Capitolo 8) La crisi dell’Occidente e delle sue democrazie

175 L’Occidente al bivio

Tutto l’Occidente è in una grandissima crisi. Una crisi di valori e di obiettivi che forse nasce da una non completa consapevolezza dei propri limiti e del potere disgregante dei propri strumenti, ma anche da un’incapacità di guardare alle altre civiltà e al mondo intero con un atteggiamento nuovo rispetto a quello di dominio espresso nel passato.

Le società occidentali sono tanto grossolanamente impostate da essere ancora costruite su forti condizionamenti, su una libertà molto meno ampia di quanto venga fatto credere, su un’affannosa ricerca di riferimenti materiali che non garantiscono serenità, su enormi paure, sugli istinti. Mentre sempre meno persone sarebbero disposte a perdere la vita per combattere in una guerra contro un altro paese,  le società appaiono permeate da una violenza strisciante, diffusa a partire dai media, dal marketing, dalle forme di intrattenimento. Società così costruite possono sfogare la propria violenza verso l’esterno, o improvvisamente anche al proprio interno, come rigurgito di idee troppo dure, e troppo a lungo covate. Rigide visioni che necessitano di trovare prima o poi un capro espiatorio ai problemi creati dalla propria grezza impostazione.

Alcuni osservatori ed economisti vedono in queste componenti i fattori sui quali si fondano le stesse economie occidentali. Altri ritengono che, oltre a non potersi permettere il costo morale della propria violenza, pena il non potersi dichiarare fondate sulle libertà, le società occidentali non possono permettersi neanche il costo economico e finanziario delle proprie enormi spese, in particolare di quelle militari.[i]

Un Occidente così maldestramente abbozzato potrebbe costruirsi da solo un percorso di autodistruzione. Ma la sua crisi di valori porta con sé anche una crisi di sostenibilità delle sue scelte e del suo modo di rapportarsi con le altre civiltà.

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176 La crisi nei rapporti con le altre civiltà

L’Occidente negli ultimi secoli è stato il grande costruttore di strategie di trasformazione e di dominio, sulle risorse e sulle culture. La crescente velocità del suo procedere lo ha indotto alla rincorsa all’accaparramento delle risorse del pianeta, con grandissime conseguenze sugli equilibri naturali e sociali, tramandandone le conseguenze alle generazioni future. Attraverso tale corsa, nella quale ha coinvolto il resto del mondo, è sorta una grande quantità di conflitti, ai quali purtroppo ci siamo abituati. Forse tali conflitti hanno assunto una dimensione che appare troppo grande per poterla affrontare, mentre invece la possibilità di superarla dipende dalla capacità di sottrarla alla malata gestione realizzata dalle oligarchie, per portarla in un piano di rapporti tra cittadini di differenti culture che necessitano di reciproco rispetto.

Dietro ai conflitti si sviluppano enormi flussi di armi, evidenti o nascosti, di droghe e di povertà. Le droghe sono cercate dallo stesso Occidente, forse nel tentativo di stordirsi o di fuggire, o di rimanere al passo con la propria forsennata velocità, troppo spesso vuota di significato. Una velocità probabilmente cercata proprio per non pensare ad un senso dell’esistenza che non sia esclusivamente legato alla materialità e al dominio. Una velocità che ha un potere di attrazione e di costrizione per miliardi di persone.

In mezzo ai conflitti si muovono faticosamente centinaia di milioni di persone, soprattutto africani, ma anche asiatici, centro e sud americani, donne e uomini, bambini e anziani; dimenticati dal resto del mondo; come non esistessero. Sopra a tutto ciò, accordi tra oligarchie, che lasciano briciole di conoscenza e di spazio alle esigenze dei cittadini. E, attraverso gli accordi, il muoversi di grandi flussi di denaro tra continente e continente.[ii]

I conflitti da molto tempo sono la modalità di rapporto prevalente tra l’Occidente e le altre culture e civiltà. Emblematico il caso del Medio Oriente ricco di fermenti.

Considerando che non c’è nulla di più importante per un essere umano in difficoltà del ricevere rispetto e considerazione, un Occidente fatto di cittadini, prima che di politici, potrebbe dimostrare la sua favorevole apertura e disponibilità verso l’ansia di libertà che i popoli mediorientali stanno disperatamente e faticosamente cercando. Per farlo dovrebbe saper guardare al rispetto degli esseri umani prima che al petrolio, alle strategie o alle differenze di religione. Allora gli esseri umani di culture diverse potrebbero diventare alleati in un reciproco desiderio di stabile e pacifico futuro.

Un lungimirante Occidente potrebbe accorgersi che questo è anche il modo più umano, immediato e meno costoso di rispondere all’esigenza di trovare sicurezza.

Tristemente e pericolosamente “dimenticata” appare l’Africa, della quale per qualche secolo l’Occidente è stato avido colonizzatore. Più che mai essa è il vero giacimento delle risorse naturali mondiali, ma anche di nuove materie prime che servono per le industrie aerospaziali e delle telecomunicazioni. Da anni sembra essere entrata pienamente nel raggio d’azione della Cina, per la necessità di questo continente di alimentare le sue gigantesche esigenze produttive, energetiche e di consumo: tutto quanto gli serve ad inseguire il miraggio di benessere per il suo miliardo e trecento milioni di abitanti. Secondo attenti osservatori, la Cina sta dimostrando una saggezza che gli occidentali non hanno saputo esprimere: cerca le risorse ma non impone condizioni; è disposta a costruire strade, ponti, aeroporti, mettendoli a disposizione dei paesi nei quali si approvvigiona. Per questo l’Africa sembra averla individuata come un partner molto interessante e privilegiabile.[iii]

I paesi occidentali hanno a lungo considerato l’Africa come un terreno di conquista, di abolizione delle libertà, divisibile in confini che non aveva e non voleva. L’Africa è attraversata e separata da molti spaventosi conflitti che un tempo non c’erano. L’instabilità che ne deriva è il terreno ideale per un enorme prelievo di risorse; compagnie internazionali, sospettate di essere le interessate fomentatrici, sono in grado di deciderne il prezzo. In queste penose condizioni si trovano per esempio il Congo, il Sudan, il Darfur, regione dell’ovest del Sudan confinante con la Libia, o ancora il Ciad, la Repubblica Centro Africana, il Niger: tutti sconvolti, resi poveri senza sapere di non esserlo, impantanati da decenni in continue guerre, dittature, colpi di Stato, che inducono alla disperazione moltitudini di inermi, miti, impaurite persone. Ma molti altri paesi africani non godono di migliori condizioni. In essi molti milioni di esseri umani chiederebbero di disporre anche di una vecchia tecnologia, che impedisse loro di lavorare ancora a mani nude nella polvere. Vorrebbero imparare a coltivare o pescare, non essere obbligati a ricevere aiuti alimentari che li costringono ad essere indebitati.

L’Africa è il nostro mite antenato che viene costretto a morire.[iv] E’ un grande, meraviglioso elefante che cade e viene calpestato.

Molti cittadini europei ed americani, che confidano nella propria libertà, nei diritti e nella democrazia, che cercano l’Africa per le straordinarie bellezze di una natura un tempo incontaminata nella quale fare vacanza, non sono consapevoli di tutto ciò; quindi sono costretti a fidarsi degli slogan di chi induce ad intravvedere un rischio di invasione provenire dalle sue popolazioni: pelli scure di cui si dovrebbe diffidare, povere di parole con le quali farsi capire, le quali sarebbero pronte a sottrarre lavoro e benessere occidentale. Quei cittadini non possono rendersi conto del fatto che l’Africa ha di tutto, e molta parte di essa è ricchissima, ma non per i propri popoli. Ed è diventata perfino luogo di raccolta dei rifiuti pericolosi che l’Occidente non vuole smaltire a casa propria.[v]

Allora può succedere che qualcuno si chieda: ma perché tanti africani non se ne stanno a casa loro, invece di portare la povertà qui da noi, in Europa? Nonostante la dignità, tanta povertà ci mette a disagio; ci dà perfino fastidio, e vorremmo non vederla, per esorcizzarla, per allontanarla da noi, dal rischio che ci contagi. Ma anche noi occidentali, se provenissimo dalle stesse condizioni, saremmo abbruttiti da fame, stanchezza, paura, miseria. Basta osservare le fotografie degli europei alla fine della seconda guerra mondiale o degli statunitensi nella grande depressione successiva alla crisi del 1929, per rivedere quelle condizioni. Però non vogliamo avere memoria.

Tuttavia cambieremmo completamente la nostra opinione, se le stesse persone che temiamo per la loro disperata povertà, le vedessimo orgogliosamente lavorare nella loro terra. Probabilmente non sappiamo che esse non hanno le condizioni per poterlo fare, e che tali condizioni dipendono da come Europa ed America si pongono nei confronti dei loro paesi e delle loro economie.

Noi beviamo quando abbiamo sete. Mangiamo quando abbiamo fame. L’Africa non può farlo; deve perfino scappare dai propri territori, perché laddove potrebbe coltivare, guerriglieri di opposte fazioni, entrambe pagate, arrivano prima gli uni, poi gli altri, distruggendo raccolti ed eliminando persone. Lasciando rovina, fame e sofferenze.

Per capire, per sentire questo dramma nell’animo, dovremmo essere lì dove tutto ciò succede, non in Europa, dove taluno, per calcolo e convenienza, cerca parole per uno scontro che rovescia tutto. Se fossimo lì, saremmo costretti a fermare le parole e le abitudini, e sentiremmo che l’esistenza umana perde ogni significato quando i bambini muoiono in braccio a madri senza più lacrime né possibilità di sfamarli, né di curarli per la mancanza d’acqua. In mezzo a tanta sofferenza vedremmo altri bambini dall’infanzia sconvolta, resi arma impiegabile, mediante droghe e costrizione, per il massacro di migliaia di altre persone.

Centinaia di milioni di occhi occidentali non vedono popoli che muoiono, mentre alcuni dittatori si fanno corrompere per le ricchezze di quelle terre, e minuscole iniziative tentano un frustrante soccorso umanitario. Forse non c’è da stupirsi: è da qualche secolo che l’Occidente non vuole vedere le conseguenze d’un certo suo modo d’essere.

Purtroppo l’Africa non è nemmeno l’unico continente in cui si manifesta il buco nero della coscienza occidentale. Un esempio emblematico tra gli altri è Haiti, un paese nel quale, secondo gli osservatori, l’Occidente si è affannato in una corsa ad aiuti motivati da una prospettiva di probabili attività di ricostruzione, ma svaniti tra sperpero e corruzione, così da lasciare intatte le drammatiche conseguenze di terremoti e colera.[vi]

Viviamo tempi in cui si diffondono ed alimentano continue paure ed ansie. Si teme tutto, ma soprattutto le persone che non si conoscono, così, salvo che non ci siano ragioni di conclusione d’affari, la paura verso l’altro ci attanaglia. A volte pure motivatamente. Così da impedirci altre aperture e ulteriori scambi: culturali, spirituali o economici.

Forse c’è un profondo lato di freddezza, di durezza, di diffidenza che ci ha abituati ad una quotidiana disumanità, pronta a sfogarsi anche nei confronti  dei nostri stessi conterranei.

La violenza è uno storico dato di fatto delle nostre società, ma è diventata perfino un elemento di nuova incultura ed inciviltà. Troppa violenza nasce proprio dentro il mondo occidentale, molto spesso non viene da altri ambiti; caso mai, questi ultimi finiscono per reagire con altra violenza.

Il mondo occidentale dovrebbe saper distinguere la violenza dalla disperazione, così saprebbe isolare e contrastare le inaccettabili forme di illecito che, provenendo da altre parti del mondo, vanno ad aggiungersi nelle maglie dell’illegalità esistente nelle città europee o statunitensi. Ma ci si dovrebbe contemporaneamente domandare da dove venga tanta disperazione e come fare a consentire un suo superamento.

Bisognerebbe considerare a fondo le origini economiche della povertà, perché sono il fondamentale motivo dei comportamenti. Forse bisognerebbe che molte povere popolazioni non fossero costrette ad acquistare beni prodotti in Occidente a prezzi più convenienti di quelli che esse producono a casa propria, oppure altri beni meno convenienti e frutto di trasformazioni delle loro materie prime. Ossia si dovrebbe considerare quali siano le condizioni imposte da un certo tipo di Occidente.

Sarebbe utile ed importante pensare a come organizzare nuove condizioni per un equo scambio delle risorse dell’Africa o di altri continenti. Uno scambio che permettesse alle loro popolazioni la diffusione di benessere costituirebbe la migliore sicurezza per il mondo occidentale, e la più grande forma di rispetto per culture di grande dignità.

In generale appare essenziale la questione del rispetto: degli esseri umani, delle loro culture, delle loro diversità, delle loro economie.

L’Occidente si considera sempre al centro del mondo, finendo per marcare le distanze con quanto ritiene diverso, cercando di determinare omologazioni ad una certa immagine di sé, oppure separazioni, anche al proprio interno.

I rapporti tra l’Occidente ed il resto del mondo sono aspetti che hanno ispirato l’arte di grandi artisti non orientati dalle ideologie. Composizioni di grande intensità musicale come “Us and Them” dei Pink Floyd o come “Bullet The Blue Sky” degli U2, sono evidenti espressioni dei limiti della contraddittoria forza del mondo occidentale.[vii] La musica e, più in generale, la cultura segnalano continuamente l’esigenza di superare i limiti, per tentare di conseguire traguardi più alti nei rapporti tra gli esseri umani. Traguardi raggiungibili se i cittadini occidentali capissero di essere tutti accomunati dalle nefaste conseguenze di una stessa grezza configurazione delle proprie istituzioni, e se riflettessero rispetto all’insensatezza di mantenerle distorcenti senza provare ad unirsi per modificarle.

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177 Un meccanismo che  non funziona

Mentre miopi politiche cercano continue demarcazioni di confini che spezzettino gli Stati o rendano disumane e impenetrabili frontiere e mari, le ansie, le paure, le difficoltà che attanagliano l’Occidente trovano probabilmente origine nelle scelte imposte da alcune sue strutture dotate di enorme potenza finanziaria ed economica.

In un mondo che corre velocissimo, complesso e squilibrato, tali strutture sono dotate di una capacità di condizionamento così forte da cercare e trovare il continuo superamento ed attraversamento di confini, poteri statuali, democrazie, regole, mercati. L’obiettivo di tali entità è il mantenimento delle condizioni che consentano loro di non essere sottoposte ad alcun limite, e nel contempo di imporre i propri vincoli al resto del mondo, Stati compresi.

E’ la capacità d’essere globalmente presenti, con strumenti e modalità condizionanti ma spesso non fisicamente visibili, a non rendere percepibile il fatto che la potenza di tali strutture economiche e finanziarie deriva dall’assenza di regole protettive dei cittadini. Ma è proprio per questo motivo che alcuni occidentali, quando devono individuare una minaccia alla quale far risalire le difficoltà e il loro impoverimento, riescono ad identificarla facilmente in qualcosa di visibile. Così la minaccia, presunta causa o complicazione dei problemi occidentali, assume i connotati di esseri umani che fuggono dalla fame e dalla miseria, o che produrrebbero a scapito dell’Occidente.

In molta parte del pensiero europeo e nordamericano prevale l’idea che le democrazie fondate sulle libertà siano il baluardo sicuro, ottenuto e garantito, che preserverebbe da responsabilità tanto per le condizioni nelle quali si trovano le proprie, quanto le altrui società. Però, quando la dimensione e l’incidenza delle strutture economiche e finanziarie sorte all’interno di quelle democrazie ma espanse su scala planetaria, diventano tanto pressanti da pesare sugli equilibri umani e sociali, si avverte la potenza di forze distorcenti: la grezza impostazione occidentale si ritorce anche contro se stessa, e rende evidente la mancanza di regole e di criteri di sostenibilità, responsabilità e compatibilità che consentano un funzionamento più equilibrato alle economie e alle società. Regole che potrebbero essere un formidabile scudo di sicurezza e vivibilità tanto per l’Occidente, quanto per le grandi civiltà e culture che gli stanno a fianco.

Proprio nel momento in cui l’Occidente sta vivendo la sua più grande crisi, per cercare di superarla deve proporre un nuovo progetto di futuro, e deve saperlo costruire insieme ad altre civiltà.

Il mondo occidentale non ha bisogno di esportare la democrazia, men che meno quando le sue prove democratiche sono in crisi; piuttosto necessita di tutelare le libertà che finge di aver raggiunto ma non ha ancora. Se riuscirà a conseguire quel traguardo allora altre società potranno interpretare la democrazia come un punto di riferimento.

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178 La crisi al proprio interno. Una crisi di valori, cioè di regole

Non essendo stato capace di scegliere e preservare i valori sociali sui quali continuare a fondare la propria esistenza, l’Occidente non si è potuto accorgere del fatto che alcuni valori, che gli sono serviti per evolversi e migliorarsi, prima di arrivare all’attuale stato di “crisi”, necessitavano di protezione, attraverso la definizione di regole che coinvolgessero i cittadini.

In tale coinvolgimento e in quelle regole avrebbe ritrovato un autentico significato della propria esistenza, ma soprattutto acquisito nuovo slancio per un futuro più sicuro e sostenibile per i propri cittadini, e, più in generale, per i suoi rapporti con altre società ed altre culture. Anziché porre l’essere umano e la tutela delle sue libertà al centro della società e dell’economia, l’Occidente ha assolutizzato semplici e rigidi schemi di convenienza economica o finanziaria, ai quali ha deciso di affidarsi per ideologica intuizione, riuscendo a provocare solo dura e ideologica opposizione ad essi. In tal modo ha cristallizzato uno scontro e complicato le difficoltà che ha concorso a determinare nel mondo.

La crisi di valori nasce proprio da una crisi di regole. Manca un nuovo livello di criteri regolativi della convivenza, più evoluto di quello costruito qualche secolo o qualche decennio fa. [viii]

La crisi di regole obbliga l’Occidente a battere la propria testa addosso ad una dura e squilibrata configurazione di sé che, impedendo la diffusione del benessere, provoca fragilità ed impoverimento, rigida e violenta rappresentazione del mondo. Ciò non si traduce né in maggiore sicurezza, né in più alta stabilità, ma solo in ulteriore conflittualità.

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179 Ideologie e schieramenti contro i cittadini

Ritengo che la valutazione sulla natura di tale crisi debba svolgersi al di fuori delle logiche e degli argomenti finora utilizzati da concezioni ideologiche contrapposte. Avendo costruito grossolane difese o attacchi strumentali al mondo occidentale attraverso la rigida estremizzazione dei concetti di libertà o di uguaglianza, quelle logiche sono state solo capaci di dividere i cittadini di tutto l’Occidente, e non solo di esso, secondo vecchi schieramenti utili alle oligarchie, talora tecnocratiche, che lo hanno fin qui governato lasciando intatta l’origine delle difficoltà.

Da un lato il comunismo, nel costringere ad una lettura ed interpretazione della società secondo una sua divisione in classi, ha mantenuto ed approfondito le separazioni sociali, ponendo come obiettivo non l’individuazione di condivise regole civili, ma l’imposizione di rigidi vincoli di obbligata e fittizia uguaglianza, dentro ai quali imbrigliare gli esseri umani, sottraendo libertà e non trovando soddisfacenti soluzioni economiche. Dall’altro lato le posizioni che hanno intuitivamente sostenuto l’estrema libertà soggettiva, hanno dimenticato che la libertà richiede regole che garantiscano l’assenza di impedimenti per tutti e non solo per qualcuno. Queste posizioni hanno potuto contare proprio nel convinto ed intuitivo sostegno di molte forze imprenditoriali ed umane, le quali hanno implicitamente accettato anche su di sé le conseguenze del mantenere il mercato privo di regole protettive. Diventato una macchina lanciata verso la ricerca dei più bassi costi possibili, il mercato ha generato la distruzione di molte libertà imprenditoriali e lavorative, attuali o potenziali, per permettere a poche entità di imporre ed estremizzare la propria.

Di fronte alla portata delle difficoltà esistenti in tutto il mondo, questi profili risultano tanto evidenti quanto disorientanti per la loro paradossale prepotenza. Ne risulta che l’estrema libertà di qualcuno diventa pesante condizionamento e infine negazione della libertà di altri, originando un mostro al quale il mondo intero è sottoposto. Un mostro capace di manipolare o distruggere indifferentemente risorse pubbliche, tessuto imprenditoriale vitale, lavoro e benessere di esseri umani. Un mostro vestito da normale operatore economico o finanziario, che, qualora le cose vadano male, spera di avvalersi del salvataggio ottenibile dall’economia sana o dalle finanze pubbliche, per evitare, un attimo prima di sprofondare, di trascinare con sé quel resto del mondo che non aveva voluto vedere mentre era intento nel proprio fine. Tale estrema libertà è diventata la mina nascosta nel terreno sul quale sono state costruite le società occidentali. Un potenziale esplosivo che sta distruggendo le sane fondamenta delle economie e delle società, cioè l’ampio e vitale tessuto di attività imprenditoriali e di opportunità lavorative nel quale i cittadini possano condurre le proprie esistenze.

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180 Vitamine per le democrazie

La caduta del muro di Berlino ha  indotto a ritenere svanite le ideologie. In realtà queste si sono fortemente affievolite o sgonfiate o trasformate, per il prevalere di una sola, apparsa vincente: un’ideologia tutta centrata sulle forze individuali, sull’affievolimento di una visione sociale complessiva, sul contenimento o sulla fine dell’intervento economico pubblico, sulla mancanza di regole entro le quali far muovere l’attività umana. Essa ha costituito l’alveo entro il quale il denaro potesse circolare alla ricerca di rendimenti sempre più alti, anche slegati dall’attività produttiva.

Nel corso degli anni l’ideologia vincente è diventata una non-ideologia potentissima, innestata su una semplice ma fuorviante intuizione: quella che a vincere fossero state la libertà e la democrazia, presupposti spirituali ed istituzionali nel contesto dei quali il denaro poteva muoversi come sintesi di libertà d’azione. Tuttavia, essendo le democrazie e le libertà ancora molto povere di contenuti e strumenti, ossia di regole che rafforzassero i cittadini o li tutelassero attraverso sistemi protettivi sovranazionali, mentre si manifestava la totale inadeguatezza della politica degli schieramenti, tutta attorcigliata nei postumi degli scontri ideologici, ciò che è progressivamente emerso è stato lo sconfinato prevalere di una finanza degenerata. Quest’ultima, facendo leva sul condizionante potere ottenibile attraverso enormi capitali e mediante la creazione di nuovi strumenti finanziari, scavalcando la propria funzione di essenziale sostegno all’economia, ha sostenuto una globalizzazione dei mercati che non fosse dotata di criteri comparativi delle società, evitando l’impiccio di una leale competizione. In tal modo quel tipo di finanza ha approfittato della debole configurazione tanto delle libertà quanto delle democrazie, al punto da pregiudicarle. In quest’ultima configurazione hanno però convissuto gli schieramenti politici, alternandosi l’un l’altro in un conflitto che non si è tradotto in nulla di protettivo né di evolutivo per le società e le economie.

Gli schieramenti hanno svolto il ruolo di camicie da far indossare agli elettori. Così, se alcune camicie ideologiche sono state tanto strette da sottrarre libertà, o tanto larghe da consumare le risorse pubbliche, altre camicie ideologiche sono apparse di un tessuto così particolare da far illudere sulle libertà che avrebbero consentito. In realtà ingannavano anch’esse, perché l’accattivante libertà che sostenevano induceva a credere di avere molte possibilità di fare; possibilità smentite nei fatti dagli invisibili vincoli imposti da chi non vuole regole che limitino le opportunità d’abuso o l’escludente capacità dei grandissimi capitali.

Libertà ed uguaglianza, intesa come uguale assenza d’impedimenti, sono concetti importantissimi che non vanno abusati o irrigiditi dentro a visioni estreme, come hanno fatto le posizioni ideologiche, ma dovrebbero poter dialogare attraverso semplici regole che rigenerino le democrazie, salvaguardino l’esistenza dei cittadini, rendano stabili e sostenibili le loro economie, responsabilizzino la finanza.

La democrazia è una forma di governo come ogni altra priva di perfezione, ma ha creato grandi delusioni per la promessa di sovranità che gli schieramenti hanno finto di offrire ai cittadini. In realtà gli schieramenti sono diventati il vincolo che imprigiona le democrazie e le rende incapaci di reagire alle fortissime minacce finanziarie ed economiche che si sono prepotentemente sviluppate nei confronti dei cittadini. Ne risulta che questi ultimi avvertono non solo di essere lasciati ai margini delle decisioni e delle gestioni realizzate dalle oligarchie, ma anche di essere indifesi: di qui il senso di non utilità degli schieramenti ed il ripiegamento in una frustrata o indignata astensione.

Le oligarchie, anche quando sono nate nell’alveo di importanti valori e visioni, si sono appropriate delle istituzioni e degli spazi decisionali garantiti dalla democrazia, riducendola ad una cosa propria, non trasparente e spesso gestita in modo fallimentare. Esse si sono guardate bene dal costruire regole che rigenerassero e rafforzassero le democrazie, perché altrimenti si sarebbero impedite gli ampi spazi di gestione economica consentiti dalla loro assenza. Dunque hanno lasciato i cittadini in balìa di democrazie deboli, in quanto ricche di proclami ed illusioni, ma molto povere di importanti strumenti, ormai essenziali come le vitamine, che conferissero loro forza e concreta sostanza. Per tale motivo le democrazie si traducono sempre meno in coesione, efficienza, benessere, sicurezza, solidità, protezione autentica e non parassitaria, e sempre meno appaiono in grado di tutelare un’uguale libertà, la dignità, la sostenibilità delle economie e delle finanze.

Qualcuno induce a vedere le democrazie come il problema, mentre sono la conseguenza di evidenti cause, che devono essere aggredite quanto prima dai cittadini, principale vitamina delle democrazie, attraverso gli strumenti offerti dalle Costituzioni.

Per mettere concretamente i cittadini al centro delle democrazie, queste ultime abbisognano di continui aggiustamenti, realizzabili proprio mediante la costruzione di regole giuridiche che impediscano alla politica di determinare disastri gestionali, e la portino a cercare aggregazioni e strumenti protettivi sovranazionali.

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181 Gli antidoti contro le crisi: il libero pensiero e l’unione dei cittadini

Tanto a Washington o New York, come a Lisbona, Dublino, Madrid, Parigi, Bruxelles, Londra, Berlino, Atene, o Roma, o in altre capitali, con le dovute importanti distinzioni e differenze, si esprime sia un forte e comune segnale di protesta verso le degenerazioni della finanza e dell’economia, sia una distanza dagli schieramenti, percepiti come ingannevoli contenitori, bravi a catturare il consenso ma incapaci di tutelare i cittadini.

Se si andasse a vedere cosa succede in altre importanti latitudini e longitudini dell’Europa dell’Est, del Medio Oriente, dell’Africa, o in tante capitali del Centro e Sud America, pur dovendo fare ulteriori e talora drammatiche distinzioni relative ai sistemi politici e al grado di libertà consentite, si troverebbero ulteriori distanze dalla politica, alcune nascoste, altre ben evidenti, ma tutte riconducibili a quell’assenza di regole e alla volontà di non coinvolgere i cittadini. Internet ha trasformato le aspettative di libertà, informazione, partecipazione dei cittadini, mentre il potere politico ha cercato mutamenti di facciata che non hanno modificato i propri vecchi modi di controllare le istituzioni, perpetuando la comodità di schemi utili a tenere la gestione.

Nell’Occidente tutti i partiti hanno costruito posizioni che hanno diviso i cittadini; piegato le scelte pubbliche all’ottica delle scadenze elettorali; creato governi capaci di sperperare le risorse nei diversi schieramenti; catturato il consenso tramite figure carismatiche, tradottesi poi in delusioni e talora accompagnatesi a corruzioni; in alcuni casi diviso una parte del paese dall’altra; talvolta creato diffidenza rispetto ad altre popolazioni; propagandato slogan che hanno condizionato i cittadini senza fornire risposta alle loro concrete esigenze. L’obiettivo di molte di queste posizioni è l’utilizzo dei meccanismi democratici, per consentire a pochi soggetti di dichiararsi rappresentanti, e quindi di poter partecipare al gioco della scacchiera mondiale, nella quale gli unici a non essere realmente rappresentati sono proprio i cittadini con le loro reali esigenze.

A fianco delle varie posizioni politiche si è da tempo sviluppata l’attività di tecnocrazie, ristrette cerchie di soggetti dotati di potere tecnico-economico o finanziario che si insediano negli organismi e nelle strutture istituzionali, anche sovranazionali, grazie al potere partitico al quale sono legate. Le tecnocrazie possono limitarsi ad individuare parametri quantitativi o ricette di natura contabile, che in alcuni casi incidono sulle questioni senza coinvolgere i cittadini, più spesso intervengono con soluzioni delle quali i cittadini non si avvantaggiano, e talora riescono perfino a complicare i problemi. In Italia la politica ha raggiunto tali livelli di inefficienza da essere scavalcata dal ricorso alla competenza di tecnici, con i quali la politica stessa, di malavoglia, è stata costretta a convivere nel tentativo di fronteggiare le conseguenze dei propri disastri gestionali.

Ovviamente i partiti sanno di essere in difetto di capacità, e perfino di credibilità, ma approfittano delle enormi ed evidenti difficoltà che l’Occidente sta creando a se stesso, per giustificare agli occhi dei cittadini la propria permanenza nei posti di guida, al governo o all’opposizione, obbligando i cittadini ad ulteriore distanza dalla politica, con la motivazione di una presunta impossibilità di trovare strade alternative allo schierarsi secondo le posizioni esistenti. Tutto ciò è conseguenza del fatto che dentro ai partiti ed agli schieramenti spesso non ci sono idee, o, se ci sono, sono sempre impiegate nell’ottica di dividere la società secondo visioni parziali.

Di fronte all’estrema complessità e pericolosità delle difficoltà di questo tempo i cittadini non possono più permettersi divisioni né frammentazioni, né localismi né politiche di piccola portata. Servono unione dei cittadini e visioni d’assieme che partano dalle loro esigenze vitali, ma i cittadini devono velocemente uscire da atteggiamenti fragili ed inconcludenti.

Tutti i giovani e moltissime persone che vogliono dignità devono pretenderla nella politica e non dalla politica. Essi commetterebbero un errore se pensassero di pretendere libertà senza cercare di arrivare legalmente ed efficacemente agli strumenti di cui è dotato il potere. Soprattutto i giovani sembra non siano interessati a tali strumenti perché temono di essere contagiati dalle deleterie logiche di compromesso. E’ corretto che le temano, però devono evitare di rimanere fuori dalle istituzioni sperando che si rinnovino da sole. Devono raggiungere quegli strumenti con l’obiettivo di cambiarli, per non farsi invischiare dalle oligarchie, introducendo l’indipendenza, la trasparenza e l’efficienza della gestione. Per farlo devono dedicare tutte le loro forze nell’intento di unirsi per essere tanto forti da entrare nella politica e cambiarla, così da non dover far uso delle degenerate mediazioni tra parti divise. L’unione dei cittadini può rigenerare l’Occidente, e consentire nuove prospettive a molte società.

E’ necessario che i cittadini traducano il loro indipendente pensiero in una forza politica. Devono portare la loro dignità, i loro diritti, i loro desideri di libertà, le loro attività, le difficoltà e le loro condizioni economiche al centro di ogni decisione. Essi devono essere più consapevoli e coinvolti in un progetto che eviti di tenere separati esseri umani da esseri umani, produttori da lavoratori, lavoratori da lavoratori, lavoratori da consumatori o cittadini, occupati da non occupati, un po’ più ricchi da meno ricchi, meno poveri da quasi poveri o veramente poveri. Il concetto vale tanto in una città del Nord come in una del Sud, all’Est come all’Ovest, in Europa come negli Stati Uniti, e, con le necessarie specificità, nel Mediterraneo come in altre aree.

La politica debole, priva di idee di coesione, si è esercitata in una corsa alla separazione degli esseri umani su grande scala, cercando di appoggiarsi anche al potente pretesto religioso. In realtà, nel dialogo tra le società, anche le religioni possono fornire un grande aiuto, perché le grandi Figure spirituali che le hanno ispirate hanno guardato all’animo degli esseri umani, proprio per superare le loro debolezze. Bisogna saper guardare alla profonda forza di quei messaggi, senza farsi spaventare dagli interessati assolutismi cercati da alcune posizioni. Gli estremismi possono essere isolati, perché il loro obiettivo di divisione calpesta il valore e lo spirito di quegli Insegnamenti, ed impedisce il reciproco rispetto tra esseri umani, valore altissimo e fondamento di ogni progresso.[ix]

Questo non significa cercare vaghi e facili messaggi universalistici, ma aiuta a percepire che il muro di confine che qualcuno ha usato come appoggio per sparare contro un nemico, può diventare luogo sul quale le culture possono sedersi, ascoltarsi, capirsi attraversando le fedi, ed in futuro magari abbracciarsi.

Ciò segnala quanto sia importante che i cittadini possano formarsi un pensiero indipendente. Solo tramite tale pensiero potrebbero essere consapevoli di quali siano i meccanismi che governano il mondo senza di loro, e valutare se essi siano sostenibili o se vadano filtrati per evitare di trovarsi imprigionati gli uni contro gli altri, senza vitale motivo.

Presupposto, e nello stesso tempo conseguenza dell’indipendenza di pensiero, è il fatto di riuscire a vedere negli attuali contenitori partitici, e negli schieramenti che essi determinano in ogni paese, una dimensione potenzialmente distruttiva e disumana. Una dimensione che, nascondendosi dietro a continue motivazioni, ha come unico obiettivo la frammentazione delle società in parti per ottenere quel consenso che garantisce alle oligarchie di rimanere nella gestione. Cosicché la Terra, unica e limitata, diventa fragile e caotica, dunque estremamente pericolosa.

Ritengo che l’epoca che stiamo vivendo possa offrire grandi opportunità alla civiltà che per prima saprà cambiare il proprio passo, il proprio modo di guardare al resto del mondo, abbandonando l’ottica del dominio basato sul peso demografico e militare, sulla supremazia economica e territoriale, per rivolgere la propria attenzione all’evolutiva potenza della conoscenza, della cultura, della condivisione delle informazioni, della trasparenza, dell’accettazione delle differenze, della convivenza rispettosa e collaborativa. Il motivo della loro importanza non sta in un illusorio auspicio di un’armonia che l’uomo non ha mai sperimentato, quanto nel fatto che una prospettiva di libertà, inclusione e rispetto ha una tale vitale capacità di creare futuro da poter attrarre gli esseri umani di qualsiasi latitudine, anche a dispetto dei vincoli o dei dettami che siano loro imposti da qualsiasi estremismo politico, filosofico o religioso.

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182 Manca un dialogo tra esigenze di benessere che costruiscano regole condivisibili

Ritengo che vi sia un’enorme esigenza di pensiero e di azione politica da costruire, per i cittadini di ogni luogo, i quali cerchino di guardare al mondo per la disumanità, la distruttività e la complessità che esso produce quando ad essere coinvolti nelle scelte non ci sono i cittadini, cioè le donne e gli uomini con le loro fondamentali necessità di libertà e con le menti libere da preconcetti. Queste persone, e le loro culture, possono trovare elementi di unione e di collaborazione, sia tra di loro, sia assieme ai cittadini di altri popoli, partendo dai reciproci desideri di rispetto, riconoscibilità, umanità, libertà, sostenibilità delle economie, che sono ben lontani dall’essere rappresentati nelle organizzazioni mondiali che si dichiarano deputate a farlo.

Comunismo ed estrema libertà, ideologie sorte secoli fa, ma con adattamenti e rielaborazioni ancora molto presenti, grossolanamente forti per la semplicità grezza e per l’intuitiva attrazione dei loro obiettivi, sono stati capaci di catturare le menti in uno scontro che ha prodotto enorme fragilità nelle società, ma anche fornito la giustificazione dell’esistenza di molte posizioni politiche intermedie. Tutte queste posizioni hanno cercato la gestione economica, attraverso l’investitura di rappresentanza conferita loro dalle strutture sociali di legittimazione del potere, e nel far questo si sono scontrate l’una con l’altra, impedendo agli esseri umani di guardare oltre.

Fondamentale per la politica, di tutti i partiti e gli schieramenti, è stato il fatto di poter indurre i cittadini ad identificarsi con le posizioni di un leader o di un partito. In questo modo i cittadini hanno rinunciato a conoscere più a fondo, a capire con la propria mente, abituandosi a leggere la realtà solo attraverso gli occhiali forniti loro dalle contrapposizioni. Occhiali di politici talora incapaci, narcisi ed arroganti ma forniti di scaltra oratoria, ottima per semplificare e catturare il consenso.

Per uscire da queste briglie della mente, gli esseri umani necessitano di trovare la loro espressione lontano dalle oligarchie che vogliano dividerli, poiché il fine di queste è l’accesso ad un gioco strategico che, oltre ad escluderli, tanto nei paesi economicamente meno forti, quanto in quelli apparentemente più ricchi, li impoverisce, lasciandoli in balìa di potentissime forze prive di qualsiasi argine.

Solo la consapevolezza dei limiti di queste posizioni, e dell’inefficacia delle divisioni che ne conseguono, può consentire ai cittadini di abbandonare gli schieramenti.

Siamo passati da decenni nei quali le società erano imbrigliate da schemi, attraverso i quali tutti sembravano dover pensare in un modo contro l’altro, a decenni di società incrostate di quelle divisioni ma ubriacate da individualismo, nelle quali nessuno ha più pensato di unirsi ad altri cittadini per ottenere la forza necessaria a consentire di soddisfare le esigenze di ognuno e nel contempo a proteggere la società nel suo insieme. Il risultato è stato il passaggio da divisioni di massa a masse di individualità divise, condizione di debolezza perfetta perché le strutture dotate di potenza finanziaria possano imporre la propria forza e la propria assenza di regole.

Dopo essere stati inutilmente condotti a destra, a sinistra, al centro, i cittadini dovrebbero provare a costruire un punto di riferimento più forte e concreto: l’unione oltre gli schieramenti per la costruzione di regole civili di cambiamento condiviso; regole che consentano di difendere ed esprimere le libertà di ogni cittadino nel cercare il proprio profilo di benessere, rispettando l’analoga libertà degli altri. Regole per un umanesimo costruttore di convivenza futura.

La condivisione di regole che tutelino tali livelli di libertà potrebbe conferire solidità, sicurezza e sostenibilità all’esistenza umana. Al contrario, la loro assenza, la velocità e la potenza dei meccanismi economici e finanziari in atto, l’impoverimento e il disagio di tante popolazioni, la diffusione di informazioni manipolate o di posizioni esasperate, rischiano di complicare il quadro, forse a livelli non prevedibili, in un repentino passaggio dalla distanza dalla politica alla disperazione, e dall’apatia alla violenza.

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183 Non è una crisi finanziaria; è l’assenza di regole che diventa sistema distruttivo

Si è iniziato a parlare di una crisi finanziaria all’incirca dagli inizi del 2008. Tuttavia penso che si utilizzi questo termine per fuorviante semplificazione, e siccome siamo abituati ad esorcizzare qualcosa che ci crea grandi difficoltà, vogliamo sperare che si tratti di un problema temporaneo e confinato, che prima o poi passerà.

Quella che l’Europa e il mondo occidentale stanno vivendo non credo sia una crisi finanziaria ed economica, ma piuttosto l’esito della compresenza di potentissimi fattori, tutti generati dall’esasperazione di logiche insite nelle strutture finanziarie, economiche o politiche di un Occidente rimasto ad un livello ancora molto grezzo della sua possibilità di evoluzione. Chi dirige o rappresenta le società dell’Occidente non può o non vuole vedere i limiti di queste strutture, e quello che realmente determinano, né appare intenzionato a proteggere dalla loro distruttiva capacità. Così, caso mai, la crisi è sia finanziaria che economica che politica. Soprattutto politica, perché è l’inadeguato irrigidirsi della politica intorno ad uno scontro di posizioni che impedisce di vedere e affrontare le storture e i limiti degli altri ambiti, e di cambiarsi per coinvolgere la società nel suo complesso.

Anche qui come altrove non voglio sostenere posizioni ideologiche né argomenti utilizzati da schieramenti, ma intendo pensare da cittadino il più possibile indipendente. Allora osservo che un certo tipo di Occidente non ha voluto sottoporsi a regole, se non in misura molto debole e facilmente scavalcabile, cosicché ha generato fattori di fragilità, più che di sicurezza e benessere. Regole che riguardassero il funzionamento dei mercati finanziari, la confrontabilità dei costi delle diverse società, l’inclusione nei mercati, il rispetto del lavoro, la reale libertà di produrre, la dignità dell’uomo nel lavorare, le conseguenze dell’attività umana sull’ambiente e sulle generazioni future.

Riflettere sull’importanza e sul ruolo delle regole, in un mondo diviso in schieramenti, è sempre stata una cosa molto delicata, così si è spesso preferito annacquarle o evitarle.

Penso che si sia effettuata quella scelta anche sulla base dell’ipotesi che lo stabilire delle regole equivalesse a scivolare verso costrizioni rigide o dirigiste, o forse, più banalmente, perché pochi soggetti, dotati di grandissima influenza, sono riusciti ad imporne l’implicita assenza, ben sapendo che nei grandi buchi di un fragile sistema di principi regolatori si potevano realizzare profitti infinitamente più grandi, senza preoccuparsi delle conseguenze: tutto il resto del mondo sarebbe stato trainato dalle logiche conseguenti a tale assenza. Infatti tutto il mondo, chi prima, chi poi, o ne ha seguito intuitivamente lo slancio, per la prospettiva che sembrava prefigurare, o ha subito comunque la forza di quella direzione obbligata. Non si è però riflettuto a sufficienza sul fatto che la libertà necessitasse proprio di criteri che la garantissero. Così, la prospettiva di libertà si è allontanata sempre più, trasformandosi in un vincolo molto stretto.

L’accettazione di quelle implicite imposizioni è stata indotta dall’esistenza di un fortissimo scontro ideologico. Molte persone, e tra loro buona parte degli imprenditori sono stati indotti ad identificarsi in un’intuitiva e semplicistica idea di libertà, fatta propria da alcune posizioni politiche. D’altro lato, molta rigidità è stata alimentata nei confronti di molte altre persone e lavoratori perché fossero spinti ad identificarsi in posizioni opposte. Tutti sono stati indotti a non guardare alle esigenze della società con occhi e mente indipendenti. Quello scontro ha impedito di ragionare con oggettività sui gravi squilibri interni alla configurazione dell’Occidente.

Sarebbero necessari regole e strumenti flessibili di stabilizzazione che, proteggendo i debiti pubblici dalla manipolazione, portassero la finanza a criteri di responsabilità e prudenza.[x] Tali regole tutelerebbero anche paesi come gli Stati Uniti, l’Inghilterra, o la Cina, che in quest’epoca beneficia di meccanismi economici e finanziari a lungo osteggiati, ma sui quali prima o poi potrebbe implodere, proprio perché si reggono sul vuoto di regole.

Analogamente, l’economia corretta, rispettosa dell’uomo, del valore del lavoro, della continuità della produzione, e dell’integrità e vivibilità dell’ambiente, è indispensabile per la sopravvivenza dell’economia sana; viceversa, l’una che non sia responsabile e rispettosa finisce per distruggere l’altra.

Il risultato dell’assenza di regole e di criteri protettivi della libertà, della sostenibilità sociale ed economica, è stato lo scivolamento verso un insieme di potenti fattori condizionanti che si ritorcono  pericolosamente e meccanicamente anche contro l’Occidente dentro al quale sono nati. Molta parte dell’Occidente agisce e produce rispettando le persone, la loro dignità, il loro lavoro, ed auspicando il sostegno di una sana finanza; c’è però un altro Occidente, estremamente potente e condizionante, il quale segue ed impone criteri completamente diversi. Quella parte di Occidente utilizza una mescola composta da un insieme di fattori: 1) la volontà di separare individui da individui, per un’idea che non si limita a produrre ma intende estendere il proprio dominio al mondo, per conquistare, per controllare, per guidare con la persuasione o la forza, senza rispetto per gli esseri umani e le loro culture; 2) la ricerca di un costo del lavoro così basso che viene messa a rischio la dignità degli esseri umani e sottratto terreno vitale all’imprenditoria esistente ed a quella che vorrebbe nascere; 3) l’utilizzo di un sistema finanziario controllato da pochi soggetti internazionali, capace di produrre castelli di carta che diventa pericolosamente straccia, determinando fortissime fragilità che vengono scaricate sui sistemi sociali e sulle economie di milioni di imprese e famiglie; 4) la possibilità e la capacità di manipolare il rischio finanziario, in un modo che finisce per determinare attacchi ai debiti pubblici, incrementando le difficoltà dei paesi, fino a provocarne il fallimento; 5) la compromissione di valori essenziali per il futuro, come la sostenibilità dell’uso delle risorse.[xi] Quest’ultimo aspetto pone l’Occidente in una posizione di responsabilità, che non gli consente di criticare altre società per l’insostenibilità dei loro attuali ritmi di consumo e di impatto sull’ambiente.

L’Occidente dovrebbe per primo verificare, libero da condizionamenti ideologici, se si possano conseguire vantaggi dall’ipotesi di orientare le economie ad una prosperità sganciata da un’ansia di crescita all’infinito, così come proposto da alcuni studiosi. [xii]  Si tratterebbe dunque di capire se il superamento dell’idea di un’infinita crescita, anziché comportare il ritorno all’età della pietra o la caduta nella miseria, non fornisca ulteriori e nuove opportunità alle economie. Per il momento, essendosi abituato a considerare possibile una crescita infinita, e a ritenerla indispensabile attraverso i vincoli imposti da un deviato sistema finanziario, l’Occidente appare avvinghiato alla speranza di ottenerla prescindendo dalla finitezza e dalla fragilità del Pianeta. In realtà tale fragilità è segnalata da semplici numeri e non da posizioni ideologiche: nel 1960 la popolazione mondiale era composta da 3 miliardi di persone; nel 2011 si è avvicinata a 7 miliardi, con ben altri ritmi di consumo, e con ben altre conseguenze dei suoi processi sul sistema delle risorse.[xiii]

Tutti questi profili delineano il quadro di un sistema a lungo spinto lungo binari imposti, o osteggiati, o accettati come unici possibili; un sistema che si è adagiato su una piega ideologica limitativa di umanità e di benessere. Una piega che cittadini indipendenti ed un sano e responsabile mondo produttivo potrebbero tentare di superare per cercare nuovi livelli di benessere.

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184 Le democrazie con l’orologio rotto e le mani nude

Ho provato ad affrontare questi argomenti ritenendo possibile individuare alcuni temi sui quali i cittadini di libero pensiero potrebbero agire tutti assieme, nei singoli Stati ed oltre i loro confini.

Ho deciso di correre il rischio d’andare oltre quello che all’inizio mi sembrava un obiettivo di scrittura limitabile all’Italia ed all’Europa, ritenendo che i temi trattati segnalassero l’esistenza di motivi tanto forti da poter motivare i cittadini dei paesi occidentali ad unirsi fuori dagli schieramenti.

Se tali temi indicano quale dimensione abbiano le difficoltà di fronte alle quali si trovano i singoli paesi, segnalano anche che tali difficoltà sono ormai analoghe e definiscono una sola grande verità, comune a tutte le democrazie: gli attuali partiti non riescono o non possono affrontarli, perché sono rimasti fermi ad una visione e gestione della società che hanno imparato e assorbito, con parziali evoluzioni, a partire dalle divisioni sorte nel corso del ‘900. Devono quindi scendere in campo direttamente i cittadini, organizzandosi ed unendosi per avere un rilevante peso decisionale nelle società alle quali appartengono. La loro unione è l’essenziale valore, indispensabile per rinnovare democrazie, economie, finanze, mercati, inserendovi regole e valori. I valori umani si possono far entrare nei mercati solo se i cittadini si organizzano per non escluderli da essi.

Le democrazie sono rimaste sostanzialmente ferme alle configurazioni definite in epoche ormai molto lontane, quando non era aggressiva e condizionante la presenza di grandissime organizzazioni economiche e finanziarie, indifferenti ed indipendenti dagli Stati, oggi divenute capaci di muovere le proprie forze attraverso o contro di essi. Perciò le democrazie, per acquisire efficienza ed efficacia, per proteggere i cittadini, dovrebbero continuamente aggiornare e precisare le proprie regole, e collaborare le une con le altre per evitare che abusi vadano ad annidarsi nelle cruciali assenze, o inefficienze, o smagliature di tali configurazioni.

Finché non avverrà questo aggiornamento le democrazie non saranno attrezzate per fronteggiare le minacce alla libertà. Al contrario le minacce alla libertà sono capaci di oltrepassare i confini ed i poteri degli Stati, utilizzando l’assenza di alcune regole, o la forza di altre non scritte, impiegando strumenti finanziari o economici che possono fiaccare o abbattere l’esistenza stessa delle democrazie.

Lo storico modo di organizzare le democrazie prevedeva opposte aggregazioni di cittadini, i partiti, l’uno in competizione con l’altro, nell’ipotesi che la presenza di Costituzioni, lo svolgersi delle elezioni, la suddivisione dei poteri, la rappresentatività attraverso Assemblee elettive determinassero un meccanismo tale da garantire il raggiungimento di sufficiente governabilità delle problematiche interne ad uno Stato. In realtà, questo meccanismo da un lato è facilmente aggirabile e manovrabile da chi intenda compiere abusi gestionali tramite i partiti, dall’altro risulta inadeguato nell’affrontare le difficoltà che superino i confini degli Stati.

Entrambe le insufficienze derivano dalla limitatezza degli attuali partiti, i quali non possono fornire risposte adeguate perché sono impediti dalla propria ricerca della gestione delle risorse, e dalla propensione a creare continui schieramenti e separazioni. Solo la sottrazione di tale gestione, ed il superamento degli schieramenti da parte dei cittadini, consentiranno di raggiungere l’efficienza, l’unione e la coesione sociale necessarie a costruire ulteriore intesa, anche oltre le logiche ed i confini dei singoli Stati.

Le democrazie hanno bisogno di rinnovarsi per riprendere a funzionare e per offrire fiducia ai cittadini, in un quadro di leale apertura delle economie e di trasparente responsabilizzazione della finanza che diano ulteriore fiducia e stabilità alle società. Altrimenti avranno l’orologio rotto, e dunque per proteggersi combatteranno a mani nude. In sostanza non potranno che perdere, cioè agonizzare o morire.

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185 Unirsi per superare la crisi delle democrazie, utilizzando ciò che finora è servito a dividere

Queste riflessioni non vogliono stabilire nulla di rivoluzionario, né di conservatore, né terze vie, perché costituirebbero velleità o rigidità o inganni. Qui ho tentato solamente di osservare carenze o assenze di libertà o pesanti condizionamenti che accomunano i cittadini occidentali, i quali, se non si facessero dividere, potrebbero aiutarsi a cambiare il proprio presente per difendersi e migliorare il proprio futuro.

Sono giunto a tali riflessioni passando in mezzo ad argomenti sui quali hanno molto insistito posizioni ideologiche di differente provenienza. Penso che il libero pensiero dei cittadini possa svolgersi senza chiedere il permesso a posizioni precostituite, e ritengo che una risposta alle loro esigenze di benessere, e a quelle di stabilità delle loro economie, passi attraverso un enorme spazio di collaborazione, possibile e indispensabile a tutte le parti che compongono le società occidentali, per consentire loro di rapportarsi in modo nuovo anche con le altre civiltà. Una collaborazione che può arrivare non per effetto di mediazione tra posizioni in perenne conflitto, obbligate da rapporti di forza o dalla gravità della situazione a trovare un programma intermedio, ma per il tramite della volontà di soggetti che si rispettano gli uni nei confronti degli altri, e capiscono l’importanza di unirsi per costruire regole di compatibilità e sostenibilità per la propria e l’altrui esistenza, per la propria e l’altrui libertà.

Non intendo costruire una nuova ideologia e penso che nessuna possa aiutare i cittadini, occidentali o meno. Tutte quelle persone, a qualsiasi latitudine e longitudine possono trovare autentici percorsi di evoluzione, unendosi e guardando assieme alle essenziali necessità degli esseri umani.

Tutto il mondo sta correndo dietro a degli obiettivi, senza sapere più neanche a cosa siano finalizzati. Si dovrebbe partire dal fondamentale interrogativo esistenziale, troppo spesso non esplicitato, ma comune ad ogni civiltà e a tutti gli individui: cosa serve veramente agli esseri umani? Quali sono le priorità dell’esistenza? Quali quelle che dovrebbero fungere da riferimento per costruire i rapporti all’interno delle società, e tra le società? Una delle più importanti necessità umane è quella di evitare o superare il conflitto, per consentire alle esistenze ed alle economie di progredire: esigenza contraddetta dalla presenza di oligarchie che vogliono gli schieramenti come presunti ambiti di rappresentazione e soluzione dei conflitti, i quali in realtà a loro volta alimentano continuamente le distinzioni, la divisione e perciò lo scontro. L’altra essenziale necessità è quella di trovare le condizioni che permettano l’esistenza dignitosa e non solo la sopravvivenza.

Tutti gli schieramenti, con motivazioni diverse ed opportunismi simili, proprio per l’interessata volontà di separare cittadini da cittadini, imprese da lavoro, ambiente da produzione, civiltà da civiltà, non possono fornire soluzioni ma accrescere le fisiologiche distanze fino a farle diventare artificiose croste contrappositive che alimentano le difficoltà, cosicché, quando queste ultime sono diventate enormi, le divisioni costruite diventano gli scogli che ne impediscono il superamento.

Inseguendo rigidi, accattivanti e parziali sistemi di idee, ossia le ideologie, gli esseri umani si sono complicati un’esistenza già atavicamente segnata da conflitti. Così, nonostante esse abbiano dimostrato di non funzionare, hanno costruito un’abitudine alle briglie e agli schemi mentali tanto forte da spingere alla continua ricerca di contrapposizione anziché alla condivisione di energie. In realtà è proprio di questa condivisione che necessitano per costruire protezione dalle difficoltà, e per creare vitale benessere nel presente e nel futuro. La strategia che cerca di allontanare le energie, mettendole le une contro le altre, conduce alla complicazione dei problemi e ai conflitti.  Questo significa che ciò che gli esseri umani possono e devono fare, è rivolgere il loro impegno nell’utilizzare con finalità di unione proprio tutto quanto è stato impiegato per dividerli: condizioni materiali ed esistenziali, economie, culture, religioni. Differenze e specificità che, se avvicinate, diventano elementi per unire e moltiplicare energie, potenti strumenti per la costruzione di futuro.

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INDICE

Capitolo  1) ITALIA. DOVE SIAMO

Capitolo 2) ITALIA. DOVE POSSIAMO ANDARE

Capitolo 3) ITALIA. COME POSSIAMO FARE?

Capitolo 4) UNA PROPOSTA PER UNIRE I CITTADINI FUORI DAGLI SCHIERAMENTI

VAI AVANTI A: PARTE SECONDA

Capitolo 5) I RISCHI DI UN’EUROPA  SENZA POLITICA

Capitolo 6) I RISCHI DI UNA FINANZA SENZA REGOLE

Capitolo 7) I RISCHI DI ECONOMIE SLEGATE DAI VALORI DELLE SOCIETA’

Capitolo 9) LA RIGENERAZIONE:  LA CONDIVISIONE DI REGOLE PER LE LIBERTA’ ED IL BEN  ESSERE

APPENDICE SULLA CORTE DEI CONTI

Nota sul metodo.


[i] Paul Krugman, Coalmines And Military Keynesians, The New York Times, 28.10.2011

http://krugman.blogs.nytimes.com/2011/10/28/coalmines-and-military-keynesians/.

[ii] Andrea Goldstein, BRIC. Brasile, Russia, India, Cina alla guida dell’economia globale, Il Mulino, 2011.

[iii] Di grande intensità, lucidità e profondità il documento televisivo di Silvestro Montanaro, Buongiorno, Africa, nella serie C’era una volta, Radio televisione italiana RAI3, 22.9.2011, consultabile online nel sito di RAI3.

[iv] Fleagle, J.G.; Shea, J.J.; Grine, F.E.; Baden, A.L.; Leakey, R.E., Out of Africa I. The First Hominin Colonization of Eurasia, Springer, 2010.

[v] Marta Serafini, Depredato il 70% dei centri di raccolta dei rifiuti elettronici, Il Corriere della Sera, 15 novembre 2011.

[vi]  Molto interessante il bellissimo documento televisivo di Silvestro Montanaro, Collera, nella serie C’era una volta, Radio televisione italiana RAI3, 15.9.2011, consultabile online nel sito di RAI3.

[vii]  Pink Floyd The Wall, EMI, 1979. U2, The Josua Tree, Island Records, 1987.

[viii] Guido Rossi, Il gioco delle regole, Adelphi, 2006.

[ix] Dionigi Tettamanzi, Dialogare oggi. Alle frontiere dell’Ecumenismo, Ancora, 2011.

[x] Secondo Angelo Baglioni e Andrea Boitani la politica monetaria dovrebbe essere coordinata con la supervisione sul sistema bancario, per stabilizzare il sistema economico; la regolazione prudenziale dovrebbe tenere conto degli effetti dei comportamenti delle singole banche e del sistema bancario nel suo complesso per accrescere il grado di robustezza dell’intero sistema finanziario; si dovrebbero evitare regole fisse troppo rigide e avviare un regime di “discrezionalità vincolata”, che consenta un apprendimento da parte degli stessi regolatori, in un quadro di trasparenza e responsabilità. Si veda il loro articolo Leva delle banche, maneggiare con cura, nel sito La voce, http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001572.html.

[xi] Guido Rossi, Così il supercapitalismo uccide la democrazia, la Repubblica, 30.05.2008.

Jean Ziegler, L’odio per l’Occidente, Tropea, 2010.

[xii] Tim Jackson, Prosperità senza crescita. Economia per il pianeta reale, Edizioni Ambiente, 2011.

[xiii] Rapporto delle Nazioni Unite del 2004, consultabile online nel sito http://www.un.org/esa/ population/publications/sixbillion/sixbilpart1.pdf.

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