Capitolo 9) La rigenerazione: la condivisione di regole per le libertà ed il ben essere

186 Chi saprà rispondere ai problemi d’un Occidente grezzo?

I partiti non stanno capendo che la complessità dei problemi dell’attuale epoca non è più fatta per il loro storico e consueto operare. O forse lo capiscono e fanno finta di niente, per illudere ancora. In realtà non è più sostenibile l’idea di scomporre la società sulla base di una presunta appartenenza a schieramenti, i quali faticosamente si mettano d’accordo con altre posizioni particolari all’interno di un programma di promesse gestite da ristrette e non trasparenti cerchie di rappresentanti. E’ una visione obsoleta e grossolana, che si aggancia a visioni partorite da lontane epoche storiche, che si è complicata attraverso gli enormi conflitti del novecento, e che è stata riproposta in forme nuove o mascherate dopo le complessità sorte nel ventunesimo secolo. Si tratta di una visione che perpetua un grande limite: le posizioni che trovano origine in schieramenti conflittuali tendono al loro perdurare sotto forma di una rappresentanza che muta ma non fa evolvere la società, per l’incapacità o la non volontà di vedere il mondo nel suo complesso. Sono posizioni che si preoccupano di giustificare la propria sopravvivenza, ma non riescono ad affrontare le difficoltà di un Occidente povero di regole protettive delle libertà.

Per tentare di unire si potrebbe partire dalle differenze economiche e sociali, per verificare se dietro ad esse vi siano interessi comuni, e se attraverso questi ultimi si possa cercare avvicinamento, comprensione, condivisione o collaborazione di vari ambiti, elementi sulla base dei quali si possa rendere unita e più forte la società, vero obiettivo insieme alla diffusione di benessere.

Non hanno più senso gli schieramenti e le loro campagne elettorali fatte di promesse a una somma di singole parti. Non c’è da promettere più nulla, c’è solo da consentire alle menti di liberarsi perché possano collaborare nella costruzione di unione e stabilità.

Le risposte alle difficoltà sperimentate dai cittadini non possono essere fornite da posizioni di sinistra, di destra, o di centro, perché i problemi hanno mostrato di essere drammatici, indifferenti e superiori agli schieramenti. Il punto essenziale non è cosa potrebbe esserci al posto degli schieramenti, ma quanto pensiamo che società complesse, divise dagli schieramenti, rese squilibrate e condizionate da poteri senza regole, possano ancora durare senza che diano origine a qualcosa di disastroso per gli esseri umani. In questa fase dell’esperienza umana è l’esistenza stessa di un inutile scontro tra schieramenti a generare complessità e ad impedire la creazione di percorsi di soluzione o di evoluzione.

Per avere qualche possibilità di affrontare le difficoltà serve un progetto che induca all’unione; e l’unione dovrebbe nascere da un’ampia visione all’interno della quale ci siano risposte concrete e aperte alla collaborazione.

Un potente fattore di aggregazione è la necessità di proteggere le libertà, e la consapevolezza che solo l’unione consenta di arrivare ad avere la forza richiesta dalla gravità delle difficoltà.

La libertà non dovrebbe essere intesa come libertà assoluta di qualcuno a danno di altri, tanto in ambito sociale, giuridico o politico, quanto in economia e finanza. La libertà deve coniugarsi con la responsabilità per consentire il rispetto e la convivenza con le libertà altrui.

L’assenza di principi che garantiscano la libertà nei mercati obbliga il mondo ad essere condizionato, a subire pericolose manipolazioni, a non porre attenzione agli esseri umani, a squilibrare le società attraverso le economie. Ne risulta un mondo grossolano e distruttivo, che appare stabile, mentre è forzato a costruire enormi fragilità.

Se ci si farà guidare da rigidità mentali o dall’abitudine alle contrapposizioni per non andare nella direzione di regole condivise, o se ci si abbandonerà all’idea che non è possibile fare nulla perché le difficoltà e le forze in campo sarebbero troppo grandi per tentare di unire le energie, si finirà per non riconoscere di appartenere a quel 99,.9% del mondo che subisce i condizionamenti imposti da una frazione minimale ma potentissima. Dunque si finirà per confermare la direzione voluta da distorti e disumani vincoli economici e finanziari. Ossia si finirà per mantenere la causa di sconquassi, di squilibri, di disordini sociali in un Pianeta che è un organismo unico, e la cui vitalità e solidità è indispensabile a tutti gli esseri umani.

C’è poi un profilo che non è giusto né conveniente trascurare: se un essere umano non ha paura di un altro essere umano, può cercare di trovare insieme a lui gli elementi che rendano l’esistenza più stabile ed accettabile; allora insieme troveranno anche il modo di rispettare le proprie specificità e differenze, riusciranno a costruire qualcosa che accresca il benessere di entrambi; potranno accettarsi per la comune paura di morire e per il proprio specifico desiderio di proiettarsi oltre i limiti dell’esistenza terrena. Tutto ciò è ampiamente possibile, purché si guardi sempre e solo agli elementi di similitudine, di condivisione, e possibilmente di unione, mai a quelli di distinzione e separazione irrispettosa dell’altro.

Questo profilo è applicabile a tutti gli ambiti, ha importanti ricadute anche a livello economico e sociale, e si può perfettamente accompagnare con la ricerca di regole generali e globali.

Sarebbero necessarie grande libertà di pensiero e di azione dei cittadini, per guardare alle difficoltà di dimensione globale, perché sono quelle che incidono sulla tenuta delle democrazie e delle economie, e per  puntare ad affrontarle con una unione negli Stati ed oltre gli Stati.

I cittadini, le imprese e le economie europee dovrebbero saper uscire dalla miopia degli attuali schieramenti e dalla limitatezza dei poteri nazionali, per individuare autonomamente una nuova generazione di persone di pensiero indipendente e lungimirante, per costruire un’entità politica propria, con un progetto di lungo respiro, unificante e concreto. Obiettivo di questa entità politica dovrebbe essere proprio la definizione di fondamentali regole condivise, utili ad evitare che in ambito sociale, ma anche economico e finanziario, la libertà possa essere intesa come una potente sfera d’azione di alcuni soggetti a danno di altri. Un’entità di tale natura potrebbe anche provare a ripensare le relazioni tra le società, per consentire ad ognuna la costruzione di sostenibili condizioni di benessere.

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187 A cosa servono le regole?

Nelle cose finora scritte ho sottolineato il fatto che le difficoltà dell’Occidente sarebbero riconducibili ad un’assenza di essenziali regole in tre ambiti: 1) i mercati finanziari; 2) il “libero” mercato di produzione e scambio di merci e servizi, che, inseguendo il più basso costo del lavoro, sottrae libertà di produrre e lavorare; 3) le democrazie, che sono rimaste ad una configurazione molto grezza, e perciò non trasparente, inefficace ed inefficiente.

Le tre assenze sono tra loro connesse; le prime due, determinando effetti sulle condizioni economiche e sociali dei cittadini, sono in grado di complicare la fragile configurazione delle democrazie.

Ritengo che tali regole siano essenziali tanto all’interno di ogni società, quanto per costruire i rapporti tra le società, al fine di dare autentica libertà agli esseri umani e consentire ad ognuno di scegliere come voglia condurre la propria esistenza.

Ma cosa sono queste regole? Le società sono costituite da regole, dunque la parola ‘regole’ non può spaventare, né suggerire intenzioni dirigistiche. Il punto fondamentale è verificare se le regole esistenti siano sufficienti a tutelare le libertà, ossia bisogna verificare a cosa siano finalizzate. Quando sono finalizzate a sostenere le libertà umane o a garantire la democrazia le regole non possono nascondere rischi di vincoli che irrigidiscano l’azione e la vita dei cittadini, anzi è vero il contrario: l’assenza di regole rende molto meno libero il campo dell’azione umana. Non si può immaginare di guidare nel traffico automobilistico o aereo se non si stabiliscono regole; qualora mancassero o fossero fragili, il caos sarebbe inevitabile, oppure una esigua minoranza potrebbe imporre le sue, a danno della libertà di movimento e della sicurezza di tutti gli altri soggetti in movimento.

Come avviene per il traffico automobilistico o aereo anche le libertà economiche e finanziarie richiedono criteri e regole, e devono essere adeguati alla dimensione globale dei processi. In assenza di regole che le definiscano e le proteggano le libertà non sono mai ampie, diffuse e sicure, ma dipendono dalle condizioni imposte dai soggetti più potenti tra quelli che se le contendono. Questo aspetto induce a riflettere sull’implicito condizionamento subito da quanti abbiano avuto vocazione ed intuito produttivo: si tratta di persone che, in un mondo diviso, sono state indotte a ritenere che uno schieramento, e l’assenza di regole che propugnava, dessero piena garanzia delle libertà, perché l’altro schieramento mostrava palesemente di sottrarle. In realtà, l’assenza di regole si è tradotta in un contesto tanto estremo da aver progressivamente soffocato e distrutto il tessuto produttivo ed esistenziale costruito da quelle persone, ossia la loro libertà. Se queste persone si rendessero conto della necessità di modificare qualcosa nella configurazione economica, finanziaria, politica, e intendessero farlo da sole, non avrebbero la forza sufficiente per ottenere l’introduzione di regole, né potrebbero ottenerle altre parti della società, come i lavoratori, o i consumatori, o chi non riesce a lavorare né produrre ma vorrebbe farlo. Solo tutte insieme potrebbero costituire la forza necessaria ad introdurle, e, ovviamente, la condizione che consentirebbe tale unione sarebbe la fuoriuscita dalle contrapposizioni e dagli schieramenti.

Dobbiamo avere come obiettivo le libertà, puntando alla costruzione di strumenti più raffinati, regole appunto, che siano finalizzate ad attuarle, ad estenderle e a difenderle: criteri utili ad esseri umani che intraprendono, che lavorano o che vorrebbero intraprendere e lavorare; utili ad esseri umani che sono anche consumatori, e ad esseri umani che vorrebbero consumare di meno o in modo diverso; utili ad esseri umani che si sentono esclusi dalle decisioni e ad esseri umani che gestiscano con efficienza le risorse della collettività; utili ad esseri umani che vogliono difendere ciò che hanno costruito e ad esseri umani che aspirano a costruirsi condizioni migliori.

Qualcuno potrebbe sostenere che le regole non servono anche perché sono aggirabili. In realtà sono aggirabili soprattutto se sono costruite apposta per esserlo, ossia se servono a soggetti diversi dai cittadini, dalle loro democrazie e dalle loro economie.

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188 Quali conquiste di libertà per quali democrazie?

Se intendiamo difendere la vitale necessità di libertà, come possibilità aperta a tutti gli esseri umani di esprimere le proprie potenzialità e di proteggere la propria esistenza, allora tali criteri dovrebbero avere come obiettivo il riconoscimento di un equo e sostenibile valore del lavoro, la tutela di costi di produzione coerenti con la tenuta di eque e sostenibili società, tutte da costruire attraverso una nuova, trasparente ed efficiente politica, e utilizzando una trasparente e responsabile finanza. Allora i mercati diverrebbero quegli ambiti nei quali i soggetti potrebbero lealmente competere secondo una reale e comparabile parità di condizioni.

In una condizione di libertà tutelata da essenziali regole gli esseri umani avrebbero modo di collaborare nelle economie, nella politica, nelle culture, nella vitalità delle società. Non c’è nulla di irrealizzabile in tutto ciò, ma si tratta di obiettivi che richiedono il cuore, ossia il coraggio dei cittadini, per andare oltre una prospettiva di società ed economie disumane e prive di significato, pronte per diffondere conflitti globali.

Come avviene per i mercati, anche la democrazia è carente di vitali regole di fondo che proteggano i cittadini. La politica dovrebbe essere sottoposta a regole che la sottraggano dalla gestione distruttiva di risorse e di libertà. I paesi sono guidati da partiti e oligarchie preoccupate di arrivare a gestire il denaro pubblico, mentre i cittadini sono sottoposti al meccanismo delle promesse elettorali, mentre hanno bisogno di conoscere e di creare nuova politica, per vedere efficientemente e trasparentemente gestite le loro risorse. Le democrazie rischiano di essere trascinate come un logoro mantello, sotto al quale non sono stati costruiti panni di vera libertà che proteggano i cittadini dalle intemperie.

La democrazia deve fare un salto di qualità, ma ciò richiede l’attivazione costruttiva, e non solo la protesta dei cittadini. La democrazia ha dimostrato di non essere un comodo divano sul quale ci si siede per seguire lo scontro tra schieramenti, sonnecchiando col telecomando in mano. Quest’ultima è invece la condizione ideale alla quale intende condurre chi non voglia regole che impediscano il proprio abuso o la propria corsa alla gestione.

La libertà ha una grandezza ed un valore tali da non consentire di ritenerla conseguita per il solo fatto di averla dichiarata in una Carta costituzionale. La libertà ha sicuramente un prezzo civile, ed infatti richiederebbe continuo sforzo di partecipazione, di trasparenza, ed impegno di costruzione. Un impegno al quale decenni di contrapposizioni hanno disabituato, o mal abituato.

L’Occidente ha creduto a lungo che la democrazia ed il mercato portassero automaticamente alla libertà; invece, tanto la democrazia quanto il mercato sono dei contenitori, assimilabili alle mani aperte nei confronti della sabbia: senza regole protettive del contenuto in quei contenitori non rimane che qualche granello delle libertà possibili.

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189 Quali “crescite”?

Con un Occidente impantanato nelle sue pressanti difficoltà, le visioni ideologiche e le logiche divisive possono trovare continuo alimento. Ad esse si prestano anche le posizioni più elaborate e recenti, che si contendono sul fronte della necessità di una crescita economica oppure sulle possibilità di una decrescita, volta a ridurre le produzioni e a modificare gli stili di vita, per sostenerne e svilupparne altri, aventi minore impatto sociale e ambientale. Ritengo che entrambe  le posizioni siano l’ulteriore esempio di motivazioni che rischiano di bloccare le menti dentro a schieramenti non utili a superare le difficoltà, contribuendo a mantenere le divisioni.

Un’idea di decrescita, se segnala la necessità di riflettere sulla non riproducibilità delle risorse e sugli impatti delle attività umane, rischia di essere percepita come un’estremizzazione culturale, o addirittura  motivata da posizioni ideologiche, dunque richiederebbe una elevata diffusione delle informazioni e della conoscenza, e molta indipendenza di pensiero per tradursi in consapevoli scelte. D’altra parte la classica idea di una crescita, affidata al semplice aumento del prodotto, se non tiene conto degli impatti delle attività umane sulle risorse disponibili, non si traduce necessariamente in incremento o in diffusione di benessere tra i cittadini, né considera l’esistenza di ulteriori opportunità di benessere, esigenze e valori ormai diffusi e fondamentali per le attuali società. Tuttavia questa seconda posizione beneficia del fatto che tutti i mezzi di informazione la richiamano in modo tanto scontato da apparire l’unica indiscussa possibilità a disposizione.

In questo momento tutti i paesi sembrano ossessionati dal come fare ad ottenere la crescita del proprio prodotto. Dovrebbero invece pensare quanto prima che una prosperità è sempre meno conseguibile in un Occidente limitato dagli angusti meccanismi senza regole ai quali si è affidato.[i] Dunque fino a quando tali paesi non si difenderanno dall’autoimpoverimento conseguente a tali meccanismi, si condanneranno ad inseguire concetti o ricette che diventano deboli argini alla distruzione sociale. Quest’ultimo aspetto segnala quanta distanza separi l’attuale configurazione del mondo occidentale dalle reali esigenze che legano tutti i suoi cittadini. Esigenze che sono a loro comuni, molto più di quanto essi ritengano, indipendentemente dal fatto che siano imprenditori o lavoratori, donne o uomini, giovani o adulti. E non importa nemmeno di quale paese siano, perché la necessità è analoga in tutti i paesi occidentali.

Dunque la priorità, dal punto di vista occidentale, è contrastare il declino delle proprie economie. Gli essenziali obiettivi di una nuova politica dovrebbero essere la protezione delle libertà dei cittadini, la tutela delle democrazie, la tenuta delle loro economie. Tuttavia sarebbe anche molto importante che tale politica si impegnasse per una crescita culturale, in modo che una diffusa informazione consentisse a cittadini consapevoli di confrontare, da un punto di vista di sostenibilità, l’idea di una presunta crescita quantitativa all’infinito con la prospettiva di una prosperità che prescindesse dalla crescita per traguardare obiettivi più qualitativi.

Le produzioni ambientalmente responsabili e sostenibili non necessitano certo dell’appoggio di visioni ideologiche, ma possono essere consapevolmente scelte solo se i soggetti sono adeguatamene informati, e capiscono che esse rispondono in modo più preciso a fenomeni reali: la scarsità e non riproducibilità delle risorse naturali, la non ripristinabilità della salute umana e dell’integrità ambientale, la sovrabbondanza demografica, l’incremento della porzione di popolazione mondiale che accede a maggiori dimensioni di consumo e a consumi sempre più impattanti sulle risorse. Va considerato che un potente freno all’evoluzione sociale e produttiva viene azionato proprio da parte dei soggetti economici e finanziari che si trovano in posizione dominante, i quali hanno l’ovvio interesse a non favorire cambiamenti che non li vedano nuovamente in posizione dominante.

Ovviamente la conoscenza renderebbe i cittadini molto più consapevoli e capaci di orientare la politica senza dover necessariamente alzare le barriere di ulteriori scontri. In definitiva è la “crescita” della conoscenza e dell’informazione il vero aspetto cruciale che può far evolvere le società, e anche sotto questo profilo una nuova politica dovrebbe fare moltissimo.

Quest’ultimo aspetto è rilevante, proprio perché potrebbe fungere da filtro di civiltà e umanità rispetto alle ingannevoli modalità attraverso le quali la politica impone la propria attitudine alle divisioni. I partiti cercano di agganciarsi continuamente a concetti che richiamerebbero i cosiddetti “valori forti”: uguaglianza, fede, sicurezza, terra, origine, autonomia, solidarietà, ed altri ancora. Tali valori diventano estremamente deboli nel momento in cui vengono cavalcati con la finalità di separare i cittadini. Nell’impiegarli per tale finalità vengono tramutati in confini mentali che distruggono il grande valore che è la coesione sociale. In realtà, la coesistenza di quei valori non sarebbe impedita da uno spirito di unione di cittadini consapevoli, poiché sarebbero capaci di distinguere senza farsi ingannare, dunque di viverli senza tradurli in elementi di conflitto o di fragilità. E’ quindi necessaria una terza “crescita”: quella psicologica, culturale, etica. Una “crescita” che può portare ad un’evoluzione dell’esistenza umana.

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190 Serve un’Europa dei cittadini

Sono andato molto oltre gli aspetti dei quali all’inizio pensavo di voler scrivere, perché questi argomenti mi sembrano centrali per cercare di affrontare la profonda crisi nella quale si trovano l’Europa e l’Occidente. Una crisi di visione che si accompagna ad scarsa conoscenza. In particolare per i cittadini europei sarebbe stato fondamentale avere adeguata conoscenza in merito alle scelte che sono state compiute dalla politica. Scelte delle quali pagano le conseguenze.

Cosa sanno centinaia di milioni di cittadini europei del trattato di Lisbona, firmato nel 2007, dunque prima dello scoppio della famosa “crisi” economico finanziaria, ed entrato in vigore invariato a fine 2009? E’ probabile che perfino molti politici che lo abbiano sbandierato o osteggiato attraverso facili slogan conoscano poco di quel trattato. Se l’Europa cadrà sulla sua fragilità e stupidità, quel trattato sarà diventato carta straccia, e i cittadini europei torneranno indietro di cinquant’anni, mentre dovranno occuparsi del fallimento dei propri paesi. Ma se così non sarà, con tutte le contraddizioni e le difficoltà della crisi finanziaria, molti politici penseranno a modificare i trattati per creare gli Stati Uniti d’Europa. E’ una logica probabile e per molti auspicabile, ma, come sempre, dove saranno i cittadini europei? Saranno coinvolti ed informati, o tutto ricadrà sulle loro esistenze senza poter creare l’Europa dei cittadini?

Dopo aver firmato a Roma nel 2004 la Costituzione europea, i capi di Stato o di governo europei la videro bocciare nel 2005 dai cittadini francesi ed olandesi che attraverso un referendum non la ratificarono. Probabilmente i cittadini che la bocciarono intendevano manifestare forti perplessità per una Costituzione europea che sentivano come qualcosa di molto complicato ed ingannevole, costruito a tavolino, tendenzialmente orientato a profili economici forse utili a pochi grandi soggetti, e meno decisamente e trasparentemente ispirato alle esigenze sociali e ai diritti delle persone.

Nel 2005, astutamente fomentati dai propri rappresentanti politici, molti di quei cittadini temevano pure che una Costituzione europea comprimesse l’autorità dei singoli Stati, e comportasse la perdita delle identità nazionali; altri volevano che nella Costituzione risultassero evidenziate le radici religiose della cultura europea o altri valori ancora.

Per evitare il possibile ripetersi di bocciature referendarie, i responsabili politici europei scelsero allora la strada di costruire un patto e di ratificarlo attraverso il voto parlamentare. Quel patto, il trattato di Lisbona, riprese totalmente i contenuti della bocciata Costituzione senza chiamarsi tale, e quindi divenne la somma di riforme dei precedenti trattati, tra i quali quello di Maastricht del 1992, ed il Patto di Stabilità e Crescita, stipulato nel 1997. Si è generato così un lavoro di cosmesi che, nel creare un complesso insieme di norme, ha mostrato l’inadeguato modo di agire di una vecchia politica che non ha saputo porsi in relazione con l’esigenza di partecipazione e di trasparenza dei cittadini europei.

Alcune delle evidenti manifestazioni di questo distacco sono tanto l’esistenza di un Parlamento europeo che parla a se stesso per schieramenti, quanto il potere assunto dalla Commissione europea, un organismo non eletto da cittadini ai quali debba rispondere, incapace di affrontare le difficoltà ma in competizione con il Consiglio europeo, e succube come quest’ultimo della linea dettata dai leaders dei paesi membri che abbiano il maggiore peso economico. Le istituzioni europee sono lo specchio di un’Europa malamente impostata in un’epoca lontana, rimasta come un corpo disgregato formatosi su altisonanti ideali pesantemente smentiti da una tragica realtà generata da mercati senza regole. Una realtà nella quale l’Europa appare appesa per un filo allo strabico potere della sua Banca centrale[ii], la quale ha dovuto agire più sulla base delle logiche derivanti dalle banche degli Stati membri, che per effetto di un’attenzione a difendere gli interessi dei cittadini contribuenti, lavoratori e imprenditori d’Europa.

La bocciatura della Costituzione europea aveva già manifestato uno scollamento complessivo tra i cittadini e le istituzioni europee; un deficit di rappresentanza e di identificazione con politici visti come un insieme di oligarchi e tecnocrati che parlano un loro linguaggio in codice, ma non recepiscono le istanze di una società che si andava impoverendo e frammentando.

Forse le difficoltà le hanno alimentate quegli stessi politici, lavorando a lungo nella coltivazione di diffidenze, egoismi di bandiera, aggregazioni opportunistiche e minimali, senza pensare ad un grande progetto politico per una forte, utile ed autentica unione nell’interesse dei cittadini europei. La miope ed inutile politica è riuscita persino a mettere in soffitta lo splendido “Inno alla gioia” di Beethoven, costruito per la fratellanza e l’unione nelle diversità, valori troppo alti per qualche gretta idea d’Europa.[iii] E’ stato anch’esso un segnale coerente con la mediocrità di rappresentanti tanto preoccupati di difendere gli interessi nazionali da diventare perfetti compositori del disastro europeo.

Le mutate condizioni economiche e finanziarie hanno riproposto in modo molto più drammatico quello scollamento, così l’unica istituzione trovatasi a “governare” le difficoltà è stata la Banca centrale europea; un’istituzione impossibilitata a garantire il debito dei paesi aderenti, obbligata al contenimento dell’inflazione, priva della capacità, degli strumenti e della legittimazione per operare scelte politiche ed economiche. Quindi le sue azioni sono state salvataggi temporanei in lite con il litigio della politica, o rigide istruzioni per dolorose e insufficienti ricette di rigore contabile dettate a politici inadeguati.

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191 Da greggi a sardine; oppure a cittadini consapevoli ed uniti

Per capire che i cittadini europei non sono masse informi assimilabili a greggi, bisogna ricordare che le loro risorse, e quelle delle loro attività, economie ed imprese, hanno dapprima consentito il salvataggio delle banche europee dalla crisi finanziaria che esse stesse hanno concorso a determinare, e poi hanno sostenuto l’aiuto ai paesi con gravi problemi di debito.

Nel primo caso, i piani di salvataggio, approvati dai 27 governi europei tra ottobre 2008 e marzo 2010, hanno comportato uno stanziamento di 4.131 miliardi di euro, equivalenti al 32,6 per cento del prodotto interno europeo, che, anche se con forti differenze tra un paese e l’altro, è servito a fornire garanzie o ricapitalizzazioni alle banche.[iv]

Nel secondo caso, in relazione alla crisi del debito greco, 219 miliardi di euro sono stati il denaro sborsato fino a luglio 2011 dai contribuenti europei, contro 37 miliardi di euro sborsati dai creditori privati che detenevano titoli di Stato greci. Attraverso quelle cifre, non le ultime, a molti osservatori è risultato evidente il fatto che, a dispetto di tante parole e di tanto apparire orgogliosamente costruttori di accordi di salvataggio, i leaders europei hanno determinato un grandioso trasferimento di ricchezza dai cittadini a pochissimi soggetti finanziari che cittadini non sono. [v] Ciò evidenzia quanto sia falsa l’idea che l’intervento dei paesi più forti sia andato a beneficio dei pigri e spendaccioni cittadini dei paesi più deboli. Un’idea amplificata da alcuni mezzi d’informazione nazionali e purtroppo costruita ad arte da politici ingannevoli e irresponsabili. Nell’essere stati utilizzati più che ascoltati, i cittadini sono passati dalla condizione di greggi a quella di banchi di sardine, pronte per essere ingoiate nello scompiglio.

Qualche accorto economista ha proposto che, anziché chiedere ai banchieri quale fosse la soluzione giusta per proteggere le loro banche, i politici europei avrebbero dovuto prevedere che il denaro dei cittadini europei utilizzato per ricapitalizzare le banche colpite dalla crisi del debito pubblico, venisse erogato in cambio di azioni di queste ultime agli stati che le salvavano. Siccome molte banche dei paesi più in difficoltà rischiano il fallimento, questa strada costituirebbe una soluzione analoga a quella realizzata dagli Stati Uniti dopo il 2008: anche lì è stato il denaro dei contribuenti a salvare il sistema finanziario.

Un’Europa burocratica e tecnocratica, costretta a rincorrere politici privi di visione d’assieme e mossi dal criterio “si fa come diciamo noi oppure ognuno per sé” non è ciò che serve, così come non serve la logica dei piccoli interessi nazionali o regionali, che attraverso i partiti alimenta debolezze e divisioni. Tuttavia è proprio tra quell’incudine e martello che i cittadini europei rischiano di passare. C’è quindi da costruire un’entità politica dei cittadini europei uniti, per non vedere l’Europa distrutta, prima di nascere, da una classe di mediocri egocentrici, i quali si incontrano per la consueta partita a scacchi tra nazionalisti, banche e tecnocrati con rituale fotografico finale, mentre fuori dai palazzi delle istituzioni migliaia di persone protestano e si disperano, e centinaia di milioni di persone rimangono confuse, frustrate e non informate di ciò che si è già deciso del loro futuro.

Non è possibile continuare a vedere politici che inducono cittadini europei contro cittadini europei. E’ la stupida interessata miopia delle oligarchie a mettere gli uni contro gli altri, giocando col futuro e con la libertà delle persone. Bisogna superare questo scempio di civiltà.

Deve nascere in tutt’Europa una nuova generazione di cittadini disponibili ad unirsi per costruire una visione semplice e trasparente della politica, non disposti a fare gli oligarchi né i tecnocrati, ma intenzionati ad essere indipendenti dagli attuali partiti e dalle misere sottoideologie che li hanno ispirati.

Nelle attuali condizioni servono cittadini desiderosi di unirsi ai cittadini degli altri paesi europei per essere più forti, evitando i particolarismi che indeboliscono; persone che considerino le esigenze fondamentali degli esseri umani, che si uniscano per consentire ad altri esseri umani di risollevarsi con le proprie forze dalle difficoltà, che sappiano informarli e chiedere continuamente loro le conferme sui percorsi da scegliere, creando insieme a loro le strade per una possibile costruzione delle sorti comuni. Per riformare l’Europa dalle fondamenta.[vi]

Un’Europa politicamente unita sarebbe molto forte, e avrebbe grandi opportunità da costruire attraverso i suoi cittadini. Tra le moltissime possibilità che sarebbe in grado di esprimere, un’Europa unita potrebbe stabilire criteri di valutazione dei debiti pubblici che considerassero i valori sottostanti a tali dimensioni, ossia i cittadini e le loro attività economiche, i loro diritti e le loro esistenze.

L’Europa potrebbe essere una nave sicura e tanto forte da riuscire ad avere il peso necessario per concordare importanti regole di “navigazione” con il resto del mondo. Purtroppo l’Europa è stata a lungo una zattera traballante, tenuta insieme da una corda monetaria, sulla quale in molti sono saliti per opportunismo, o con l’intenzione di mantenerla solamente nella condizione di zattera: il mezzo meno sicuro, soprattutto quando si trova a navigare nelle tempeste create per approfittare delle sue debolezze, o per farla affondare.

La tempesta dei debiti pubblici potrebbe indurre a scelte di rafforzamento dell’Europa, ma il vero Cambiamento, quello capace di andare oltre l’emergenza, richiederà l’autentico coinvolgimento e la coesione dei suoi cittadini per una nuova politica. Il fatto di cominciare a costruire da cittadini, ed in ogni paese, entità politiche che superino le ingannevoli contrapposizioni costruite dai partiti, può rendere le persone molto più libere, quindi potrebbe consentire la creazione di un’unione interna ad ogni paese, disponibile a proiettarsi verso un’unione più ampia, costituita di cittadini europei che affrontino insieme le grandissime necessità di Cambiamento.

Può sembrare che queste idee trascurino di considerare quanto sia bramato il potere in tutte le sue varie forme, e quali siano le reali motivazioni sottostanti a tale brama. In realtà non c’è alcuna ingenua sottovalutazione di questo aspetto, quanto piuttosto la considerazione che gli schemi e gli schieramenti hanno utilizzato le istituzioni per qualcosa di profondamente diverso da ciò che serve ai cittadini. Gli esseri umani possono cercare di costruire nuove importanti strade di convivenza: si tratta di strade percorribili solo se escono dagli schemi.

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192 Il Cambiamento per costruire le libertà

 L’esigenza di un grande e profondo Cambiamento è prima di tutto un fatto italiano. Ma in Europa l’Italia non è il solo paese con la necessità di un forte cambiamento della politica; e anche negli Stati Uniti c’è una simile aspirazione. Tra i cittadini europei si sta esprimendo una forte esigenza di trasparenza e di sostenibilità delle scelte politiche.

Sostenibilità significa creare le condizioni per l’esistenza del futuro. I giovani europei, e per primi quelli che vivono nei paesi con più gravi condizioni economiche e di bilancio pubblico, stanno cominciando a riunirsi per protestare contro una politica fatta di corruzione o di inefficienza. Per molte di queste persone non è importante sostituire uno schieramento a quello precedente, ma criticare il fatto che la politica espressa dagli attuali partiti li estrometta e li obblighi a pagare pesanti conseguenze economiche e sociali. I giovani non vogliono più sentire promesse.

Quella che essi esprimono è ancora una politica di protesta, in alcuni casi anch’essa a rischio di ideologicizzarsi, ma dovrà diventare ricerca di unione con il resto dei cittadini per la costruzione di proposte di concreto e profondo cambiamento, mettendo a fuoco obiettivi di trasparenza, di indipendenza della gestione, di efficienza, di protezione dalle manipolazioni. Ciò è assolutamente indispensabile, perché le minacce che colpiscono tutto l’Occidente sono indifferenti a giovani che protestano e si limitano ad occupare le piazze, anzi, più essi scivolano nell’estremizzazione o nella generica protesta e meno vengono considerati realmente pericolosi, perché quanto più si allontanano dal sostegno di altre fasce di cittadini, tanto più tutta la società rimane divisa. Al contrario, tali minacce hanno grande paura di cittadini che sappiano unirsi in ogni paese e tra i vari paesi per costruire intelligenti protezioni dagli abusi e coesi strumenti di cambiamento.

Una volontà di coesione e una proposta di autentico cambiamento potrebbe coinvolgere anche i paesi europei nei quali le condizioni appiano meno critiche,. Sono paesi che rischiano di subire solo un po’ più tardi le nefaste conseguenze generate dalla crisi economica e finanziaria.

Le logiche di frammentazione derivanti dagli schieramenti hanno generato il comune destino delle democrazie occidentali, conducendole tutte ad arenarsi come vascelli nelle secche. Tutte le democrazie hanno bisogno di trovare una vitalità che solo i cittadini uniti possono conferire. Possono farlo mettendo essi stessi al centro della società, costruendo nuove regole per libertà che ancora non hanno.

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INDICE

Capitolo  1) ITALIA. DOVE SIAMO

Capitolo 2) ITALIA. DOVE POSSIAMO ANDARE

Capitolo 3) ITALIA. COME POSSIAMO FARE?

Capitolo 4) UNA PROPOSTA PER UNIRE I CITTADINI FUORI DAGLI SCHIERAMENTI

PARTE SECONDA

Capitolo 5) I RISCHI DI UN’EUROPA  SENZA POLITICA

Capitolo 6) I RISCHI DI UNA FINANZA SENZA REGOLE

Capitolo 7) I RISCHI DI ECONOMIE SLEGATE DAI VALORI DELLE SOCIETA’

 Capitolo 8) LA CRISI DELL’OCCIDENTE E DELLE SUE DEMOCRAZIE

VAI AVANTI A:

APPENDICE SULLA CORTE DEI CONTI

Nota sul metodo.


[i] Loretta Napoleoni, Economia canaglia, Il Saggiatore, 2008.

[ii] Alberto Lucarelli, Andrea Patroni Griffi, Dal trattato costituzionale al trattato di Lisbona, Edizioni scientifiche Italiane, 2009.

[iii] Ludwig van Beethoven, Sinfonia n. 9 in Re minore, Opera 125, 1822-1824; nell’ultimo movimento include parte dell’ode An die Freude (“Inno alla gioia“) di Friedrich Schiller.

[iv] Angelo Baglioni e Umberto Cherubini, Non sparate sui debitori, nel sito La voce,

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002017.html. Un ringraziamento, tra gli altri, va agli autori che hanno segnalato il documento State aid: latest Scoreboard shows reduced use of crisis support to banks, Brussels, 27 May 2010, pubblicato nel sito ufficiale dell’Unione europea

http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=IP/10/623&type=HTML.

Il Report from the Commission – State Aid Scoreboard – Report on recent developments on crisis aid to the financial sector – Spring 2010 Update -/* COM/2010/0255 final */, è pubblicato nel sito

http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:52010DC0255:EN:NOT.

[v] Harald Hau, Quella tassa sui cittadini, e Hans Werner Sinn, Una tragedia greca, entrambi nel sito di approfondimento economico e finanziario La voce.

[vi] Si potrebbe dire che si tratta di riscoprire lo spirito, e non i riferimenti ideologici, del Manifesto di Ventotene, il documento “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”, elaborato nei primi anni ’40 da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, prefatto e divulgato da Eugenio Colorni nel 1944, punto di partenza dell’idea europea, per la creazione di un’unione di paesi che sapessero andare oltre la difesa del proprio interesse, per costruirsi opportunità più solide e sicure. Il Manifesto è pubblicato online nel sito http://www.altierospinelli.org/index_it.html.