e dovrebbe tener conto, tra l’altro della finitezza delle risorse e di come si accede ad esse, tuttavia prefigurerebbe i criteri attraverso i quali consentire la sostenibile convivenza di società differenti. Non può invece avvenire l’inverso, pena una corsa all’autodistruzione delle società occidentali dalle fondamenta. Infatti, seguire il percorso contrario comporta l’assurdo tentativo di rincorrere i costi di società che hanno avuto storie evolutive completamente diverse e distanti.

La logica, intuitivamente e grossolanamente seguita dal mondo occidentale, l’ha condotto a piegare le proprie società, le proprie economie e gli esseri umani in senso opposto alla loro possibilità di sopravvivenza, limitando anche la loro libertà di mantenere vitale la propria organizzazione sociale. Ossia pregiudicando la libertà di scelta degli individui. Quella attuale finisce per essere una società non più sostenibile, perché non è realmente libera e rispettosa delle libertà.

Oltre ad obbligarsi all’impoverimento, una società così orientata costringe continuamente lavoratori ed imprenditori a porsi gli uni contro gli altri, impedendo la costruzione di ambiti di condivisione di responsabilità e benefici per sostenere la stessa comune sorte e la propria ricerca di benessere.

Proprio perché l’Occidente si è imprigionato dentro a meccanismi autodistruttivi, accetta che questi gli impediscano la costruzione di solide politiche industriali, o, più in generale, economiche, finanziarie, sociali. In sostanza fatica a  mantenere uno stabile presente e non è più capace di creare un futuro. L’unica possibilità che gli rimane, e la sta consumando velocissimamente, è quella di correre verso la precarietà e il non senso umano, lavorativo, imprenditoriale.

Grecia, Portogallo, Italia, Irlanda, Spagna, non hanno di fronte a sé una possibilità di recuperare dalla grave situazione in cui sono, perché il mare in cui si trovano è una pozzanghera che si sta seccando. Ma, analogamente, Inghilterra, Francia, altri paesi europei, e pure gli Stati Uniti, stanno scivolando in un pendio economico sempre più arido, che nell’Occidente finisce per non risparmiare nessuno. La forza impoverente di tali meccanismi porta dritto a complicare la convivenza sociale, in modi che alimentano continuamente lo scontro e non necessariamente determinano benessere per il resto del mondo. Si costruisce così un’autostrada per il rispolvero di vecchie o nuove posizioni ideologiche o per gli inganni demagogici, ai danni di cittadini sempre ridotti a pecore divise, le une contro le altre, pronte per nuovi costruttori di divisione.

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168 Lealtà, inclusione, sostenibilità: valori per un mercato realmente libero e responsabile

Come affrontare il vicolo cieco nel quale ci troviamo?

Potremmo cominciare a pensare che il mercato non sia solo acquisto, per consumo, da soggetti che producono e vendono, ma anche “acquisto” e “vendita” di valori sociali, lavoro, capacità, benessere, dignità della persona, qualità ambientale, che entrano nel valore della produzione di beni e nella composizione della società, e pertanto, quando tali beni vengono comprati e venduti, anche se non ce ne rendiamo conto, diffondono ancora gli stessi valori sociali, assieme al valore aggiunto tipicamente considerato dalla teoria e dalla pratica economica. E’ l’insieme di queste due componenti, valore aggiunto economico e valore aggiunto sociale, a determinare un’opportunità di diffusione di benessere. Un’opportunità che può tradursi in reale diffusione se si accompagna ad inclusione, la quale a sua volta consente di evitare i conflitti, quindi di generare stabilità.

Il mercato dovrebbe acquisire un nuovo significato di inclusione in una leale competizione, non quello di una continua esclusione.

Oltre ad inclusione e leale competizione, i principali valori a circolare in un’economia dovrebbero essere l’equa considerazione del lavoro, l’effettiva libertà di intraprendere, ma anche la responsabilità delle scelte: valori capaci di mantenere vitale tutta la società; di conferire solidità e trasparenza ai rapporti tra economia, finanza, società, ambiente; di rendere sostenibile la ricerca del benessere. Se una società non considera tali componenti non ha criteri per proteggersi dal declino. Così le merci che essa importi, facendo circolare un valore del lavoro e della produzione adeguati a sostenere una società dai costi inferiori, possono da un lato impedirle il mantenimento dell’insieme di valori che fino a ieri la reggevano, dall’altro non consentirle di evolvere verso ulteriori gradi di libertà.

La necessità di scelte correttive suggerirebbe un ripensamento ed un riequilibrio globale dei rapporti tra le società, nei quali un’Europa politicamente unita potrebbe svolgere un ruolo fondamentale. Un ripensamento ed un riequilibrio che in Occidente dovrebbero vedere protagonisti i cittadini e non gli schieramenti, dato che i partiti sono grandi utilizzatori delle parole ‘sostenibilità’, ‘equità’, ‘libertà’, ‘valori’, ‘competizione’, senza riuscire a tradurli in nient’altro che motivi di divisione.

Agendo nella direzione di un riequilibrio potrebbero derivare conseguenze anche per le condizioni di vita degli esseri umani appartenenti ai paesi non occidentali. Infatti, il riequilibrio che si fondasse sull’introduzione nel mercato di criteri di comparabilità tra i costi sostenuti da differenti società, potrebbe indurre un’evoluzione delle società caratterizzate da costi inferiori, le quali rimarrebbero libere di produrre e competere, ma potrebbero essere incentivate a considerare e a fare gradualmente proprie quelle componenti di costo che le società occidentali hanno acquisito nel corso di un tempo molto lungo.

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169 Visioni ideologiche o pensiero indipendente e libero?

Una concorrenza responsabilizzata da criteri e regole di sostenibilità, lealtà e trasparenza potrebbe permettere la partecipazione attiva di tutte le società nell’ambito di mercati globali complessi e interconnessi. Queste ultime componenti costituiscono un contesto impensabile solo qualche decennio fa, e a maggior ragione non concepibile per i pensatori del ‘900, dell’800 nel quale visse Marx, o addirittura della fine ‘700 nella quale visse Smith.[xiv]

Mentre Smith pensava alla libera concorrenza espressa da attività di piccole dimensioni, scarsa meccanizzazione, limitatissima circolazione del denaro, bassissima possibilità di creare economie e posizioni di dominio attraverso la dimensione produttiva e la dotazione di capitale, Marx osservava gli squilibri sociali finendo per ingessarli in rapporti inevitabilmente conflittuali tra chi produce e chi lavora, non potendo, né volendo immaginare che chi lavora ad un certo punto possa contribuire ai benefici dell’attività produttiva, o voglia diventare anch’egli un produttore. Nelle loro epoche, e in quelle successive, non esistevano le democrazie come sono configurate oggi, né una possibilità di aggregazione quale consentirebbe l’Europa, né le tecnologie, le comunicazioni, la finanza attuale e le sue possibilità manipolative, le necessità di stabilità nel finanziamento dei debiti pubblici, i rapporti sociali, le culture, la capacità condizionante di alcuni ambiti economici, le demografie, gli impatti umani sull’ambiente, e via di questo passo: insomma il nostro contesto è lontano anni luce da quelli nei quali sono nate quelle importanti analisi.

La forza delle analisi di Smith e Marx, o di altri pensatori, si è prestata a diventare il fondamento per visioni ideologiche condizionanti e conflittuali, che hanno coinvolto gli esseri umani di molte diverse epoche, anche quando il pensiero economico si è arricchito ed evoluto attraverso le teorie di molti grandi economisti come John Maynard Keynes e Friedrich Von Hayek. L’intervento dello Stato nell’economia deve esserci quando il mercato si trova in un momento di crisi, quando l’occupazione è troppo bassa: questo (e molto altro) pensava Keynes. I prezzi sono il frutto di azioni involontarie, non di progetti umani, e vanno lasciati liberi di muoversi: questo (e molto altro) pensava Hayek. Keynes, pur essendo ricordato per il ruolo che assegnava all’intervento della spesa pubblica,  credeva nel mercato; Hayek, pur essendo riconosciuto come sostenitore del mercato, non escludeva che lo Stato dovesse svolgere un ruolo in certi ambiti.

Le teorie di quei grandi economisti, nessuna delle quali esente da difetti, evidenziano due aspetti critici: se la politica definisce un progetto sociale attraverso un rigido piano può costringere la società a diventare molto costosa o bloccata, e può anche diminuire le libertà; tuttavia se manca un progetto complessivo e tutto viene affidato al mercato, non è detto che la società sappia dove andare, né che riesca a superare le difficoltà lasciate irrisolte da un mercato fatto di soli prezzi e di società caratterizzate da costi molto differenti, anzi quest’ultimo può perfino complicarle, sottraendo altre libertà e determinando altri costi, se non è adeguatamente definito da regole condivise, anche di livello sovranazionale.

Sebbene le politiche occidentali abbiano ripetutamente sperimentato le opposte strade proposte da quegli economisti e da altri ancora, hanno finito per esasperarne gli intenti, non considerandone i limiti, ed estremizzandoli. In realtà alcuni economisti hanno anche fornito modelli teorici a sostegno di precise posizioni ideologiche, e di essi si sono serviti gli schieramenti politici per introdurre rigide e semplicistiche ricette economiche dentro ai propri schemi, facendosi credere risolutori dei problemi agli occhi degli elettori, obbligandoli a dividersi, e a subire le incapacità gestionali dei partiti.[xv]

L’obiettivo principale di ogni schieramento è quello di perpetuarsi nel tempo, cercando il mantenimento di continue divisioni tra i partiti e, attraverso questi, della società. Tali divisioni ideologiche sono diventate sia i riferimenti necessari ad imprigionare le menti e i voti, sia gli elementi dai quali hanno voluto distinguersi i programmi degli schieramenti intermedi. Tuttavia nessuno schieramento è riuscito a  difendere i cittadini dalle difficoltà determinate da finanza e mercati privi di regole, perché, al di là delle teorie e dei proclami, la principale finalità degli schieramenti è garantire la propria esistenza ed il perpetuarsi delle proprie oligarchie.[xvi] Quindi se continuassimo a ragionare con gli schemi nati da visioni costruite in epoche diverse da quella attuale, tanto attraverso posizioni estreme quanto tramite quelle intermedie, utilizzeremmo paraocchi finalizzati a garantire la sopravvivenza dei partiti e il mantenimento delle loro oligarchie, ossia impediremmo alle nostre società l’evoluzione di cui necessitano per arrivare a più alti livelli di stabilità.

Dunque i cittadini necessitano di pensiero indipendente per riuscire a costruire nuovi e più alti profili di libertà che sono impediti dagli schieramenti.

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170 I valori della comparabilità, compatibilità e sostenibilità per la diffusione del ben essere

Da tempo si sostiene che il libero mercato, attraverso la propria efficienza, diffonderebbe benessere. Come mai questa diffusione non avviene contemporaneamente per tutte le società? Come mai l’Occidente che ad esso ha creduto, non ne sta beneficiando come si auspicava?

Il concetto di mercato, accostato alla parola libero, rischia di essere malinteso, ossia considerato come qualcosa di astrattamente libero, autosufficiente nella produzione e scambio di merci, un meccanismo che opera indipendentemente dalle società nelle quali esso si situa, espressione solo di costi e di loro continuo miglioramento, ossia  di riduzione. In tal modo il mercato viene inteso come un congegno apparentemente perfetto, e che non necessita di altri criteri per funzionare, men che meno di valutazioni di sostenibilità. Le società vengono ridotte a masse di consumatori o produttori condizionati da tale congegno, e non intese come insiemi di soggetti liberi di accordarsi per stabilire i criteri di partecipazione ad esso. In tal modo si vede la ragion d’essere del mercato solo in un grande e globale motivo di aggiramento di costi, di costrizione intorno ad essi, e di corsa per la conquista di una fetta della torta sempre più grande. Non c’è alcuna riflessione sulla qualità della torta o sui criteri introducibili per consentire al maggior numero di pasticceri di prepararla. Non si vede altro e non si può vedere altro.[xvii]

Il mercato così inteso sarebbe un meccanismo dotato di una presunta superiore capacità di autoregolamentazione, indifferente al fatto che gli esseri umani che lo alimentano vivano nella società B o nella A. Attraverso tale visione ci si dimentica almeno di due aspetti: da un lato, in assenza di regole che lo rendano lealmente concorrenziale, il mercato non è indifferente alle logiche alle quali qualcuno riesca ad obbligarlo; dall’altro il mercato ha comunque ricadute di tipo sociale, tanto che se viene costretto ad inseguire i costi più bassi sottrae ad alcune società la libertà di produrre e di lavorare. Ne consegue che, se tale meccanismo è vincolato alla rigida ricerca dei costi inferiori, presenti nella società A, questi ultimi, anziché essere valutati per la loro relatività, vengono interpretati al contrario, come parametro di riferimento al ribasso, così da rendere insostenibili i costi, ossia i valori della società B, che pure quel mercato alimenta. Ma allora, se la società B vuole rendere sostenibili i propri costi e valori, non deve far altro che accorgersi che essi significano la propria sopravvivenza, quindi deve riconoscere l’importanza di tutelarli, riequilibrando il mercato.

Se nel mercato si introducesse il criterio della sostenibilità degli scambi, allora si darebbe rilevanza tanto al rispetto degli esseri umani di ogni società, quanto alla specifica struttura di costi da essa derivante. Il mercato diverrebbe realmente libero, con l’ulteriore qualità di mantenere solide le società.

Sebbene nei mercati non sia tanto facile comprare né vendere fiducia, responsabilità, trasparenza, affidabilità, stabilità, sostenibilità, esse sono requisiti essenziali per conferire solidità all’economia e alle società, e solo gli esseri umani possono trovare il modo di introdurli attraverso regole vitali.

Il mercato, essendo inevitabilmente legato e determinato dagli esseri umani, che ad esso partecipano come produttori o come consumatori, o più in generale come persone, legittima i cittadini, le loro imprese, i lavoratori, le varie componenti della società e dell’economia a stabilire quali regole e caratteristiche possa avere. Un ruolo che i cittadini e le loro economie difficilmente sono riusciti a svolgere, perché o è stato condizionato da pochi grandissimi soggetti, o ha subito l’interessata influenza di oligarchie e tecnocrazie che si sono accordate su altri obiettivi in chiusi organismi autoreferenziali.

Anziché subire un mercato privo di criteri che ne tutelino la reale libertà, i cittadini uniti e di pensiero indipendente devono essere i fondamentali attori di una politica e di un mercato caratterizzati da essenziali regole di libertà. I cittadini potrebbero accordarsi e stabilire quali caratteri debba avere un mercato di vera e libera concorrenza per sostenere la vitalità della propria e delle altrui società.

Un carattere essenziale dovrebbe essere la comparabilità dei costi e la compatibilità dei valori richiesti per produrre simili merci in differenti società. Tale comparabilità dovrebbe essere tutelata attraverso una fondamentale regola di gestione degli scambi. Pertanto, se una determinata merce, prodotta dalla società del paese A, incorpora costi di valore assimilabile a quelli sostenuti per produrre un’analoga merce realizzata nella società del paese B, allora entrambe le merci stanno veicolando comparabili costi per un comparabile benessere sociale. Se invece una merce proveniente da A non incorpora o non rispetta analoghi valori, e quindi è caratterizzata da un costo fortemente inferiore, la sua sproporzionata distanza rispetto alla quantità di valore richiesto per effettuarne la produzione in B non è sostenibile per quest’ultima. Se manca questa sostenibilità la merce proveniente da A non ha motivo di scalzare quella prodotta in B, rendendola non più producibile perché non conveniente, ma si dovrà tenere conto della differenza di valore esistente tra le due, imponendo correttivi fiscali che ricostruiscano tale sostenibilità, compensando lo squilibrio di valore sociale che la prima sta determinando. Infatti, in quella differenza non c’è solo un valore materiale, ma c’è un enorme valore di benessere umano, imprenditoriale, di lavoro, sociale, sanitario, di sicurezza, etico ed ambientale che va rispettato. Si tratterebbe di riconoscere e relativizzare le differenze espresse dalle società, per salvaguardarne i valori.

I cittadini devono stabilire che la libertà del mercato non si traduca in una costrizione a non poter produrre o lavorare, né in un obbligo all’impoverimento, ma ritorni ad essere possibilità di continuare a produrre e lavorare, oppure di cominciare a produrre, perché ciò significa proteggere le vitali necessità di un’intera società. Credo che in questi profili potrebbe esprimersi una strada di evoluzione stabile e sostenibile per l’Occidente ed il mondo intero, perché la produzione non verrebbe slegata dai valori della società in cui si era insediata o nella quale potrebbe evolversi. In tal modo si determinerebbero le condizioni per mantenere una consapevole  e responsabile vitalità dei territori e delle economie: qualità che creano e diffondono benessere.

Soprattutto un’Europa unita da una comune politica dovrebbe tutelare i valori conseguiti nel corso della propria storia sociale e produttiva, introducendo criteri di sostenibilità e raffrontabilità come fondamentali componenti di libertà che non possono essere escluse dal funzionamento dei mercati.

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171 Le forze condizionanti, slegate dal territorio, dalla compatibilità, dalla sostenibilità e nemiche della leale concorrenza

Un ruolo fondamentale nel determinare l’involuzione delle economie occidentali è stato svolto da grandissimi soggetti economici che operano a livello mondiale. Moltissimi cittadini, quando ne hanno acquistato le merci, sono stati catturati dai loro prezzi, diventando più o meno inconsapevoli sostenitori di una ricerca della massima differenza ottenibile tra il valore riconosciuto alla produzione laddove essa si realizza e quello attribuito nel luogo nel quale viene venduta. Ciò, come in un circolo vizioso, ha rafforzato la progressiva spirale dello spostamento delle produzioni.[xviii]

La logica delle grandissime aziende internazionali prescinde dalle esigenze di un mondo occidentale fatto di moltissime piccole e medie entità produttive, né si preoccupa della necessità dei cittadini di proteggersi dall’impoverimento delle economie. Ciò perché le prime cercano di imporre le proprie logiche, strategie e finalità, in modo tale da indurre sia le seconde, sia il resto del mondo, ad un adeguamento e possibilmente ad un’omologazione. Questi elementi sono funzionali all’ottenimento dei propri migliori risultati economici con i propri minori costi possibili.

Per quelle strutture il consumatore ideale è qualcosa di modellabile secondo la segmentazione e gli stimoli accuratamente costruitigli attorno; il luogo di produzione ideale è quello nel quale i costi siano più bassi, possibilmente prescindendo da qualsiasi altra valutazione; la politica ideale è quella che si deve attirare dentro alle proprie logiche, contando sul fatto che non riesca ad esprimere una capacità decisionale di ampia dimensione; il competitore ideale è quello che si compra se è piccolo ma redditizio, o al massimo quello col quale accordarsi sui prezzi attraverso un cartello, in modo che nessun altro entri nel mercato, infatti non dovrebbe mai diventare un vero concorrente, altrimenti ne conseguirebbe un abbassamento dei prezzi che fa sfumare i guadagni.

La finalità ultima delle grandissime strutture economiche e finanziarie è quella di restringere sempre più i mercati, facendoli diventare ambiti dominabili da pochi attori: gli oligopoli, o i cartelli che diventano quasi monopoli. Ambiti nei quali la regola vigente è l’esclusione.

Il tipo di efficienza cercata dalle grandi aziende internazionali può tradursi in una contenuta opportunità anche per le piccole e medie aziende, solo se queste lavorano per le prime accettando gli stessi costi, a precise condizioni, finalizzate a mantenerle nella posizione di subordinazione, e ad impedire la loro diretta entrata nel mercato dominato dalle prime. Chi si trova in posizione dominante metterà in atto tutte le possibili strategie per cercare di mantenere un mercato il più possibile ristretto. Tra queste strategie ci sono, per esempio, le forti attività di condizionamento nei confronti della politica, affinché non emani legislazioni che costringano a considerare il costo o le condizioni del lavoro, le esigenze dei consumatori, la salute, l’impatto ambientale. Se tali riferimenti fossero introdotti si offrirebbe ad altri soggetti l’opportunità di entrare nel mercato rispettando i nuovi requisiti, dunque chi domina perderebbe la posizione dominante, ossia si vedrebbe sottratte importanti fette di mercato.[xix]

La dimensione, l’organizzazione e la dislocazione produttiva delle grandissime imprese nate in Occidente si addice alla grandezza di paesi non occidentali nei quali esse hanno insediato le loro sedi produttive. L’India, il Brasile e ancor più la Cina hanno un’immensa parte di popolazione che può essere attirata verso una crescita dei consumi, senza che questa si traduca in un notevole incremento dei costi produttivi, consentendo quindi potenzialità di aumento della redditività per tali imprese. Tutto ciò ha un immediato riflesso nelle loro quotazioni azionarie, alla cui crescita sono agganciati, con incentivazioni, gli stipendi dei manager.

Tali motivazioni obbligano molti di quei grandissimi soggetti a non considerare le conseguenze occupazionali delle proprie strategie su un Occidente maturo e dai consumi stentati. Lì milioni di piccole attività produttive possono agonizzare come fossero pesci in una vasca in cui sta finendo l’acqua. In alternativa tali pesci devono obbligarsi ad una spasmodica ricerca di emulazione, quindi ad una riduzione dei costi che restringe sempre più le condizioni vitali della vasca nella quale si trovano. Eppure, quelle piccole e medie aziende sarebbero proprio il tessuto di cui avrebbe bisogno un mercato tutelato da regole, per generare leale concorrenza e per costruire una più ampia condivisione e diffusione del benessere all’interno delle società. Un tessuto di questo tipo è scomodo per i grandissimi soggetti economici e finanziari di livello internazionale, essendo la leale concorrenza il loro vero nemico.

Va poi considerato che la stessa finanza deviata e drogata, ossia non finalizzata a sostenere l’economia sana, gioca e collabora con questo tipo di aziende, chiedendo loro una continua rincorsa alla generazione di utili, anche di breve periodo, motivando i managers all’impiego di tutti gli strumenti che possano condurre a tale obiettivo.

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172 La massima inefficienza sociale dietro all’assenza di regole

Grandissime aziende, così come altrettanto grandi banche internazionali, cercano ed ottengono la propria “efficienza” per soddisfare la propria libertà, ma i forti condizionamenti che esse creano non si traducono nell’efficienza e nella libertà di cui necessitano né miliardi di cittadini del mondo, né le piccole e medie attività produttive delle quali tali cittadini possano essere collaboratori o titolari. Pertanto a cittadini e a piccole o medie imprese rimane l’illusoria convinzione di trovarsi in un mercato fatto di libertà, solo per il fatto che nessuna norma giuridica impone l’acquisto e la vendita di certe merci o proibisce l’inizio o la continuazione di un’attività economica. In realtà i condizionamenti a cui sono sottoposti da un mercato non libero si traducono esattamente ed automaticamente in divieto economico di tenere solida e vitale un’attività che non sottostia a quei costi, e, a maggior ragione, di aprirne una nuova. E così pure per molti lavoratori si traducono in divieto di trovare lavoro a prezzi che siano compatibili con una dignitosa esistenza nella propria società.

Spesso si sente dire che è colpa della globalizzazione se le società occidentali si stanno impoverendo. Autorevoli studiosi hanno dimostrato che questa è una fuorviante interpretazione dello storico aumento delle relazioni e degli scambi; un incremento che ha accelerato la sua corsa a livello mondiale particolarmente negli ultimi decenni.[xx] In realtà la globalizzazione in sé non è necessariamente un male oppure un bene, perché le sue possibilità di tradursi in effetti negativi o positivi per gli esseri umani dipendono da come viene costruita, ossia proprio da quali sono le regole che organizzano le relazioni e gli scambi.[xxi]

Una squilibrata globalizzazione è il risultato di un’assenza di regole sovranazionali che ha imposto meccanismi fortissimi e distorcenti in tutto il mondo. Un’imposizione tanto forte da essere criticata per l’impoverimento, la spersonalizzazione e la perdita di autenticità che ha determinato. Il fatto che la squilibrata globalizzazione sia andata, da un lato a beneficio dell’efficienza di poche grandissime strutture economiche e finanziarie, dall’altro a permeare le società in modo tanto omogeneo da ottenere un mondo compresso, omologato e condizionato, l’ha resa oggetto di aspre critiche. In realtà la globalizzazione è diventata anche il terreno di scontro tra ideologie, alcune intenzionate a difenderla, altre motivate a contrastarla, con il risultato di riportare contrapposizioni tra i cittadini, prima ancora che si formasse un’obbiettiva e serena valutazione della situazione che si andava creando in tutto il mondo. In tal modo si è persa l’opportunità di percepire che il tipo di globalizzazione che veniva ad imporsi, provocava effetti su tutti gli strati sociali, su tutte le componenti delle società, ambiti produttivi compresi. Insomma si è riprodotta l’ennesima suddivisione del mondo in schieramenti, che hanno impedito un’unione dei cittadini tanto forte da fronteggiare le difficoltà  alle quali erano tutti sottoposti. Ne è uscita una globalizzazione che, anziché estendere benessere, lo ha spostato con irruenza da una parte all’altra del mondo, modificandone il costo-valore di riferimento, quindi senza tante preoccupazioni per gli squilibri che si sono generati ovunque. Quel tipo di globalizzazione ha utilizzato il mondo “emergente” per il fortissimo vantaggio di costi che consentiva, fino a farlo diventare il mondo trainante, provocando la progressiva decadenza del mondo sviluppato, e continuando a tenere emarginata una terza parte del mondo. Una globalizzazione che non vuole riconoscere le differenze, né rispettarle, vuole però utilizzarle costringendo le società ad essere liquide nel movimento delle merci, dei capitali e talora delle persone e degli atteggiamenti, lasciando le istituzioni statuali in una condizione di impotenza, fragilità e condizionamento rispetto alle strutture economiche e finanziarie. Ne sono derivate società strette, obbligate, deboli e affannate, disgregate o irruente, conflittuali.

Seguendo un vento ideologico volutamente contrario a regole, e conflittuale con altre ideologie, molte delle attuali difficoltà si sono probabilmente originate in seguito all’intenzione di facilitare gli scambi commerciali prescindendo dalle differenze di costo espresse dalle varie società, prevedendo una progressiva riduzione delle tariffe doganali e delle sovvenzioni all’esportazione esistenti nei vari paesi. Si è trattato di un obiettivo cercato fin dal 1947 tramite gli accordi generali per le tariffe ed il commercio – accordi GATT – trasformati dal 1995 in accordi dell’Organizzazione mondiale per il commercio (WTO), fino a determinare, in un contesto tecnologico, telecomunicativo e finanziario drasticamente differente, la globale liberalizzazione del commercio nel 2001, anno in cui anche la Cina è diventata paese membro di tale organizzazione.

La prima e più forte conseguenza degli ultimi accordi non si ebbe solo sul piano degli scambi commerciali, ma soprattutto nel fatto di indurre a trasferire con maggiore decisione le produzioni in paesi privi dei costi occidentali, e soprattutto caratterizzati da un costo del lavoro enormemente inferiore.

A lungo si è sostenuto che il costo della manodopera occidentale fosse troppo alto e perciò si è finito per vedere nella sua riduzione un elemento di efficienza, senza considerare il fatto che il passo successivo sarebbe stato la convenienza o l’obbligo a trasferire le produzioni altrove.

Ma, mentre i lavoratori soffrivano la progressiva perdita dell’occupazione, molti imprenditori dovevano chiudere, spesso forzatamente e a malincuore; la politica balbettava e più che altro si rifugiava nelle comode posizioni da schieramento pro o contro il mercato. Il resto di società divise veniva indotto a non percepire i gravissimi danni che, anche se in misura differenziata, alla lunga si sarebbero riverberati su tutte le economie, e di conseguenza sulla tenuta dei debiti pubblici, rendendo oscuro il futuro dei paesi occidentali. Trovandosi sprofondate in tale vortice molte economie hanno deciso di svalutare la propria moneta, mentre l’Europa, rimanendo irrigidita nella paura dell’inflazione e impoverita dalle politiche di rigore, ha scelto la strada di rimanere a guardare le guerre valutarie in atto, mantenendo la propria moneta sempre più forte e penalizzante.

In assenza di regole, si determinano l’inefficienza sociale e la sottrazione di libertà non solo per le persone che perdono il lavoro, e per gli imprenditori che chiudono la produzione, ma anche per gli Stati, i quali tentano di costruire reti di protezione ma si caricano di debiti, giustificando valutazioni di solvibilità negative, e attacchi manipolativi che peggiorano il loro debito, impedendo la nascita di nuove opportunità e richiedendo l’ulteriore distruzione di risorse dei cittadini. In tal modo l’inefficienza sociale, oltre che derivare dalla pessima capacità gestionale della politica, viene provocata da ragioni economiche e finanziarie globali, cosicché rimbalza dal presunto libero mercato produttivo al presunto libero mercato finanziario, inondato di liquidità e disponibile ad approfittare del fallimento degli Stati, e da questo si riverbera nuovamente in un mercato produttivo sempre più stretto, sempre più condizionato, sempre meno sostenuto da sana concorrenza, da sana e solida società, da sana e sostenibile finanza, da sana e credibile politica.

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173 Dalla finzione di libertà ad una condivisa costruzione di libertà: dalla torta alla casa

Questi aspetti segnalano come per molti soggetti, non solo i partiti, diventi estremamente utile che il mondo continui a dividersi, cosicché le persone non pensino con mente indipendente, non possano guardare oltre gli schieramenti e non si uniscano, ma rimangano imprigionate dentro al mantenimento di vuoti, inadeguati schemi separativi. Persone che rimangano perennemente appese al conflitto, declinato nelle piccole o grandi beghe regionali, nazionali ed internazionali, motivato da differenze di valori, di culture, di religione, di disponibilità materiali e di condizioni esistenziali, elementi sui quali sanno fare leva le oligarchie di ogni paese per garantirsi una gestione, lasciando ai cittadini di ogni luogo, ed alle loro attività economiche, l’inconcludente frustrazione di oscillare tra fragilità, paure, divisione ed apatia.

Il sistema occidentale così impostato e così diviso risulta vantaggioso solo per grandissimi soggetti economici o finanziari di livello internazionale; il resto del mondo è obbligato ad adeguarsi alle condizioni da essi definite: quelle di una finta concorrenza, dipinta come sana, in realtà sfrenata e distruttiva, volutamente priva di regole e criteri, per indurre i potenziali competitori alla morte o ad uscire dal mercato. Un sistema che dà enormi vantaggi a chi per primo l’ha congegnato ed imposto, senza dover rispondere a nessuno delle conseguenze.

Attraverso un finto libero mercato globale tale sistema agisce al di sopra delle democrazie ed oltre i confini degli Stati, disponendo di un’enorme parte del pianeta desiderosa di consumi, pronta a fornire grandi produzioni a basso costo, anche altamente tecnologiche, da vendere al resto del mondo. In tal modo la parte occidentale del pianeta, sebbene si stia autodistruggendo nel rincorrere costi produttivi e sociali non propri, costituendo la sede delle principali piazze di afflusso dei capitali, del loro controllo e delle manipolazioni finanziarie, risulta essenziale al sistema, che beneficia del suo essere attaccata a inefficaci e inconcludenti scatole democratiche. Infine tale configurazione può contare su una terza parte del pianeta, strategica o molto ricca di risorse, ma così piena di conflitti che tutti devono considerarla rischiosa, al punto da poter dimenticare gli esseri umani che la abitano.

Partendo da un’altra prospettiva, in tale sistema si sta inserendo quell’ideologia politica che in passato lo aveva aspramente combattuto. Tale ideologia, nel rocambolesco capovolgimento di fronte effettuato, mostra di voler utilizzare il mercato, piegandolo ai propri fini, apprestandosi a segnalare che è possibile una via comunista ad esso, ovvero a quello che crediamo sia il “libero” mercato.[xxii] Un mercato che quell’ideologia intende percorrere seguendo i propri prezzi e, giustamente, non quelli di altre società, per conseguire la propria declinazione dello sviluppo. Come ho detto in questo elemento non si deve vedere una colpa della Cina, ma, casomai, la naturale conseguenza di grossolane logiche con le quali l’Occidente sta determinando il proprio soffocamento.

Dopo questa riflessione mi sembra evidente il fatto che solo la volontà di superare gli schieramenti, e gli inganni creati dalle posizioni ideologiche, potrebbe aiutare gli esseri umani ad affrontare le enormi difficoltà che essi stessi si sono fatti indurre a subire; però bisognerebbe aprire nuove prospettive mentali.

Sarebbe utile guardare il Pianeta non più come una torta, ma come una casa. Soprattutto nei momenti di grande difficoltà, ogni essere umano può contribuire alla vita oppure alla progressiva distruzione della casa e di chi la abita. Tutto dipende dalla sua responsabilità e dalla capacità di coinvolgimento e di rispetto.

A tutti gli esseri umani serve una casa sicura, solida, in grado di soddisfare le proprie essenziali esigenze. Questa constatazione renderebbe fondamentale la costruzione di nuove stabili relazioni tra le aree del Pianeta, per consentire loro di proiettarsi verso un sostenibile futuro di inclusione.

Individuando condivise regole di libertà e di compatibilità, sulla base delle quali cercare la diffusione del benessere, tutti potrebbero concorrere alla stabilità e vivibilità della casa. Allora la leale concorrenza verrebbe a coniugarsi con la responsabilità e la sostenibilità, e non con l’esclusione e con l’impoverimento.

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174 Territori, cittadini ed economie sani

Finora nel rapporto tra uomo occidentale e denaro, si sono espresse prevalentemente due posizioni: quella di chi ha sostenuto il denaro, per i benefici e la libertà che esso fornirebbe, e quella di chi lo ha visto come un diabolico nemico. Si è così radicalizzato uno scontro che impedisce di vedere che il problema non è il denaro, ma l’uso che voglia imporne l’uomo quando metta in campo strutture organizzative e strumenti che impediscano sia un’ampia e non ideologica distribuzione della ricchezza, sia una sana e non ideologica diffusione del benessere. Se osserviamo la realtà concreta, senza intenti di colpevolizzazione, possiamo capire meglio dove nascano le difficoltà.

Il ragionamento viene facile pensando ad un piccolo o medio imprenditore che abbia deciso di delocalizzare la sua produzione dove costa meno. Nel fare questa scelta egli agisce per effetto di un calcolo di convenienza economica che è alla base della sua attività, ma se qualcuno ha compiuto prima di lui lo stesso calcolo, egli potrebbe trovarsi nella condizione di non poter scegliere diversamente. Dunque, nel trasferire tutta o parte dell’attività a centinaia o migliaia di chilometri di distanza, non sempre per cieca avidità, ma spesso a malincuore, si trova a dover dimenticare che fuori di casa sua c’è una società dal cui benessere dipende anche il suo.

Il più grande limite del denaro, e nello stesso tempo la ragione del suo utilizzo, è il fatto di misurare le differenze di valore materiale, continuamente cercate dall’uomo laddove siano più ampie. Il denaro trasferisce tali differenze materiali sugli uomini e quindi determina differenze anche tra di loro. Ma l’essere umano respira; mangia; ama; pensa; desidera; agisce. Reagisce. Reagisce male se sta male, fino a diventare distruttivo ed animalesco; coopera ed estende ad altri il proprio benessere se sta bene. La ragione dell’importanza di una maggiore equità sociale e di una distribuzione del benessere sta tutta qui, non in rigide ideologie.

Il comunismo ha ritenuto di saper distribuire, ma non sapeva come fare a produrre ricchezza, né come fare ad essere sostenibile rispetto alle risorse. Il capitalismo cerca di produrre ricchezza ma non si occupa di distribuirla né di essere sostenibile rispetto alle risorse, e può autodistruggersi se non è funzionale a sostenere la società e l’economia sane. Ma anche molte altre posizioni ideologiche e troppi soggetti politici non sono riusciti ad affrontare le difficili questioni di una più ampia distribuzione della ricchezza e di un utilizzo delle risorse che non pregiudichi il futuro, preferendo sempre la via di costruire contrapposizioni o di garantirsi la permanenza in un ruolo, anziché creare coesione intorno alla diffusione di benessere.

La questione di una più ampia distribuzione della ricchezza, o meglio di una riduzione del fortissimo e penalizzante divario nelle condizioni materiali e nell’accesso alle risorse, appare sempre più rilevante. Infatti, tanto a livello globale, quanto all’interno di ciascuna società, in un tempo relativamente breve si sono realizzate enormi sproporzioni, che consentono ad un ristrettissimo numero di soggetti di disporre di un’enorme ricchezza che si autoalimenta, mentre obbligano vastissime fette di popolazione ad una scarsità che degenera in povertà. Tuttavia gli schieramenti hanno obbligato a vedere la questione della distribuzione come uno dei principali elementi del conflitto ideologico, impedendo di intenderla semplicemente come un fattore sul quale possa costruirsi un condivisibile e positivo progresso umano, utile all’evoluzione di tutta la società, avvicinabile attraverso strumenti che tutelino le libertà, e criteri che si riferiscano a merito, sostenibilità, solidarietà, inclusione, responsabilità, rispetto.

Non si tratta di inseguire grossolani slogan né di obbligare la società ad una forzata uguaglianza, ma di considerare il grande valore di sicurezza e stabilità che può derivare agli esseri umani nel non sentirsi aggrediti da un senso di sproporzione che intacchi la propria dignità. Dunque i cittadini che intraprendono e lavorano, o che non lavorano più, o non  lavorano ancora, dovrebbero prima di tutto unirsi, valutando bene insieme cosa si determini dietro alle differenze di valore, e capendo come intervenire per evitare che le differenze diventino il motivo per incomprensioni e conflitti, ossia per consentire alla società di superare fragilità e frammentazioni. Devono farlo tutti assieme perché vivono negli stessi territori dove si misurano continuamente queste differenze. Fino a quando non saranno accomunati dalla volontà di superare gli schieramenti per aiutarsi, ogni ricetta proposta dall’uno o dall’altro schieramento sarà percepita come il tentativo di imporre qualcosa di non voluto all’altro, e ciò li manterrà nello stallo o nel pericolo di un’astiosa diffidenza, utile per gli scontri.

Così com’è cruciale la distribuzione della ricchezza, allo stesso modo l’amore per i territori, per la loro armoniosa vitalità e tutela è un obiettivo fondamentale per l’esistenza; per questo è importante che si uniscano le persone e le forze che vivono, operano o che vorrebbero operare in essi. E’ chiaro che questo tipo di consapevolezza, sensibilità e responsabilità non può provenire dalle enormi strutture produttive di livello globale. Infatti, queste ultime  si sono fatte condurre dalla ricerca del risultato economico indipendentemente dalla finalità di mantenere la vitalità produttiva dei territori d’origine, finendo per staccarsene e dimenticarne le sorti. Quelle entità economiche si sono permesse un livello di irresponsabilità che non è compatibile con le necessità di stabilità e sostenibilità delle società dalle quali sono nate. E’ per questa ragione che l’Occidente è ad un livello ancora molto grezzo della sua evoluzione; tanto grezzo da autocondannarsi ad un drammatico declino. Se l’Occidente comincia a vedere gli squilibri generati dall’assenza di regole, e se si accorge che gli schieramenti gli impediscono di pensare libero, forse ha ancora il tempo per trovare qualche importante soluzione.

Servirebbe lo sviluppo di società libere ma collaborative. Dunque, ancora una volta dovrebbero essere i cittadini a cercare un grande livello di libertà mentale e d’azione.

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INDICE

Capitolo  1) ITALIA. DOVE SIAMO

Capitolo 2) ITALIA. DOVE POSSIAMO ANDARE

 Capitolo 3) ITALIA. COME POSSIAMO FARE?

Capitolo 4) UNA PROPOSTA PER UNIRE I CITTADINI FUORI DAGLI SCHIERAMENTI

VAI AVANTI A: PARTE SECONDA

Capitolo 5) I RISCHI DI UN’EUROPA  SENZA POLITICA

Capitolo 6) I RISCHI DI UNA FINANZA SENZA REGOLE

Capitolo 8) LA CRISI DELL’OCCIDENTE E DELLE SUE DEMOCRAZIE

Capitolo 9) LA RIGENERAZIONE:  LA CONDIVISIONE DI REGOLE PER LE LIBERTA’ ED IL BEN  ESSERE

APPENDICE SULLA CORTE DEI CONTI

Nota sul metodo.


[i] Mario Deaglio, Euro dollaro. I due volti della crisi, La stampa, 24.7.2011.

[ii] Yao Yang, Consumi cinesi contro la crisi, Il Sole 24 ore, 20.8.2011.

[iii] Martin Wolf, Creditors can huff but they need debtors, Financial Times 1 novembre 2011, consultabile   nel       sito            http://www.ft.com/intl/cms/s/0/e71ab1d6-049d-11e1-ac2a-00144feabdc0.html#axzz1cVAf9GvX,   o         in             italiano nel       sito      di         Investireoggi, http://www.investireoggi.it/estero/i-creditori-possono-anche-perdere-la-pazienza-ma-hanno-bisogno-dei-debitori/, a cura di Carmen Gallus.

[iv] I dati provengono dalle interviste raccolte nel documento televisivo RAI, Speciale TG1 del 31.7.2011, “Armonia: il comunismo vincerà?”, scritto e diretto da Roberto Olla.

[v] Mario Deaglio, Il rischio del disordine, La Stampa 31 luglio 2011.

[vi] Marco Alfieri, Qui aumenta tutto. E produrre in Cina non conviene più, La Stampa, 19.8.2011.

[vii] Karl Heinrich Marx, Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista, 1848.

[viii] Confucio, Dialoghi, 13, 9 (a cura di Tiziana Lippiello), Einaudi, 2006.

[ix] Francesco Giavazzi, L’economia di Tremonti, La tentazione protezionista, Il Corriere della Sera, 29.2.2011.

[x] Elysa Fazzino, I cinesi di Prato che lavorano giorno e notte ormai dettano legge sul marchio made in Italy, Il Sole 24 ore, 13.9.2010,

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-09-13/cinesi-prato-lavorano-giorno-135451.shtml.

Edoardo Nesi, Storia della mia gente, Bompiani, 2010.

[xi] Massimo Gaggi, I nuovi dazi americani fanno infuriare Pechino «Pronte le ritorsioni»,  Il Corriere della Sera,15.9.2009.

[xii] Luciano Gallino, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Laterza, 2007.

[xiii] Giuseppe Bortolussi, Tassati e mazziati, Sperling & Kupfer, 2011.

Francesco Giavazzi, La tassa peggiore non si vede, Il Corriere della Sera, 24.6.2011.

[xiv] Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, UTET, 2005, p.160 segg., 584, 586, 588. Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali, Bur, 1995, p.414-415.

[xv] Joseph E. Stiglitz, Bancarotta, Einaudi, 2010.

[xvi] Della necessità di pensiero libero ed indipendente da pregiudizi fu grandissimo sostenitore John Stuart Mill, autore nel 1859 del saggio Sulla libertà, Bompiani, 2000. Si veda l’articolo di Michele Boldrin, Ma l’Economia Sociale di Mercato, cos’è?, ne L’imprenditore, novembre 2008, consultabile online nel sito http://www.scribd.com/doc/19478842/MBoldrin-articolo.

[xvii] Joseph E. Stiglitz, Whither Socialism?, MIT Press, 1996. Dello stesso autore La globalizzazione e I suoi oppositori, Einaudi, 2002.

[xviii] Luciano Gallino, L’impresa irresponsabile, Einaudi, 2005.

[xix] Wall Street Italia, Scoop: Come Exxon e BP aiutano a scrivere le leggi in America, 5.8.2011, consultabile online nel sito http://www.wallstreetitalia.com/article/1183498/scoop-come-exxon-e-bp-aiutano-a-scrivere-le-leggi-in-america.aspx.

[xx] Amartya Sen, Globalizzazione e libertà, Mondadori, 2003.

[xxi] Luciano Gallino, Globalizzazione e disuguaglianze, Laterza, 2007.Joseph Stiglitz, La globalizzazione che funziona, Einaudi, 2006.

[xxii] Andrea Boitani e Rony Hamaui in La Cina: troppo autoritaria e troppo liberista, nel sito di analisi economica e politica indipendente     laVoce            (http://www.lavoce.info/articoli/-         internazionali/pagina1002099.html). Richard             Baldwin           L’anno            del      Doha   Round,           pubblicato        nel        sito       LaVoce          http://www.lavoce.info / articoli/-internazionali/pagina1002145.html.

Loretta Napoleoni, Maonomics, Rizzoli, 2010.

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